lunedì 24 novembre 2014

Abdicazioni.

A chi appartiene la sovranità, mi chiedevo ieri. Oggi campegia sui giornali la soddisfazione di Renzie per il 2-0 ottenuto dal moderatismo dissimulato nelle due regioni nelle quali si è votato. A parte il fatto che la genesi del risultato è molto difforme nelle due realtà, in una delle quali, quella calabrese, è d'uso l'alternanza della rappresentanza mafiosa sul territorio, fino al commissariamento del capoluogo di regione, mentre, nell'altra, quella emiliano-romagnola, ci si trova di fronte ad una sostanziale conferma d'apparato della sinistra diluita, ma: ha appunto votato per il proprio candidato solo l'apparato. Fuori dagli schemi, solo la Lega, rigenerata dal suo nuovo segretario, ha ralizzato un incremento consistente, incettando tutte le potenzialità - tranne quelle specifiche, incrostate in quell'apparato - di Forza Italia. Gli altri partitini, in sede di elezione nazionale, da noi non avrebbero raggiunto il quorum. Renzie ha affermato che conta solo vincere, volatilmente e che l'affluenza di meno di un terzo degli aventi diritto, non inficia il risultato, dato che la sostanza e la quantità del consenso non è più da tempo necessaria. Tralasciando le scemenze di questo o di quello, va rilevata la profonda disaffezione al voto dei più giovani e il vano tentativo di "impartire una lezione" ai vanesi politici e amministratori, rilasciando invece ai medesimi una delega in bianco. Avere sciolto nell'acido l'appartenenza al proprio partito, ha disperso le salmerie che, almeno, hanno rifiutato di riconoscersi nel controriformista ciarlatano. Ma quel che conta è avere due regioni su due al proprio seguito; se avessero prtecipato tutti, come era usanza di fare fino a poco tempo fa, i risultati pratici non sarebbero stati difformi, in Emilia Romagna e il grande consenso sarebbe stato invece esaltato. Ma, ormai, anche senza la foglia di fico, si è smesso di vergognarsi. La povertà indotta dall'austerità, alla quale si sottraggono alla grande i politici d'occasione di questa fase storica, ha ridotto di molto l'applicabilità del clientelismo elettorale, mentre restano impregiudicate, a parità di requisiti, le posizioni di prestigio, in linea ereditaria. Le solidali accozzaglie dei sopravvissuti rappresentano solo il prodotto della propaganda degli apparati dei sempre più vaghi e cangianti movimenti di questa "delenda", già da abbattere, terza repubblica, caratterizzata dall'assenza del popolo-elettore, della cui sovranità formale si è da tempo deciso di fare a meno e che, esso stesso, ha finito per abbandonare senza combattere, abdicando, con ciò, dalla democrazia.

domenica 23 novembre 2014

A chi appartiene la sovranità?

E' venuto meno il più grande partito comunista dell'occidente e con esso la federazione più cospicua del medesimo e, dopo vent'anni di opposizione, di identificazione oppositiva al berlusconismo, alla destra mediatica, dissoltisi gli iscritti, dopo primarie aperte a tutti coloro che si pagavano la preferenza con due euro, ecco la frana nella regione rossa per eccellenza: il popolo di sinistra non è andato a votare. Quello di destra, tradizionalmente, si astiene molto di più, ma, questa volta, la diserzione dalle urne è stata di massa. E' un male, ma un male comprensibile. Vedremo domani che assetti avremo in regione, entità seconda solo al parlamento e comunque in grado di legiferare in molte materie autonomamente e che, dalle prossime elezioni, se il governo otterrà la fiducia anche alla Camera dei deputati, andrà ad occupare, con i suoi eletti, gli scranni che furono del glorioso Senato, vittima della supeficialità e della preferenza per la confusione assembleare di Matteo Renzi. Si può fin d'ora affermare che vi è stato un clamoroso regresso della democrazia, tanto più grave in sede locale, l'unica che può ancora districarsi nei vincoli dei ragionieri di Bruxelles.

Feudalità.

Il figlio sedicenne di un boss palermitano, condannato per l'omicidio di don Puglisi, è stato escluso dalla cresima cerimoniale in cattedrale dal Vescovo del capoluogo siciliano. Il ragazzo, che dev'essere un po' tonto, se a sedici anni non era ancora stato ritenuto idoneo all'unzione sacramentale, è stato però umiliato dall'abiura, dall'esclusione ostentata. Dopo tanti inchini della madonna, portata in processione dai picciotti, ben noti ai parroci - non a tutti - e al clero delle province meridionali, dopo tanta acquiescenza delle gerarchie isolane, pubblicamente contraddetta solo in occasione di funerali di Stato e, infine, in questo caso, dopo le intimazioni e le scomuniche papali, restate, per altro allo stato verbale, all'enunciazione patriarcale, secondo una cultura arcaica ben comprensibile ai fedeli di quelle terre, ma mai tradottasi finora in una specifica "bolla". Si è trattato di un'umiliazione gratuita, rivolta ad un probabile mafioso a stretto giro di posta ( anzi, certo, perché dal vincolo di discendenza non ci si slaccia, neppure volendolo ). Perché fingere, dunque, una profilassi anti mafia, punendo il figlio per le colpe del padre? Fingere? Si, perché nel costume ecclesiastico, secondo i dettami del diritto canonico, non si negano i sacramenti ai discendenti dei peccatori - ma talvolta glieli si amministrano in spoglie canoniche - siano essi figli di coppie non sposate, siano essi figli di mafiosi. Come in altre pubbliche cerimonie, "politicamente" - volere o volare - utili a "riconoscersi e a far squadra", per usare un linguaggio che piace all'impresa, si scelgono, tempo per tempo, le figure mediocri e rassicuranti che fanno numero e gli elementi di spicco della comunità, variabilmente ostentabili, circostanzialmente sostituibili. In questo caso si tratta di un discendente dei Graviano, ostacolati da un prete nel quartiere dove esercitavano il loro dominio, con fin troppo vigore e prima che potesse venire richiamato gerarchicamente a più miti e realistici consigli. Quante volte è avvenuto? Dobbiamo credere che qualcosa di fondamentale sia cambiato? Smetteranno i sacerdoti di recare la comunione ai mafiosi latitanti? La mafia è "punibile" attraverso i suoi discendenti, solo quando uccide dei religiosi? Il papa stesso ha circoscritto la scomunica, non tanto e non solo agli atti di prevaricazione e violenza si cui si basa il dominio sociale degli "uomini d'onore", ma alla loro "adorazione del male, da cui origina l'idolatria del denaro". Se non si mette bene in chiaro che la "mafiosità" è all'origine e custodisce un collante sociale, diluendo il quale s'incorre nella morte e che è la causa di una filiera tradizionale ed interminabile di lutti e che la sua opera va valutata e perseguita in funzione dell'opposizione giuridica e sociale a tutte le sue manifestazioni, quotidiane e strategiche, a nulla varrà escludere i "cattivi" e i loro figli dai momenti di "conferma" di principi che trascendono la realtà. Ma, al di là di tutto, mi sembra che la Chiesa si acconci alla politica dell'ultimo Papa, che, per essere vincente, deve cogliere un mutamento profondo nei costumi delle società sottese. A Palermo, se questo avviene, è solo perché la mafia che conta ha ormai bypassato la gestione diretta dei rioni, come la ripresa impeturosa dei furti dei motorini - in altri momenti non consentita - sta lì a suggerire.

sabato 22 novembre 2014

Disagi.

“Non mi ricandido. L’ho deciso. Se arriviamo al 2018, io non mi ricandido. Non vedo l’ora di uscire di qui, per non avere più a che fare con queste merde“. Il deputato del Movimento Cinque Stelle Alessandro Di Battista si sfoga con l’agenzia Dire e ribadisce un’idea che ha espresso già altre volte (per esempio nella primavera scorsa). Il parlamentare M5s ripete quello che dice da mesi: ha il sogno di “fare il reporter. E lo farò, perché se la legislatura dura fino al 2018, io non mi ricandiderò”. Lo sfogo del deputato M5s a Montecitorio arriva al termine dei lavori di Montecitorio, a fine settimana. “A noi ci possono dire che siamo ingenui – dice – e cazzate comunicative ne facciamo, come no. Ma non siamo come queste merde. Io non ce la faccio più a restare. Non vedo l’ora di andare davanti a una telecamera e fare un video in cui dico: ‘Eccomi qua, in questi anni ho fatto tutte queste cose, ho fatto risparmiare allo Stato 300mila euro. Ora però, me ne vado’. Voglio tornare a fare il giornalista, il reporter, voglio stare tra la gente”. L’attacco è in generale agli esponenti degli altri partiti: “I politici – afferma – vanno in televisione, fingono di avere a cuore i problemi delle persone. Poi vengono qui e non fanno altro che parlare dei cazzi loro. Li ho sempre sentiti occuparsi solo di affari, correnti e correntine, posti. Di quelli che stanno fuori dal palazzo, non gliene può fregare di meno. Le persone dovrebbero informarsi di più e invece finiscono vittime di un sistema che si regge sui mass media che prendono soldi dal potere“. Così si è sfogato il parlamentare 5S. Speriamo che non ci ripensi e che possa trovare accoglienza nell'ambito giornalistico che gli sta a cuore. Lo stimabile deputato non ha ancora trovato il suo "ubi consistam" e, finché lo cercherà, ne resterà sempre inappagato. Il lavorio sulle alleanze, le correnti sui "cazzi propri e loro" io l'ho conosciuto nell'ambito del sindacato, dal quale ho tratto molti elementi per capire la politica, che, a sua volta, agisce, brigando, nell'alveo legale-istituzionale che è lo shaker per la formalizzazione del potere. Il generoso pentastellato avverte probabilmente la sua alterità, incongruità e, purtroppo, inutilità, in un alveo che tende disperatamente a demonizzare. Ma i demoni, se ci sono, non si rivolgono contro di lui, che è puro, estraneo; fanno del male agli inermi che concretamente gli si oppongono, brigano per presunta convenienza contro simboli sacrificali, interpretano i tecnicismi della violenza, psicologica e poi chissà? Se riuscirà a fare il reporter - come gli auguro - dovrà essere free-lance, se vorrà riferire e documentare la cruda ed essenziale verità, ma troverà - proprio perchè i gazzettieri sono finanziati e veicolati a prestigiose ed abusate carriere - chi gliela pubblicherà? Conta di trovare personalità meno olenti, libere dai condizionamenti del recupero sulla sfiga, dagli "idola imperi", dal conformistico, scimmiesco, spirito di imitazione che li relegherà partitamente fra i perdenti di una gara già decisa, a mutare gli esiti della quale non soccorrerà neppure la peggiore cortigianeria e il più miserabile spirito di tradimento. Ammesso che tu sia sincero, pensaci bene; fatti almeno due legislature per sommare una pensione che gli altri non avranno neppure con quarantadue anni di contribuzione. Dopo potrai far finta di cavalcare i tuoi ideali, o cavalcarli sinceramente, constatando amaramente che i tuoi esiti saranno sempre parziali, menomati "geneticamente" dalle prassi reali degli ominidi in società. Ti resterà, a questo punto, la fuga nell'idealismo utopistico, al quale potrai votarti, salvo constatare, anche in quell'ambito, la permanenza, rimossa e dissimulata, degli stessi vizi da cui cerchi, senza deciderti all'anacoresi, di evadere. Il resto è merda.

venerdì 21 novembre 2014

E' tutto uno stracciar di vesti.

