giovedì 13 novembre 2014

Gli scivolosi ma chiari punti di congiunzione.

A che cosa serve uccidere Nino Di Matteo, i cui coinquilini hanno inoltrato una petizione anonima contro la presenza delle volanti di scorta sotto casa che disturbano la loro "pennichella" e, guarda caso, il loro riposo notturno? Il solitario giudice palermitano, il nuovamente isolato giudice in un contesto mafioso e indifferente, come questa ripetuta condizione pre mortale, pre eliminazione ha già tante volte attestato, conduce la sua ultima battaglia su quella trattativa, l'ennesima, fra lo Stato e la sua componente borbonica e storica, che non è interpretata se non per intermediazione dagli sgrammaticati padrini della mafia. Per questo e non per la sua attività di indagine e di contrasto ordinari è in pericolo di vita. Dopo ventidue anni..il tempo è immobile a Palermo. Una spiegazione la si può trovare nel fatto che la figura del giudice, oggi come oggi, si trova di frequente a rappresentare l’ultimo baluardo della legalità in un territorio dove l’arbitrio regna incontrastato. Da qui nasce il ruolo di vittima designata, candidato ideale per essere trasformato in agnello sacrificale. L’uccisione di un magistrato ha dunque anche uno scopo rituale, ossia il sacrificio di un servitore dello Stato; uno scopo fuorviante, nel distrarre l’attenzione pubblica da altri gravi fatti che vengono messi così in secondo piano sulla scena sociale; uno scopo cinico dal punto di vista dell’etica dello Stato, che può essere quello di ricompattare il Paese in un comune evento luttuoso. Infine, a ben vedere, esiste perfino uno scopo commemorativo, rinsaldando antichi patti, e qui non vorrei neppure avvicinare ulteriori ipotesi, ma sono invece convinto che sia proprio così. Come le altre volte. Tutti noi Italiani dobbiamo sapere che Portella della Ginestra è la chiave per comprendere una parte importante e nascosta della storia della nostra Repubblica. "Le regole della politica italiana in questi cinquant'anni ( ne sono passati altri diciassette ) sono state scritte con il sangue delle vittime di quella strage". Lo scriveva il sociologo Danilo Dolci, che spese tutta la vita a cercare la verità sull’eccidio del Primo maggio del 1947. Oggi sappiamo tante altre cose, come – ad esempio – che dietro il Bandito Giuliano c’erano gli uomini della X Mas e gli americani. Le siamo venuti a sapere quando "non macinano più" nelle vicende quotidiane; le verranno a sapere una volta consegnate alla storia sanguinosa di un paese in cui le regole democratiche e costituzionali sono invise a gente pronta a tutto pur di riaffermare e trar profitto da un potere immobile.

In attesa della prossima commemorazione.

