martedì 23 dicembre 2014
Genesi recidivanti.
Qualcuno ha bruciato i cavi elettrici di collegamento dell'alta velocità, all'altezza di Borgo panigale in quel di Bologna, sospendendo le tratte ordinarie e ad alta velocità per poche ore e rallentandole per altrettante. Si tratta dunque di sabotaggi artigianali, ma pensati e organizzati ed ultimi di una piccola serie, al di fuori della val di Susa. Dopo le manifestazioni violente e violentemente represse nelle zone del Piemonte che hanno conosciuto le prime fabbriche della Torino-Lione, la contestazione si è rivolta a altre tratte delle linee veloci: gli attentati hanno già riguardato Firenze, Milano e Torino, prima di quella di stamane a Bologna. Il movimento, quindi, si ramifica ed è suscettibile di "evolvere" da un primitivo anarchismo a una possibile lotta armata, come del resto sollecitato dalle Brigate rose, da uno dei carceri nei quali sono recluse. Gli ordinovisti redivivi, sul fronte fascista, avevano stilato un programma di attentati sanguinosi, contro le ferrovie e le banche ed avevano anche redatto una bozza di nuova costituzione - anche loro - che aveva le sue basi in una concezione idealistica, storicamente affine alla reazione europea. Sia pure in una condizione di marcata denazionalizzazione delle decisioni politiche ed economiche, l'internazionale nera e i gruppi antagonisti lievitati dai no occupy in ogni parte del mondo occidentale, continuano a prendere consistenza, magmatica, ma, nonostante questo, sono ormai capaci di colpire secondo un progetto ostativo e sabotatorio. Le matrici storiche del confronto fra le due anime della nazione - c'è ne è una terza, mafiosa, ovviamente affine alla reazione, ma specifica per insediamento e conservazione di interessi borbonici di vertice, che, a volte, si è sostituita - da Portella della ginestra in poi ai mazzieri neri - riemergono in questa fase di acuta crisi economica e di sopruso istituzionale, delegando la difesa della nazione a improvvisati carrieristi ed a capi di governo neppure eletti. In questo risiede la sua recidivante genesi.
Contro tutti i "coccodrilli" pronti per una morte attesa.
Da Antimafia.com traggo e pubblico, sottoscrivendone a due mani i contenuti, questo pezzo di Saverio Lodato, epitaffio preventivo dell'ultimo esteta palermitano dell'antimafia, che non ha potuto accettare, per non diventare a sua volta mafioso, di circuitare la storica e ancor presente sistematica trattativa fra lo staterello italiano e la mafia, a cui, per cultura indotta, quasi tutti si adattano con farisaico sorriso sulle labbra e modi leziosamente formali.
Non sappiamo come passerà la notte di Capodanno un condannato a morte, a data da destinarsi, a causa del suo lavoro che non viene gradito, che addirittura risulta insopportabile, che viene considerato un intralcio per i manovratori grandi e piccoli di questo Paese. Non sappiamo quali pensieri gli passeranno per la testa mentre sarà circondato da moglie e figli nei cui sguardi indovinerà facilmente interrogativi pesanti come macigni; mentre immaginerà il 2015 che si spalanca davanti a lui come un ennesimo scenario di trappole, sgambetti, tradimenti, veleni; mentre sarà incerto sul destino di una grande inchiesta che, insieme a un manipolo di altri colleghi della sua stessa tempra, ha tenacemente voluto e spinto avanti nell'incrollabile certezza che per l'accertamento della verità i magistrati, se magistrati sono e non pagliacci che riempiono una toga, devono fare questo e altro.
Sappiamo una cosa, però. Ed è la prima che ci viene in mente. Che sono quattro le massime cariche dello Stato. Al primo posto, c'è il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Al secondo, il Presidente del Senato, Piero Grasso. Al terzo, il Presidente della Camera (in questo caso, se si preferisce, "la" Presidente), Laura Boldrini. Al quarto, il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Direte: che c'entra questo elenco? C'entra, invece. Eccome, se c'entra!
Tutti e quattro - Napolitano, Grasso, Boldrini e Renzi - si sono sempre ben guardati dal pronunciare il nome del condannato a morte, non gli hanno mai fatto una telefonata di solidarietà umana, lo hanno accuratamente ignorato in ogni loro dichiarazione sull'argomento, e non è che le occasioni siano mancate.
E' un caso? Quattro coincidenze in una? Difficile pensarlo. Da due anni ormai tutti gli italiani sanno che il condannato a morte risponde al nome di Nino Di Matteo, che non è, badate bene, carica dello Stato, né massima né minima, ma che per la dignità di ciò che resta del nostro Stato fa indiscutibilmente più di quanto fanno gli altri quattro messi insieme. E' un punto sul quale vale la pensa insistere. Eppure i quattro lo ignorano. Non gli concedono neanche un minimo attestato di esistenza. Cerchiamo di capire perché.
Le massime cariche dello Stato, di norma, preferiscono indirizzare la loro solidarietà persino a personaggi della cosiddetta "antimafia", ma questi personaggi hanno da essere un po' tromboneschi, non protagonisti veri, semmai "figure" o "figurine" che possono rientrare, di solito per cognome illustre, in un teatrino allargato della politica in cui c'è posto anche per loro, e magari persino lauti finanziamenti, perché da loro le istituzioni non hanno proprio nulla da temere. Né vale l'obiezione: cosa hanno da temere i "politici" dai "magistrati antimafia"? Ché dopo le vicende romane simile obiezione sarebbe ultronea, nel senso di superflua.
Questa è una prima ragione del silenzio raggelante che da due anni circonda Di Matteo e gli altri come lui (i Teresi, i Tartaglia, i Del Bene, e valgano questi nomi per tutti). I magistrati antimafia, e quelli di Palermo in particolare, a Roma non sono mai andati giù. Questo loro interpretare la funzione, all'insegna di una indipendenza programmatica, a signori e signorotti della politica romana suona al pari di una bestemmia.
L'attuale Arrogantocrazia - questo governo, insomma - che di battutismo e annuncite, guanti di sfida lanciati a destra e a manca, dispregio pacchiano dei valori (ci viene in mente la ministra Boschi che tra Fanfani e Berlinguer rottamerebbe Berlinguer), pretesa di una longevità politica che rasenta le vette dell'eternità come accadeva nel Pantheon sovietico, in cui si moriva almeno un mese dopo essere morti, e dove lavorano al Cremlino, sin dai tempi di Stalin, equipe di "impagliatori" iperspecializzati nella conservazione dei "cadaveri illustri", questa attuale Arrogantocrazia, dicevamo, detesta istintivamente i magistrati palermitani. Ma questa è solo una parte delle verità. Il nome di Di Matteo, infatti, è diventato evocativo del processo sulla trattativa Stato-Mafia che si celebra a Palermo, nonostante non siano mancati fulmini e saette quirinalizi.
Il tacito teorema che accomuna i quattro che fanno orecchie da mercante possiamo spiegarlo così: Di Matteo è l'uomo di punta delle indagini sulla trattativa; ammettere che Di Matteo rischia la vita significa ammettere implicitamente che chi in Italia indaga su fili ad altissima tensione (e vivaddio se non lo sono i fili scoperti di uno Stato che trattò, trattava e tratta con la mafia) rischia di finire assassinato, significa ammettere che il processo di Palermo è cosa serissima e che il nostro Stato, se necessario, spara. Né sarebbe la prima volta.
Il teorema, anche se non verbalizzato, anche se i quattro non lo ammetteranno mai, è esattamente questo. Significherebbe insomma riconoscere addirittura centralità a un qualcosa che con le unghia e con i denti si intende negare, tenendola sin quando possibile fuori dalla porta. E' bene che per il 2015 Nino Di Matteo se ne faccia una ragione, anche se abbiamo motivo di ritenere che abbia già idee chiarissime in proposito.
Un fatto di cronaca - strettamente mafiologico, se così si può dire - ci ha notevolmente rafforzato nella nostra convinzione. Ci riferiamo al "pentimento" di Vito Galatolo, il boss della borgata palermitana dell' Acquasanta che ha iniziato a collaborare proprio con Di Matteo.
