mercoledì 21 maggio 2014
Mettiamoci una zeppa.
In questo misero ed appaltato paese bisognerebbe non essere raggiunti dalla campagna elettorale per trovare una ragione per andare a votare. E' comunque evidente che il successo di Beppe Grillo è paventato dal PD e da Forza Italia-NCD, che insieme formano il Governo, come una zeppa demolitrice dell'opportunistica alleanza - si noti bene - vigente anche in Grecia, ridotta all'indigenza ed in Germania, comodamnte ricca e leader. Il gioco a chi la spara più grossa purtroppo influenza una larga parte del corpo elettorale, altrimenti i tre candidati principali non la userebbero in maniera tanto grottesca. La povertà della nostra politica commissariata è nei fatti, oltre che nelle parole. Il M5S è l'unica realtà politica, l'unica terza forza reale, in grado di sparigliare l'accoppiamento ferarum ritu fra i due principali schieramenti alternativi ( a destra si sono dati opportunistiche e spartitorie denominazioni, ma sono pronti a riappattumarsi ), che sono tanto poco alternativi da non poter rinunciare al prefisso Centro. La lista Tsipras è un vintage, per di più levantino, che offre come icona il leader di una Grecia alla fame, perfettamente inscritta nella tradizione più popolana della fu sinistra di classe. Un reducismo da sfigati, di età avanzata, tranne il suo rappresentante, che è la falsa immagine di nostalgie anacronistiche, proprio perché sorto, come per incantamento, da una vandalizzazione del suo Paese. Il fatto è che, a parte l'impotenza e l'inutilità del Parlamento europeo, la politica comunitaria, imposta ai Paesi più scassati, non è riformabile, senza il superamento dell'Europa così come è attualmente configurata nei trattati, in Italia neppur noti e indiscutibili. Un referendum si impone - una riforma in tal senso della Costituzione sarebbe auspicabile - e anche un'uscita pilotata dall'euro, piuttosto che continuare ad assistere con le mani in mano ad una crescente ed irrecuperabile macelleria sociale. Per questo, fosse anche destinato a durare un giorno, il M5S sarebbe contingentemente necessario a dare peso politico ai cittadini, non più rappresentati dopo il colpo di mano che ha messo in quarantena la democrazia.
sabato 17 maggio 2014
Le rigidità degli inetti in una realtà pericolosa.
Il complotto contro il legittimo Governo italiano, nel 2011, ci fu. Il colpo di Stato, una volta tanto, non fu ordito dai nord americani ( se volevano qualcosa di ancora più invasivo, per la vivida amicizia fra Berlusconi e Putin, ce lo dirà l'analisi storica..forse ,)ma dalla Germania.. post comunista e dalla Francia, con un Presidente in via di ripiegamento a vita privata. Il rialzo dei tassi di due punti, avrebbe provocato uno sprofondamento recessivo ed evidenziato le differenze storiche fra i principali redditi nazionali ( diverso il caso dei redditi regionali, nei quali la Lombardia primeggia, insieme ad altri land, sparpagliati, quà e là ). Vecchi arnesi della politica nazionale, comunista e democristiana, la compagna Merkel, che forse Napolitano non conosceva, ma di cui certamente conosceva i superiori, nel palinsesto della D.D.R., il vanesio e arruffone Sarkozy. Il direttorio europeo, che espellerà Papandreu III, in Grecia, per poterla commissariare, attraverso un Governo di larghe intese fra le due mafie, settentrionale e meridionale di quel Paese, decise che Berlusconi non poteva più rappresentarci, nonostante che fosse stato democraticamente (ri)eletto. Da allora, Monti, Letta e Renzi hanno occupato quella poltrona con un'ignavia conformistica alla perdita della sovranità nazionale, mentre il vetero-comunista-migliorista Giorgio Napolitano reggeva e regge il moccolo. Il Primo Ministro turco Erdogan, dopo aver lavorato ai fianco per più di dieci anni il modernizzato Stato di Kemal Atatutrk, si propone per la Presidenza della Repubblica, che, nelle sue mani, rischia di diventare una dissimulata repubblica islamica. Sarà pure stata una rivelazione giudiziaria a orologeria, ma la dimostrazione che l'industria turca sorta e rafforzatasi durante i suoi mandati, è tutta in mano agli esponenti del partito islamico che circondano e proteggono Erdogan, lo ha posto in una situazione di nervosismo. Di difficoltà no, perchè, credo, che il suo risultato (plebis)citario lo otterrà a prescindere e che le violente contestazioni che si sono rianimate in occasione della sepoltura ante mortem di tanti poveri minatori senza fama, siano moti di una minoritaria società laica, sovrastata da quella nazional-popolare sulla quale fonda il suo potere il despota potenziale. Costretto a rifugiarsi in un supermercato, durante la compagna elettorale, l'aspirante Presidente ha colpito con un pugno uno dei giovani che erano riusciti a seguirlo all'interno e ha profferito contro di lui un'espressione inquietante: "dove vai, specie di sperma d'Israele?". Euppure, tatticamente, la Turchia ed Israele, fino a pochi mesi fa, avevano stretto un patto di collaborazione militare. Il mondo vicino al nostro torna a farsi pericoloso, dopo che improvvidamente e improvvisamente si sono fatti saltare i tappi che soffocavano da cinquant'anni le contese storiche, anche quelle indigene. La globalizzazione ha tirato in ballo civiltà senza libertà che vivevano autosegregate e le ha rilanciate sul proscenio esplosivo, ad interagire in termini competitivamente regressivi. Nella nostra Europa neo-guglielmina, l'euro e la perdita della sovranità monetaria a favore della BCE, sono stati il punto di arrivo e non di partenza, di un apparato di accordi e decisioni che avevano un obiettivo dichiarato: accantonare e rendere poi impossibili le politiche economiche keynesiane, le uniche che si conoscano, capaci di mettere in circolo le vitamine della sostenibilità sociale. Si è voluto, dapprima surrettiziamente ed ora esplicitamente, imporre gli interessi della globalizzazione finanziaria e dei mercati, come vincoli insuperabili per gli Stati, ovviamente subordinandoli all'organizzazione ed al controllo, alla sanzione, dell'economia dominante nell'area. L'Europa non si è aperta ai mercati, ha prodotto solo una competitività indecente, al proprio interno: si è riprovincializzata. La moneta unica forte ha messo alla pari, forzosamente, economie che non lo erano affatto, disarticolandone la coesione, superando in un campo di competizione estrema, l'ipotizzata area di crescita comune. Le premesse non sono recenti ed anche allora trovarono nelle larghe intese o compromesso storico, che dir si voglia, la loro base costitutiva di un consenso estorto, di una conoscenza celata. Quando l'Italia aderì ( a cosa non aderisce l'Italia? )allo SME-Serpente ( definizione biblica )Monetario Europeo, gettò le basi per l'adesione alla moneta unica. Allora, la politica nazionale era ancora possibile. Il PCI si trovava in una para-coalizione con la DC e, fino ad allora, con la disciplina poco democratica che lo contraddistingueva, era stato fedele ai patti più dei democristiani, ma, nel 1979, Enrico Berlinguer rovesciò il tavolo, ruppe l'alleanza. Il PCI, già in crisi, decise di opporsi a quel trattato, analizzandone realisticamente le conseguenze per le classi che allora rappresentava. In Banca d'Italia furono rimossi giudiziariamente, il Governatore Baffi e il Direttore generale Sarcinelli, che avevano voluto rivalutare la lira ripetto al dollaro, per alleggerire la bolletta energetica e svalutarla verso il marco, per sostenere la produzione industriale. Baffi fu esplicito: con queste scelte non si sarebbero svalutati i salari. Fu anche l'unico Governatore a non demonizzare la scala mobile e il sistema di protezione sociale. Le motivazioni utilizzate contro la rigidità della moneta e contro il monetarismo, valgono ancora oggi. Varranno anche domani.
venerdì 16 maggio 2014
Promesse senza premesse.