Il pampa-Papa si è messo a litigare, o meglio, litigano con lui quei porporati che difendono l'andazzo che pubblicamente e con parole poco gesuitiche, il Pontefice aggettiva. Non ha fatto in tempo, questa mattina, a deplorare, "lo scandalo" dei prezzari per la somministrazione dei sacramenti, che il presidente della C.E.I., l'algido e risentito Bagnasco, lo ha rimbeccato, sostenendo che in Italia i sacramenti non vengono pagati. Per quel poco che ne so, i sacramenti, le commemorazioni, ecc., sono soggette ad un'offerta non quantificata, ma è implicito, all'atto dei medesimi, "permettersi" di porgere una busta dentro la quale c'è una cifra direttamente proporzionale allo standard offertorio in quella chiesa e in quel contesto parrocchiale. Se, da qualche parte, esistono dei listini affissi nelle canoniche non lo so, né mi interessa, ma qual'è quel parroco che, itinerante presso le famiglie di cui cerca di curare la catechesi, esce senza ricevere un'offerta, stimata presuntivamente, quando non concertatamente, fra i fedeli, casomai solo in quell'occasione? Il tariffario è invece ufficiale e pubblicamente affisso nelle chiese ortodosse; ogni prestazione del Pope è minutamente imputata ad una cifra. Costui, discrezionalmente, si fa ristorare presso i domicili delle pecorelle: entra, chiede, benedice. I preti protestanti delle diverse confessioni, sono usi affiggere sui frontoni delle loro chiese che le medesime, intese come singole unità devote, non usufruiscono di nessun contributo pubblico, come i giornali indipendenti, bensì sono mantenute attraverso un regime di donazioni direttamente dai fedeli che usufrusicono così dei servigi religiosi e che si riconoscono direttamente nei medesimi, senza chiedere favori e raccomandazioni. Nei Paesi pluriconfessionali a forte concentrazione amministrativa - come la Germania - è lo Stato a provvedere a ripartire le contribuzioni secondo la dichiarazione d'appartenenza a questa o quella confessione, cristiana o diversa e, dopo aver ripartito un reddito congruente, non indietreggia di un millimetro sul piano fiscale. Il regime della contribuzione registrata serve allo Stato a "pesare" la reale appartenenza a questa o quella "testimonianza" religiosa. Negli Stati Uniti, invece, qualsiasi confessione può essere istituita, purché in grado di mantenersi da sé, senza valutazioni di merito, per cui, anche le sette più pittoresche e quelle esoteriche, sono difuse e, talvolta, piuttosto ricche. In Inghilterra, la Chiesa anglicana è la chiesa di Stato, a capo della quale sta la regina che è anche presidentessa della più grande Loggia massonica del mondo, senza potervi partecipare perché la Massoneria britannica esclude dalle sue file le donne. Per sottoclassificazioni si potrebbe continuare ancora. Il cattolicesimo, dove è tradizionale, consolidato e senza alternative, che non siano portate dall'immigrazione, è sempre stato un'entità sussidiaria o alternativa alle autorità pubbliche, tanto lassa riguardo al penitenziere fiscale ( date a Cesare quel che è di Cesare ) quanto sottilmente condizionante nell'esigere i suoi tributi e i suoi favori dai devoti ricchi e potenti, ripartendone una minima parte agli altri devoti, bisognosi e subalterni. Leggo che al sud esisterebbero dei listini affissi e necessariamente da osservare: si tratterebbe in questo caso di una tassazione progressivamente inversa in plaghe nelle quali il gettito fiscale, per lo Stato, è stimato intorno al 5% del reddito disponibile. E' questo, pampa-Papa lo scandalo, casomai.

On the road.

Maurizio Landini è un uomo che ama parlar chiaro. Io condivido molte delle cose che dice, ne apprezzo lo spirito di sperimentazione e ne rispetto le valutazioni. Partecipando ad una delle tante manifestazioni che lo vedono sfilare in molte città d'Italia, ha profferito, preso dalla fatica e dalla marcia, una verità nella quale mi sono riconosciuto: Renzi non ha il sostegno delle persone oneste. Non ha pensato, in quel momento, il fiero Landini, che "offendeva" il trasformismo italico, ben radicato nelle file, pletoriche, troppo numerose per essere vere, del Partito democratico. Ma ha detto il vero, senza meditare che così rivelava il suo pensiero recondito, cioè che le "masse" sono costituite da conformisti caproni, pronti a seguire per influsso subliminale, tutte le sinfonie orecchiabili e che non richiedono fatiche interpretative. Ha affermato che, nell'ambito delle masse, per di più spurie del PD, alberga l'utilitarismo spicciolo e la disonestà argomentativa di tutti i profittatori di situazioni, di tutti i giudicanti al riparo del verbo comune, per ciò stesso errato, ma potente. Le sue scuse successive non scusano nulla e non sono credibili: sono le scuse di un politico messo in crisi da polemiche di maniera, a loro volta assimilate per iterazione dalle masse ignoranti. Sotto, sotto, i leader della sinistra sono dirigistici, presuntuosi, ma sanno con chi hanno a che fare, In condizione di riposo sono i più conformisti fra i conformisti, ma questi, almeno per Landini, sono tempi gladiatori.

giovedì 20 novembre 2014

Timori non condivisi.

La campagna elettorale del PD per le regionali, si è chiusa a Bologna all'insegna della più violenta contestazione. Anche una sede del medesimo partito è stata danneggiata. Il candidato piddino ha ovviamnete dichiarato che "i pochi facinorosi non fanno paura" a un partito o presunto tale, ormai abbarbicato solo ad un potere senza contenuto, dilaniato da correnti ed ormai pluricondannato: dall'ex presidente Vasco Errani, al Sindaco di Bologna in carica, tanto per gradire. Un partito i cui consiglieri - come quelli dell'opposizione - si sono "spesi" in presenti e delibazioni ed hanno completamente perso quel senso di diversità morale, che aveva contraddistinto i rappresentanti della sinistra ( almeno per quanto attiene alle camorrille nazionali ). La caduta dell'austerità comunista ha liberato le peggiori frustrazioni, stimolato il senso di imitazione, corrotto i costumi, a contatto con i gaudenti democristiani, come in una narrazione classica sulle ricorrenti decadenze civili. Si dovrebbe andare a votare per qualcuno di costoro, di cui non si conoscono, non dico i programmi, ma neppure il curriculum, la storia politica e amministrativa, fuori dalle grigie prassi d'apparato? Neppure, per quel che mi riguarda, il nome? L'investitura renziana, il maggiore dei non eletti, deciso a "cambiare l'Italia" secondo i dettami giugulatori di una conservatrice signora tedesca, già comunista ed ora democristiana? Vengono in mente le conversioni post belliche di uomini pubblici - soprattutto accademici - che passarono senza colpo ferire dalla camicia nera e dalla militanza fascista al comunismo più ortodosso. Adesso basta, apparentemente, che il primo pinco-palla si offra di cambiare il Paese ( da Matteo Renzie, passando per Beppe Grillo ) perché gli si spalanchino le autostrade della politica d'occasione, pubblicizzate, per il Governo, da una televisione, soprattutto pubblica, in questo caso, serva e amplificatrice. Ci si chiede, in coscienza, se la semplice finzione della rappresentanza elettiva possa essere ancora utile alla democrazia, ora che è diluita e svilita in una retorica senza contenuti. Temo che per questo colpevole e, di conseguenza, sfortunato paese stia per aprirsi una lunga parentesi di declino. Ma a certa gente, purchè eletta, tutto ciò non fa paura.

Il gioco degli equivoci.

C'è un'insincerità di fondo nella trama delle parole che quotidianamente si spendono per assecondare, giustificandole, le strategie esogene, che si cerca di cavalcare pericolosamente, mistificandone il significato agli uditori, la maggior parte dei quali parteggia superficialmente , emotivamente ed umoralmente; per questo ci si rivolge ad essa in termini superficiali e semplificatori. In questo momento, liquido e privo di forma, l'unico vantaggio consiste in una insolita facoltà di percezione, ma non di decifrazione delle rinfrescate panzane a cura di diversi interpreti del medesimo copione. Il sipario è strappato e il lavorio degli attrezzisti è visibile, mentre compongono e scompongono le scenografie nella cui cornice collocare la scena, la recita. La chiave di lettura è univoca, fornita a priori e si basa su concreti interessi che agitano i gonfaloni della retorica, mentre tutt'intorno è un ammasso di macerie. Degli attentati che hanno fatto strage di vittime sacrificali simboliche ed occasionali, dell'omicidio mirato di Aldo Moro, sul filone utopistico di un partito moderato di centro, barcamenantesi fra opposte pressioni, che sarebbe dovuto andare verso sinistra, verso la legittimazione, cioè, di un partito comunista che stava per rinnegarsi, ma non lo sapeva e di una Chiesa cattolica che sarebbe passata, in men che non si dica, dalla Ostpolitik di Camillo Ruini, alle trame sindacali anticomuniste di un Papa polacco, per introdurre un cuneo territoriale nel corpo del continente sovietico, economicamente stremato dalla competizione bellica, prima che la competizione si spostasse sui mercati finanziari, non si è ancora saputo nulla, se non che una poco più che bambina cittadina vaticana, Emanuela Orlandi ed una sua coetanea romana Mirella Gregori, completamente ignorata dalla letteratura sulla vicenda che vedeva la sola Orlandi essere stata "vittima" delle trame bulgaro-turco-sovietiche per neutralizzare il papa dell'est e costituire l'ostaggio di non si sa quale scambio. Invece, probabilmente, le due piccole erano state soppresse dopo essere state abusate, da chi non è dato sapere. Silenzio di tomba - è proprio il caso di dirlo - sulla morta di Patrik Cernay, del Capo delle Guardie svizzere e di sua moglie, avvenuti negli stessi anni. Nulla di certo neppure sulla rapida eliminazione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, al momento della trattativa Stato-Mafia, riparatrice delle loro indagini. Che si è saputo, infine, della coesistenza fra l'andreottismo e Cosa nostra, a parte chilometri di caratteri tipografici, e numerosi omicidi di politici, poliziotti, prefetti e magistrati siciliani, confusi fra fiancheggiatori, favoreggiatori e oppositori in un gioco di dissolvenze. un gioco di palesi ma indecifrabili, perché continuamente rimestate, apparenze? Sembra quasi che le trame politiche si siano involute su lor medesime, senza risparmiarsi sanguinosi regolamenti di conti, dopo i quali il "comune" vantaggio omertoso ha ripristinato una dialettica apparente, sempre fra le medesime entità delegatrici di diversi interpreti, ma sempre prodotto di scuole di dissimulazione ben note e riconoscibili, almeno a chi ha una certa età ed esperienza, quanto meno cronachistica. Chi ha ucciso Roberto Calvi e Michele Sindona? Sarebbe cambiato qualcosa a livello pubblico se avessero deciso, in extrema ratio, di parlare? Chi, concretamente e perchè ha voluto non correre questo rischio? Perché i compagni di merenda di Berlusconi, anche in carcere, continuano a tacere? Perché Licio gelli, vetusto e indisturbato, continua a svernare a Villa Wanda? Continua.

martedì 18 novembre 2014

Dall'egemonia economica a quella politica. La storia si ripete.

Continua la preminenza politica. oltre che economica, della Germania neo guglielmina nello scenario europeo. Dopo la sponsorizzazione al pugile ucraino campione del mondo, la Merkel è riuscita a far prevalere nelle elezioni presidenziali rumene, il suo candidato, un conservatore che ha scalzato il competitore di sinistra. La Germania continua a rafforzare la sua egemonia sui paesi centro orentali dell'europa continentale, riproponendosi come principale avversario, sulla piattaforma, della Russia. La differenza, per ora, consiste nello schierarsi, non privo di ambiguità, con l'alleato post bellico americano, che saggiamente non se ne fida e la fa spiare dai suoi sistemi intercettori. Comunque sono già due Stati chiave e in crisi dello scacchiere a far riferimento a Berlino, senza riceverne aiuto alcuno che non sia alla coalizione o al partito feudalizzato, nel pieno abbandono delle perverse dinamiche sociali al loro destino. la partita della neo egemonia tedesca è appena cominciata.

La meraviglia dei senza memoria.