Intanto, stiamo parlando di una delle "famiglie" più feroci e ammanigliate con i livelli occulti del Potere della Cosa Nostra palermitana. Vito, cosa che anche molti addetti ai lavori tendono inspiegabilmente a dimenticare, è figlio di quel Vincenzo Galatolo attualmente all'ergastolo per la strage Dalla Chiesa, la strage Chinnici, l'uccisione di Pio La Torre e quella di Ninni Cassarà; nonché coinvolto, con tutta la famiglia, nel fallito attentato dinamitardo all'Addaura, nel quale poi la vittima designata, Giovanni Falcone, stigmatizzò la presenza di "menti raffinatissime".
Questo solo per dire che il Vito che si pente oggi non è l'ultimo arrivato quanto ad araldica criminale. Prova ne sia che con le sue dichiarazioni ha già provocato una slavina di arresti. Ma il fatto è che Vito ha vuotato il sacco proprio sulla recente preparazione di un attentato a Di Matteo, indicando nel dettaglio la quantità di tritolo che i mafiosi avrebbero in parte comprato dagli 'ndranghetisti calabresi; in Vincenzo Graziano, reggente del "mandamento" delle borgata di Resuttana, recentemente catturato da polizia e carabinieri, il custode momentaneo dell'esplosivo; e nel trapanese Matteo Messina Denaro, primula rossa del momento, l'esplicito mandante di questa condanna a morte.
Il "caso Galatolo" è un'ottima cartina di tornasole ai fini del nostro ragionamento. I magistrati che parlano con Galatolo hanno dichiarato che esistono "formidabili riscontri" alle sue parole, pur essendo preoccupati perché il tritolo ancora non è saltato fuori. Ma questa collaborazione sta avendo scarsissima eco nei media, mentre a rigor di logica - in tempi di retorica sui successi antimafia - andrebbe enfatizzata.
E qui non vale solo il teorema di prima: ché parlar di Galatolo significherebbe parlar di Di Matteo. La domanda che infatti sorge spontanea è: Messina Denaro ha chiesto alla mafia palermitana di uccidere Di Matteo, ma a Messina Denaro chi è che glielo ha chiesto? Un superlatitante, attorno al quale si stringe il cerchio con l'arresto di familiari stretti, fiancheggiatori, gregari, soci in affari, prestanome, non ha altro a cui pensare? Si sente minacciato dalle indagini di Di Matteo sulla trattativa Stato-Mafia? E perché mai?
Ognuno è libero di darsi le risposte che vuole, così come noi ce ne siamo data una. Ci teniamo a un'ultima notazione in proposito: non è un mistero per nessuno che neanche all'interno del palazzo di Giustizia di Palermo Di Matteo goda - se così si può dire - di "buona stampa". Sono molti i suoi colleghi che arricciano il naso di fronte al pentimento di Vito Galatolo. Sono gli stessi - lo diciamo per inciso - che si schierarono apertamente contro Antonio Ingroia quando Ingroia si trovò al centro di una violentissima tempesta istituzional - mediatica che alla fine si risolse con il suo abbandono della magistratura. Sarebbe bene che la deontologia professionale non risultasse mai sacrificata a ragioni di protagonismi e invidie che vorremmo fossero finite con le tragedie delle stragi di Capaci e via d'Amelio.
A tale proposito va detto che il nuovo procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, avrà subito il suo bel da fare. Sul modo in cui si è arrivati alla sua nomina è stato scritto parecchio, anche su AntimafiaDuemila. Tutto è nato - tanto per cambiare, verrebbe da dire - da un intervento a gamba tesa del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, volto a stoppare la candidatura di Guido Lo Forte "reo", anche lui, di coinvolgimento nel processo sulla trattativa. A farne le spese sono stati - come è noto - sia Lo Forte, sia Sergio Lari, procuratore di Caltanissetta, entrambi molto più titolati di Lo Voi a ricoprire quell'incarico.
Napolitano, quando ha voluto (e lo ha voluto spesso durante i suoi due mandati), ha fatto strame di regolamenti, criteri oggettivi, prassi consolidate, in materia di "gestione" della giustizia e della politica. Ma è pur vero che a uscirne con le ossa rotte da questa nomina è l'intero CSM, capace solo di ratificare il diktat di Napolitano, come è altrettanto vero che la presidente della commissione antimafia, Rosy Bindi, che si è sperticata in lodi della procedura adottata dal Csm, ha perduto una grande occasione per stare zitta su materia della quale, all'inizio del suo mandato, lei stessa ammise candidamente di non capirne nulla. E vada steso un velo pietoso su consiglieri laici di provenienza Pd e Movimento 5 Stelle, che a quei giochi si sono supinamente prestati.
Quanto a Lo Voi, dalla poltrona che adesso occupa, saprà cogliere tutte le occasioni possibili per dimostrare di non essere il "normalizzatore" voluto da Napolitano e che molti, invece, stanno paventando. E che se venne designato da Berlusconi in persona per occupare la carica di delegato italiano ad Eurojust, ciò non ha comportato il fatto di essersi legato le mani a vita in ossequio a un pregiudicato che Renzi e Napolitano hanno scelto per ridisegnare i poteri nella nostra Repubblica. Ma è sin troppo ovvio che sarà innanzitutto il processo sulla trattativa, in un senso o nell'altro, lo snodo principale dei futuri anni della Procura nel capoluogo siciliano.
Lo Voi - è stato ricordato da più parti - si è distinto, in passato, per "non aver firmato" pagine della storia della Procura palermitana che invece andavano firmate e controfirmate: il processo Andreotti e la denuncia appello degli otto sostituti procuratori per cacciare il "capo" Giammanco, all'indomani delle stragi di Capaci e via d'Amelio. Difficilmente, prendendo le distanze in un modo o nell'altro dall'inchiesta sulla trattativa, Lo Voi potrebbe rivendicare il "gesto" richiamandosi allo spirito volterriano. Lo Voi - di cui conosciamo l'intelligenza - questo lo capisce benissimo da solo, senza bisogno che qualcuno glielo ricordi.
E forse il condannato a morte, nella notte di Capodanno, su questo aspetto farà una riflessione analoga alla nostra.
lunedì 22 dicembre 2014
Lacrime di coccodrillo.
Continuano ad essere lacrimosamente commemorati gli ex calciatori morti di SLA, dopo essere stati in forza a diverse società di serie A, ma tutti nello stesso periodo anagrafico e temporale, secondo un processo d'incubazione che è per tutti uniforme. Alla memoria, tutti li celebrano, umanamente e professionalmente. Prove della loro morte non casuale non ce ne sono, perché non le si cercano, ma le coincidenze patologiche sono troppo uniformi per essere casuali. Insieme agli anabolizzanti che hanno trasformato dei mingherlini in colossi - come opportunamente denunciò Zeman, un allenatore talentuoso quanto poco "vincente" -, una miscela di farmaci sintetici ha condannato all'invalidità e all'agonia un manipolo di giocatori, molti dei quali, fra l'altro, sono rimasti delle promesse mancate. Certamente la "cura" è stata praticata da medici sportivi al soldo delle società per anni e anni e molti sono i potenziali candidati ad una fine precoce e dolorosa. Eppure le denunce si perdono nel baillamme delle chiacchiere, delle sdegnate smentite ad onta di ogni evidenza. Gli stessi sacrificati recano un sorriso stolido, complice, rassegnato e non denunciano, non rivelano, forse non sono in grado di comprendere. Le inchieste del Procuratore di Torino Guariniello, non sono approdate, in ambito sportivo, a risultanze certe, perché è un ambiente - come asserì il Commissario straordinario a Calciopoli, ex Procuratore generale di Milano, Francesco Saverio Borrelli, omertoso come quello mafioso e nel quale ci si tiene la parte per interesse e colleganza e, venuti meno i Medesimi, per paura o complicità. La collusione familiare di diversi calciatori con la malavita, documentata da recenti e meno recenti inchieste, sta lì a dimostrarlo. L'assoluzione della ex fidanzata di un calciatore bolognese di Lega Pro, militante nel Cosenza, senza che neanche il camionista che lo schiacciò senza alterarne lo stato del vestiario, sia stato processato, in presenza di un mai approfondito traffico di stupefacenti che li vedeva coinvolti insieme a parenti e altri personaggi solidali con loro o da cui dipendevano e che ha finito per infangare solo la memoria dell'ucciso, parlano alla coscienza di chi non è "tifoso", di un ambiente malmentoso, violento ed ignorante, al quale le non accertate acquisizioni societarie, il mondo parallelo delle scommesse internazionali, l'affiliazione dei calciatori a questo o a quel direttore sportivo, che lucra in percentuale sui loro ingaggi, non fanno che alimentare quell'economia purtroppo legale ma fangosa, della quale tanti, troppi "faziosi" si sfegatano ad alimentare le "glorie fastose".