Il dibattito pubblico in Italia e sull'Italia non è mai stato così vacuo e sconclusionato come oggi, dato che le deleghe inespresse sono state conferite ad una burocrazia aliena che, quando rallenta la sua frequenza d'intervento, lascia i vaniloqui a se stessi, alla loro perdita di senso. Intanto, il ripiegamento della società verso il particolare personale sta assumendo aspetti spiraliformi. Del grande dibattito civile, interrottosi, senza che ne fosse avvertita, per inerzia la mancanza, dai primi anni '80, si sono trascinate le ombre, dato che, per l'improvvisa mancanza di interlocutori, qualsiasi forma di confronto è stata cassata. Si è consumata la decimazione di una classe politica provinciale, involuta e corrotta, si è dato libero sfogo alle velleità imprenditoriali di qualsiasi capo-officina, si sono finanziate tutte le imprese più strampalate, per trarre da ognuna di esse cospicue mazzette personali ed ambientali. Il moralismo inane si alimentava di questa realtà, a tutti nota fin nei dettagli e da tutti trascurata, fino a che, con il venir meno degli equilibri polemici su cui su reggeva, una magistratura di rito ambrosiano, decise di scavare sotto la superficie di una banale mazzetta che il percettore non era riuscito a distruggere nel cesso. Lo ha fatto, lo ha dovuto fare, con un metodo intimidatorio e ricattatorio, che si è servito a tappeto della carcerazione preventiva per stimolare le confessioni risentite degli incarcerati che il sistema per il quale avevano lavorato, non era più in grado di trar fuori dai guai. Il revanscismo giudiziario non si è arenato, nonostante le secche verso le quali il ventennio berlusconiano ha cercato di condurlo e che, per ora, la sinistra finanziaria non è riuscita a condurre a più miti consigli, neanche con la minaccia di decurtazione delle lautissime prebende di cui i giudici beneficiano. La corruzione non è una eccezione patologica ad una vita civile ed economica seria, è invece il modus vivendi dell'economia, della politica e della publica amministrazione, a cui si accompagna un'evasione fiscale che, se recuperata, consentirebbe di creare un nuovo stato sociale per una nazione di nuova istituzione. Enrico Berlinguer, di cui decorrono, in questi giorni, i trent'anni dalla morte, predicava per l'Italia la questione morale e aveva ragione nel ravvisarvi la fonte principale della debolezza nazionale, della prepotenza delle classi clientelari. Non condividevo la sua concezione anacoretica dell'austerità come cifra di vita immutabile delle persone. Onestà, serietà e gusto del vivere non sono in contraddizione; attengono alla qualità delle persone e Berlinguer sapeva di dover portare in alto una massa amplissima di uomini e donne che al suo partito si riferivano, quasi esclusivamente per rivalsa economica. Ma, nonostante questo, l'imponenza dei suoi funerali ed il rispetto degli avversari sono stati un riconoscimento, purtroppo solo personale, della via maestra per non essere quello che purtroppo siamo stati e siamo in un mutato contesto, per noi del tutto regressivo.
mercoledì 14 maggio 2014
Italia mia, benché il parlar sia indarno...
Ci sono altri duecento cadaveri, probabilmente, fra la Tunisia e Lampedusa. Anche questa, senza avere la possibilità di verificarla, sembra una cifra ricorrente dei naufragi di bagnarole sovraccariche che non possono far altro che naufragare. Tanto il viaggio è già stato pagato e le famiglie hanno certamente qualche altro figlio senza futuro da buttare allo sbaraglio per pagare i debiti contratti e contraendi. Se non darà ossigeno alla sua famiglia sarà una bocca inutile di meno, in presenza di tanti discendenti in linea diretta o collaterale per le esigenze della precoce vecchiaia africana. Questa è la condizione di chi pulisce le corsie degli ospedali, a cui non bastano le poche centinaia di euro percepite, a soddisfare una pletora di postulanti nullafacenti, secondo un comunismo clanico e sentimentale, primitivo e magico: chi si estrania sarà maledetto da qualche rito punitivo. Lo stesso per chi, invece, fa marchette in qualche strada buia dei suburbi, a cui non basterebbe una vita di monte sostenute per ripagare gli interessi sul debito ed assicurarsi il cibo e l'alloggio, al netto delle fameliche fauci dei parenti: la famiglia. La U.E. non ci aiuta, ha frignato l'improvvisto ministro degli interni. Da Bruxelles, la burocrazia comunitaria ha risposto: non abbiamo mai saputo in che cosa consista la richiesta d'aiuto dell'Italia. Può darsi che sia "irricevibile" e che ci prendano per i fondelli, ma può darsi pure che gli inetti governanti d'occasione che abbiamo, non siano in grado di formulare delle proposte mirate e specifiche. Il Governo Berlusconi, nel 2011, è stato fatto cadere da una congiura di palazzo, ordita e ordinata dall'estero. E' stato cioè un golpe. Lui, però, farebbe meglio a non vantarsene e spiegarci perchè, per ben due volte, abbia preso rapidamente il portone ed abbia fatto della congiura un elemento di lamentela postuma. Fece così quando Scalfaro cercò di far abortire un'esperienza politica che si annunciva forte e duratura ( come quella ancora in gestazione di Beppe Grillo ). Ebbe allora il tempo di recuperare, contrastato solo da Romano Prodi, disarcionato però dalla sua coalizione passata e recentissima. Lo ha fatto per senso di responsabilità? Davvero vogliamo farci gabellare una versione così zuccherosa, riferita ad un uomo politico e ad un uomo d'affari contemporanemaente. Della trama, fa parte anche lui. Non per questo, cambio opinione: Berlusconi governava in conseguenza di un mandato elettorale riattribuito nel tempo. L'opinione corrente, che non fosse più spendibile per la nazione non può convincere se non chi abbia una concezione autoritaria e riferentisi ad interessi strettamente utilitaristici, gli stessi che li spingevano a votare per lui. Certamente la condanna definitiva sarebbe stata causa di decadenza, ma quella preventiva, proveniente non si sa da dove, non ha senso e la complicità istituzionale, i tre presidenti dell'esecutivo nominati, sono uno scandalo all'italiana. Un passato Segretario di Stato americano lo ha esplicitato inutilmente, ma questa volta, a blaterare giustificazioni non richieste non sono state solo le povere legioni degli sherpa nazionali, ma anche le burocrazie e le cancellerie europee: "ma come, senti ch parla! Erano gli Stati Uniti che ci chiedevano ( perché a loro ? ) di comissariare l'Italia, come la Grecia". A questo punto verrebbe da chiedersi - se ne valesse la pena - chi commissaria chi, se cioè la smaccata leadership golpista ( quanti precedenti diversamente cruenti, durante la guerra fredda e in america latina ) nord americana sugli interesi geo-politici dell'europa vecchia e capitalista per la sconfitta nella seconda guerra mondiale e quella nuova, povera, da strappare all'influenza russa, possa giustificare la prepotenza, apparentemente solo difensiva, di Putin? Un altro deputato, questa volta del PD, è passibile di arresto se l'aula darà la sua autorizzazione. ma pare che prima voglia approvare il job act e, distratta da siffatta e sittanta opera di demolizione, può ben concedere al truffatore di andare a rinforzare la compagine dei connazionali in Libano, mentre ancora vaghi sono i contorni delle ruberie intorno all'Expo milanese, per il quale si paventava l'interessamento della mafia, trascurando appunto di farne parte. In questa condizione, abbiamo un Capo del Governo come Matteo Renzi. Ma fortunatamente è solo un omino di paglia: c'è qualcuno, lassù, che pensa a noi.
martedì 13 maggio 2014
Impressionismi.