Antonio Gramsci, l'italiano attualmente più letto nel mondo, corrisponde con la cognata Tatiana, sorella, insieme ad Eugenia della moglie Giulia Schucht, che ebbe con lui, carcerato itinerante, un rapporto molto più freddo ed evasivo, di quello splendido con la più piccola della famiglia, che sarà l'unica a vegliarlo in punto di morte e l'unica ad andare al suo funerale, deserto, tranne che da lei e dalla polizia fascista. Era morto, stremato dal carcere di Turi, dove gli altri detenuti comunisti gli tiravano le palle di neve con dentro dei sassi, perchè aveva criticato l'ascesa al potere di Stalin, con il quale invece Togliatti "fece affari" fino alla fine, competendo, dispettosamente, sul piano intellettuale, con lo sfortunato, ma geniale compagno. Gramsci, dalle sue prigioni, scrive di tutto per mantenere vivo il contatto con il mondo esterno, chiede libri, insegna agli altri detenuti, ne descrive alcuni, ma parla anche di botanica e di dinamiche familiari, con semplictà. In questa lettera, attesta l'eterna difficoltà a trovare lavoro, ora come allora, in diversi scenari macroeconomici, ma senza variazioni "epocali", come ogni volta cercano di farci credere. C'è anche una acuta disamina demografica e sociologica del nostro paese, familistico e clientelare. 30 luglio 1929   Carissima Tatiana,       ho ricevuto ieri la lettera di Giulia. Spero che anche le fotografie non si siano perdute e che potrai mandarmele presto. Dovrei rispondere a tante tue quistioni mentre avrei voglia solo di chiacchierare con te del piú e del meno; mi ha molto divertito il tuo sfogo irruento e appassionato contro le affittacamere. Tuttavia cercherò di rispondere a qualche quistione. - 1° Credo che tu non debba incoraggiare, ma scoraggiare il desiderio di Vittorio di venire in Italia. Il posto di assistente di farmacia è pochissimo rimunerato e d'altronde c'è molta disoccupazione in questo ramo; ho conosciuto dei liberi docenti di chimica che andavano a far cartine per 600 lire al mese. Con la nuova legge sulle farmacie la situazione deve essere ancora peggiorata. - Ad un'altra occupazione stabile all'estero (cioè lontano dalla famiglia e dal proprio ambiente, dove è sempre possibile trovare qualche risorsa in caso di crisi) si oppone il carattere di Vittorio che, secondo me, è troppo fanciullesco e fantastico. In pochi anni io l'ho conosciuto come funzionario del Ministero degli Esteri (traduzioni), come sensale d'affari, come giornalista, come attore drammatico in tournée a Samarcanda e dintorni. Ha istinti troppo vagabondi. È un carattere che conosco perché l'ho studiato in alcuni miei fratelli, specialmente in mio fratello maggiore: l'Italia è l'ultimo paese da consigliare a simili tipi, a meno che non vivano di rendita, perché l'esuberanza di popolazione e la disoccupazione cronica in interi rami d'attività (ma specialmente nelle attività medie tecnico-intellettuali), determinata dal fatto che l'Italia ha quadri sufficienti per un paese di grande sviluppo industriale, mentre è solo mediocremente sviluppato - portano l'autorità statale a fissare ognuno rigidamente al suo posto. Quella certa popolarità che il sistema corporativo gode tra gli strati medi intellettuali è appunto dovuto alla precarietà dei posti e alla anelasticità della situazione: ognuno vorrebbe essere garantito per legge contro la concorrenza sfrenata. Chi perde il posto può rimanere disoccupato mesi e mesi, senza scorte. Ti cito un esempio. Una ditta elettrotecnica bandí un concorso per 25 ingegneri, da assumersi per tre anni in prova con 300 lire al mese; si presentarono in piú di 200. Vittorio si troverebbe in un ambiente premuto da 20 atmosfere e non tarderebbe a pentirsi. Ancora una ragione: si può fare una graduatoria della conoscenza dell'italiano nella tua famiglia: il primo posto spetta a Eugenia che scrive molto bene con uno stile italiano moderno, il secondo a Giulia che ha uno stile quasi classico, costruisce il periodo alla perfezione, ma commette degli errori che si fanno notare; il terzo a te, che in questo ultimo tempo hai migliorato molto, ma si capisce che la tua lingua non è l'italiano (è il francese, secondo me, neanche il russo); Vittorio, sebbene abbia studiato in Italia, ha dimenticato molto. Nel 22 mi scrisse alcuni articoli che non potevano neanche essere corretti; era tutto da rifare, come ortografia, morfologia e sintassi. La quistione è importante e perciò mi sono dilungato, senza nascondere nulla del mio pensiero. - Cara Tania, non posso piú chiacchierare. La scatoletta l'avevo presa subito con me; ma dimenticai di scrivertene. È graziosa, ma è una tabacchiera; diciamo una graziosa tabacchiera. Non mi sono deciso a metterci il sale, perché temo che se vado nel cortile con tale saliera, tutti gli altri mi domanderanno da annusare. Il rosaio ha già piú di 20 roselline sbocciate, che mi piacciono assai. Per ora non ho bisogno di nulla; forse puoi portarmi qualche pezzo di sapone e un po' di ovomaltina. - Non credere che io sia brontolone o di cattivo umore ecc. Talvolta scrivo in certo modo un po' per canzonatura, ma ti voglio molto bene. Ti abbraccio       Antonio

lunedì 17 novembre 2014

Il bellicismo strisciante, in tutti i sensi.

In guerra aumma, aumma, mentre si tagliano tutte le spese e si infierisce con le tasse su tutti i tradizionali pagatori, senza un voto parlamentare in merito, con costi altissimi per la nazione, sia in termini economici, sia in quelli della sicurezza, negando l'evidenza e facendosi smentire persino dalle gerarchie dell'aviazione militare, andiamo a bombardar, insieme a tanti altri paesuccoli, al cenno dello zio Sam ( o Tom, nella fattispecie? ). Centoquaranta uomini e due Tornado che, dopo aver preso conoscenza del terreno e degli acquartieramenti nemici, li bombarderanno. Personalmente, contro il IS non risparmierei energie se non si trattasse di un coinvolgimento in una guerra esclusivamente statunitense, indifferente, tranne che nelle giustificazioni, allo scempio umanitario che si contrabbanda, per la quale si sono volutamente trascurate le Nazioni Unite e si è lasciata fuori la stessa NATO, dando quindi una caratterizzazione nazionale a ciascuno degli interventori. Tutti i Paesi che si sono affiancati, uno alla volta, agli americani, sotto il cui comando combattono dall'alto, hanno cominciato con ovvi compiti di ricognizione e segnalazione, ma sono tutti passati, in men che non si dica, alla "desertificazione" dei miliziani che occupano una superficie sufficiente a fondarvi uno Stato, che battono moneta autonomamente e sono in possesso di numerosi pozzi petroliferi, ( l'unica vera ragione della coalizione informale ) attraverso le cui estrazioni finanziano la loro guerra e si riforniscono di armi, casomai indirettamente, sul mercato internazionale, dagli stessi Stati che li bombardano e di cui decapitano pubblicitariamente e proselitisticamente gli ostaggi. Per liberare le schiave Yazide, si doveva intervenire subito, ma sotto l'egida di una risoluzione degli organismi internazionali, che invece non si sono neppure riuniti. Renzie e la Pinotti, dopo l'invio delle armi dismesse dall'esercito, contraddicendo ogni impegno di austerità - chiesto ai cittadini che non li hanno eletti - e dissimulando il loro operato, negando pervicacemente che il parlamento sia competente in materia, come il peggior cioccapiatti privato, continuano a relegarci fra le ex democrazie, senza che, per altro, si levi dal paese e dalle sue ex rappresentanze - tranne il M5S -, un sospiro di protesta. Un bellicismo strisciante e dissimulatorio, come tutta quanta la politica del servaggio italico, in fondo approvata da un non popolo consimile, schienato comodamente nel sopore della democrazia, di cui, a livello globale, ormai non residuano più neanche le forme.

domenica 16 novembre 2014

Neppure i poveri sono tutti uguali.

In Italia ormai dilaga la caccia, simbolica o reale, ai capri espiatori di sempre: rom e sinti, migranti e rifugiati. Pur variando luoghi e personaggi, comune è lo schema narrativo, avallato anche da quotidiani mainstream. Non ho dimenticato la morte atroce di quella signora romana, Giovanna Reggiani, moglie di un ufficiale dell'esercito, aggredita e uccisa nel corso del tragitto fra la fermata dell'autobus e la sua abitazione. La colpa sta nel non affrontare i problemi, neppure in abbozzo e lasciare alle dinamiche euerodirette da organizzazioni "di base" sui territori l'agitazione propagandistica di questi eventi, nei quali la violenza si esercita esclusivamente sui soggetti vulnerabili, sempre più vulnerabili, in una gerarchia discendente della prepotenza. A giustificare o sminuire la violenza dei “residenti” e dei “cittadini comuni” si propalano spesso leggende e false notizie, spacciate come vere anche dagli organi di stampa. Ciò che è accaduto nella borgata romana di Tor Sapienza costituisce un precedente assai grave. Mi riferisco al trasferimento forzoso, a furor di plebe, dei minorenni ospitati dal Centro di prima accoglienza, collocato in una struttura che include anche un Servizio protezione richiedenti-asilo e rifugiati. Questa prima tappa della chiusura totale della struttura, pur essendo una misura prudenziale, si configura oggettivamente come cedimento istituzionale al violento ricatto razzista. I facinorosi che, incappucciati e al grido di “bruciamoli tutti!”, a più riprese hanno attaccato il Centro, con lanci di pietre, petardi e perfino una molotov, per alcuni giorni sono stati rappresentati, anche dalla stampa, come poveri “cittadini esasperati”. E le dicerie a proposito di scippi, aggressioni, tentati stupri – dei quali non v’è traccia di prova, né denunce formali a carico dei giovani africani – sono state puntualmente riprese senza alcuna verifica. Chi è rimasto nel "Centro Morandi" ancor oggi è a rischio. Ciò nonostante, di queste persone, de-umanizzate e perseguitate, neppure si rispetta il diritto alla privatezza: giornali e telegiornali, infatti, ne hanno mostrato i volti non oscurati, esponendole ancor di più al pericolo. Pochi, fra i giornalisti che hanno raccontato di questa vicenda, sono quelli che hanno citato il mélange, tutto nostrano, di attività illecite, spaccio, infiltrazioni criminali e di estrema destra che caratterizza questo come altri quartieri romani di periferia. Contro il quale mai, per quel che ne sappiamo, i “residenti esasperati” hanno fatto barricate. I miei amici di Roma, me ne hanno parlato diffusamente. La realtà di degrado mai curato delle immense periferie romane si è accentuato e la violenza, endemica nelle contese gerarchiche fra bulli, ideologicamente affini ad un machismo fascista che più fascista non si può, senza trascurare le femmine che sfoggiano dei bicipiti impressionanti, si è spostata, in forme organizzate ed occasionali, verso i nuovi residenti immigrati. La realtà è complessa, lo so bene, forse meno per questi bruti della subura, ma è di tutta evidenza la condizione di queste persone fuggite da povertà, persecuzioni e violenze, approdate rischiosamente in Europa dopo viaggi da incubo, private di casa e affetti, e oggi, di nuovo, rifiutate, minacciate, terrorizzate. Fra loro, trentasei minorenni soli e bisognosi di tutela, che erano impegnati in un percorso di formazione e inserimento professionale e che oggi sono dispersi in altri centri. Lo slogan: "basta con l'immigrazione" è un'assurdità strumentale. Entità trascurabili? E' questo il modo di gestire i problemi? E' questo il futuro che ci si prospetta? Questo per dire che la violenza recata agli adolescenti, poi assecondata dalle autorità, che altro non hanno saputo produrre in presenza di una realtà nota, ma non messa in evidenza, che relegarli in un luogo forse più insicuro per loro, non è il portato di una simmetrica guerra tra poveri, ma una vera e propria speculazione squadristica. Conosco abbastanza bene la realtà romana, per poterlo affermare. La conferma, in tal senso ci viene da ciò che è accaduto alla Marranella, quartiere romano del Pigneto-Tor Pignattara, dopo l’assassinio di Muhammad Shahzad Khan, il pakistano di ventotto anni, mite e sventurato, massacrato a calci e pugni da un diciassettenne romano, la notte del 18 settembre scorso. Subito dopo, un centinaio di persone improvvisarono un corteo di solidarietà verso il giovane arrestato, non senza qualche accento di rammarico per “questa guerra tra poveri”, insieme con cartelli e slogan quali “Viva il duce” e “I negri se ne devono andare”. Un circolo politico di sinistra, presente nel quartiere, si è spinto fino ad affermare incautamente che l’omicida e l’ucciso sarebbero stati vittime dello stesso dramma della povertà e del degrado. Come se il livello di potere, la posizione sociale, la responsabilità morale fossero i medesimi, tra il bullo di quartiere che uccide, istigato e spalleggiato dal genitore commerciante e fascista (poi arrestato anche lui), e la sua vittima inerme: già annientata dalla solitudine, dalla perdita del lavoro e dell’alloggio, dal terrore di perdere pure il permesso di soggiorno, dalla lontananza dalla moglie e da un figlio di tre mesi che mai aveva potuto vedere. Una perfetta illustrazione, quel delitto, di guerra contro i più inermi tra i poveri.

sabato 15 novembre 2014

Venefici.