Inabili e soli.
La confusione mentale della tarda vecchiaia riporta le destrutturate espressività mnemoniche verso il caos originario, ma, nel farlo, invoca un'inascoltata indicazione di autonomia, di rispetto per la propria individualità, che il morbo della vecchiaia ha costretto nelle mani di estranei. Sulla soglia della morte si viene respinti ed emarginati nell'alveo vuoto di un'assistenza condizionatrice, a sua volta, deterministica. La stessa soggezione e la stessa "educazione" ad assoggettarvisi, obtorto collo, di un bambino, senza la prospettiva di affrancarsene un giorno: adattarsi alle regole assistenziali, utili all'assistente e poi finire. I sensi si spengono progressivamente e, mentre si affievoliscono, ci si ostina a domandare, a sollecitare spiegazioni di cose intraviste, ricavandone solo atteggiamenti sfuggenti. La solitudine sensoriale provoca spavento: se la vista si mantiena offuscata, appena il contatto visivo, l'ultimo, prima di quello tattile, viene meno, si teme di essere stati lasciati soli con la propria avvertita debolezza. Nella casa dei muti, la sordità comporta l'accantonamento. Nessuno si sforza di sopportare la fatica di una conversazione monca, equivocata, guidata, modulata sull'invalidità. Si preferisce la banalità interlocutoria quotidiana, intrisa di recite, di reticenze e di bugie. La sensibilità offesa coglie sensazioni opache, suoni deformi e si dispera di non poterne recuperare la bellezza.
La politica a tempo e luogo.
Sarebbe intollerabile la passività delle autorità indiane, che non avrebbero nessuna intenzione di venire a capo della vicenda dei due pistoleri di marina, giustamente inquisiti per l'omicidio di due pescatori. Che cosa doverebbero fare? Condannarli alla pena capitale, come le loro leggi prevedono?
Gruppi armati della galassia fascista avevano stimato che i tempi fossero maturi per portare un attacco al cuore dello Stato, prendendo a prestito uno degli slogan del partito armato neo partigiano, all'epoca delle Brigate rosse. Si sarebbe cercato ancora una volta di lasciare nel vago le attribuzioni e le responsabilità e si sarebbe cercato un approdo parlamentare, attraverso la costituzione di un partito. Nell'immobilismo e nell'inedia politica, vengono chiamati a riemergere quei fenomeni sottostanti e sopiti in tempi stabili che sono ben presenti nella società italiana e che sarebbero pronti a fronteggiarsi, al di fuori della politica istituzionale - per altro inaffidabile e corrotta - secondo una tradizione storica non dichiarata ma di lapalissiana evidenza, che non ha certo finito di esplicarsi. La corruzione è impressionante, ma la magistratura recita la parte della dea vendicatrice. Di nuovo il dimissionario bipresidente. Invece, le indagini giudiziarie vanno condotte "spettacolarmente" perché vengano condivise dall'opinione pubblica. Ritornare al vieto burocratismo significherebbe, poco dopo, abdicare a un'azione di contrasto che, senza esere utopistica, deve mantenersi sistematica. Obama, sembra proprio intenzionato a spendere gli ultimi due anni di mandato, dopo i quali non sarà più rieleggibile, per dare sfogo ai suoi sentimenti democratici, repressi sino ad ora, a tutela della sua ghirba e della sua rielezione. La maggioranza assoluta, ottenuta dai repubblicani al Congresso, lo libera da qualsiasi prudenza tattica e, forse, gli consentirà di fare qualche cosa di memorabile, dopo la stentata riforma - pur importante, anche se di gran lunga imperfetta - della riforma sanitaria privata, negli Stati Uniti. Ha messo in stato d'accusa, per le torture sui prigionieri, Dick Cheney, il vicePresidente di George Bush. Aveva probabilmente l'istruttoria in mano da sei anni.
domenica 21 dicembre 2014
Incongruenze.
La Sony è stata attaccata dal governo della Corea del nord; uno staterello che rappresenta una dittatura familiare, una proprietà familiare, avrebbe mobilitato i suoi haker per impedire che, sotto le feste di Natale, potesse uscire un film che ne metteva in risalto, spettacolarmente, le nefandezze. Le possibilità sono due: o i pirati riescono a violare i confini della repressa e affamata società asiatica e vi sono diffusi gli strumenti di lettura dei DVD, oppure si tratta della ennesima bufala, pubblicizzata e ripresa dall'informazione conformista e portata con sublime faccia di bronzo fino alle tribune delle Nazioni unite. Anche in questo caso, da parte della potenza egemone che spia tutti i suoi alleati ed avversari, che spesso provoca danni collaterali durante i suoi bombardamenti ( vedi l'ambasciata cinese di Belgrado )una levata di scudi pre bellica a tutela della libertà d'intrapresa di una società giapponese, alleata, dopo essere stata ripassata con due atomiche, sembra un'enormità. Non sono solo le dittature a potersi sciogliere da ogni incongruenza logica, a sostegno delle proprie tesi, evidentemente e, alla luce di questo, suona strana la ripresa di relazioni fra il gigante anglosassone e la piccola Cuba, ora che i sigari, lo zucchero e il rum non sono più assorbiti dall'Unione sovietica e che la geopolitica economica si sposta verso lidi più prossimi. In fondo, a capo dello Stato siede quel fratello adultero di Raoul Castro, omosessuale in un paese ancora fortemente machista, nel quale l'omosessualità è ancora un reato e, soprattutto, che non combatté durante la rivoluzione, come ben sanno i cubani anziani. Ma tant'è: stanno morendo anche loro. Insieme alla liberalizzzione, sta dilagando presso la popolazione, di nuovo marginale, la prostituzione turistica; insieme alla facoltà di detenere dollari, si è riacquisita la possibilità frequente di contrarre l'AIDS e di trasmetterlo e di ripristinare, pian piano, le tradizionali dicotomie sociali che, almeno sul piano sanitario e dell'istruzione, il Fidel-castrismo aveva superato. Resta ininvestigato il ruolo della Cuba massonica, prima, durante ed ora, dopo la rivoluzione e che ha all'Avana la sua Coordinadora per il centro america. Il Job's act è in via di rimaneggiamento, la confusione regna sovrana, le norme, i regolamenti e i decreti attuativi, modulano in corsa - frenetica - le previsioni, ampiamente interpretative, per consentire alle imprese di ristrutturarsi senza più ricorre alla cassa integrazione straordinaria e agli esodi, perché i soldi sono finiti. I sindacati, ai loro maggiori livelli, godono di un'illustrazione di principio ( così imparano a firmare troppi accordi quadro ) che durano al massimo un'ora. Lo sciopero di due venerdì or sono non era né politico, nè rivendicativo, bensì solo dimostrativo, ridotto al rango itinerante e circense di Buffalo Bill, dopo gli ultimi fasti del Circo Massimo.
La mafiosità.
C'è una mafiosità minore ma pervasiva, in questo paese ipocritamente cattolico e controriformista negli atti. E' una mafiosità ambientale, professionale o più banalmente lavorativa, familiare e familistica. Su di essa si basano le appartenenze e, sulle appartenenze, le carriere. Il diritto è osteggiato, su di esso prevale la prassi, il costume il cui corollario è la moralità dietro cui nacondersi. In questo modo, i termini reali delle questioni vengono rivoltati contro chi ne denuncia i sempre travisati fatti e comportamenti, fino ad addurre progressive esigenze "morali" a giustificazione di status convenzionali, su cui basare il tentativo di risistemarsi in luoghi acconci al proprio comodo, paludato da necessità. Coloro che osteggiano, con gesti concreti questi atteggiamenti, ne disvelano la doppiezza utilitaristica, ne contrastano giudiziariamente gli atti, si fanno ingenuamente promotori di un'analisi empirica in contesti di vieto e complice conformismo, vengono sottoposti ad un sistematico attacco stressogeno e minacciati con pretese grettamente personali, solo quando verità anche a lungo ignorate e tralasciate, possono rischiarare un metodo costante di approccio ambiguo e dissimulato agli eventi che si vogliono sollecitare. La mafiosità è nei favori che si vogliono "solidalmente" ottenere e nella collaborativa conservazione degli assetti che ne possono assicurare la perpetuazione. La mafiosità sposa ogni variazione, anche quelle apparentemente rivoluzionarie e le riconduce al costume abitudinario. La mafiosità esclude dalle prassi sociali, collanti del reciproco, remoto riconoscimento, isola per colpire e riaffermare il conformismo delle apparenze. La mafiosità è, ovviamente, negata.