Fra ieri e oggi mi è capitato di incontrare due ragazze, mentre ero al lavoro. La prima recava sulla carta d'identità la qualifica di astronoma, ma faceva la cameriera. La fotografia rendeva l'immagine di una ragazza buona e solare, poco più che infantile; l'aspetto che offriva era invece gonfio, tumefatto, con macchie sparse sul viso e sulle mani. La bocca leggermente storta e ravvivata malamente dal rossetto. Lo dico con assoluto rispetto, che deve cominciare dalla sincerità: una sguattera. Sembrava più che provata, anche in senso morale, ma era onesta, diretta ed esplicita. Le ho chiesto se pensava di poter avere miglior fortuna all'estero e mi ha risposto che ci stava seriamente pensando, ma che era trattenuta dalle cure parentali e dal rifiuto, non ancora superato, di doversi sradicare, dopo studi ben condotti. Ho già parlato di un'altra, dotata di master, che fa la gelataia, come un altro suo allampanato collega, dottore in Scienze politiche. E' altresì doctus nella medesima specialità il direttore del negozio di valigeria, di fronte; guadagna cento euro in più dei commessi ed ha sostituito una simpatica ragazza di colore, alla quale, per mancato raggiungimento del budget di vendita, non è stato rinnovato il contratto semestrale in scadenza. La seconda conoscenza riguarda una generosa dottoressa in filosofia che veniva a pagare l'iscrizione ad uno stage di recitazione. E' figlia di due medici, anche loro nostri clienti, che non l'hanno mai ostacolata nella sua aspirazione di coniugare piacere e lavoro, ma che le consentono di continuare a sperarvi, come invece non è stato dato all'astronoma ed ai due gelatai. La direttrice-commessa della valigeria - mi ha confidato il subentrante, anche lui con contratto a termine, da monitorare - aveva sposato uno degli amministratori di un calzaturificio, nel quale precedentemente lavorava e, quindi, può prendersi un periodo sabbatico.
Dimenticavo: è passata come una meteora un'altra ragazza napoletana. Desiderava riscuotere una cifra irrisoria, prima di ritrasferirsi in Germania, dove, inconsapevolmente, aveva ripercorso le orme di tanti emigranti meridionali. "Per fortuna, lì tutto è diverso". Sarà, ma fa la barista. Probabilmente, lo scenario, il contorno, l'organizzazione sono più omogenei fra di loro, ma, allo stato dell'opera, sia per chi viene da noi a badare i vecchi, sia per chi va a servire beveraggi in Germania, le possibilità di lavoro attengono, oggi come ieri, ai lavori servili e la felicità è un orizzonte miope, dai colori confusi.
lunedì 12 maggio 2014
(Ri)apparizioni.
Sono ricomparse, in Nigeria, le studentesse rapite da Boko Haram, il movimento islamista nero, autore fino ad oggi di assalti alle raffinerie occidentali ( non senza fondate ragioni ), di attentati domenicali fuori e dentro le chiese cristiane, di sequestri con richiesta di riscatto di tecnici petroliferi in missione nel loro Paese. E' probabile che le imprese di trivellazione e di sfruttamento del greggio, paghino, per la loro tranquillità, delle robuste tangenti ai capi-banda. Boko Haram significa letteralmente: "contro l'educazione occidentale" e le studentesse, laiche o cristiane, sono l'icona più rappresentativa, per le masse beote che si possono ispirare ai loro rapitori, della missione che dicono di condurre. Questa volta non hanno chiesto un riscatto, ma uno scambio con i loro prigionieri. Le ragazze appaiono, in una radura, ricoperte da un saio grigio, che copre anche il capo e lascia libero solo il viso, in maniera che se ne possano osservare le espressioni mentre salmodiano in coro all'Islam, al quale - proclama un sorridente speaker in tuta mimetica, armato come un bandito messicano - sono state convertite. Restituirebbero dunque alla società nigeriana delle ragazze redente dalla corruzione nella quale stavano precipitando attraverso l'istruzione e gli abiti d'ispirazione occidentale. Le ragazzine cantano composte l'inno della loro cattività. In italia, non molto tempo fa, fu l'ex leader libico Gheddafi a "convertire" con 5.000 euro a testa alcune ragazze un po' più grandi che Berlusconi gli aveva fornito per l'indottrinamento. Perché le ragazze nigeriane redente dovrebbero essere scambiate con dei tagliagole in prigione? Che senso ha uno scambio fra co-fedeli? Uomini, guerrieri contro donne che instilleranno nei loro discendenti i sacri principi copiati di Maometto? Cantano devote le rapite, apparentemente fataliste, nel loro contesto precario e violento, nel quale la condizione delle persone può mutare da un momento all'altro, ad opera di eventi fra i quali, anche la violenza e la prepotenza appaiono ordinariamente possibili e, quindi, "naturali". Che fine faranno le converse se la proposta di scambio non sarà accolta? Saranno rispettate? Lo sono state finora? Che modificazioni saranno state apportate alla loro personalità nell'eventualità che vengano liberate? Come si collocheranno o saranno collocate all'interno di una società così disgregata e incolta, nella quale le avvertite appartenenze, ideologiche, religiose e di costume, sono così varie, sfumate e conflittuali, fra ignoranza, pregiudizio e mera strumentalità? Restiamo in attesa che riappaiano ancora.
L'Europa che verrà.
C'è un'insania che gira per l'Europa e che sta coagulando il mondo minore, ma diffusissimo dei disperati delle periferie urbane e delle curve calcistiche, le uniche, almeno in Italia, che vanno ancora allo stadio. Dopo il "daspo" a Genny 'a carogna, la solidarietà mediatica si è espressa sugli spalti di un numero imprevedibile di stadi ed in contesti nei quali non ci si sarebbe aspettati di riscontrarli. Dall'Austria alla Germania, dal Portogallo agli stadi italiani di provincia, fino alla Norvegia, all'Ucraina ed ad altre zone dell'est Europa, sono apparsi striscioni che esprimono un'investitura comune per quel giovane catanese, tale Speziale, che si rese artefice della morte di un ispettore di polizia, in servizio di ordine pubblico, durante il derby siciliano fra il Catania e il Palermo. A quei torbidi presero parte sottoproletari, ma anche studenti; furono identificati rampolli della borgehsia comoda ed anche alcuni figli di poliziotti in servizio quel giorno. Le tifoserie si sono sostituite da molti anni alle manifestazioni del disagio sociale e delle rimostranze politiche e sono diventate delle vere e proprie forze d'urto organizzate, che provocano sospensioni e rinvii di gare, disordini nelle città e spedizioni punitive, a distanza di giorni, contro commissariati di polizia, oltre che fra membri di opposte fazioni. Con queste forze antagoniste, caratterizzatesi nel tempo come prevalentemente di estrema destra, scendono a patti, per poi negarlo, le istituzioni pubbliche, come da sempre avviene con la mafia. Quando ottengono i risultati più sovversivi degli ordinari equilibri di sicurezza, si scopre che si sono adoperati allo scopo, pregiudicati noti della criminalità organizzata, parenti di affiliati a clan, fra i quali si annoverano gli stessi calciatori in attività. Ora, questo vettore della violenza squadristica organizzata, svela improvvisamente una coesione internazionale, particolarmente forte nei Paesi vecchi e neuovi dell'Unione europea, tanto da aver già eletto, nel loro Pantheon, dei comuni eroi negativi, a saldare una vita marginale che con la galera ha un rapporto molto stretto. L'Europa che si prospetta non è solo questa, ma è anche questa, dolorosamente dispersa per vaste plaghe.
domenica 11 maggio 2014
Contestualità.