Il fratello superstite di Paolo Borsellino, Salvatore, affida al suo blog la premonizione di un nuovo omicidio della mafia e dello Stato mafioso nei confronti di un oppositore solitario che ha raccolto, senza il coinvolgimento di nessuna delle istituzioni preposte e col solo insicuro, operare delle forze strumentali della legge, una lotta impari che coinvolge il governo dei maggiorenti meridionali delle mafie e di quella siciliana in particolare. La meridionalità borbonica, tutelatrice e fomentatrice del fenomeno, con ampia e radicata rappresentanza nel palazzo romano e efficaci diramazioni al nord e nel mondo finanziarizzato è un dato assodato, che non coinvolge la tutta società siciliana, che però ne è pesantemente condizionata, come quella nazionale tutta. Attraverso l'Unione europea e la globalizzazione l'influenza sovranazionale delle mafie e di quella più sofisticata e diffusa fin nei gangli politici e bancari, amministrativi e politici, istituzionali e - si dice - giudiziari, è in una dinamica di incremento inversamente proporzionale all'impoverimento evidente della nostra nazione, ma è tollerata, anzi è sinergica all'indeterminatezza dei flussi finanziari. L'inammissibile, ma reiterata condizione per la quale, ogni volta, un uomo solo si trova circondato non dalla solidarietà, ma dall'indifferenza ostile del contesto in cui si è troppo ostinato a penetrare, fino a rendere razionalmente giustificabile la sua eliminazione dal contesto medesimo, è un dato ostentato, quanto da nessuno partecipato. La battaglia mortale per la legalità diventa personale, contraria al potere reale. La sua lotta è estranea alla mafiosità italiana, è questa la realtà, rimossa ma di palmare evidenza. "Ancora una volta giungono notizie di morte. Ancora una volta, come 22 anni fa, giungono notizie di carichi di tritolo preparati a Palermo per l’assassinio di un giudice. Ancora una volta si moltiplicano da parte delle istituzioni i messaggi di solidarietà in attesa di poterli sostituire con messaggi di cordoglio, in attesa di intervenire ai funerali di Stato per verificare che, ancora una volta, un magistrato che ha osato toccare quei livelli di potere che non devono essere nemmeno sfiorati sia stato chiuso dentro una bara ed il caso possa essere finalmente archiviato. Poi si provvederà a celebrarlo come l’ennesimo eroe, a travisarne le parole, ad intervistarne i familiari, a conferire medaglie d’oro e distribuire onorificenze, sempre che questi siano disponibili ad interpretare convenientemente il ruolo loro assegnato, ad esibire le proprie lacrime e a comportarsi da vedove inconsolabili e da orfani affranti. Ed intanto, per salvare le apparenze, si dichiara che il dispositivo di scorta è stato elevato al massimo livello, così sarà maggiore il numero di componenti della scorta da sacrificare insieme alla vittima predestinata ed il numero di bare da allineare nella cattedrale di Palermo, che però questa volta, ai funerali di Stato, verrà presidiata con i carri armati perché non sia turbata con aggressioni di un popolo esasperato, la parata degli avvoltoi di Stato. Ed intanto dell’unico dispositivo che potrebbe, se non impedire, almeno rendere più difficile l’esecuzione di un eventuale attentato, il bomb-jammer, non parla più nessuno. Dopo le menzogne del ministro Alfano sulla sua “immediata disponibilità” del dispositivo per la scorta di Di Matteo e la successiva auto smentita senza vergogna da parte di chi ha ben appreso dal suo maestro l’arte della menzogna, su questo argomento è calato il silenzio. Tanto poi, come per la zona di rimozione in via D’Amelio nel 1992, si dirà che il decreto era già nel cassetto di qualche funzionario dello Stato che verrà rimosso promuovendolo ad un incarico più elevato. Ma una domanda non posso evitare di pormi. A chi interessa eliminare Di Matteo? Non alla mafia, non a Totò Riina che dall’accertamento dell’esistenza di una trattativa stato-mafia non può altro che vedere elevare il suo status da sanguinario capo della mafia al livello di un capo si Stato con cui lo Stato italiano ha accettato di venire a patti, non alla cupola mafiosa, elevata dalla trattativa alla dignità del governo di uno stato parallelo con cui trattare alla pari, se non in stato di inferiorità per l’incombente ricatto delle stragi usate per alzare il prezzo della trattativa stessa. A chi può interessare se non a chi ha mantenuto per anni una scellerata congiura del silenzio su degli “indicibili accordi” che oggi, giorno dopo giorno, grazie proprio all’opera di Di Matteo e del pool di Palermo, continuano a venire alla luce? Nonostante il silenzio di chi, in una stanza del Quirinale trasformata in un’Aula di Giustizia, di questo silenzio ha scelto di continuare ad essere il garante".

L'evoluzione atemporale.

Philae, nome scelto da una studentessa milanese nel 2004, si è posata su Rosetta ( dalla stele etrusca, troppo breve per decifrare la lingua di quel popolo rimastoci ignoto, tranne che per talune sue espressioni artistiche, ma da cui è disceso il latino, come si evince dal Kneve Tarke Rumax= Gneus Taquinius Romanus )e, da 511.000.000 km di distanza ha cominciato a trasmettere immagini. Dovrà perforare con i suoi alambicchi da laboratorio una superficie di terriccio, sotto la quale c'è il ghiaccio semi primordiale, che dovrebbe conservare, però, elementi non ancora trasformati dal sole e risalenti a 4.600 miliardi di anni fa. L'impresa è europea, la sede in Germania, la direzione tecnica e scientifica è italiana; buona parte degli strumenti di rilevazione e di analisi della sonda sono frutto delle nostre competenze, i fondi sono comunitari, proporzionalmente conferiti. Mentre ci addentriamo in uno studio che sarà certamente multigenerazionale, alla scoperta, a ritroso, delle origini della vita, di cui siamo una parte, una espressione evoluta ma del tutto analoga alle sue componenti costituenti,dai pesci agli animali superiori, con vicinanze genetiche ai topi ed alle scimme da lasciare esterrefatti. Più intelligenti e collaborativi, quando occorre, i topi, più dispettose le scimmie, che però sono creative; ad esempio, cantano nelle foreste del Borneo dove sono chiamate dai nativi Orang tang, l'uomo che canta. Comunque sia e sia pur su base teorica, matematica, chimica, se volete "spirituale", mentre andiamo alla ricerca dei nostri fondamenti, continuaimo imperterriti a praticare l'ambizione di un attimo, il dolo, la violenza, la pantomima delle relazioni sociali, esattamente come fanno gli animali nei loro branchi, nelle loro comunità, se, come noi, sono animali socievoli ( si fa per dire ). La concretezza di quel nucleo ha prodotto una mirabilia di colori e di sensazioni ingannevoli, di fronte alla natura inconfutabilmente crudele e, nella nostra storia culturale, piuttosto stupida. In fondo è un viaggio destrutturante degli elementi microscopici e sub, microbici e infinitesimali, al termine del quale i portati psicologici, filosofici, morali non subiranno mutamenti, se non in interiore homine. Come già accade. Tutto quello per cui, in forme cerimoniali, formali e legali, combattiamo per il breve lasso - cosmologicamente inavvertito - della nostra vita, tutte le imitazioni comode e scientifiche dell'etologia alimentare, tradotta in prestigio, influenza e potere, i vantaggi di uno sputo insignificante nel cosmo, ci ritornano in un occhio se prodotti controvento, ma, come in una tragedia greca "siamo condannati" a continuare ad infliggerceli. Le religioni, da questa piccolezza fanno discendere i loro miti, ma se di religione si può parlare, sempre comunque basata sull'ignoranza, si può immaginare una religione cosmica o un processo matematico al termine del quale potremmo giungere ai numeri irrazionali e vedremmo cadere nell'assurdo ogni mal riposta speranza, perché non vedo come il mondo, che a malapena intravediamo, possa finire in un inesistente momento, da noi e solo da noi calcolato, mentre la materia, al di fuori del nostro sistema solare, si espande senza limiti. Perché proprio noi e solo noi, in forza di una cultura mitologica tramandata, dovremmo - almeno in questi termini - essere dotati di senso ed immaginare che qualcuno, qualcosa ci osservi?