La mafia con la quale conviviamo, anche noi che mafiosi non siamo.
Lo Voi, anzichè Lo Forte o Lari, a capo della Procura di Palermo, avverosia, l'unico fra i tre a non aver firmato la petizione contro la mafia dopo le stragi che coinvolsero anche Falcone e Borsellino. Anche, perché non erano minori le vite di chi morì per loro e insieme a loro. Ha quindi prevalso - e non è la prima volta - la scelta "al di fuori della realtà", della figura più conformista e protocollare del sistema giudiziario. La nomina è stata effettuata dal Consiglio superiore della magistratuta, attraverso il quale, i giudici si gestiscono - loro dicono si autogovernano - e dove, in base ai dosaggi ed alle influenze della politica ( quanto pesante è stata nella decisione, quella siciliana e contigua? ), si viene investiti di un carisma che non influenza, per ora, le carriere ordinarie, ma seleziona l'azione giudiziaria in base alle esigenze degli equilibri di potere. I due esclusi e dileggiati di fatto, sono fra coloro che hanno chiamato a deporre il Presidente delle larghe intese, Napolitano, che, apparentemente, ha fatto buon viso a cattivo gioco, ma in pratica ha borbonicamente e dittatorialmente osteggiato quello che in qualsiasi paese evoluto è un atto semplice e consequenziale. Con lui a capo del Consiglio, che speranze potevano avere i due magistrati antimafia, ancora una volta, esclusi. Si continua di fatto a delegittimare un lavoro esposto, se ne isolano i protagonisti che sono - bisogna prenderne atto - degli illuministi fuori contesto, perché della mafia tutti si servono e tutti ne tutelano i ranghi: tutti coloro che nel notabilato locale e nazionale contano e che hanno bisogno dei suoi buoni uffici, tanto che anche le più alte cariche ne sono "realisticamente" condizionate. I magistarti messi ai margini dovranno continuare il loro lavoro, insieme alla scorta, ma privi di solidarietà istituzionale. D'altra parte è sempre stato così; è lapalissiano, ma i più non se ne curano ed alcuni fanno finta di non accorgersene.
sabato 20 dicembre 2014
Sur les quais de la Seine.
La letteratura di Patrik Modiano, ennesimo premio Nobel letterario della Francia esistenzialista, contiene e illustra esclusivamente dei rimandi maturi della vita dei personaggi, verso una nebbiosa origine, nella quale avvertire - non ricercare, perché l'introspezione manca, è subito oggetto di rinuncia - la genesi delle paure e delle incertezze che collegano e intersecano le esistenze di persone, che per questa affinità inconscia, si trovano e si sedimentano nei reciproci rapporti, ma come in una fascia mediana, di incomprensione, di ricerca, che sa di non avere possibilità di approfondimento eppure di comunanza. Cercare nelle origini di Modiano i prodromi, gli archetipi della sua letteratura, è un processo tanto scontato, quanto improduttivo. Modiano ha dalla sua una storia familiare, nella quale il padre, ebreo di origine italiana, per salvare la buccia e per barcamenarsi durante l'occupazione nazista ed il governo lepainista, condusse un'ambigua e, a sua volta inaccertabile e, quindi, neppur certa collaborazione con gli occupanti e i loro manutengoli. Nell'opera di Modiano le esistenze sono parallele, diacroniche, venate di paure; Il nemico, il persecutore si è rivelato almeno una volta, ma di quella volta gli elementi sono rimossi. Potrebbe però riappalesarsi, perchè la nostra vita, etologicamente e, per noi umani, culturalmente, si accompagna, senza riconoscerlo, con ogni potenziale nemico, da temere, alla luce di un'esperienza remota, di una condizione pericolosa e periclitante, di una solo ipotesi suggestionante che può improvvisamente diventare reale. Si tratta forse di una sensazione illuminante e terrificante, screziata dalla luce fioca dei primordi; si accompagna alle finzioni ed alle ostentazioni, alle insinuazioni della vita di relazione. Le opere restano incompiute, il timore inibitorio di una forza preponderante, subdola e malefica, ma dissimulata, determina le vite. Non si tratta di una modello politico dittatoriale, di un sistema ideologico mortificante, di un obiettivo competitivo e alieno, del demonio al potere e che aleggia sul mondo. E' l'ambiguità di esistenze non ben definite, di stati sociali e professionali vaghi e forse estranei all'identità interiore. Così come è certamente la conferma di una scuola narrativa che dal cinema alla letteratura, al teatro ha fatto scuola e che corrisponde, nelle latebre del profondo, alle nebbie urbane e di paese. Non lo conoscevo. E' un ottimo scrittore, statico ed evanescente come tutta la migliore arte espressiva francese.
martedì 16 dicembre 2014
Simmetriche asimmetrie.
Ci sono guerre simmetriche che si combattono con i droni e con il terrorismo, fra le coalizioni ( secondo interesse ) dell'occidente e l'islamismo non istituzionale, con l'eccezione di pochi paesi fondamentalisti, uno dei quali, l'Arabia Saudita, è alleato dei consumatori di petrolio, pur giocando su due tavoli. Sembra un'esemplificazione diplomatica dell'imperscrutabile - così si diceva - politica italiana durante la prima repubblica. Le guerre simmetriche - definite dalla stampa ufficiale asimmetriche - si conducono attraverso migrazioni continentali di eserciti ( come fece Bush in Iraq ) e colpi mirati sul territorio nemico, detti terroristici, ma che in realtà sono bellici, con i mezzi disponibili a questi combattenti ( definizione tecnica del diritto internazionale ). Così si replica a New York, a Londra, a Gerusalemme o a Sydney. L'asimmetria bellica si misura invece nella lotta intestina fra le diverse componenti "dell'esercito di Allah", che ora ha le vesti di Al Qaeda, ma conosce una crisi dopo l'uccisione del suo leader ed icona e domani del Califfato di Bagdad, che si contendono a suon di scoppi ( attentati) nel cuore dei Paesi "fratelli", la preminenza, il proselitismo e una montagna di soldi. In queste guerre asimmetriche, che si propongono di rovesciare o di influenzare la politica interna dei paesi arabi od islamici alleati degli americani. Le azioni sono condotte contro apparati degli Stati e dei regimi, ma anche contro simboli della società civile, rivelando - perchè io credo che sia vero - che nella barbara contesa, neppure l'esercito e la polizia risparmiano le famiglie, i figli degli oppositori politici, armati o ideologici che siano. Oggi, a Peshawar, è stata condotta un'azione kamikaze contro una scuola civile pakistana, da un commando suicida. Gli addetti all'informazione hanno poco dopo specificato che volevano rendere pan per focaccia a chi infieriva sui loro cari, fargliene provare il dolore. E' questa l'asimmetria che i ricercati o contrastati nuovi equilibri del potere portano nel corpo vivo delle nazioni, dividendole e mettendole in contrapposizione fra di loro, così come alterando i criteri della logica interpretativa, che vengono sostituiti dalla propaganda e i canoni della coscienza, che, almeno in occidente, sono stati sostituiti dalla "razionalità" degli interessi.
Riflussi di incompatibilità.