Il Consiglio superiore della magistratura si è adoperato, con una recentissima circolare, ad azzerare il lavoro del pool antimafia di Palermo. Fecero così anche con Caponnetto, Falcone e Borsellino. Dopo quattro anni, il pool deve essere ricostituito, scade per così dire, mentre la mafia che ha radici secolari, si perpetua al servizio di ogni contesto lucrativo e di potere, assecondata dagli Organi più alti della giurisdizione. Falcone andò a Roma, a dirigere dal Ministero della giustizia l'attività antimafia e segnò così la sua condanna a morte, a cui seguì quella dell'inflessibile e retorico, in quel contesto, Borsellino. Caponnetto che ideò il primo pool, era fiorentino e riuscì ad andare in pensione, come successivamente riuscì anche a Caselli, ritornato, prima, nella sua Torino. Evidentemente non erano i magistrati di passaggio, anche se fortemente impegnati a costituire un pericolo per i granitici assetti isolani. L'unica eccezione fu costituita dal mastino carlo Alberto Dalla Chiesa, già depositario di molti segreti della Prima Repubblica, che , per questo fu abbandonato all'esecuzione mafiosa, di una mafia più estesa di quella isolana, che comunque, ha ramificazioni e supporti politici un po' dovunque. E' noto, anche se non sarà mai provato, che a quegli eventi concorsero le più alte ed esposte istituzioni statali, alle quali danno ora un decisivo contributo i giudici di Cassazione, che seppelliscono il diritto. Sanciscono, probabilmente a termini di un regolamento interno, che nessuno, dall'eliminazione dei giudici antimafia ricordati, ha provveduto a correggere, che la lotta alla mafia, se condotta con sistematica applicazione potrebbe condurre al sovvertimento dei poteri reali dello Stato e di gran parte dell'economia finanziaria, anche al nord. E' perciò necessario scialacquare il patrimonio di esperienze e di conoscenze che, dopo quattro anni, sono state appena acquisite. Implicitamente, anche a tutela dell'incolumità dei magistrati che, volenti o nolenti, del sistema fanno parte.
Il posto dei piccoli.
Il Bologna f.c. è retrocesso in serie B. Per poco non ci finì anche in occasione del centenario della società. Dopo la gestione di Renato Dall'Ara, si sono succeduti una serie infinita di imprenditoruccoli, talvolta semplici commercianti, che l'hanno accompagnato ripetutamente fino alla serie C, dopo che per settant'anni non aveva conosciuto retrocessioni. In questo mediocre crogiolo ci sono stati anche speculatori d'occasione, un pregiudicato foggiano, un'inquisito albanese, che si ritirò alla fine di un lungo corteggiamento degli spolpati Menarini. Dopo la parentesi di Alfredo Cazzola che lo smollò ai costruttori dell'area moderata cittadina, dopo averlo fatto ritornare in A, è stato tutto un succedersi di una congerie di imprese edili, speranzose di contrastare la crisi del settore con la commessa per un nuovo stadio, a spese pubbliche: un vetero costume non più praticabile. Intanto, costoro non avevano neanche i soldi per pagare gli stipendi e non erano in grado di valersi di collaboratori competenti. Subito dopo l'albanese Taci, ci fu la meteora di Porcedda, gestore di un bagno con cabine sul litorale cagliaritano, che si era trasferito tre milioni di euro dalla casse della società sportiva, in quelle delle sue attività, che i dodici imprenditoruccoli assoldati da Consorte, si fecero restituire attraverso la cessione di un albergo di sua proprietà. Fatta salva la stagione, alla fine fallimentare, di Gazzoni Frascara, la proprietà della squadra è sempre stata "contesa" da figure minori, che aspiravano a vantaggi ipotetici e di botteguccia. Per questo il Bologna è diventato una delle tante squadrette, sempre sul ciglio del precipizio e non si è neppure caratterizzata per una "cantera" giovanile, nè per una buona capacità di scelta dei giocatori più promettenti. Assente la grande imprenditoria e l'amministrazione pubblica. I due gruppi principali, i Riffeser-Monti ed i Maccaferri, sono talmente provinciali, nonostante le dimensioni acquisite, da essere rinserrati nelle loro ridotte, al largo ( i Maccaferri ) dalla quotazione borsistica e non vogliono farsi vessilliferi di una realtà amministrativa che non li asseconda e non si pone al loro servizio. L'amministrazione comunale, da parte sua, non si è mai fatta promotrice di iniziative volte a interessare alla proprietà robusti imprenditori di altre regioni, in cambio di un mutamento nella gestione conservatrice della nostra realtà post-agricola, che rischia ormai di diventare vetero-agricola. Per cui, blasone stinto a parte, il Bologna f.c. non potrebbe stare in un'altra categoria, tranne quella di appartenenza dell'intera comunità cittadina.
Dinamiche di sviluppo.
L'arresto di Claudio Scajola da parte della DIA di Reggio Calabria, non è, secondo me, la scoperchiatura delle società segrete, massoniche e non, che in quel contesto rivestono un marcato carattere tradizionale, "al servizio delle n'drine", come commentano, direi tutti, i quotidiani e i settimanali. Propendo a credere e non da oggi, che la società dominante, le conservatrici classi opulente, l'entità dirigente locale, non siano al servizio delle n'drine, bensì che se ne servano, nell'aggiornamneto storico del connubio latifondistico, quando la mafia si costituì come guardia bianca del latifondo, cioè al suo servizio. In quel tipo di società, così legata alle gerarchie simboliche e ad un potere che non conosce ancora una cinesi verso un'evoluzione borghese, che in altre plaghe è già in via di regressivo superamento, non ce li vedo i moderni discendenti dei feudatari in una posizione subordinata e servile verso dei primitivi violenti, ai quali la ricchezza non ha apportato, come ai loro burattinai, un barlume di moderna civiltà. Non che i maggiorenti non la conoscano, ma non la esercitano in loco, dove i rapporti fra le persone restano immobili e stantii. Le ricchezze estorte in giro per il mondo non coinvolgono le buone e povere persone che vivono nei vecchi feudi mai veramente affrancatisi dai costumi baronali e di cui i mafiosi costituiscono la difesa e la salvaguardia. Incoraggianti le parole del procuratore capo di Reggio Calabria, che ha identificato in questa presenza oppressiva e ancora mai intaccata, l'impedimento allo sviluppo della regione. Dimenticavo: Scajola è genovese, quindi un tramite di collegamento con quella società mafiosa di vertice di cui Matacena era un esponente locale. La transumanza verso questo anziché quest'altro ( salvo ridenominazioni ) partito politico, è la cifra del camuffamento di un intreccio di interessi, anche internzionali, di cui si servono i politici malfattori, tramite le mafie. La gara è improba, ma va condotta con sistematictà; il contrasto ai prepotenti ed ai profittatori non deve più cessare, anche se certe decisioni della Corte di Cassazione fanno disperare circa l'immunità para mafiosa anche dei vertici giudiziazi dello Stato.
Pronunciamenti e antenne sensibili.