Il pampa-Papa, durante un'udienza a una rappresentanza accreditata dei medici cattolici, ha ribadito quanto si sapeva: dovete obiettare per non dover eseguire aborti, eutanasie e fecondazioni con seme ignoto. Ce la giochiamo sui principi, come sempre, con i quali bypassiamo la realtà. Il medico cattolico non procura l'aborto: per fortuna chi lo fa non incorre più nell'anatema e nell'ostracismo sociale, almeno se lo fa alla luce del sole, ma rischia di essere confinato a praticare solo questi interventi e di consentire ai colleghi coscienziosi di sedimentare le loro competenze specialistiche, solo in regresso per lui, per mancanza di alternative di fronte alle molto numerose, anche se osteggiate, richieste di questi interventi negli ospedali. Ecco come coniugare morale e carriera e tornare all'aborto censitario. Sull'eutanasia, non vedo come il medico possa sostituirsi alla volontà, liberamente espressa dal paziente, sostituendosi come super Io all'Ego, al soggetto, anche se è un medico cattolico. Il fatto è che, già a livello di dipartimenti universitari, da cui dipendono i policlinici, i pasdaran di Comunione e fatturazione la fanno spesso da padroni e, dove sono in minoranza, non se ne curano, forti del radicamento dei loro interessi in zone ricche e bianche della penisola. Sono personalmente certo che, in questa società dell'esclusione e degli scarti, l'eutanasia affidata ai medici - come avviene, di fatto, ogni giorno e soprattutto ogni notte, porterebbe all'eliminazione di tanti vecchietti soli che si aggrappano con le unghie e le dita adunche all'ultimo barlume di vita, ma sono altrettanto convinto che la volontà liberamente espressa vada assistita, accompagnata e portata a compimento. Ma un medico cattolico, può fare tante schifezze, ma non contraddire questo principio. La fecondazione eterologa porterà nell'ambito della coppia una genetica parzialmente materna e parzialmente ignota. Nell'omogeneità e nella sacramentalità della fecondazione familiare, per copula benedetta o per iniezione in situ è però contraddetta dall'adozione, nella quale la genetica è del tutta eterologa, alla coppia, svilite in una forma - anche se non si dice più - di carità. Allora traspare in queste prese di posizione iniziatiche, rivolte ad una categoria in gran parte composta da massoni, una esotericità orientale, del tutto estranea alla nostra, inutilmente contrastata e soffocata, cultura latina, di preminenza paterna, che verrebbe meno con il consenso alla "cornificazione ignota", come se la famiglia, l'amore non fosse di chi ti accoglie e non di chi ti ha banalmente generato. Da questo simbolismo sono originati tanti disturbi comportamentali e di adattamento di molti "trovatelli", oggetto già dalle scuole primarie di pregiudizi e di giudizi offensivi dei compagni di scuola che avevano la mamma e il papà, mentre loro, nei componimenti, parlavano di altre figure. Quel mondo è saltato per aria e, per questi aspetti, è stato un bene; per molti altri sopravvenuti, tutt'altro. Il pampa-Papa lo ha detto ai medici cattolici, ben sapendo che a loro non gliene potrebbe fregar di meno, se non per ragioni di guadagno e di carriera, ma ha parlato a nuora perché suocera intenda. Speriamo che la suocera sia diventata sorda.

Viaggio a ritroso nel mezzo della notte.

Ogni giorno, ad ore scandite dai posti nei dormitori, dai lavori di risanificazione dopo una notte di vomiti ed olezzi, prendono posto in strada i mendicanti. Si posizionano davanti ai supermercati, in rari casi nei piccoli androni delle chiese, come era uso un tempo. Spesso, quelli stabili - perché ci sono gli itineranti - ricoprono le ombre di quelli che vedevo da bambino ed a cui portavo poche lire. Sono luoghi storici, per null'altro deputati alla mendicità che non una memoria atavica, tramandata, di questa forma di sfruttamento di persone senza nulla, in mano all'ultimo padrone. I clochard, che preferiscono evitare la promiscuità affollata dei dormitori - spesso persone di buone maniere e discreta cultura - vengono allontanati dai loro giacigli notturni nelle strade del centro, che liberano di prima mattina, salvo rare eccezioni, costituite da resistenti di lungo sonno ( in realtà depressi senz'altro da fare che giacere, coperti dalla testa ai piedi, tanto che potrebbero essere morti senza che la loro condizione mutasse )per "sanificare" i portici, da loro e dalle pisciate dei cani, libere a differenza delle cacche, che gli insonni dell'albeggiare lasciano dovunque, esentati dalle tenebre dal senso civico, timoroso solo di una sanzione. Un autunno mite, umidiccio, foriero di infezioni bronchiali, ma ancora immune da assideramenti annunciati che, però non porteranno i "barboni" al riparo concentrazionario e immondo, a loro destinato ma del quale non fanno parte. Lungo gli stradoni della periferia nord, lungo la provinciale, fino oltre Modena, una fila danzante e colorata negli striminziti costumi da lavoro che la temperatura ancora consente, giovani donne e vere e proprie ragazze, schiave di giro di un circo ormai selezionato, prestano consolazione agli uomini soli o insoddisfatti dal menage coniugale, a prezzi accessibili quasi a tutti per via della crisi, conferendo agli occasionali compagni di pochi minuti - da cui una terribile ansia da prestazione e qualche omicidio di rivalsa - anche il brivido di un rischio contagioso. Una catena di montaggio dell'eiaculazione. La relegazione sotto il monumento al camionista, da cui si dipartono, per non accentrarsi in un solo punto e offrir maggior agio al mercato, le etére ineliminabili da migliaia di anni, per il popolo comune, fu il progetto di un'amministrazione anomala, di destra, coinvolta subito in interessi privati e tangenti, ma severa custode di una moralità visiva che, dopo decenni, venne allontanata dai viali di circonvallazione, sui quali faceva parte del paesaggio. L'appalto stradale alla malavita straniera post caduta del Muro, aveva portato, più che a un infittimento delle lavoranti - per le quali, evidentemente, c'era richiesta proporzionale - ad una scenografia da night club alla luce dei lampioni, che aveva turbato la pruderie dei ben atteggiantesi. Poi sono riapparse anche in città, in numero molto ridotto; il burlesque non è più tornato, ma il fenomeno è aumentato e ha coinvolto le affittanze delle case private, di proprietà degli stessi che si scandalizzavano per il sesso all'aria aperta. Sfruttamento di Eros, che insieme a Thanatos non conoscerà mai crisi, come sarebbe anche - l'alternativa fa ridere, è una scusa speculativa - con i casini cooperativi o privati. I fenomeni si sommerebbero, costituirebbero un accumulo di capitali ( come quelli che dal 1956 si trasformarono in alberghi ) da riciclare, ma pagherebbero le tasse ad uno Stato indebitato fino alle orecchie che, ha abdicato per lo stesso motivo all'inibizione di aprire altre case da gioco, oltre alle tre ufficialmente in uso (erano quattro, poi Taormina ha chiuso ), che pullulano anche a livello di singoli quartieri, di solito in prossimità di club privé. I piaceri e gli svaghi si fanno nascosti, commerciali, più ipocriti di quanto non lo fossero mai stati - almeno a Bologna, la mia città, dove la gaudenza non ha mai fatto storcere il naso a nessuno, prima che si mettesse di mezzo il mercato - ma resisteremo! - con la sua prostitutività e, a schermo, il suo puritanesimo affaristico, che si trasforma sempre nel contrario dei suoi enunciati. C'è stato un tempo in cui la notte dei giovani che potevano si rifugiava all'Esedra di San Lazzaro, che chiuse per le prime beghe di droga spacciata e che comportò il suicidio di un maresciallo dei carabinieri che sovrintendeva al locale ed alla zona; c'era poi il night Blue moon di Paolo Bacillieri, compagno di Nuccia Bongiovanni al Musichiere di Mario Riva. Era il 1959 e i due cantanti accennavano a dei motivi di cui i concorrenti seduti davanti a loro, dovevano prenotare la risposta, correndo verso una campanella poco innanzi. Il Blue moon conoscerà sospensioni e chiusure per induzione e sfruttamento della prostituzione. Erano gli anni degli spinelli alle feste adolescenziali, degli atteggiamenti alla "dolce vita", interpolati da americanismi, almeno per le classi borghesi. Erano però gli anni in cui, al tavolino di un bar, una ragazza, una studentessa, potevano sorseggiare un drink, sfogliare un carteggio, senza essere importunate, almeno a queste latitudini. E' morto quello sballo? No, ma si officia sotto traccia, quasi fosse subentrato qualcosa che suggerisce di non manifestarlo, almeno in quelle forme vitali che allora erano normali.

Posture.

La postura, quando non è originata da artrosi od altre malattie ortopediche, è rivelatrice della personalità di chi la assume, o, almeno, della capacità d'interagire del soggetto in determinate situazioni. Matteo Renzie, in Australia, appare a braccia conserte, con il petto proteso, contenuto nella sua espansione dalle braccia e con la faccia più gonfia del solito, mentre Obama gli si rivolge protendendo con garbo gli avambracci e le mani, mentre gli parla di qualcosa che palesemente il "Segretario fiorentino" non capisce. Nel contempo - un po' ridicolmente - il rappresentantante di tanta nazione ( gli avrà chiesto, al massimo, nuove truppe )assume un palese atteggiamento di chiusura, che è difensivo in funzione del fatto che non capisce un acca di quanto van dicendo, ma non rinuncia a mostrarsi sbruffone - tipico di che conta poco ed ha una scarsa opinione di sé - e si gonfia progressivamente come la rana di Esopo nei confronti del bue che, nel caso di Obama, sfoggia invece una silhouette impeccabile. Niente di nuovo per noi che lo sapevamo già, probabile conferma per coloro che lo assumono a modello ed icona del "cupio destruendi" che Renzie, come al solito, non sa neppure che cos'è, come del resto i suoi seguaci. L'immagine pubblica di un uomo così inadeguato e così rappresentativo dei "mores" italici è continua, ma gli attira imitazioni e consensi. "Servono riforme, non austerità", perfetto programma post democristiano nel quale ad essere "controriformati" saranno coloro che ci sono abituati. Piaggeria e falsa autonomia, conformismo e ruffianeria, Alberto Sordi non avrebbe saputo fare di meglio. Putin forse lascia il G20; farebbe bene, sono in troppi per contare qualcosa ed a lui, nelle intenzioni, spetterebbe un ruolo simile a quello della Bulgaria, inferirore a quello della Polonia, secondo restaurazione pre seconda guerra mondiale. La Russia ha però necessità di dialogare, anche in termini competitivi e, soprattutto, economici con le potenze che le sono ostili per assemblamento al seguito statunitense. Per questo entrerà tra poco in funzione un network radiofonico ed editoriale che interesserà inizialmente tredici Paesi e poi dovrebbe coprire Europa ed America. Speriamo almeno in un po' di occupazione. Un solo punto di vista non basta, ha affermato Putin. Due, entrambi esclusivi e ademocratici, sono poco, ma sempre meglio che niente. P.S. D'ora in avanti osserviamo con cura gli atteggiamenti posturali dei nostri simili, lasciando a loro di osservare i nostri: ci faremo un'idea attendibile della loro "parte" nel copione che ci (gli) è assegnato. Il corpo parla.

venerdì 14 novembre 2014

A cucci e a spinte.

Le manifestazioni odierne in venticinque città italiane hanno aperto la via ad un coordinamento, ad una possibile coalizione del precariato italiano, che potrebbe valersi, in questo caso, dell'organizzazione capillare della CGIL e dovrebbe sfuggire, inevitabilmente, all'inclusione e all'assorbimento, che sarebbero paralizzatori del loro movimentismo. Ma la presa d'atto e di coscienza del mondo del lavoro occasionale, sottopagato e servile, che altro non è che il regime lavorativo capitalistico tarato sull'utile meschino e senza vincoli, di padroni di ieri, di oggi, di domani, finalmente tratteggia in Italia un embrione di opposizione sociale e un rilancio, basato sulla realtà che si è creata e che si vorrebbe per sempre relagare ai margini, che vede di nuovo protagonista la CGIL. Codesta associazione storica e meritevole di grande considerazione, comunque la si pensi, non è esente da colpe, consistite nel voler codeterminare la politica economica governativa, per ritrovarsi ora esclusa dai luoghi di lavoro, invitata a Canossa dai padroni e dalle altre due tradizionali confederazioni sindacali. E' evidente che la ritrovata posizione conflittuale della CGIL trova la sua sponda politica in quei settori del PD che si sono resi conto della loro residualità e che vagolano, inascoltati, timorosi di una collocazione politica minoritaria e testimoniale. Pur perseguendo autonomamente la sua politica sindacale e pur essendo pronta a ricodeterminare se le se ne offrisse anche un miraggio di opportunità, è ovvio che la CGIL sta facendo da battistrada a questi suoi compagni politici, come del resto fanno ed hanno fatto le altre due multicategoriali,a suo tempo definite "complici" dall'allora ministro del lavoro Maurizio Sacconi, che oggi scalpita nel NCD, nella triste e storica parabola discendente del socialismo italiano che, oltre ad esere corrotto, è anche incline a porsi sulla destra dello schieramento politico, ogni qual volta gli equilibri si squilibrano. Il comunismo non c'entra niente: è morto e sepolto; forse, col tempo - molto tempo - si riproporrà, come è già esistito in forme "prescientifiche" fin dall'antichità. Quel che conta è che si delinei, dialetticamente, una forza a difesa degli interessi delle categorie più abbandonate della nostra società, che, lasciata a se stessa, con i rapporti di forza che tutti si affrettano a consolidare, ne farebbe dei rottami. La destra ha purtroppo, da tempo, dismesso ogni forma di idealità e cultura che ha avuto e che è stata importantissima, ma non sufficiente, nel costruire i prodromi di questa sgangherata nazione. Oggi non filosofeggia più, è attenta al ricavo immediato e minuto, è di nuovo percorsa, greve com'è, da rigurgiti neo fascisti, per altro endemici, casomai sotto traccia, nelle nostre società. Si, al plurale, perché la società italiana non è, soprattutto territorialmente, omogenea. Anche se non sorgerà il sol dell'avvenir, una opposizione seria e determinata ci vorrebbe.