Ventisette giornalisti sono stati arrestati in Turchia dalla polizia del neo-presidente Erdogan, già primo ministro da undici anni, durante i quali ha sistematicamente creato le condizioni per fondare un potere personale, basato sul sentimento islamico del popolo, non toccato dalla modernizzazione imposta da Ataturk prima e, in nome suo, con patenti contraddizioni, dai militari, che deponevano, Costituzione alla mano, tutti coloro che tentavano di riportare il grande paese ai suoi fondamenti religiosi. Fra gli arrestati figura anche il direttore del quotidiano più diffuso in Turchia, presso una platea non molto amplia di lettori, rispetto alla numerosa popolazione. L'informazione non allineata od ostile al presidente è stata decapitata con un colpo di mano, che priva l'opinione più avveduta di un apporto critico all'operato, in progress dittatoriale di Erdogan. Come se non bastasse ed avanzasse, sono stati inquisiti preventivamente alcuni esponenti della magistratura che si ritengono non corrivi al "nuovo" corso autoritario e, addirittura, sono stati epurati, sempre tramite lo strumento della messa in stato d'accusa, alcuni settori della polizia. Mentre si pratica un colpo di Stato si accusano le vittime di meditarne un altro, di "tradire i nostri principi", sostituendoli e anteponendoli al diritto. Una prova più evidente di questa delle intenzioni isolazioniste e dittatoriali, sia pur perseguite attraverso plebiscitarie elezioni, alle quali si oppongono solo le voci critiche della cultura, per definizione prive di potere, non poteva darsi. Erdogan ha capito da tempo che l'europa che conta non lo vuole fra i piedi, che la Turchia, non più baluardo di frontiera contro l'Unione sovietica, può al massimo aspirare ad una leadership regionale, scontando però la non arabicità della sua nazione, ma potendo mettere in campo un esercito tutt'ora di primissimo ordine. Aveva tentato un ultimo approccio alla politica atlantica, stipulando uno strano patto di collaborazione militare con Israele, poi, non è chiaro se per condizione o per calcolo, si è posto in alternativa allo Stato ebraico ( secondo la nuova disposizione fondamentale della Costituzione dello Stato sionista )senza scalfire il suo isolamento di fatto. Tutto questo congiura nel senso di un arroccamento di potere basato sul consenso sentimentale della pancia della Turchia e riposa su una condizione economica stabile nelle aree vive del Paese e tradizionalmente povera, ma culturalmente accettata con fatalismo, in tutte le altre. Perché non faccia la fine - ancorché più attenuata - dell'Iran, è necessario che la società civile delle città storiche e dotate di dinamica sociale ed industriale, facciano sentire "sanguinosamente" la propria contrarietà, fino a provocare la caduta "dell'ultimo dittatore", anche se la Turchia, per come si è appalesata e per come è nelle sue latebre profonde, non può aspirare a far parte né della comunità occidentale, nè, tanto meno, di quella europea.
Tragedie e buffonate.
In Pakistan, dove non si celebra il Natale, se non nella forma dell'omaggio coranico ad un Profeta, Gesù, che Maometto ha inserito nel Pantheon della sua scopiazzata dottrina, tratta dai primi quattro libri dell'Antico Testamento ebraico, si è consumato un altro atto della lotta fra le fazioni dei fondamentalisti, per catalizzare, con la scusa della lotta all'occidente,la guida del movimento dei potenziali kamikaze. Nella ricorrenza della nascita del Profeta minore Gesù, si pratica una sorta di appropriazione del contributo alla "testimonianza" dei Santi del cattolicesimo, una specie di conformismo di costume ai buoni canoni del Corano. Vigono anche nelle cerimonie sociali delle classi economiche dominanti e delle loro false adesioni all'oggettività del ben pensare. Gli islamisti lamentano che anche i loro bambini, anche le loro famiglie, sono distrutte dall'esercito filo-occientale ( con molte crepe anche negli alti vertici ), che li controlla e li reprime e io penso che dicano il vero. L'episodio, comunque incivile, come incivile deve essere la repressione nei loro confronti, è una replica dell'eccidio di Beslan in Russia, all'apertura dell'anno scolastico e assomiglia alla "rappresentazione" tragica dei Ceceni in un teatro moscovita. Sul piano della verità "accertata", hanno ragione gli "ortodossi"; sul piano della "giustizia", le ingiustizie si equivalgono, ma, senza la reazione salica, la ritorsione, sarebbero a senso unico, contro chi si opponesse solo con la forza della parola o con l'azione mirata, politicamente incisiva. Ma, in quei contesti e, al livello delle primitive sensibilità sociali, anche in ogni altro, l'occhio per occhio, non risparmia neppure i futuri nemici e li uccide nella culla.
Il pampa-Papa, scrive Beppe Grillo, ha ricevuto Balotelli, ma si è rifiutato per due volte di ricevere il Dalai Lama, che ha invece accettato di incontrare il comico genovese. E' stata una decisione gesuitica. Sono d'accordo con lui. Questo Papa è ambiguo, show-men, come il Santo subito.
Napolitano non è un santo, ma un politico realista, tanto realista da mettere la sordina alle minoranze e a sostenere un governicchio di pura subordinazione ai poteri brussellesi. Dopo l'ossequio all'Unione sovietica, il "servabo" all'europa dei ragionieri, un'altra forma insensibile di dittatura.
La Corte di gisutiza del Kerala, in India, ha rigettato le "ragioni" dei due Rambo di marina e ha fatto bene. Il Presidente delle larghe intese è contrariato, i Marò soffrono con "italiana dignità". Resta il fatto che hanno fatto il tiro a segno su di una bagnarola di pescatori disarmati e che la "dignità" è l'ultima risorsa che gli è rimasta per l'irrilevanza politica dell'Italia e sulla prevalenza dei contratti su principi sbandierati e non creduti.
lunedì 15 dicembre 2014
Istantanee fredde.
Alcuni flash, da regioni remote, hanno caratterizzato la giornata odierna; il sequestro di golosi avventori di un emporio Lindt a Sydney e la sparatoria che ne è seguita, che ha visto quattro feriti e due morti: un ostaggio e il sequestratore. E' la seconda manifestazione di guerra decentrata, in tre settimane, portata dagli islamisti nel territorio delle potenze ostili, ancorché apparentemente estranee alle dinamiche delle loro regioni. In realtà, gi australiani partecipano a tutte le iniziative belliche nord americane, fin dalla seconda guerra mondiale, assieme, oggigiorno, con i più strampalati e nuovi alleati degli Stati Uniti. A conferma di questo asse, testimonia l'intervento in loco di un reparto di marines, addestrati alla reazione contro il terrorismo. Per quel che riguarda la popolarità degli australiani presso gli islamici, posso testimoniare dell'attentato devastante che colpi la "loro" spiaggia, in Indonesia, proprio quando stavo per visitarla, durante un mio soggiorno. La guerra simmetrica, non asimmetrica come si dice, continua e gli islamisti la portano in partibus infidelium, tramite i loro residenti sui territori "nemici", risvegliati dal loro "sonno" dalla Jihad, in ogni parte del mondo. Giulietto Chiesa, inviato speciale della Stampa e dell'Unità, è stato arrestato in Estonia, dopo aver partecipato ad un convegno sulla "Russia, nemica dell'Europa?" Oggi si sarebbe dovuto spostare a Mosca. Cosa avrà detto Giulietto Chiesa? Che"l'alternativa c'è", come va predicando e soprattutto illustrando sul suo blog? E' probabile. Quando sarà liberato - spero - potrà ragguagliarci con la consueta ricchezza d'analisi. Ma l'arresto, se non è sostenuto da un'ipotesi spionistica fondata - come, per certi versi, per quanto lo ritenga improbabile, non mi sento di escludere del tutto - il suo arresto sarebbe da ascrivere all'involuzione post democratica di paesi satelliti, non importa di chi, timorosi anche dell'analisi, esposta in ogni dove con franchezza, di un giornalista. di un giornalista di grande esperienza. Come se non bastasse, ieri, il neo sultano confessionale Erdogan, ha fatto mettere in vincoli numerosi giornalisti che, "corrotti" dal senso occidentale per la libertà di espressione, lo avevano sistematicamente criticato. Erdogan che sfrutta il modernismo di pochi grandi centri turchi ed un'evoluzione tecnocratica - soprattutto di Istanbul - fonda invece il suo ormai lunghissimo potere sulla pancia borbottante del popolo devoto, in una nuova versione del feudalesimo politico, civile e sociale. La Turchia non può e non deve poter aderire alla Unione europea; il suo sentimento profondo è troppo diverso e lontano dai principi della razionalità su cui dovrebbe basarsi la nostra civiltà, antropologicamente diversa. Il pampa-Papa stesso, sia pur sul versante religioso e culturale, lo ha riaffermato, inchinandosi, mentre lo abbracciava, al Metropolita Atanasio, metropolita cristiano di rito orientale e tenendo la testa ben eretta, durante il colloquio con il sultano, pur non essendo - credo - un seguace del laicista Kemal Ataturk, a sottolineare un'alterità nei confronti di una grande potenza territoriale, avvertita, però, come potenzialmente ostile.