Il referendum ucraino, separatista delle zone orientali del Paese e segnatamente dell'affascinante Odessa, città dei traffici e degli Ebrei, che si sono già spostati in massa negli Stati Uniti ed in Israele. Gli Ebrei Ucraini sono ( o erano? ) tanti e si concentravano soprattutto a Odessa. Un anno prima dell'implosione dell'Unione sovietica, che permetteva a loro di trafficare commercialmente, attraverso la rete della nazione dispersa, se ne andarono, chi in Israele, chi - i più ricchi - negli Stati Uniti, in particolare a New York. Avevano intuito che le cose stavano per cambiare e prevedevano che per loro sarebbero tornati tempi bui. Una migrazione consimile era avvenuta anche all'interno del Ghetto di Varsavia, durante gli anni della collaborazione della polizia e dei Consigli ebraici con i nazisti, prima dell'insurrezione e della deportazione. Allora non c'era lo Stato di Israele e solo i più ricchi o con parenti negli U.S.A., la sfangarono. La rivolta ucraina, prevalentemente di Kiev, si è valsa di galeotti liberati, prima di essere a sua volta incarcerata, dalla Timosenko; anche il presidente filorusso, a suo tempo, aveva fatto altrettanto, avendone fra l'altro un'esperienza pregressa, in quanto imprigionato per tre volte. Hanno concorso in maniera decisiva anche gli ultras delle squadre di calcio ucraine, il cui campionato si chiuderà il giorno delle elezioni politiche, e neo formazioni naziste che altro non sono state e sono che la riesumazione del fascismo nazionalistico e antisemita dell'Ucraina pre sovietica, allorquando queste milizie combatterono con i nazisti e collaborarono al tentativo di invasione della Russia. Gli intrighi della geopolitica non hanno tenuto conto di tutto questo, anzi hanno cercato di strumentalizzare gli zombies del passato, che vegetavano sotto la cenere della storia ed è purtroppo certo che lo faranno ancora, fino ad una sistemazione utile o accettata della vicenda orgiasticamente "democratica" che vede un profluvio di schede in urne trasparenti, laddove per generazioni non si era votato.
sabato 10 maggio 2014
Ci risiamo, noi europei. La competitività finanziaria apporta rovine e lutti.
Nelle zone orientali d'Europa sono di nuovo in corso battaglie intestine che rischiano di sfociare in conflitti più vasti oppure endemici. Dalla fine del comunismo, segnata, secondo alcuni, dalla "troppa" libertà improvvisamente sancita da Gorbaciov, in un contesto troppo frammentato che solo la dittatura totalitaria era riuscita a tenere insieme, la lotta, a sfondo nazionalistico, degli ex apparati sono state fomentate dalle intriganti diplomazie occulte degli Stati Uniti e contrastati, in termini geostrategici, solo dalla riaggregata Russia putiniana. Dal 1991 non c'è stato un attimo di pace e di equilibrio - che fosse interno o infranazionale - e si sono consumati i misfatti più atroci dalla fine della seconda guerra mondiale. Si sono verificati e si verificano in Europa, in quella parte del mondo che si voleva pacificata e che si ritiene più evoluta rispetto alle altre esperienze storiche ( una presunzione ), ma terribilmente in contrasto con se stessa, di nuovo in preda ai revanscismi etnici, sui quali speculano i corrotti leader indigeni, burattini di manovratori fuori scena. Gli equilibri sortiti dalla seconda guerra mondiale sono in via di ridefinizione, sullo scacchiere mondiale, interessano anche realtà per l'innanzi non coinvolte, pure sul mosaico dell'Europa continentale. Insomma, si è messo in moto un meccanismo conflittuale di ridefinizione degli assetti di potere. Sta di fatto, che le artificiali federazioni astrattamente disegnate dopo dopo la fine dell'Unione Sovietica ( C.S.I. ), hanno lasciato il posto ad un mosaico disordinato ed instabile , nel quale anche i piccoli Paesi possono rivestire un'importanza "contenitiva" verso il continente che più li paventa: quello russo. La Russia, dopo essersi sborniata di democrazia importata, che l'aveva trattata come una rivale sconfitta, ha ritrovato con Putin e con i suoi metodi autoritari, una propria stabilità economica, basata sull'esportazione di risorse naturali insieme ad un ben organizzato riarmo che, per poter continuare, ha bisogno di rapporti commerciali e geo-politici costanti. Tutto il contrario di ciò che cercano di procurarle gli Stati Uniti, contraddetti o assecondati dalle potenze europee minori, secondo l'incrocio, il peso ed il dosaggio dei rispettivi interessi con la Russia. Tutti e ciascuno sarebbero pronti ad approffittare di un momento di difficoltà di Vladimir Putin, per defenestrarlo e sostituirlo con una figura o con una serie di figure più malleabili. Difendendo se stesso, Putin difende ed avvalora un'immagine a sua volta pretestuosa ( non è la sincerità che conta in politica ) di una nuova Russia, in grado di riprendere il suo ruolo storico di Impero continentale ed autarchico, in condizione di difendersi contro le ingerenze esterne. Ha ristabilito, a scopo identificativo, una rinnovata alleanza fra il trono e l'altare con la Chiesa di Stato ortodossa, altrettanto sospettosa delle brame occidentali e dei suoi "abbracci" religiosi.La Russia, dilaniata dalla miseria e dal disordine, non poté nulla contro il tardivo - per la popolazione, ma non è lei che conta - attacco NATO alla Serbia, ormai vincitrice del conflitto balcanico, ma ha da tempo dimostrato di saper reagire prontamente alle insidie che le vengono apportate, ai suoi confini, da potenze ostili, in cerca di influenza ed espansione, mentre i Russi, alla fin-fine, hanno sempre combattuto per la loro esclusiva identità, ben supportata dalla sua espansione territoriale, che per questa via è riuscita a mettere al sicuro dai tanti particolarismi etnici che contiene. Invece, ai suoi confini, dalla fine della guerra fredda, è stato tutto un susseguirsi di contese sanguinosissime, il cui apogeo è stato toccato dalla barbara - su ambo i fronti - guerra cecena. L'ostilità delle potenze allogene, non è rivolta ad un indeterminato "spirito russo", verso il quale non hanno rispetto perché non ne hanno conoscenza e del quale non si curano le aspirazioni di dominio finanziario e commerciale che le animano ( per la rinata Germania i cui abitanti - come i Russi in gran parte dell'Ex Unione Sovietica - sono sparpagliati in molti Paesi dell'ex U.R.S.S., ci sono di nuovo obiettivi espansionistici, che la tempesta sabbiosa dell'economia finanziaria le permetterebbe di mascherare ) ma a una nazione di nuovo in sella e desiderosa di impedire interferenza all'interno del suo fortilizio imperiale, in grado cioè di rivoltare, riesportare sui Paesi-strumento, le difficoltà e la maggior parte dei lutti che codesti, ai loro vertici governativi e d'interessi settari, si prestano, ripetutamente, ad apportarle. Domani, in Ucraina, c'è un referendum sull'appartenenza e il 25 Maggio, in concomnitanza con le elezione nell'Europa dell'euro, le loro politiche nazionali, che probabilmente sanciranno la spaccatura fra i filo-russi e i "rivoluzionari" di piazza Maidan. Elezioni frettolosamente indette, di una nazione e di un popolo che tende rapidamente a disgregarsi, sotto la sferza delle mene occidentali, a differenza della nazione russa, che si rafforza, invece, nella sua autarchica autonomia.
Frantumaglia.