Convivenze da slums.

Nella grande, espansa periferia romana, gli italiani residenti hanno preso ad aggredire, organizzati, gli immigrati disordinatamente asserragliati in un palazzone. Il casus belli non è stato la convivenza, ma l'assegnazione degli alloggi a quattro soldi, quei soldi di cui anche gli stranieri dispongono. A dar man forte ai senza tetto nazionali sono intervenuti anche gli immigrati che una casa se la sono procurata e che, come gli indigeni, non tollerano la vicinanza concorrenziale dei sans papier. Ricordo, molti anni fa, un taxista meridionale di Milano che sbottò: basta con tutti questi immigrati - alludeva ai suoi conterranei - ci tolgono il lavoro. Lui si era integrato. tutte le periferie italiane ed i paesi sono abitati e percorsi da immigrati single, i meno integrati e potenzialmente instabili e da tante famiglie; un po' per il numero, un po' per risparmiare sul costo dell'abbigliamento, continuano ad indossare i loro caftani con shador per le signore. I bambini, almeno fino alla pubertà delle femmine, sono identici ai nostri: gli stessi abiti, giochi, icone pubblicitarie. Le classi popolari dei suburbi ci convivono o li tollerano, sono abituate al meticciato sociale ed a quello che le ristrettezze economiche comportano, ma, quando un bene essenziale e semigratuito viene loro conteso, riaffiora il pretesto della razza, "delle molestie, degli stupri, dei furti" come se prima, nel contesto dei denuncianti, non ci fossero stati, a giustificare l'intimidazione perchè lascino liberi i loculi. Al sud, abbiamo visto in che condiizioni di segregazione e di abuso sistematico vivano i braccianti delle aziende agricole, ridotti ad abitatori di stalle, neppur moderne e razionali, da quelle stesse persone che si sentono pregiudizialmente giudicate quando si spostano massicciamente, mantenendo consociativismi ed amicizie "etniche", verso il settentrione. Senza generalizare. L'assenza di una forte presa inglobante - quale quella che per decenni, dal dopoguerra, hanno esercitato le amministrazioni rosse nelle città che amministravano, che comportava anche un indebito ma utile controllo sulle dinamiche delle realtà più indisciplinate ed il ricorso casuale alla repressione poliziesca ed all'intasamento delle carceri, porta, in rapida involuzione, ad un neo primitivismo e ad una società della violenza di cui anche le labili forme di rappresentanza portano una parte di responsabiltà. Ma la via, purtroppo, mi sembra tracciata.

"Ciò che ci unisce".

Roberto Saviano ha deciso di lasciare l'Italia per non privarsi di una vita ancor giovane che l'isolamento in cui si trova confinato dalla sua scorta, ma soprattutto dall'indifferente connivenza del tessuto sociale che ha ispirato le sue denunce e dell'Italia tutta, istituzionale e non. Come il magistrato palermitano Di Matteo che ha raccolto il testimone di Falcone e Borsellino, ma non può espatriare: come loro ha dovuto accorgersi che il suo impegno era solo sconsolatamente privato. Questi tribuni e tutori di principi intimamente derisi e non condivisi sono i periclitanti Don Chisciotte di una società malata. Per questo chi vuole davvero convincere i Saviano, al plurale, a restare in Italia, non deve limitarsi alla esortazione, ma ha il dovere di raccogliere il testimone, di continuare ad illuminare a giorno quegli intrecci, di dare sostegno a chi li contrasta, di dare voce e volto a chi li denuncia, di non lasciare mai solo chi sceglie la via della giustizia. Le stesse associazioni dei giornalisti farebbero bene ad aprire una inchiesta ed una pubblica discussione sulla denuncia di Saviano relativa ai rapporti tra clan ed una parte della stampa locale. E' solo un piccolo esempio, ma chi ha interesse a infrangere certi connubi di comodo che, di traccia in traccia, portano ad una trama infetta?

Speriamo che sia solo l'inizio.

Sono andate alla grande le manifestazioni della CGIL, finalmente in corteo con i Cobas e la USB - Unione sindacale di base -spero che non si fermino perché la paralizzata dialettica democratica ha bisogno di riprendere il suo cammino. Venticinque anni fa, in via Tibaldi, alla Bolognina, un frastornato Achille Occhetto trasformava con due parole - in realtà pronunciate il giorno dopo alla Direzione del fu P.C.I. - una storia dura, da me mai condivisa, ma di grande spessore politico, in un frettoloso conato del trasformismo nazionale. In via Tibaldi 17, c'era anche Mauro Zani, allora segretario della più grande ed eletta Federazione comunista dell'occidente, che, uscito dal PDS nel 2007, quando il morbido e sospirante Veltroni, amante dell'epica cinematografica, diventò Segretario dei DS..e via trasformando. Non è stato invitato alla commemorazione che si terrà il 29 Novembre, una settimana dopo le elezioni regionali straordinarie.“Che non mi abbiamo invitato da zero a cento, me ne frega meno venti”, spiega Mauro Zani: “con Veltroni sono diventati dei neodemocristiani, un partito moderato di centro. Mi chiedo che ci facciano lì dentro Civati e Cuperlo. E poi dicono che non vogliono ‘strumentalizzare’ il voto e ricordano la Bolognina 17 giorni dopo? Semmai non vogliono mostrare che vengono da lì, dalla svolta dell’89, sono ossessionati dal riformismo. Noi ci allontanammo dal comunismo, ma a loro oggi manca una cosa sola: la sinistra”. Sottoscrivo a due mani. Il partito partorito, in partenogenesi con la sinistra D.C., ha conosciuto da allora solo leader democristiani, tranne la breve e impotente parentesi di Bersani, osteggiato dal suo ex compagno di partito Napolitano, divenuto presidente di questa Repubblica, da lui, con indifferenza da vechio stalinista, ancora peggiorata. Renzie è solo l'ultimo anello dell'involuzione della specie e spero che più prima che poi i post comunisti - perchè di comunismo, per due generazioni non si potrà seriamente parlare - ritrovino la loro identità. Il P.C.I. ha rappresentato, per stato e condizione oggettiva, un forte argine democratico per tutta la prima Repubblica, mantenendo al suo interno e nel rapporto con gli occasionali alleati ( perché di volta in volta si affrancavano dalla sua stretta o, perché, spesso e volentieri, erano "altri" a influenzarci, estranei alla nostra dialettica politica, ma di essa condizionatori e interferenti, assecondati dalle loro "creature" )la sua vocazione e ricerca dell'egemonia. D'altra parte, i socialisti italiani, anche perchè condizionati dalla preponderanza dell'apparato comunista che non erano stati in grado di contrastare dopo la fondazione di Livorno del PCI e nonostante la prevalenza numerica che avevano conservato per molti anni, erosa e poi ribaltata dai fuoriusciti, era diventato un elemento di disunione della sinistra, strumentalizzato da Aldo Moro negli anni '60, che progettava in prospettiva, il compromesso storico con i comunisti. Moro fu ucciso in extremis da quei comunisti combattenti che non accettavano una svolta moderata, senza sapere che il comunismo aveva cominciato ad agonizzare. Se altri contributi ci siano stati, diretti o fomentatori, forse lo sapranno i posteri. Ma il risorgere delle radici fasciste della destra italiana, camuffate dai corporativi, interclassisti e clientelari democristiani, è talmente aggressivo, nelle recuperate forme istituzionali e governative e nelle sue espressioni squadristiche e di novello arditismo: Casa Pound e sigle consimili, rende necessario e improcrastinabile la ridiscesa sul terreno delle forze antagoniste, rafforzate dall'organizzazione e da una storia consolidata alle spalle. Spero che sia solo l'inizio.

giovedì 13 novembre 2014

Gli scivolosi ma chiari punti di congiunzione.

A che cosa serve uccidere Nino Di Matteo, i cui coinquilini hanno inoltrato una petizione anonima contro la presenza delle volanti di scorta sotto casa che disturbano la loro "pennichella" e, guarda caso, il loro riposo notturno? Il solitario giudice palermitano, il nuovamente isolato giudice in un contesto mafioso e indifferente, come questa ripetuta condizione pre mortale, pre eliminazione ha già tante volte attestato, conduce la sua ultima battaglia su quella trattativa, l'ennesima, fra lo Stato e la sua componente borbonica e storica, che non è interpretata se non per intermediazione dagli sgrammaticati padrini della mafia. Per questo e non per la sua attività di indagine e di contrasto ordinari è in pericolo di vita. Dopo ventidue anni..il tempo è immobile a Palermo. Una spiegazione la si può trovare nel fatto che la figura del giudice, oggi come oggi, si trova di frequente a rappresentare l’ultimo baluardo della legalità in un territorio dove l’arbitrio regna incontrastato. Da qui nasce il ruolo di vittima designata, candidato ideale per essere trasformato in agnello sacrificale. L’uccisione di un magistrato ha dunque anche uno scopo rituale, ossia il sacrificio di un servitore dello Stato; uno scopo fuorviante, nel distrarre l’attenzione pubblica da altri gravi fatti che vengono messi così in secondo piano sulla scena sociale; uno scopo cinico dal punto di vista dell’etica dello Stato, che può essere quello di ricompattare il Paese in un comune evento luttuoso. Infine, a ben vedere, esiste perfino uno scopo commemorativo, rinsaldando antichi patti, e qui non vorrei neppure avvicinare ulteriori ipotesi, ma sono invece convinto che sia proprio così. Come le altre volte. Tutti noi Italiani dobbiamo sapere che Portella della Ginestra è la chiave per comprendere una parte importante e nascosta della storia della nostra Repubblica. "Le regole della politica italiana in questi cinquant'anni ( ne sono passati altri diciassette ) sono state scritte con il sangue delle vittime di quella strage". Lo scriveva il sociologo Danilo Dolci, che spese tutta la vita a cercare la verità sull’eccidio del Primo maggio del 1947. Oggi sappiamo tante altre cose, come – ad esempio – che dietro il Bandito Giuliano c’erano gli uomini della X Mas e gli americani. Le siamo venuti a sapere quando "non macinano più" nelle vicende quotidiane; le verranno a sapere una volta consegnate alla storia sanguinosa di un paese in cui le regole democratiche e costituzionali sono invise a gente pronta a tutto pur di riaffermare e trar profitto da un potere immobile.

In attesa della prossima commemorazione.