Private prospettive.
In questi giorni e segnatamente la domenica, le famigliole accompagnano i loro figlioli in visita illustrativa alle scuole superiori di ogni indirizzo. La visita orientativa è obbligatoria; si tratta dell'ultimo elemento pubblico nell'indirizzo scolastico e si qualifica con una pretesa vagamente autoritaria. L'ingiunzione si spiega, poco dopo, con il marcato atteggiamento pubblicitario dei diversi istituti per le materie che vi vengono insegnate, all'insegna della didattica champagne, delle più immaginifiche prospettive occupazionali o delle più sofisticate ipotesi formative. Che c'entra tutto ciò con la scuola pubblica? Niente, se non si trattasse di una tentativo strisciante di sottrarsi alunni, selezionandoli, come è sempre avvenuto, fra le diverse classi sociali, enfatizzando i propri immaginari contenuti che si tradurranno in seguito nella normale applicazione allo studio, secondo attitudini e possibilità economiche delle famiglie. In modo opaco, traspare comunque il disegno implicito di privatizzare l'istruzione successiva alla scuola dell'obbligo; oggi si visitano le tradizionali opzioni didattiche, con qualche ibridazione, qualche sperimentazione di gran nome e incerte prospettive, anche contenutistiche, fra non molto si chiederà un contributo economico per questo o quell'insegnamento, poi per questa o quella scuola, fino alla loro completa separazione dal sostentamento economico ministeriale. In quest'ambito, si selezioneranno gli studenti secondo censo, senza smettere di demandare alle raccomandazioni il successo professionale. Da tempo, le Università sopravvivono di corsi di laurea inventati. di lauree brevi o con percorsi limitati agli esami a quiz, che hanno inquinato, in parte, anche le facoltà più accreditate. Questo è avvenuto perchè, da tempo, lo Stato ha abbandonato gli Istituti universitari alla loro autonomia, non più solo didattica, ma anche finanziaria e li ha costretti ad assumere contegni comici. Il numero dei laureati incolti e presuntuosi si è moltiplicato e poi inflazionato e la prospettiva descritta tende a radicalizzarsi. E' per altro implicito che le lauree più remunerative resteranno appannaggio degli eredi professionali, di famiglia in famiglia, mentre ai neofiti delle professioni saranno riservati "utili" ruoli subordinati, se non avranno la possibilità o l'opportunità di impiegarsi all'estero. Dalla "riforma" all'italiana non sortirà nessuna innovazione, tranne una: se volete studiare e, domani, curarvi, sarà necessario che sosteniate privatamente le spese relative.
Olimpici scenari.
L'Italia con le pezze al culo che forse l'anno prossimo conoscerà l'insediamento dei commissari europei, si scopre olimpica e si candida ad una manifestazione, non solo romanocentrica, ma genericamente nazionale, con particolare riguardo all'area centro-meridionale del Paese. Da Firenze a Napoli. Se non è un programma di insediamento e sedimentazione elettorale e clientelare, qualcuno dovrebbe rispiegarmi la storia recente della nazione e delle sue corrotte burocrazie, ma, d'altra parte, chi ritenesse di fare il restyling di Firenze, Roma e Napoli, con i soli fondi dell'agonismo mondiale, dovrebbe fare i conti con la realtà. Ma la realtà viene gonfiata, deformata, sottovalutata e irrisa in nome di una nuova rinascita littoria ed affaristica. Il bolso e ignorantissimo toscanello proietta in un futuro lontano il balsamo per una divaricazione sociale che, per quell'epoca, sarà assodata e spera - non senza fondamento - di donar svago ai reietti, appalti alla mafia e agli affaristi riuniti in cosche, anziché nei Rotary club, di incrementare il turismo in alcune città d'arte. Questo è l'unico obiettivo perseguibile. Non è detto che l'organizzazione dei Giochi porti beneficio all'economia: in Corea del sud e in Grecia, ha aggiunto debiti ai debiti, probabilmente anche a causa delle tangenti corruttive. Possiamo seriamente pensare che da noi possa andare diversamente? Potremmo invece seriamente pensare che l'indizione dei Giochi serva a rifinanziare i comitati d'affari improvvidamente scoperti da una magistratura risvegliatasi o attiva ed efficace secondo imput e squilibri istituzionali da riequilibrare. Soprattutto, in questi termini, quella romana. Dopo l'Expo' a Milano, che fine più grigia ed ingloriosa non poteva fare, coniugando l'industriosità meneghina con la finanza mafiosa, entrambe a braccetto ed internazionali, il nord resterebbe escluso dall'olimpicità nazionale, ma anche il sud più periferico, rappresentato dalla Puglia e dalla malandata Calabria, dove gli sport marittimi potrebbero trovare una felice espressione, sempre che, durante le gare, non vengano aperte le chiuse delle fogne a mare. La Sardegna è stata citata, fra le regioni da coinvolgere, la Sicilia no. Probabilmente le regate si svolgerebbero in Costa Smeralda, mentre la mafia con pedigree sarà, da Roma, nei punti strategici di tutta l'organizzazione. Il fantasioso Renzie stimola la fantasia, me ne rendo conto. Se ci sarò, però, andrò a rivedermi queste note, per verificare se, alla luce di una piccola, ma documentata esperienza delle simil strategie politiche di questo trasandato Paese, non ci avrò azzeccato. Olimpiadi o non Olimpiadi, in un lontano futuro, mi risulta chiara, invece, la pericolosa sub-cultura di questo cretinotto, che, non per particolare acume machiavellico, ma per personale adesione alla cultura dei cori da stadio, sta menando per il naso un'Italia complice e, come sempre, imbelle.
domenica 14 dicembre 2014
L'intramontabilità dello strozzino.
Passano gli anni e le ere storiche, ma lo strozzino non conosce crisi, la sua figura non incappa nella desuetudine, non è rottamabile. Lo dimostrano, per l'ultima volta, i dati ufficiali del 2013, editi in questi giorni. Esulo dai dati statistici, dai raffronti intraregionali e interregionali, per rilevare pochi dati che mi hanno colpito. Questa ennesima crisi finanziaria ha trascinato impiegati e pensionati nelle mani degli strozzini, strozzini che si trovano anche nei loro reparti di lavoro, di solito in posizione apicale, intendendosi per apicale quella di un semplice capo-reparto. Un solo cenno locale: la regione Emilia-Romagna, la mia, ha conosciuto un incremento dell'indebitamento usurario del 200% rispetto alla rilevazione del 2012. L'ex ceto medio, cancellato o in via di cancellazione dalla carta assorbente dello Stato a sua volta indebitato fino alle orecchie, è sotto usura. Gli stipendiati sono attualmente il 52% dei denuncianti uno stato di asservimento dal quale non riescono più ad uscire, ma il fenomeno della riduzione in schiavitù da strozzinaggio resta, per la maggior parte dei casi, ignoto. La cause accertate dell'ingigantirsi del fenomeno, pur molteplici, trovano il loro punto di sintesi nell'indebitamento tramite finanziarie, maschere delle banche che, nella loro veste, negano il credito o non lo replicano. Codeste fianziarie concedono un ulteriore finanziamento ai già debitori inserendo nelle clausole contrattuali, l'eventuale rivalsa sul tfr del richiedente. Applicano tassi medi del 10%. Storicamente, i soggetti più tartassati dall'usura sono i piccoli imprenditori, che spesso si adagiano direttamente o dopo il filtraggio dell'usuraio privato, sulla criminalità organizzata, che, spesso, assume la gestione dell'impresa, lasciando al deprivato la mera gestione. Quando si giunge alla denuncia si è preso atto che l'indebitamento progressivo non ha apportato nessuna inversione di tendenza alla propria crisi, ma che l'ha trasformata in uno sfacelo. Dopo, col supporto della polizia o dei carabinieri, è necessario cambiare residenza, andare al confino, come i mafiosi, i collaboratori di giustizia, i pentiti del terrorismo, perchè, in conseguenza ed a scopo esemplare, la propria sorte è segnata. Il fenomeno è in lievitazione soprattutto al nord, dove camorra e n'drangheta hanno focalizzato le loro attività di raccolta e di impiego. Gli emissari o i fiduciari dei clan scontano anticipatamente gli assegni postdatati con i quali molti imprenditori e commerciamti vengono pagati, ma se l'assegno continua a non essere esigibile anche dopo la data indicata, allora scattano gli interessi usurari. Il numero delle denunce resta basso perchè spesso le vittime sono persone che alimentano l'economia sommersa e, per questo, hanno delle remore a rivolgersi alle autorità. Nei verbali delle denunce sono contenuti i criteri di esigibilità dei crediti, esperiti dalle società di recupero, spesso costituite da pugili delle palestre di periferia, le ingiunzioni ultimative, pena la morte, propria e dei propri cari, spesso all'oscuro della situazione debitoria del padre. Gli usurai sono personaggi noti, sotto ipocrite mentite spoglie, che un certo "mileu" finge di ignorare e gli approcci sono cordiali, amichevoli, ma i commercianti e i piccoli imprenditori che gli si rivolgono sono complici e consapevoli. Da amiconi, i creditori si trasformano in braccatori. Gli esercitanti una attività economica non sono i soli co-protagonisti del fenomeno; una buona parte è costituita dai cultori delle apparenze e, soprattutto, da coloro che "perseguono" il "potere" sociale e personale attraverso le cose, attraverso uno spostamento cognitivo, indotto dagli archetipi vigenti, materiali e grevi. "Io conto, perché faccio queste cose".