I manifesti degli aspiranti al vitalizio brussellese sono ancora radi sulle lamine comunali, ma da quelle poche profferte si evincono solo belle facce, composti atteggiamenti, floreali propositi. Tutti asseriscono che si va in Europa per un'altra Europa. L'unica posibilità è che si riferiscano a quella a velocità ridotta di cui facciamo parte, perché, da poveri scassati, non potremmo in nessun modo farle cambiare costume: tocca a noi adeguarci, uscire o impetrare una linea ferroviaria più adatta ai nostri scricchiolanti vagoni. L'EXPO milanese, che avrebbe dovuto concorrere con quelli storici di Londra, di Parigi, che da allora si fregia della Torre Eiffel, è già naufragato nella corruzione. I paragoni con il sud america sono impropri; non siamo mai stati meglio di loro. Il fermo che ogni tanto - una ventina d'anni, come dalle nostre costumanze di regime - si pone al fenomeno, che comunque non si arresta, serve solo a non farci naufragare definitivamente in una palude dalla quale non saremmo più recuperabili, in omaggio a violente e criminali speculazioni private, alle quali nessuno che abbia le mani in pasta vuole o può sottrarsi. Verrebbero infatti meno i rapporti consolidati fra gli affari e il malaffare. In questo contesto criminale e morale, la lotta alla mafia è un impegno suicida per anime belle. Il ministro Scajola, oltre a favorire la latitanza nell'ospitale Libano del mafioso e suo compago di partito Matacena se ne scopava pure la moglie, con la quale litigava al telefono, rimproverandole le infedeltà nei suoi riguardi. Era stato il malavitoso ministro del governo presieduto dall'altro condannato Silvio Berlusconi che, ieri, ha fatto la sua apparizione per quattro ore al cronicario al quale è stato destinato, suscitando la curiosità dei degenti. Due donne lo hanno baciato: una dentro l'ospedale, l'altra all'esterno della struttura. Al pomeriggio era già a TeleLombardia. Domani Beppe Grillo sarà in Piazza Maggiore, a Bologna, dopo aver espulso l'ultimo consigliere del movimento in Regione Emilia Romagna, reo di aver speso le diarie per ragioni private, ancorché culinarie. Domani ci sarà un nuovo referendum balcanizzatore dell'Ucraina, in attesa delle elezioni generali indette per il 25 maggio, quando si terranno anche le elezioni per l'inutile Parlamento europeo. Putin non vuole un'Ucraina unita e filoccidentale, ma la federalizzazione rischia, in quel contesto, di creare una congerie di repubblichette litigiose, eterodirette da est o da ovest, in grado di creare una zona di fatto neutra, condannandola alla staticità ed alla povertà. Dell'Utri, a Beirut pare intenzionato a chiedere asilo politico; perché non riconoscerglielo, come ha fatto il Brasile con Cesare Battisti? Che Repubblica è l'Italia per essere attendibile, che maggior ruolo ha rispetto al Libano per non dover concorrere giudiziariamente, attraverso la traduzione ( a nostra cura ) delle pandette, con un Paese nel quale metà dei quartieri urbani sono stati polverizzari dalle guerre e dagli attentati e nell'altra metà si fanno feste a bordo piscina? Una specie di Palermo, in fondo.
venerdì 9 maggio 2014
La nave ha rotto gli ormeggi e la bussola non funziona.
Il congresso nazionale della CGIL è durato due giorni. I partecipanti si confrontavano su tre tesi contrapposte: la prima, di maggioranza, ha raccolto l'80% dei consensi e rieletto Susanna Camusso ai vertici del sindacato. Al precedente congresso aveva ottenuto il 97%. Il 14% è andato a Maurizio Landini, leader della FIOM che, del mitico movimento dei meccanici, conserva la memoria, ma non la base, ridotta ai minimi termini dalle delocalizzazioni, dalle chiusure e dalla massiccia cassa integrazione. Landini, da tempo, parla come un politico e da politico si comporta: è passato dalle dichiarazioni più alternative alla linea Camusso, all'accordo con Matteo Renzi. Frequenta intellettuali impomatati e incartapecoriti, ai quali offre ancora il viagra delle assemblee dei reduci ancor giovani delle officine, già estranei al mondo del lavoro. Al Congresso ha presentato una prolissa mozione che enumera le forzature e i trucchi nelle votazioni preparatorie dell'assise e ne amplifica la valenza. Solo su di un aspetto sono d'accordo con lui: la democrazia sostanziale è stata cassata e quella formale mistificata. Per il resto, niente di nuovo. La FIOM si conferma frangia "autonomista" della CGIL, ma non esce dall'apparato per prendere una chiara connotazione politica, che rischierebbe di frammentare ancora di più la già sfibrata tela della sinistra ex di classe. Un altro leader storico della FIOM, Giorgio cremaschi, ha raccattato l'altro 3%, rosicato alla Camusso. La sua tesi è per me condivisibile sotto molteplici punti di vista, non ultimo la chiara presa d'atto e di coscienza dell'immiserimento irrecupaerabile dei settori più poveri e precari della popolazione, che la CGIL non riesce più ad organizzare per farli sfuggire all'emarginazione ed alla violenza da slums. Ma il sindacato "possibile" della Camusso che, ai suoi tempi, fu espulsa proprio da Cremaschi dalla FIOM, sancisce il ribaltamento dei rapporti di forza nella società immateriale, clamorosamente riflessisi anche all'interno del grande sindacato operaio..oggi che gli operai non ci sono più. La natura liquida della CGIL è attestata anche dai numerosi salti della quaglia che sono avvenuti al suo interno, prodotti dal passaggio meticcio in maggioranza di vasti e ramificati strati della sue rappresentanze di base che, se per vent'anni avevano agitato una opposizione da conferenzieri, che era valsa loro la rielezione in qualche direttivo, al momento della "scelta" erano rifluiti in maggioranza "per non perdere la priorità acquisita" con posizioni completamente difformi. Insomma, il solito trasformismo di sopravvivenza, in attesa che la ruota, girando, riproponga scenari più propizi al loro spirito represso. Quando avverrà, saranno anche sindacalmente in pensione o fra i commemorati, mentre l'attualità si adatta duttile nelle loro mani, come in quelle della maggioranza, per poter continuare a rappresentare lo "spirito" del lavoro, accademicamente, anche quindi in assenza del medesimo, nel ricordo di ciò che fu e nella preconizzazione di ciò che potrebbe essere. La strada sindacale è purtroppo irrimediabilmente compromessa ed il superamento della rappresentanza vecchia maniera, verso una necessaria riappropriazione della propria reltà empirica e fattuale, è già insidiosamente, per chi ne è protagonista, in corso, mentre i sindacati che furono riempiono il vuoto parlandosi addosso.
mercoledì 7 maggio 2014
Chi comanda, si vale della legge.
E' incredibile come il vice-presidente del Senato delendus est, Roberto Calderoli, già autore del "porcellum" elettorale e della passaggiata alla Ariel Sharon, con un maiale al guinzaglio, sul terreno di un'erigenda moschea, non provi disagio e vergogna nel minacciare di arresto i rappresentanti del M5S, che si sono ammanettati per protestare contro il Job act, passato solo per la fidcia che il Governo ha dovuto porre. Questo cialtrone ignorante è, come c'era da aspettarsi, prepotente e ha minacciato - proprio lui che dovrebbe essere sanzionato per le sue continue forzature - di far arrestare i dissidenti. La legge è una sovrastruttura del potere e possono applicarla anche fior di delinquenti o teppistucoli eletti da qualche popolano cornuto. Non credo che i "cittadini" del M5S debbano temere la carcerazione, che sarebbe solo un'accentuazione del carattere autoritario inflitto alla società da questa imbelle, impotente e lottizzata combriccola politica che dosa le cariche istituzionali con la bilancia tarata dei reciproci riconoscimenti. In casi come questi, può capitare, ma costituisce un titolo di onore per chi vi incappa, soprattutto per mano di questi indegni e violenti, ai quali la legge ha consentito di sedersi in Parlamento, perchè altri li contrastino, senza che possano farli incarcerare.
martedì 6 maggio 2014
La politica è adattamento ad ogni stagione.