mercoledì 12 novembre 2014

Cronache vandeane.

Prima si consumerà il divorzio fra la sinistra e la D.C. che Renzie vuol riportare ai suoi corrottissimi allori, con la denominazione onnicomprensiva di partito della nazione e meglio sarà. Probabilmente Renzie o chi per lui, sarà a lungo al governo in un remake del colpo al cerchio e l'altro alla botte, ma la chiarezza sarà - spero - di nuovo ristabilita. Sulla destra gruppettara, ma poltronista, cattolica si collocherà il Nuovo centro destra, che ha ottenuto una mini-controriforma sulla soglia percentuale per accedere ad una Camera di nominati, mentre al già fu glorioso Senato romano andranno i consiglieri regionali. Quelli della destra potranno offrire consulenze e patrocinii ai loro interessi locali, possibilmente coniugandoli con quelli nazionali o a più ampio spettro; la cosiddetta sinistra, in quell'ambito affaristico, ma politicamente isterilito, vedremo che cosa sarà in grado di produrre, ma solo se saprà dividere gli ambiti. I nuovi centro- destrorsi sembrano essersi ritagliati il gonfalone di rappresentanti, in partibus infidelium, della politica domestica della conferenza episcopale italiana: vedasi le iniziative prefettizie di Alfano contro le municipalità che hanno trascritto nel registro delle unioni civili i matromoni gay contratti all'estero e all'ostruzionismo strisciante prodotto da questi sanfedisti, quasi tutti del profondo sud, contro l'abbreviazione delle procedure di divorzio, che si sono risolte solo in una contrazione dei tempi di separazione, istituto precedente la divergenza delle vie che residua solo in Italia, in Polonia e a Malta. Il connubio reazionario fra un democristiano di carriera, il braccino secolare della chiesa e un comunista, già stalinista, danno l'idea del recupero, anziché della rottamazione, di costumi ed ideologie obsolete, certamente rispetto all'evoluzione del mondo a cui ci si riferisce, restringendole e controriformandole in un gioco corrotto che cercherà sicuramente di salvaguardare le proprie salmerie sociali, di "punire" le altre, di eludere gli stretti vincoli europei se non sarà possibile applicarne il giogo solo alle classi subalterne. Dopo vent'anni di codeterminazione, lo sciopero generale della CGIL, di valenza squisitamente politica, è forse un segno di risveglio.

martedì 11 novembre 2014

Slavine fisiche e morali.