L'esigenza di status, il timore dello stigma di consimili imbecilli, li inducono a sovraindebitarsi ed a perderne il controllo. Le vittime degli strozzini, dunque, oltre ai soggetti affetti da compulsioni, come i giocatori d'azzardo - patologia che le innumerevoli sale da gioco stanno incrementando - sono spesso persone con un reddito fisso che immaginano di poter vivere una vita al di sopra delle proprie possibilità. Quando la realtà si palesa e non può più essere ingannata, si instaura un marcato senso di vergogna. Ci si sente umiliati dal fatto che altri conoscano la nostra situazione economica; non si vuole che si sappia che si hanno montagne di debiti con dei criminali. Eppure, l'Italia, almeno dagli anni '60 in poi, è stata considerata una società risparmiosa, morigerata, familiarmente prospettica. Questo modello, dall'inizio degli anni '80 è andato in frantumi, è stato un effetto di riflesso dello yuppismo, baluginante e infondato. Oggi, accanto alla tragedia di commercianti, artigiani e piccoli industriali, appare un fenomeno spaventoso per la tenuta sociale: l'indebitamento crescente delle famiglie, indotta solo in parte dalle difficoltà quotidiane e di prospettiva. Lo si voglia ammettere o non, l'assunzione di uno stile di vita ultratrentennale e orizzontale di iperconsumismo, fondato sul debito, ha provocato la situazione fotografata e il venir meno di una possibilità di sostentamento e potenziale incremento del debito stesso, attraverso una finanza semipubblica o orientata dal pubblico, anzichè dalla pubblicità, ci lascia una declinazione al contrario del miraggio di uno stile di vita più ricco. Eppure, la superficialità compensativa aumenta: di fronte agli Store di vendita dell'IPhone6, ad appena un anno dalla produzione del 5 e per contrastare la diffusione di un omologo modello Samsung, in fila, c'erano extracomunitari e persone visibilmente dimesse, insieme ai soliti studenti ( tutti di famiglie benestanti? ) e "uomini e donne tcnologici". La spesa non li spaventava; i commessi, in maglietta e pantaloni blu, li applaudivano all'ingresso mattutino, tutti scartuffati per la notte all'addiaccio. Ebbene, dalle denunce risulta che diversi di loro si erano indebitati per lo smartphone o, in alternativa, per una TV al plasma. Vivere a debito dà dipendenza, diventa un deformante stile di vita, serve a rimuovere che, prima dell'arrivo della tempesta, l'illusione di uno stile di vita ha messo in ginocchio tante persone, seppellendole sotto una montagna di debiti. Un'illusione indotta dalla politica clientelare della prima repubblica. Il debito ha preso il posto del risparmio, ha trainato un'espansione di consumi senza criterio. La dimensione finanziaria dell'esistenza è sempre più rilevante, se non decisiva, eppure la conoscenza dell' A B C della finanza è assai poco diffusa. Un tempo occorreva saper leggere, scrivere e far di conto; oggi bisogna aggiungere la necessità di "saper leggere i conti".
mercoledì 10 dicembre 2014
Simulacri.
I lavoratori sono nelle mani sbagliate. La CGIL concerta da troppo tempo, e ormai insopportabilmente, con questo Partito Democratico, palesemente immolato alla causa del liberismo neocapitalistico. Un partito al governo che, con le sue proposte di riforma – costituzionale, elettorale, jobs act, riforma della scuola – procede per sottrazione e rarefazione: dei diritti dei cittadini, dei diritti dei lavoratori e anche del diritto allo studio, definitivamente superato, dopo essere stato messo a dura prova dalle neghittosità di troppi docenti e dall'eccessivo affollamento delle aule.
Oggi, contro questo partito e contro questo governo, la CGIL si muove in ritardo e, soprattutto, con troppe contraddizioni per essere credibile, ostentando una contrapposizione, che interpreta il pirandelliano ‘gioco delle parti’. Chiama i lavoratori ad uno sciopero generale mentre i suoi iscritti deputati e senatori, già figure apicali del sindacato, hanno votato a favore del Jobs act, la legge delega di riforma del mercato del lavoro approvata dal Parlamento in via definitiva. Chiama i lavoratori ad uno sciopero generale dopo aver firmato accordi interconfederali con Confindustria contro la democrazia della rappresentanza sindacale.
Chiama i lavoratori ad uno sciopero generale dopo aver tacitato, anche con la violenza, tutte le voci interne di dissenso e di critica. Chiama i lavoratori ad uno sciopero generale dopo aver acconsentito in silenzio a una delle peggiori riforme pensionistiche nel panorama europeo e realizzato la prima, incivile, modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti - che più non sono - dei Lavoratori. Chiama i lavoratori ad uno sciopero generale dopo essere stata minacciata dalla supponenza e tracotanza asfaltatrice del premier, che, da par suo, millanta l’ascolto ma rifiuta ogni interlocuzione.
Concordo pienamente con chi dice che “il sindacato è un’altra cosa”. Mi chiedo perché tanti militanti e alcuni dirigenti, emarginati e umiliati perché legittimamente critici, stiano ancora in quel sindacato.
Ma non si illuda, venerdì 12 dicembre, la CGIL. I lavoratori che sciopereranno non staranno in piazza a difendere la sua rappresentatività di corpo intermedio e quel ruolo antagonistico-competitivo che finge di voler recuperare ma che non sembra più neppure in grado di adombrare. Né sfileranno come utili idioti al seguito di burocrati e segretari oggi liquidati da un governo rottamatore dopo anni di onorata carriera al fianco del suo partito di maggioranza.
Siamo a un punto critico di rottura degli equilibri sociali, frutto avvelenato della precarizzazione coatta della vita sociale, dello sgomento e della rabbia di cittadini che non hanno più scuole e università semi-gratuite e per tutti, che non hanno più la garanzia di un servizio sanitario nazionale, che non hanno più trasporti pubblici adeguati, che non hanno più lavoro e stipendi sicuri, che sono sviliti nella loro dignità di persone. Non si illuda la CGIL di riconquistare in un giorno la legittimità perduta in tanti anni di intollerabile acquiescenza alle politiche di tagli draconiani e cancellazione dei diritti imposte agli italiani con la complicità dell’assordante silenzio dei suoi dirigenti che, in quegli stessi anni, preferivano adoperarsi per ridurre all’impotenza i sindacati di base e per garantirsi uno stipendio e una pensione da parlamentari.