Chissà per quali trapassi il Cancelliere ( le cariche e le professioni si declinano al neutro ) Angela Merkel è riuscita a diventare leader del partito conservatore interconfessionale-cristiano, la CDU tedesca? Probabilmente giocando sulle quote da assegnarsi alle donne più quelle di pertinenza della ex DDR, nell'ambito delle alternanze congressuali dei democristiani teutonici. Eppure nella Repubblica democratica tedesca, la Merkel era comunista - non c'era altro - informatrice della Stasi ( come quasi tutti, anche coloro che lo negano o fanno gli gnorri ), coordinatrice, cioè Segretaria dei giovani comunisti prussiani. Sconcerta quindi, non che si sia consolidata ai vertici governativi, perchè il blocco guglielmino, cioè prussiano ( la Sparta tedesca di sempre ) è lì ad attestarlo, a scapito dei malcapaitati partners che avevano cotrattato il loro ingresso con altri soggetti, bensì proprio la scelta di nominare al vertice della nazione guida una comunista a tutto tondo, ora conservatrice alla Giotto, a dimostrazione che l'origine - in particolare fra le donne - non significa appartenenza. Che strana e compromissoria miscela dev'essere la politica se i salti della quaglia sono possibili in misura così macroscopica, senza che nessuno, nel corpo elettorale - degli apparati dei partiti, ho già detto - se ne faccia un motivo di ripulsa. Il guaio è che aveva proprio ragione Carlo Marx: non c'è nessun movente negli uomini e nelle donne che non sia materiale e, sempre più spesso, meschinamente materiale, compresi quelli morali=mores=costumi, ugualmente ambientali e censitari.Per questo concepiva che, al di fuori della dittatura del proletariato, cioè di una classe omologatrice di tutte le altre, l'onestà politica fosse impossibile. Non ho mai aderito alla totalitaria dottrina: mi piace troppo essere libero; detesto i padroni e i loro conformisti valletti, ma l'analisi "monoteistica" e vetero testamentaria del vecchio ebreo tedesco, era ed è ineccepibile. Pensate che, per elaborarla, non ha dovuto far altro che rovesciare le prassi sociali ed è un vero peccato che in questo momento povero di passioni e di capacità critica, questo elemento, con la sua assenza, renda sterile qualsiasi velleità politica.
Infima mediocritas.
Comincia la delegittimazione di Beppe Grillo ad opera della sinistra moralista. E' sempre stato il suo difetto e, in questo, non è dissimile dal bacchettonismo più vieto, ben presente e radicato nella sua base. I Patti lateranensi nella Costituzione, i mille rinvii nell'appoggiare le diverse proposte di legge sul divorzio, che non videro la luce fino agli anni '70, quando il PCI si convinse, non senza forti resistenze, a votare la proposta di legge Fortuna/Baslini e a sostenerla nel referendum successivo. Precipitato di questa ossequienza verso il sentimento popolare allignante anche fra i mangiapreti, fu la relazione, a lungo clandestina, fra Palmiro Togliatti e Nildi Iotti e l'aborto a cui fu costretta per non scandalizzare la base. Per Berlusconi sono riusciti a riesumare l'arto mediano dell'inguine, da tutti dato per morto, ma resuscitato per l'occasione. L'eterno ritornello: "chi paga, chi paga?", unito ad ogni sorta di ipocrita virtuosità, che consenta ogni giravolta, anche palesemente contraddittoria, nell'esibizione della pubblica virtù, li rende ancor oggi depositari di quella doppia morale che alligna in tutte le entità fini a se stesse, siano una setta, una religione monoteistica o questo residuo culturale del comunismo. Genny 'a carogna, o come diavolo si chiama, è stato interlocutore delle istituzioni prefettizie e di polizia, altro che storie. La sfacciata negazione postuma non può non richiamare l'altrettanto falsa negazione dei rapporti storici fra lo Stato italiane e le mafie, fra il potere legale e i poteri reali. Non si volle trattare con le Brigate rosse, che pure avevano acquisito un potere di fatto, riconosciuto anche dalla dottrina del diritto internazionale, preferendo farle spegnere dall'azione coordinata e potente del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che fu poi fatto eliminare dalla Mafia, con la quale non si è mai smesso di collaborare, ricambiati, attraverso deputati e senatori, ministri assessori e consiglieri regionali e sindaci. E' invalso ed accettato, nel linguaggio delle telecronache sportive popolari, un linguaggio violentemente conformistico che riecheggia gli slogans della società agonistica. Espressioni come "aggredire, far male" infarciscono le spesso verbose, approssimative e "riguardose" ( verso la società con il maggior numero di abbonati...a Sky )telecronache, con qualche divagazione-comparazione sui ritmi, con i quali " non si può stare in europa", quasi auspicando una politica di austerità cinetica e gladiatoria. Come se non bastasse a diseducare tante persone che arricchiscono in questi termini il loro stentato o adolescenziale vocabolario, nelle interviste, espressioni come "incalzare, attaccare al muro, buttar fuori squadra, esonerare" ( che delicatezza!), scandiscono la vita narrata degli epici manipoli. Ci si turba e ci si scandalizza, però, se le curve aggrediscono verbalmente giocatori, società, arbitri e se spesso dimostrano di possedere una facoltà di intimidazione, in grado di far loro trovare degli interlocutori nelle istituzioni e di determinare l'effettuazione o meno degli eventi, spesso preceduti o seguiti da assurdi episodi di sangue. Che c'entra tutto questo con lo spirito sportivo? Tanto quanto c'entra il lassismo che si manifesta non appena un risultato è aritmeticamente acquisito o sfumato, senza assicurare una pari costanza d'impegno nella conduzione di un campionato che coinvolge e determina anche risultati o dissesti economici per le altre società. Assolutamente niente; interessano solo i propri minuti interessi e non è neppure escluso che mirabolanti risultati siano il frutto di arrotondamenti, tramite puntate su ruote non ufficiali, o di calcoli sulla spartibilità dei contributi previsti in caso di retrocessione o di futuri scambi di mercato. I capi-manipolo, spesso pregiudicati o affiliati a noti clan mafiosi o camorristici, sono estranei a questi interesi? Non hanno rapporti con le società? D'altra parte, quando Piero Fassino, sindaco di Torino, replica ai suoi concittadini contestatori con il dito medio, in che cosa si differenzia da Gennaro daspo carogna? Resta il fatto incontrovertibile che tutti i network mercantili parlano lo stesso linguaggio e non si limitano più ad una luccicante emagnificente propaganda, ma spalano ormai sangue e merda, assecondano la violenza competitiva "necessaria". Come Gennaro la carogna.
sabato 3 maggio 2014
Navigando fra i blog.
Navigando fra i blog, mi è capitato di apprezzare questo illuminante e illuminista ( perciò destinato a rimanere nel limbo della nostra società ) contributo di Pierfranco Pellizzetti. Già notista politico, si è rifugiato o si è ritagliato uno spazio nel variegato e vastissimo mondo dei blogger, dove esprimere, senza fedeltà ad interessi di testata, le sue opinioni.
Ne ho apprezzato e condiviso l'analisi che segue, non solo sul ridanciano grullo di Firenze, ma anche sul "generone" che lo accompagna nella improvvisata ma eterodiretta impresa di demolizioni nella quale si è impiegato.
La cerchia politica dell’one man show Matteo Renzi è molto ristretta; oltre ai fedelissimi compaesani Boschi & Co. l’unica presenza non toscana sembra ridursi al Mazzarino venuto da Reggio Emilia: il sottosegretario Graziano Delrio.
Agli antipodi nell’aspetto, ascetico e tendenzialmente in penombra quest’ultimo, gaudente e affamato di riflettori il premier; separati anagraficamente da una quindicina d’anni d’età (1960 contro 1975), i due ex sindaci di un’Italia che fu rossa, risultano gemellati da esperienze e predilezioni, rivelatrici delle mutazioni antropologiche nei sotterranei della più recente politica italiana.
Dove stanno prevalendo istinti da belve assassine, tanto che i bene informati prefigurano il prossimo regolamento di conti anche tra le due componenti territoriali nella tecnostruttura amministrativa del governo Renzi-Delrio: quella emiliana, sino ad oggi driving (guidata da Mauro Bonaretti, già city manager nel comune di Reggio Emilia), e quella tosca, più vicina al cuore renziano.
Tornando “all’attenti a quei due”, il loro primo punto di contatto intellettuale è la singolare figura di Giorgio La Pira (1904-1977), terziario francescano e sindaco di Firenze tra gli anni Cinquanta e Sessanta; un personaggio sempre in bilico tra santità e furberia, di cui Renzi si dichiara fan e in onore del quale Delrio aveva fondato un’associazione.