Il fratello superstite di Paolo Borsellino, Salvatore, affida al suo blog la premonizione di un nuovo omicidio della mafia e dello Stato mafioso nei confronti di un oppositore solitario che ha raccolto, senza il coinvolgimento di nessuna delle istituzioni preposte e col solo insicuro, operare delle forze strumentali della legge, una lotta impari che coinvolge il governo dei maggiorenti meridionali delle mafie e di quella siciliana in particolare. La meridionalità borbonica, tutelatrice e fomentatrice del fenomeno, con ampia e radicata rappresentanza nel palazzo romano e efficaci diramazioni al nord e nel mondo finanziarizzato è un dato assodato, che non coinvolge la tutta società siciliana, che però ne è pesantemente condizionata, come quella nazionale tutta. Attraverso l'Unione europea e la globalizzazione l'influenza sovranazionale delle mafie e di quella più sofisticata e diffusa fin nei gangli politici e bancari, amministrativi e politici, istituzionali e - si dice - giudiziari, è in una dinamica di incremento inversamente proporzionale all'impoverimento evidente della nostra nazione, ma è tollerata, anzi è sinergica all'indeterminatezza dei flussi finanziari. L'inammissibile, ma reiterata condizione per la quale, ogni volta, un uomo solo si trova circondato non dalla solidarietà, ma dall'indifferenza ostile del contesto in cui si è troppo ostinato a penetrare, fino a rendere razionalmente giustificabile la sua eliminazione dal contesto medesimo, è un dato ostentato, quanto da nessuno partecipato. La battaglia mortale per la legalità diventa personale, contraria al potere reale. La sua lotta è estranea alla mafiosità italiana, è questa la realtà, rimossa ma di palmare evidenza. "Ancora una volta giungono notizie di morte. Ancora una volta, come 22 anni fa, giungono notizie di carichi di tritolo preparati a Palermo per l’assassinio di un giudice. Ancora una volta si moltiplicano da parte delle istituzioni i messaggi di solidarietà in attesa di poterli sostituire con messaggi di cordoglio, in attesa di intervenire ai funerali di Stato per verificare che, ancora una volta, un magistrato che ha osato toccare quei livelli di potere che non devono essere nemmeno sfiorati sia stato chiuso dentro una bara ed il caso possa essere finalmente archiviato. Poi si provvederà a celebrarlo come l’ennesimo eroe, a travisarne le parole, ad intervistarne i familiari, a conferire medaglie d’oro e distribuire onorificenze, sempre che questi siano disponibili ad interpretare convenientemente il ruolo loro assegnato, ad esibire le proprie lacrime e a comportarsi da vedove inconsolabili e da orfani affranti. Ed intanto, per salvare le apparenze, si dichiara che il dispositivo di scorta è stato elevato al massimo livello, così sarà maggiore il numero di componenti della scorta da sacrificare insieme alla vittima predestinata ed il numero di bare da allineare nella cattedrale di Palermo, che però questa volta, ai funerali di Stato, verrà presidiata con i carri armati perché non sia turbata con aggressioni di un popolo esasperato, la parata degli avvoltoi di Stato. Ed intanto dell’unico dispositivo che potrebbe, se non impedire, almeno rendere più difficile l’esecuzione di un eventuale attentato, il bomb-jammer, non parla più nessuno. Dopo le menzogne del ministro Alfano sulla sua “immediata disponibilità” del dispositivo per la scorta di Di Matteo e la successiva auto smentita senza vergogna da parte di chi ha ben appreso dal suo maestro l’arte della menzogna, su questo argomento è calato il silenzio. Tanto poi, come per la zona di rimozione in via D’Amelio nel 1992, si dirà che il decreto era già nel cassetto di qualche funzionario dello Stato che verrà rimosso promuovendolo ad un incarico più elevato. Ma una domanda non posso evitare di pormi. A chi interessa eliminare Di Matteo? Non alla mafia, non a Totò Riina che dall’accertamento dell’esistenza di una trattativa stato-mafia non può altro che vedere elevare il suo status da sanguinario capo della mafia al livello di un capo si Stato con cui lo Stato italiano ha accettato di venire a patti, non alla cupola mafiosa, elevata dalla trattativa alla dignità del governo di uno stato parallelo con cui trattare alla pari, se non in stato di inferiorità per l’incombente ricatto delle stragi usate per alzare il prezzo della trattativa stessa. A chi può interessare se non a chi ha mantenuto per anni una scellerata congiura del silenzio su degli “indicibili accordi” che oggi, giorno dopo giorno, grazie proprio all’opera di Di Matteo e del pool di Palermo, continuano a venire alla luce? Nonostante il silenzio di chi, in una stanza del Quirinale trasformata in un’Aula di Giustizia, di questo silenzio ha scelto di continuare ad essere il garante".

L'evoluzione atemporale.

Philae, nome scelto da una studentessa milanese nel 2004, si è posata su Rosetta ( dalla stele etrusca, troppo breve per decifrare la lingua di quel popolo rimastoci ignoto, tranne che per talune sue espressioni artistiche, ma da cui è disceso il latino, come si evince dal Kneve Tarke Rumax= Gneus Taquinius Romanus )e, da 511.000.000 km di distanza ha cominciato a trasmettere immagini. Dovrà perforare con i suoi alambicchi da laboratorio una superficie di terriccio, sotto la quale c'è il ghiaccio semi primordiale, che dovrebbe conservare, però, elementi non ancora trasformati dal sole e risalenti a 4.600 miliardi di anni fa. L'impresa è europea, la sede in Germania, la direzione tecnica e scientifica è italiana; buona parte degli strumenti di rilevazione e di analisi della sonda sono frutto delle nostre competenze, i fondi sono comunitari, proporzionalmente conferiti. Mentre ci addentriamo in uno studio che sarà certamente multigenerazionale, alla scoperta, a ritroso, delle origini della vita, di cui siamo una parte, una espressione evoluta ma del tutto analoga alle sue componenti costituenti,dai pesci agli animali superiori, con vicinanze genetiche ai topi ed alle scimme da lasciare esterrefatti. Più intelligenti e collaborativi, quando occorre, i topi, più dispettose le scimmie, che però sono creative; ad esempio, cantano nelle foreste del Borneo dove sono chiamate dai nativi Orang tang, l'uomo che canta. Comunque sia e sia pur su base teorica, matematica, chimica, se volete "spirituale", mentre andiamo alla ricerca dei nostri fondamenti, continuaimo imperterriti a praticare l'ambizione di un attimo, il dolo, la violenza, la pantomima delle relazioni sociali, esattamente come fanno gli animali nei loro branchi, nelle loro comunità, se, come noi, sono animali socievoli ( si fa per dire ). La concretezza di quel nucleo ha prodotto una mirabilia di colori e di sensazioni ingannevoli, di fronte alla natura inconfutabilmente crudele e, nella nostra storia culturale, piuttosto stupida. In fondo è un viaggio destrutturante degli elementi microscopici e sub, microbici e infinitesimali, al termine del quale i portati psicologici, filosofici, morali non subiranno mutamenti, se non in interiore homine. Come già accade. Tutto quello per cui, in forme cerimoniali, formali e legali, combattiamo per il breve lasso - cosmologicamente inavvertito - della nostra vita, tutte le imitazioni comode e scientifiche dell'etologia alimentare, tradotta in prestigio, influenza e potere, i vantaggi di uno sputo insignificante nel cosmo, ci ritornano in un occhio se prodotti controvento, ma, come in una tragedia greca "siamo condannati" a continuare ad infliggerceli. Le religioni, da questa piccolezza fanno discendere i loro miti, ma se di religione si può parlare, sempre comunque basata sull'ignoranza, si può immaginare una religione cosmica o un processo matematico al termine del quale potremmo giungere ai numeri irrazionali e vedremmo cadere nell'assurdo ogni mal riposta speranza, perché non vedo come il mondo, che a malapena intravediamo, possa finire in un inesistente momento, da noi e solo da noi calcolato, mentre la materia, al di fuori del nostro sistema solare, si espande senza limiti. Perché proprio noi e solo noi, in forza di una cultura mitologica tramandata, dovremmo - almeno in questi termini - essere dotati di senso ed immaginare che qualcuno, qualcosa ci osservi?

mercoledì 12 novembre 2014

Cronache vandeane.

Prima si consumerà il divorzio fra la sinistra e la D.C. che Renzie vuol riportare ai suoi corrottissimi allori, con la denominazione onnicomprensiva di partito della nazione e meglio sarà. Probabilmente Renzie o chi per lui, sarà a lungo al governo in un remake del colpo al cerchio e l'altro alla botte, ma la chiarezza sarà - spero - di nuovo ristabilita. Sulla destra gruppettara, ma poltronista, cattolica si collocherà il Nuovo centro destra, che ha ottenuto una mini-controriforma sulla soglia percentuale per accedere ad una Camera di nominati, mentre al già fu glorioso Senato romano andranno i consiglieri regionali. Quelli della destra potranno offrire consulenze e patrocinii ai loro interessi locali, possibilmente coniugandoli con quelli nazionali o a più ampio spettro; la cosiddetta sinistra, in quell'ambito affaristico, ma politicamente isterilito, vedremo che cosa sarà in grado di produrre, ma solo se saprà dividere gli ambiti. I nuovi centro- destrorsi sembrano essersi ritagliati il gonfalone di rappresentanti, in partibus infidelium, della politica domestica della conferenza episcopale italiana: vedasi le iniziative prefettizie di Alfano contro le municipalità che hanno trascritto nel registro delle unioni civili i matromoni gay contratti all'estero e all'ostruzionismo strisciante prodotto da questi sanfedisti, quasi tutti del profondo sud, contro l'abbreviazione delle procedure di divorzio, che si sono risolte solo in una contrazione dei tempi di separazione, istituto precedente la divergenza delle vie che residua solo in Italia, in Polonia e a Malta. Il connubio reazionario fra un democristiano di carriera, il braccino secolare della chiesa e un comunista, già stalinista, danno l'idea del recupero, anziché della rottamazione, di costumi ed ideologie obsolete, certamente rispetto all'evoluzione del mondo a cui ci si riferisce, restringendole e controriformandole in un gioco corrotto che cercherà sicuramente di salvaguardare le proprie salmerie sociali, di "punire" le altre, di eludere gli stretti vincoli europei se non sarà possibile applicarne il giogo solo alle classi subalterne. Dopo vent'anni di codeterminazione, lo sciopero generale della CGIL, di valenza squisitamente politica, è forse un segno di risveglio.

martedì 11 novembre 2014

Slavine fisiche e morali.

Mentre l'Italia frana sotto normalissime piogge, come tutti gli anni, nei comuni si scoprono ogni giorno ammanchi colossali che vengono arginati con aumenti esponenziali e discrezionali delle tasse; quello che per tre generazioni è stato ruberie e favoritismi è adesso speculazione ed erario, a sua volta funzionale al rimanere in sella. Di investimenti nel territorio, mai fatti in momenti molto più favorevoli, è impossibile sperare in queste more. Al massimo vedremo Renzie in barchetta. Nel frattempo, non c'è provincia italiana che non segnali nuove chiusure di fabbriche. Dalle piccole si è passati alle medie, mentre alla cessazione della ricchezza reale si accompagna la confusione finanziaria e la creazione di debito che mille sigle fittizie, apparentemente sorte dal nulla, si offrono di moltiplicare. Così, il presidente Junker, in termini legalmente legittimi, mentre predicava, da politico, austerità ai paesi insolventi, sottraeva loro ingenti risorse fiscali, che il suo, di Paesi, il Lussemburgo, consentiva di eludere, attirando a frotte banche e padroni della prima repubblica. Ciò non ostante, questo cialtrone non si è neppure agitato sullo scranno, è rimasto imperterrito al suo posto e nessuno ne ha chiesto le dimissioni. E' potuto diventare, insomma, a rotazione, presidente pro tempore dell'Unione europea che assomiglia adesso a quella fra i ladri di Pisa. Una presidenza in palese e ignorato conflitto d'interessi con l'altra che ha ricoperto. Gli elusori non sono stati tutti italiani, ma i nostri - sempre gli stessi - sono alla fine risultati preponderanti. In testa le due maggiori banche transnazionali a marchio italico, con i loro depositi e i loro depositanti e poi tutta la atavica pletora dei boiardi privati che avevano costruito la loro incontestata fortuna sull'esenzione dai tributi, perseveranti nelle stesse metodiche nell'Unione. Insomma, le piccole imprese hanno chiuso, quelle grandi se ne stanno all'estero dopo aver lucrato il lucrabile, anzi molto di più, saccheggiando in solido la prima repubblica; hanno scelto l'opzione fiscalmente più leggera e su questa opportunità, che impoverisce le società nazionali, hanno lucrato gli esponenti ai vertici degli staterelli beneficiari ed ora dell'intera Unione. Pretendere subordinato rigore da Stati in colpevole difficoltà, strizzando l'occhio ai loro profittatori, sa di marcio, anche se di un marcio a cui ci siamo assuefatti da tempo, entro i confini nazionali. Ma il metodo è globale, transnazionale e, ciò non di meno, la vulgata moraleggiante viene ammannita al popol-bove, senza ritegno e senza che nessuno, nell'ambito delle istituzioni nazionali e men che meno in quello sovranazionale o unionista, possa agire efficacemente contro i dissimulati profittatori. L'uniformità fra gli stati membri è l'ennesima ipocrisia; c'è chi combatte con le mani legate, pugnalato alle spalle dai soci di sempre.

Analisi difformi...dalle "nostre".