Se tutto quello che la CGIL oggi riesce a formulare – mentre assistiamo attoniti allo smantellamento da parte del Partito Democratico di decenni di conquiste democratiche sancite dalla nostra Costituzione – è il debolissimo e insignificante slogan “Così non va”, neppure accompagnato dalla forza prorompente di una manifestazione nazionale a Roma, allora significa che la CGIL dei lavoratori è finita, ed è finita perché la servitù politica volontaria, troppo a lungo esercitata, ha consumato ed eroso ogni sua capacità di svolgere il proprio mandato.
Sgradevolezze.
Il presidente degli elusori fiscali, che ora presiede la Commissione europea, prende a intimidire i paesi riottosi: Italia e Francia. Li vuole costringere ad un ancor più brusco ridimensionamento, a favore della Germania di cui il suo Lussemburgo è un satellite finanziario e degli evasori di tutti i paesi "pigs", proprio per questo - anche se non solo - nella condizione di essere sbertucciati da un ricco arrogante. La Ferrari, sotto la presidenza di Marchionne, potrebbe intanto scegliersi una sede all'estero, in uno Stato disposto a concederle dei benefici fiscali, ad immagine e somiglianza del suo presidente. La casa madre ha già provveduto, abbandonando il paese che l'aveva fatta ingrossare e la città dei primigeni primati italiani, dal trasporto su gomma ( eccessivo ) alla televisione. La mamma del piccolo ragusano si difende come tutti gli accusati di questi ultimi tempi: negando, negando, negando. Entra in carcere accolta dalle grida bestiali e beote delle altre detenute che applicano al crimine, di cui sono a lor volta protagoniste, dei canoni morali intrinseci ad un mondo popolare ignorantissimo emotivo e violento. I loro latrati sono inammissibili: la mamma del piccolo ucciso sconterà la sua pena se sarà riconosciuta colpevole; le altre pensino ai fatti loro. Lo Stato è imbelle quando non complice, almeno al livello dei secondini. A proposito di secondini, a Varese ne sono stati arrestati quattro o cinque per aver favorito l'evasione di pregiudicati romeni in cambio di denaro e per averli favoriti, in precedenza, attraverso il possesso di telefoni cellulari all'interno del carcere. Glieli portavno delle connazionali, occultandoli nella vagina: mettevano il vibra-call e i reclusi telefonavano in continuazione. Un'altra operazione dei carabinieri ha portato all'arresto di sessantuno persone in Umbria: tutti n'dranghetisti. Queste operazioni intaccano ma non contrastano sistematicamente, giorno per giorno, la colonizzazione criminale di tutta l'Italia da parte della mafia calabrese; che fine ha fatto Cosa nostra? Secondo alcuni conoscenti siciliani, palermitani per l'esattezza, da tempo si dedica ai grandi affari e lo fa con uno stile più distaccato, tanto è vero che ha smesso di esercitare la supplenza dell'ordine pubblico nel capoluogo siciliano, dove il furto dei motorini è ridiventato il micro-business dei carusi: la presenza sul territorio della polizia non è più suscettibile di intralciare l'attività mafiosa. Insomma, a quali ulteriori sgradevoli conseguenze e per chi concretamente, allude Junker?
martedì 9 dicembre 2014
Scenari e scenografie.
La Camusso va allo sciopero generale, perseguendo obiettivi generici. Quindi coltiva una riserva mentale. Ma come? L'ha detto chiaramente: si oppone al job's act. Anche la UIL, appena cambiato il segretario, sembra cambiare politica. La CISL ha già scioperato da sola nei ministeri romani e in tutti gli ambiti impiegatizi della pubblica amministrazione. Secondo me si oppongono, ciascuno per conto suo, all'accantonamento delle e dalle trattative su ogni provvedimento legislativo riguardante l'economia e coinvolgente il lavoro. Si accontenterebbero di una convocazione a posteriori, di una sessione dei lavori governativi a loro riservata, come anche Monti accordò loro. Paghi di questo, non spesero un'ora di sciopero contro l'abnorme allungamento dell'età pensionabile, tacquero e accettarono, anche a costo di lasciare senza reddito l'ultima sfornata di esodati, presi in giro con sorrisi sfacciati dalla stessa Camusso, ripresa a negare l'evidenza che le veniva rinfacciata, durante un servizio televisivo. Suonarono solo la grancassa, esclusivamente sugli esodati, ma non fecero seguire al rullar di tamburi, nessuna iniziativa. La CGIL, in particolare, vorrebbe rinegoziare la sua "codeterminazione" in prospettiva europea, contando, per questa via. di riassemblare l'unitarietà subordinante con e per CISL e UIL. Un altro tentativo di collateralismo, dal quale i lavoratori trarrebbero solo altri sacrifici. Nel frattempo, la CISL ha prontamente provveduto a prestarlo da sé e, finalmente libera da vincoli uniformanti, si tiene alla larga da ingaggi "unitari", con i quali storicamente la CGIL ha cercato di tenere al guinzaglio le altre confederazioni. Oggi tenta un rilancio della concertazione spostando l'ottica in campo comunitario e offrendo i suoi buoni uffici ad una pseudo sinistra ormai saldamente in mano ai democristiani. Io non dimentico che, quando una Fornero qualsiasi aumentò l'età pensionabile, nessuno mosse un muscolo, tutti abbozzarono, anzi omisero, CGIL compresa. Ormai, la tattica sindacale mostra la corda, è interpretabile anche dai più disattenti, non ha più contenuti concreti a cui applicarsi. Tenta infatti una supplenza della politica, non in campo economico, come ha fatto per più di vent'anni, ma ad ampio spettro, cercando di rappattumare tutto quanto è tracimato dal suo alveo, senza che, però, il governo mostri di apprezzare l'offerta implicita di collaborazione. Senza più approdi e sponde politiche, senza un'attività produttiva che mantenga stabile una consistente forza-lavoro, la CGIL gira a vuoto e rischia di perdere la sua leadership. E' schiacciata fra una forma di rappresentanza conservatrice - dalla quale teme di venire sacrificata la UIL - e una sinistra vecchia come il cucco, ma che ricomincia da capo e che non la riconosce più, mutata da una troppo lunga e dispersiva marcia a fianco delle istituzioni. Una sinistra che ricorda tanti espulsi dalle file del PCI, del sindacato stesso, a sua volta immemore o ignorante di questa affinità. Se in Grecia vincerà Syriza - già etichettata come sinistra estrema dai media conservatori - la rappresentanza della società minore prenderà un vessillo diverso e la rottamazione di Renzie, di cui non parla più, sarà una prospettiva superata.
lunedì 8 dicembre 2014
Divinità creatrici decadute.
Il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo & Roberto Casaleggio è contestato dall'interno. E' inevitabile che sia accaduto, per il numero abnorme di accantonamenti in corsa, di licenziamenti post art. 18. E' vero che Grillo aveva definito i deputati "i nostri dipendenti", ma adesso deve prendere atto che reclamano i diritti sindacali minimi: quelli previsti dalla Costituzione. Sullo spessore culturale e politico degli esponenti grillini è lecito nutrire dei dubbi: possono essere dei generosi o degli opportunisti, ma certamente mal sopportano la dittaura on-line di un capo che non può trarre, come loro, dei vantaggi dalla posizione che gli ha creato, vendendo la sua immagine, perché interdetto a vita dai pubblici uffici. Una sentenza ben più dura di quella comminata a Berlusconi, per un incidente stradale colposo. Senza il suo riferimento mediatico, il Movimento dei cittadini perde identità e rischia di diventare una federazione di comitatucci d'affari o di sparire nella melassa parlamentare. Qualunque impiegatuccio frustrato può sentirsi un oratore se non uno statista quando prende la parola alla Camera o al Senato, anziché in ufficio, dove, se lo fa, è più eterodiretto di un grillino. Nello stesso tempo, un deputato o un senatore rappresentano la nazione e non hanno vincolo di mandato. Sappiamo benissimo che non è così, ma almeno, il vincolo si limita alla tutela del proprio interesse nell'ambito del proprio "gruppo" e, in questa fase liquida, non sono ammessi parlamentari imbavagliati o con le mani legate dietro alla schiena, suscettibili di espulsione, come avveniva, anche per indegnità morale, nel vecchio P.C.I. Le creature si sono ribellate al creatore. Storie vecchie. Ora Grillo rischia di diventare solo partecipe della natura divina e che gli venga assegnata la veste del diavolo.
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