L’interesse per un protagonista minore del dopoguerra italiano si chiarisce considerando che costui e i suoi odierni supporter sono tutti cattolici di tipo particolare: modernismo lessicale e anticonformismo negli atteggiamenti mixati con un tradizionalismo di fondo tendente al codino in materia di sociale e diritti civili. Padre di nove figli Delrio, si è più volte espresso contro matrimoni omosessuali e aborto, Renzi esibisce progenie e ostenta modi familistici nonostante l’aria birichina.
Entrambi portati all’ecumenismo in politica, hanno più volte manifestato insofferenza per le distinzioni tra Destra e Sinistra. Cui antepongono la genericità della diade Vecchio/Nuovo che tanto piace ai rinnovatori di facciata.
Ma il tratto più indicativo è la loro passione per la sussidiarietà, grimaldello ecclesiastico per scardinare il monopolio dello Stato in materia di servizi, che – sindaco Delrio – diventò la linea guida dell’amministrazione comunale reggiana nell’esternalizzazione dei servizi. Celebrata con la mostra “150 anni di Sussidiarietà”.
Fatto sta che l’intimo punto di riferimento per questo tipo di cattolici in politica non è lo Stato italiano, bensì Sacra Romana Chiesa. Da qui un particolare riguardo nei confronti del privato in quanto marchingegno strumentale per l’anemizzazione della sfera pubblica.
Che in questo momento individui portatori di tali retropensieri tengano ben stretto nelle loro mani il cruscotto di guida dello Stato dovrebbe suscitare qualche angoscia, almeno in chi ritenga i servizi generali un elemento fondamentale del patto di civile convivenza; quanto il sociologo Jürgen Habermas definiva “le stecche nel busto della democrazia”.
Ma una particolare preoccupazione la dovrebbero coltivare quanti sono dell’avviso che nel PD andrebbe tutelato almeno il ricordo delle proprie tradizioni di sinistra, visto che nasce dalla fusione a freddo tra ex comunisti ed ex democristiani.
Delrio e Renzi sono la prova manifesta di quanto è avvenuto nel blend tra le due componenti, in cui la superiore tecnologia del potere di quella più esigua (i cattolici) ha divorato la massa inerte, seppure numericamente maggioritaria, della controparte (le nomenklature di estrazione PC). Difatti i Nostri mai e poi mai accetterebbero l’oltraggio di essere definiti “cattocomunisti”. Loro si sentono e si dichiarano “dossettiani”. Ossia la figura zigzagante di Giuseppe Dossetti (1913-1996), ex leader della Sinistra Democristiana che si ritirò dalla politica prendendo i voti nel 1951 per poi tornare in servizio attivo cinque anni dopo candidandosi a sindaco di Bologna per sottrarla ai comunisti (peggio di lui aveva fatto per lo stesso scopo a Roma l’antifascista don Sturzo, tentando di mettere insieme una lista anticomunista che comprendeva anche i fascisti del MSI).
Vicende all’insegna dell’ambiguità. Come ambigua fu l’accoglienza del sindaco dossettiano al nuovo vescovo reggiano, monsignor Massimo Camisasca, di estrazione CL (e già cappellano del Milan): “del resto, come Dossetti, anche Giussani è stato ed è vittima di pregiudizi”.
Guerriglie senza scopi.
A poco più di un'ora dall'inizio di una finale - quella di Coppa Italia - che fino a pochi anni or sono era considerata una seccatura dalle squadre di club, già si conta un ferito grave e gli spazi adiacenti allo stadio olimpico di Roma sono percorsi da ombre disperse, animate da follia violenta e da ninja mascherati da tutori della loro sfiga che li rincorrono e li manganellano, sicuri della loro impunità, perché "gente di merda". I manganellati e loro. La Coppa Italia ha cominciato ad essere presa in considerazione quando i diritti televisivi ed i trasferimenti della Federazione italiana gioco ( anzi giuoco, come riporta la targa ) calcio si sono fatti consistenti, dai quarti di finale in avanti. Tanto è vero che la manifestazione è rimasta deserta durante i primi turni, che servono ad accumulare i diritti televisivi R.A.I., che, tradotti in pubblicità, vanno ad implementare le risorse destinate ai più attrezzati, cioè alle società più ricche. Gli emarginati delle subure urbane, che vivono di tifo, associazionismo alle più incomprensibili entità del revanscismo muscolare, furti e sniffate, in abitazioni trascurate, trovano in eventi come questi, l'occasione per "far valere una potenziale capacità d'invasione della terra di nessuno" prospiciente alle loro passioni, non più il luogo di transito o di sosta delle ordinate manifestazioni della coesione sociale e sportiva. La nuova Italia è, già per questi aspetti, dimidiata in ghetti, in contrasti fra automi senza futuro e ninja che sfogano la loro frustrazione garantita.
Terapie affaristiche.
Sedici anni fa l'Italia sembrava quasi arrivata a scoprire il vaccino anti Aids. Almeno stando ai titoli dei giornali di allora, che annunciavano l'avvio della sperimentazione di un antidoto alla "malattia del secolo", ( anche se nel mondo si muore per tumori dal Paleolitico ) che ancora oggi colpisce 35,3 milioni di persone (in Italia 94.146). Che fine ha fatto questo vaccino made in Italy? Secondo una stima del mensile Altreconomia , che ha condotto un'inchiesta sulla vicenda pubblicata sul numero di maggio, sono stati spesi finora 49 milioni di euro di soldi pubblici. E di risultati se ne sono visti ben pochi. Con un epilogo che non è proprio esaltante: quel poco che si è scoperto è ora in mano a privati .
Nel 1998 Barbara Ensoli , direttore del Centro nazionale Aids in seno all'Istituto superiore di sanità (Iss), annuncia che il suo team di ricerca punterà tutto su una proteina virale, la Tat, grazie alla quale potranno ottenere un vaccino sia preventivo che terapeutico. Insomma un vaccino che impedisce ai sani di ammalarsi e guarisce chi ha già l'aids. La sperimentazione non dà i frutti sperati. "Il cosiddetto vaccino terapeutico - scrive Duccio Facchini su Altreconomia - è entrato nella seconda fase di sperimentazione in Sudafrica ed è attualmente in corso. Quello preventivo si è bloccato il 24 marzo 2014".
Il vaccino terapeutico, però, ora non è più in mano all'Istituto superiore di sanità : il brevetto è stato infatti ceduto alla Vaxxit srl, con un capitale sociale pari a 10mila euro per il 70% appartenente alla stessa Barbara Ensoli. "Concedere la licenza esclusiva di un brevetto senza trasparenza su quanto finora si è dichiarato di aver raggiunto sembra più simile ad un'abdicazione degli interessi collettivi e a una svendita del patrimonio di ricerca pubblica ", dichiara ad Altreconomia Gianni Tognoni, direttore scientifico del centro di ricerche farmacologiche e biomediche della Fondazione Mario Negri Sud. Insomma, la brillante ricercatrice è riuscita ad intestarsi il brevetto del farmaco sperimentale che nella sua forma preventiva e, quindi, poco lucrosa, non si somministra più nelle zone e fra le persone a rischio, né si sperimenta negli ospedali. Perché lo ha fatto è evidente, come ha fatto resta opaco, pur essendo debitrice allo Stato di attenzione e cospicui finanziamenti.
Dall'inchiesta di Altreconomia emerge che la storia del vaccino anti Aids made in Italy è costellata dalla mancanza di trasparenza , di annunci esaltanti di risultati mai arrivati e con il dubbio di un conflitto di interesse in testa a chi finora ha condotto la ricerca pubblica e ora si accinge a guidare quella privata. Barbara Ensoli è stata interpellata dal mensile autore dell'inchiesta, ma non ha voluto replicare.
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