Così le Nazioni dell'Europa stanno perdendo la loro sovranità "Servono nuove regole internazionali o rischiamo l'anarchia globale. Le ingerenze di Washington riportano il mondo alla Guerra Fredda" Vladimir Putin - Mar, 28/10/2014 - 08:40 Un discorso programmatico, da vero capo di Stato. Quello tenuto dal presidente russo Vladimir Putin il 24 ottobre scorso, alla sessione plenaria del Forum internazionale del «Club Valdai» (la fondazione no-profit che da anni si occupa del ruolo geopolitico della Russia nel mondo), non è una dichiarazione di guerra, ma un duro messaggio all'Occidente e in particolare agli Stati Uniti. Dagli errori in Medio Oriente alla lotta al terrorismo, dalle sanzioni dopo la crisi ucraina alle ingerenze economiche e politiche, Putin spiega perché la Russia non cambia posizione. E anzi, rilancia il suo ruolo di superpotenza. Egregi colleghi! Signore e signori! Cari amici! (...) Non intendo deludervi e parlerò in modo diretto, franco. Qualche dichiarazione potrà, probabilmente, apparire esageratamente aspra. Ma se non parliamo in modo chiaro e diretto esprimendo i nostri pensieri reali e veri, allora non avrebbe alcun senso fare incontri di questo tipo. Si potrebbe, in quel caso, convocare dei raduni diplomatici dove nessuno parla in modo essenziale, in quanto, ricorrendo alle parole di un noto diplomatico, la lingua è stata data ai diplomatici solo per non dire la verità. Noi ci riuniamo invece per altri scopi. Ci riuniamo per parlare senza mezzi termini. La rettitudine e la durezza nel formulare delle valutazioni servono oggi non per punzecchiarci reciprocamente, ma per cercare di comprendere che cosa veramente sta accadendo nel mondo, perché esso diventa sempre meno sicuro e meno prevedibile, perché ovunque aumentano dei rischi. Il tema dell'incontro di oggi è ben definito ormai: «Nuove regole del gioco oppure gioco senza regole?». Formulato così, il concetto descrive puntualmente quel bivio storico in cui ci troviamo, la scelta che dovrà essere compiuta da tutti noi. L'idea che il mondo contemporaneo cambi precipitosamente non è nuova. Infatti, rimane difficile non notare le trasformazioni nella politica globale, nell'economia, nella vita sociale, nell'ambito delle tecnologie industriali, informatiche e sociali (...). Ma nell'analizzare la situazione attuale non dobbiamo dimenticare le lezioni della storia. In primo luogo, il cambio dell'ordine mondiale (e i fenomeni che osserviamo oggi appartengono proprio a questa scala), veniva accompagnato, di solito, se non da una guerra globale, da intensi conflitti locali. In secondo luogo, parlare di politica mondiale significa affrontare i temi della leadership economica, della pace e della sfera umanitaria, compresi i diritti dell'uomo. Nel mondo si è accumulata una moltitudine di contrasti. E bisogna chiedersi in tutta franchezza se abbiamo una rete di protezione sicura. Purtroppo, la certezza che il sistema di sicurezza globale e regionale sia capace di proteggerci dai cataclismi non c'è. Questo sistema risulta seriamente indebolito, frantumato e deformato. Vivono tempi difficili le istituzioni, internazionali e regionali, di interazione politica, economica e culturale. Molti meccanismi atti ad assicurare l'ordine mondiale si sono formati in tempi lontani, influenzati soprattutto dall'esito della Seconda guerra mondiale. La solidità di questo sistema non si basava esclusivamente sul bilanciamento delle forze e sul diritto dei vincitori, ma anche sul fatto che «i padri fondatori» di questo sistema di sicurezza si trattavano con rispetto, non cercavano di «spremere fino all'ultimo» ma cercavano di mettersi d'accordo. Il sistema continuava ad evolversi e, nonostante tutti i suoi difetti, era efficace per - se non una soluzione - almeno per un contenimento dei problemi mondiali, per una regolazione dell'asprezza della concorrenza naturale tra gli Stati. L'ARROGANZA DEI VINCITORI Sono convinto che questo meccanismo di controbilanciamenti non potesse essere distrutto senza creare qualcosa in cambio, altrimenti non ci sarebbero davvero rimasti altri strumenti se non la rozza forza (...). Tuttavia gli Stati Uniti, dichiarandosi i vincitori della «Guerra fredda», hanno pensato - e credo che l'abbiano fatto con presunzione - che di tutto questo non v'è alcun bisogno. Dunque, invece di raggiungere un nuovo bilanciamento delle forze, che rappresenta una condizione indispensabile per l'ordine e la stabilità, hanno intrapreso, al contrario, i passi che hanno portato a un peggioramento repentino dello squilibrio. La «Guerra fredda» è finita. Però non si è conclusa con un raggiungimento di «pace», con degli accordi comprensibili e trasparenti sul rispetto delle regole e degli standard oppure sulle loro elaborazione. Par di capire che i cosiddetti vincitori della «Guerra fredda» abbiano deciso di «sfruttare» fino in fondo la situazione per ritagliare il mondo intero a misura dei propri interessi. E se il sistema assestato delle relazioni e del diritto internazionali, il sistema del contenimento e dei controbilanciamenti impediva il raggiungimento di questo scopo, veniva da loro immediatamente dichiarato inutile, obsoleto e soggetto ad abbattimento istantaneo (...). Il concetto stesso della «sovranità nazionale» per la maggioranza degli Stati è diventato un valore relativo. In sostanza, è stata proposta la formula seguente: più forte è la lealtà a un unico centro di influenza nel mondo, più alta è la legittimità del regime governante. (...). Le misure per esercitare pressione sui disubbidienti sono ben note e collaudate: azioni di forza, pressioni di natura economica, propaganda, intromissione negli affari interni, rimandi a una certa legittimità di «infra-diritto» (...). Recentemente siamo venuti a conoscenza di testimonianze di ricatti non velati nei confronti di una serie di leader. Non è un caso che il cosiddetto «grande fratello» spenda miliardi di dollari per lo spionaggio in tutto il mondo, compresi i suoi stretti alleati. Allora facciamoci la domanda se tutti noi troviamo la nostra vita confortevole e sicura in questo mondo, chiediamoci quanto sia giusto e razionale il mondo (...). Forse il modo in cui gli Usa detengono la leadership è davvero un bene per tutti? Le loro onnipresenti interferenze negli affari altrui implicano pace, benessere, progresso, prosperità, democrazia? Bisogna semplicemente rilassarsi e godersela? Mi permetto di dire che non è così. Non è assolutamente così. LOTTA COMUNE AL TERRORISMO Il diktat unilaterale e l'imposizione dei propri stereotipi producono un risultato opposto: al posto di una soluzione dei conflitti, l'escalation; al posto degli Stati sovrani, stabili, l'espansione del caos; al posto della democrazia, il sostegno a gruppi ambigui, dai neonazisti dichiarati agli islamisti radicali (...). Continuo a stupirmi di fronte agli errori ripetuti, una volta dopo l'altra, dei nostri partner che si danno da soli la zappa sui piedi. A suo tempo, nella lotta contro l'Unione Sovietica, avevano sponsorizzato i movimenti estremisti islamici che si erano rinvigoriti in Afghanistan, fino a generare sia i talebani sia Al Qaida. L'Occidente, pur senza ammettere il suo sostegno, chiudeva un occhio. Anzi, in realtà sosteneva l'irruzione dei terroristi internazionali in Russia e nei Paesi dell'Asia Centrale attraverso le informazioni, la politica e la finanza. Non l'abbiamo dimenticato. Solo dopo i terribili atti terroristici compiuti nel territorio degli stessi Usa siamo arrivati alla comprensione della minaccia comune del terrorismo. Vorrei ricordare che allora siamo stati i primi a esprimere il nostro sostegno al popolo degli Stati Uniti d'America e abbiamo agito come amici e partner dopo la spaventosa tragedia dell'11 settembre. Nel corso dei miei incontri con i leader statunitensi ed europei ho costantemente ribadito la necessità di lottare congiuntamente contro il terrorismo, che rappresenta una minaccia su scala mondiale. Non possiamo rassegnarci di fronte a questa sfida (...). Una volta la nostra visione era condivisa, ma è passato poco tempo e tutto è tornato come prima. Si sono verificati in seguito gli interventi sia in Irak sia in Libia. Quest'ultimo Paese, tra l'altro, (...) ora è diventato un poligono per i terroristi. E soltanto la volontà e la saggezza delle autorità attuali dell'Egitto hanno permesso di evitare il caos e lo scatenarsi violento degli estremisti anche in questo Paese-chiave del mondo arabo. In Siria, come in passato, gli Usa e i loro alleati hanno cominciato a finanziare apertamente e a fornire le armi ai ribelli, favorendo il loro rinforzo con gli arrivi dei mercenari di vari Paesi. Permettetemi di chiedere dove i ribelli trovano denaro, armi, esperti militari? Com'è potuto accadere che il famigerato Isis si sia trasformato praticamente in un esercito? Si tratta non solo dei proventi dal traffico di droga, (...) ma la sovvenzione finanziaria proviene anche dalle vendite del petrolio, la cui estrazione è stata organizzata nei territori sotto il controllo dei terroristi. Lo vendono a prezzi stracciati, lo estraggono, lo trasportano. Qualcuno lo compra, lo rivende e ci guadagna, senza pensare al fatto che così sta finanziando i terroristi, gli stessi che prima o poi colpiranno anche nella sua terra. Da dove provengono le nuove reclute? Sempre in Irak, dopo il rovesciamento di Saddam Hussein sono state distrutte le istituzioni dello Stato, compreso l'esercito. Già allora abbiamo detto: siate prudenti e cauti (...). Con quale risultato? Decine di migliaia di soldati e ufficiali, ex militanti del partito Baath, buttati sulla strada, oggi si sono uniti ai guerriglieri. A proposito, non sarà nascosta qui la capacità di azione dell'Isis? Le loro azioni sono molto efficaci dal punto di vista militare, sono oggettivamente dei professionisti. La Russia aveva avvertito più volte del pericolo che comportano le azioni di forza unilaterali, delle interferenze negli affari degli Stati sovrani, delle avance agli estremisti e ai radicali, insistendo sull'inclusione dei raggruppamenti che lottavano contro il governo centrale siriano, in primo luogo dell'Isis, nelle liste dei terroristi. Tutto inutile. IL BIPOLARISMO «COMODO» L'accrescimento del dominio di un unico centro di forza non conduce alla crescita del controllo dei processi globali. Al contrario, (...) è efficace contro le vere minacce costituite dai conflitti regionali, terrorismo, traffico di droga, fanatismo religioso, sciovinismo e neonazismo. Allo stesso tempo ha largamente spianato la strada ai nazionalismi (...) e alla rude soppressione dei più deboli. Il mondo unipolare è la celebrazione apologetica della dittatura sia sulle persone sia sui Paesi. Ed è un mondo insostenibile e difficile da gestire anche per il cosiddetto leader autoproclamatosi. Da qui nascono i tentativi odierni di ricreare un simulacro del mondo bipolare, più «comodo» per la leadership americana. Poco importa chi occuperà, nella loro propaganda, il posto del «centro del male» che spettava una volta all'Urss: l'Iran, la Cina oppure ancora la Russia. Adesso assistiamo di nuovo a un tentativo di frantumare il mondo, fabbricare delle coalizioni non secondo il principio «a sostegno di», ma «contro»; serve l'immagine di un nemico, come ai tempi della «Guerra fredda», per legittimare la leadership e ottenere un diritto di diktat (...). Durante la «Guerra fredda», agli alleati si diceva continuamente: «Abbiamo un nemico comune, è spaventoso, è lui il centro del male; noi vi difendiamo, dunque abbiamo il diritto di comandarvi, di costringervi a sacrificare i propri interessi politici e economici, a sostenere le spese per la difesa collettiva, ma a gestire questa difesa saremo, naturalmente, noi». Oggi traspare evidente l'aspirazione a trarre dividendi politici ed economici tramite la riproposizione dei consueti schemi di gestione globale (...). Tuttavia il mondo è cambiato (...). SANZIONI CON IL BOOMERANG Le sanzioni hanno già cominciato a intaccare le fondamenta del commercio internazionale e le normative del WTO, i principi della proprietà privata, il modello liberale della globalizzazione, basato sul mercato, sulla libertà e sulla concorrenza. Un modello i cui beneficiari, lo voglio rilevare, sono soprattutto i paesi occidentali (...). A mio parere, i nostri amici americani stanno tagliando il ramo su cui sono seduti. Non si può mescolare politica ed economia, ma è proprio questo che sta accadendo. Ho sempre ritenuto e ritengo ancora che le sanzioni politicamente motivate siano state un errore che danneggia tutti quanti. Comprendiamo bene in che modo e sotto quale pressione siano state adottate. Ma ciò nonostante la Russia non intende, e lo voglio mettere ben in chiaro, impuntarsi, portare rancore contro qualcuno o chiedere qualcosa a qualcuno. La Russia è un Paese autosufficiente. Lavoreremo nelle condizioni di economia esterna che si sono create, sviluppando la nostra industria tecnologica (...). La pressione esterna non fa altro che consolidare la nostra società, ci obbliga a concentrarci sulle tendenze principali di sviluppo. Beninteso, le sanzioni ci ostacolano: stanno cercando di danneggiarci, di arrestare il nostro sviluppo, di ridurci all'auto-isolamento e all'arretratezza. Ma il mondo è cambiato radicalmente. Non abbiamo alcuna intenzione di chiuderci nell'autarchia; siamo sempre aperti al dialogo, compreso quello sulla normalizzazione delle relazioni economiche, nonché quelle politiche. In questo contiamo sulla visione pragmatica e sullo schieramento delle comunità imprenditoriali dei Paesi leader. Affermano che la Russia avrebbe voltato le spalle all'Europa, cercando partner economici in Asia. Non è così. La nostra politica in Asia e nel Pacifico risale ad anni fa e non è affatto legata alle sanzioni (...). L'Oriente occupa un posto sempre più importante nel mondo e nell'economia e non possiamo trascurarlo. Lo stanno facendo tutti e noi continueremo a farlo, anche perché una parte notevole del nostro territorio si trova in Asia. (...). Se non sapremo creare un sistema di obblighi e accordi reciproci e non elaboriamo i meccanismi per gestire le situazioni di crisi, rischiamo l'anarchia mondiale. Già oggi è aumentata repentinamente la probabilità di una serie di conflitti violenti con il coinvolgimento, se non diretto, ma indiretto, delle grandi potenze. Il fattore di rischio viene amplificato dall'instabilità interna dei singoli Stati, in particolar modo quando si parla dei Paesi cardine degli interessi geopolitici e si trovano ai confini dei «continenti» storici, economici e culturali. L'Ucraina è un esempio - ma non l'unico - di questo genere di conflitti che dividono le forze mondiali. Da qui scaturisce la prospettiva reale della demolizione del sistema attuale degli accordi sulle restrizioni e il controllo degli armamenti. Il via a questo pericoloso processo è stato dato proprio dagli Usa quando, nel 2002, sono usciti unilateralmente dal Trattato sulla limitazione dei sistemi di difesa antimissilistica per avviare la creazione di un proprio sistema globale di difesa. Non siamo stati noi a iniziare tutto questo. Stiamo di nuovo scivolando verso tempi in cui i Paesi si trattengono dagli scontri diretti non in virtù di interessi, equilibri e garanzie, ma solo per il timore dell'annientamento reciproco (...). È estremamente pericoloso. Noi insistiamo sui negoziati per la riduzione degli arsenali e siamo aperti alla discussione sul disarmo nucleare, ma deve essere seria, senza «doppi standard». Che cosa intendo dire? Oggi le armi di precisione si sono avvicinate alle armi di distruzione di massa. Nel caso di rinuncia assoluta o diminuzione del potenziale nucleare, i Paesi che si sono guadagnati la leadership nella produzione dei sistemi di alta precisione otterranno un netto dominio militare. Sarà spezzata la parità strategica, comportando così il rischi di una destabilizzazione: affiora così la tentazione di ricorrere al cosiddetto «primo colpo disarmante globale». In breve, i rischi non diminuiscono ma aumentano. Un'altra minaccia evidente è l'ulteriore proliferazione dei conflitti di origine etnica, religiosa e sociale, che creano zone di vuoto di potere, illegalità e caos, in cui trovano conforto terroristi, delinquenti comuni, pirati, scafisti e narcotrafficanti. I nostri «colleghi» hanno continuato i tentativi, nel loro esclusivo interesse, di sfruttare i conflitti regionali: hanno progettato le «rivoluzioni colorate», ma la situazione è sfuggita a loro di mano, alla faccia del «caos controllato» (...). E il caos globale aumenta. Nelle condizioni attuali sarebbe ora di cominciare ad accordarsi sulle questioni di principio. È decisamente meglio che non rifugiarsi nei propri angoli, soprattutto perché ci scontriamo con i problemi comuni, siamo sulla stessa barca. La via logica è quella della cooperazione tra i Paesi e la gestione congiunta dei rischi, sebbene alcuni dei nostri partner si ricordino di questo solo quando risponde al loro interesse. Certo, le risposte congiunte alle sfide non sono una panacea e nella maggioranza dei casi sono difficilmente realizzabili: non è per niente semplice superare le diversità degli interessi nazionali, la parzialità delle visioni, soprattutto se si parla dei paesi di diverse tradizioni storico-culturali. Eppure ci sono stati casi in cui, guidati dagli obiettivi comuni, abbiamo raggiunto successi reali. Vorrei ricordare la soluzione del problema delle armi chimiche siriane, il dialogo sul programma nucleare iraniano e il nostro soddisfacente lavoro svolto in Corea del Nord. Perché allora non attingere a questa esperienza anche in futuro, per la soluzioni dei problemi sia locali sia globali? (...) Non ci sono ricette già pronte. Sarà necessario un lavoro lungo, con la partecipazione di una larga cerchia di Stati, del business mondiale e della società civile (...). Bisogna definire in modo nitido dove si trovano i limiti delle azioni unilaterali e dove nasce l'esigenza di meccanismi multilaterali. Bisogna trovare la soluzione, nel contesto del perfezionamento del diritto internazionale, al dilemma tra le azioni della comunità mondiale volte a garantire la sicurezza e i diritti dell'uomo e il principio della sovranità nazionale e non intromissione negli affari interni degli Stati (...). Non c'è bisogno di ripartire da zero, le istituzioni create subito dopo la Seconda guerra mondiale sono abbastanza universali e possono essere riempite di contenuti più moderni (...). Sullo sfondo dei cambiamenti fondamentali nell'ambito internazionale, della crescente ingovernabilità e dell'aumento delle più svariate minacce abbiamo bisogno di un nuovo consenso delle forze responsabili per dare stabilità e della sicurezza alla politica e all'economia (...). IL CASO UCRAINA Vorrei ricordarvi gli eventi dell'anno passato. Allora dicevamo ai nostri partner, sia americani che europei, che le decisioni frettolose, come ad esempio quella sull'adesione dell'Ucraina all'Unione Europea erano pregni di seri rischi. Simili passi clandestini ledevano gli interessi di molti terzi Paesi, tra cui la Russia, in quanto partner commerciale principale dell'Ucraina. Abbiamo ribadito la necessità di avviare una larga discussione. Una volta realizzato il progetto dell'associazione dell'Ucraina, si presentano da noi attraverso le porte di servizio i nostri partner con le loro merci e i loro servizi, ma noi non lo abbiamo concordato, nessuno ha chiesto il nostro parere a riguardo. Abbiamo dibattuto su tutte le problematiche inerenti all'Ucraina in Europa in modo assolutamente civile, ma nessuno ci ha dato ascolto. Ci hanno semplicemente detto che non era affar nostro, finito il dibattito e la faccenda è deteriorata fino al colpo di Stato e alla guerra civile. Tutti allargano le braccia: è andata così. Ma non era inevitabile. Io lo dicevo: l'ex presidente ucraino Yanukovich aveva sottoscritto tutto quanto, aveva approvato tutto. Perché allora bisognava insistere? Sarebbe questo il modo civile per risolvere le questioni? Evidentemente coloro che «producono a macchia» una rivoluzione colorata dopo l'altra si ritengono degli artisti geniali e non ce la fanno proprio a fermarsi (…). Voglio aggiungere che avremmo gradito l'inizio di un dialogo concreto tra L'Unione Eurasiatica e l'Unione Europea. A proposito, fino a oggi ci è stato praticamente sempre negato: e di nuovo è poco chiaro per quale motivo, cosa c'è di spaventoso? Ne ho parlato spesso in precedenza trovando l'appoggio dei molti nostri partner occidentali, almeno quelli europei: è necessario formare uno spazio comune di cooperazione economica e umanitaria, lo spazio che si stenda dall'Atlantico al Pacifico. La Russia ha fatto la sua scelta. Le nostre priorità sono costituite dall'ulteriore perfezionamento degli istituti di democrazia e di economia aperta, l'accelerazione dello sviluppo interno tenendo conto di tutte le tendenze positive nel mondo, il consolidamento della società sulla base dei valori tradizionale e del patriottismo. La nostra agenda è orientata all'integrazione, è positiva, pacifica (...). La Russia non vuole ricostituire un impero, compromettendo la sovranità dei vicini, e non esige un posto esclusivo nel mondo. Rispettando gli interessi altrui vogliamo che si tenga contro anche dei nostri interessi, che anche la nostra posizione sia rispettata (...). Abbiamo bisogno di un grado particolare di prudenza, di evitare passi sconsiderati. Dopo la «Guerra fredda» i protagonisti della politica mondiale hanno perduto in certo senso queste qualità. È giunto il momento di ricordarli. Nel caso contrario le speranze per uno sviluppo pacifico, sostenibile si riveleranno una nociva illusione, mentre i cataclismi di oggi significheranno la vigilia del collasso dell'ordine mondiale (...). Siamo riusciti a elaborare le regole di interazione dopo la Seconda guerra mondiale, siamo riusciti a trovare un accordo negli anni 1970 a Helsinki. Il nostro obbligo comune è trovare un soluzione per questo obiettivo fondamentale anche nel contesto di una nuova tappa di sviluppo

Voci che resteranno inascoltate in occidente; ma Il mondo non è univoco.

Mikhail Gorbachev è andato a Berlino a lasciare le sue impronte sul muro celebrativo che aveva ingenuamente abbattuto; lui e non altri. E’ tornato per dire che una grande occasione è stata perduta; che l’Occidente porta una grande parte della responsabilità di quell’occasione perduta; che si poteva costruire un mondo di pace e di giustizia e invece, in questi 25 anni, si è costruito un mondo di guerre e di ingiustizie crescenti; che tutto questo è accaduto anche perché i vincitori hanno abusato della loro forza e hanno rotto la bilancia della giustizia, scatenando la violenza contro coloro che tentavano di resistere al sopruso. Ha detto anche, Gorbaciov, che intendeva difendere Putin, perché difende più di tutti gl’interessi legittimi della Russia. E ha invitato a leggere con attenzione il suo discorso di Sochi perché contiene molte cose giuste, di cui l’Occidente deve tenere conto se non vuole che il peggio sopravvenga. Ha detto, Gorbaciov, che siamo giunti a un crollo di fiducia, in un mondo che è ormai nel caos, e che bisogna tornare là da dove si era partiti, verso un’idea di casa comune europea e di sicurezza comune , perché non ci può essere sicurezza comune se qualcuno pensa di procurarsela a scapito degli altri. Che cos’è, l’allargamento della NATO, se non questo? Ecco sarebbe stato questo un modo giusto di celebrare la caduta del Muro, e di condividere con i nostri compatrioti tedeschi (in Europa sono nostri compatrioti, anche se spesso hanno fatto di tutto per farcelo dimenticare) la giustificata gioia per la loro riunificazione. Invece abbiamo dato, ancora una volta, il peggio di noi stessi, dimenticando che il mondo esterno all’Occidente ci guarda con occhi torvi e risentiti. E che è pieno ormai di protagonisti che non possono più essere rapinati, anche se noi restiamo, per ora, i più forti.

lunedì 10 novembre 2014

Soldi da impiegare al tempo della crisi. Provenienze e scopi.

Il mondo del pallone italiano va forse internazionalizzandosi, ma non sembra farlo in modo rassicurante. Se Joe Tacopina che, in settimana, deve sganciare sei milioni di euro, è già in rotta di collisione con il socio più ricco della sua cordata, Joey Saputo, il brianzolo magnum Ghirardi ( avete visto che bella moglie ha quel bombolone simil-Gaucci? Le donne sì che sono capaci di amore..), risentito per non essere stato designato da un tribunale amministrativo all'Europa league ( che gli avrebbe apportato un bel po' di milioni )è ora all'ultimo posto in classifica e medita di vendere la società sportiva. A chi? Al petroliere Taci, già rinunciatario, con un fax all'acquisto del troppo indebitato Bologna f.c. nel 2009, quando aveva già incontrato il Sindaco. Ma, guarda..guarda,a contenderglielo ci sarebbe Massimo Zanetti, condotto per le redini dal plurirespinto d.s. Baraldi, che del Parma tanziano fu dirigente. Ma come, Zanetti: Bologna o morte! è già in rotta verso Parma? Chi o che cosa lo spinge? Si è improvvisamente rimbecillito? Poco probabile. Lo scippatore dell'impero del caffé è persona troppa scaltra e speculatrice ( come dev'essere anche Baraldi ) per rivelarsi per quello che voleva dissimulare di non essere, per ripresentarsi subito all'assalto del campionato di calcio, su una sponda diversa, ma, a sua volta, franante. Soldi da sottrarre al fisco? Forse anche Tanzi perseguì lo stesso scopo prima d'infrattare tutto il capitale in un rimasto sconosciuto paese sudamericano. Oppure scopi lucrativi - certamente - ma meno evasivi? Dopo l'ingresso del pendolare - dall'Indonesia - Thoir all'Ambrosiana internazionale e di Joe Tacopina - da New York - al Bologna f.c., c'è da chiedersi quale sia lo scopo recondito di tanto investire in una Paese di conventicole, poco ricettivo e corrotto come l'Italia. Gli statunitensi/canadesi, già rilevatori ( in parte ) dell'oneroso pacchetto azionario della Roma a.c., da Unicredit, che l'aveva ereditato da Geronzi, ci riprovano con il Bologna. Un collega di Tacopina, che cinque anni fa aveva cambiato identità - come la legge statunitense consente - ha insinuato che l'italo-americano avesse in animo di mettere al sicuro, in un'attività complessa, le sostanze che la giustizia americana si riservava di verificare; accusa respinta con una scrollata di spalle. Speriamo che sia un investimento vero, salvo verifica e, casomai, a termine, perché gli altri puzzacchiano e Taci, ad esempio, non sarà attaccato da nessuno, se è vero che aveva "pestato" personalmente un giornalista, reo di aver parlato male di lui.