Mentre l'Italia frana sotto normalissime piogge, come tutti gli anni, nei comuni si scoprono ogni giorno ammanchi colossali che vengono arginati con aumenti esponenziali e discrezionali delle tasse; quello che per tre generazioni è stato ruberie e favoritismi è adesso speculazione ed erario, a sua volta funzionale al rimanere in sella. Di investimenti nel territorio, mai fatti in momenti molto più favorevoli, è impossibile sperare in queste more. Al massimo vedremo Renzie in barchetta. Nel frattempo, non c'è provincia italiana che non segnali nuove chiusure di fabbriche. Dalle piccole si è passati alle medie, mentre alla cessazione della ricchezza reale si accompagna la confusione finanziaria e la creazione di debito che mille sigle fittizie, apparentemente sorte dal nulla, si offrono di moltiplicare. Così, il presidente Junker, in termini legalmente legittimi, mentre predicava, da politico, austerità ai paesi insolventi, sottraeva loro ingenti risorse fiscali, che il suo, di Paesi, il Lussemburgo, consentiva di eludere, attirando a frotte banche e padroni della prima repubblica. Ciò non ostante, questo cialtrone non si è neppure agitato sullo scranno, è rimasto imperterrito al suo posto e nessuno ne ha chiesto le dimissioni. E' potuto diventare, insomma, a rotazione, presidente pro tempore dell'Unione europea che assomiglia adesso a quella fra i ladri di Pisa. Una presidenza in palese e ignorato conflitto d'interessi con l'altra che ha ricoperto. Gli elusori non sono stati tutti italiani, ma i nostri - sempre gli stessi - sono alla fine risultati preponderanti. In testa le due maggiori banche transnazionali a marchio italico, con i loro depositi e i loro depositanti e poi tutta la atavica pletora dei boiardi privati che avevano costruito la loro incontestata fortuna sull'esenzione dai tributi, perseveranti nelle stesse metodiche nell'Unione. Insomma, le piccole imprese hanno chiuso, quelle grandi se ne stanno all'estero dopo aver lucrato il lucrabile, anzi molto di più, saccheggiando in solido la prima repubblica; hanno scelto l'opzione fiscalmente più leggera e su questa opportunità, che impoverisce le società nazionali, hanno lucrato gli esponenti ai vertici degli staterelli beneficiari ed ora dell'intera Unione. Pretendere subordinato rigore da Stati in colpevole difficoltà, strizzando l'occhio ai loro profittatori, sa di marcio, anche se di un marcio a cui ci siamo assuefatti da tempo, entro i confini nazionali. Ma il metodo è globale, transnazionale e, ciò non di meno, la vulgata moraleggiante viene ammannita al popol-bove, senza ritegno e senza che nessuno, nell'ambito delle istituzioni nazionali e men che meno in quello sovranazionale o unionista, possa agire efficacemente contro i dissimulati profittatori. L'uniformità fra gli stati membri è l'ennesima ipocrisia; c'è chi combatte con le mani legate, pugnalato alle spalle dai soci di sempre.

Analisi difformi...dalle "nostre".

Così le Nazioni dell'Europa stanno perdendo la loro sovranità "Servono nuove regole internazionali o rischiamo l'anarchia globale. Le ingerenze di Washington riportano il mondo alla Guerra Fredda" Vladimir Putin - Mar, 28/10/2014 - 08:40 Un discorso programmatico, da vero capo di Stato. Quello tenuto dal presidente russo Vladimir Putin il 24 ottobre scorso, alla sessione plenaria del Forum internazionale del «Club Valdai» (la fondazione no-profit che da anni si occupa del ruolo geopolitico della Russia nel mondo), non è una dichiarazione di guerra, ma un duro messaggio all'Occidente e in particolare agli Stati Uniti. Dagli errori in Medio Oriente alla lotta al terrorismo, dalle sanzioni dopo la crisi ucraina alle ingerenze economiche e politiche, Putin spiega perché la Russia non cambia posizione. E anzi, rilancia il suo ruolo di superpotenza. Egregi colleghi! Signore e signori! Cari amici! (...) Non intendo deludervi e parlerò in modo diretto, franco. Qualche dichiarazione potrà, probabilmente, apparire esageratamente aspra. Ma se non parliamo in modo chiaro e diretto esprimendo i nostri pensieri reali e veri, allora non avrebbe alcun senso fare incontri di questo tipo. Si potrebbe, in quel caso, convocare dei raduni diplomatici dove nessuno parla in modo essenziale, in quanto, ricorrendo alle parole di un noto diplomatico, la lingua è stata data ai diplomatici solo per non dire la verità. Noi ci riuniamo invece per altri scopi. Ci riuniamo per parlare senza mezzi termini. La rettitudine e la durezza nel formulare delle valutazioni servono oggi non per punzecchiarci reciprocamente, ma per cercare di comprendere che cosa veramente sta accadendo nel mondo, perché esso diventa sempre meno sicuro e meno prevedibile, perché ovunque aumentano dei rischi. Il tema dell'incontro di oggi è ben definito ormai: «Nuove regole del gioco oppure gioco senza regole?». Formulato così, il concetto descrive puntualmente quel bivio storico in cui ci troviamo, la scelta che dovrà essere compiuta da tutti noi. L'idea che il mondo contemporaneo cambi precipitosamente non è nuova. Infatti, rimane difficile non notare le trasformazioni nella politica globale, nell'economia, nella vita sociale, nell'ambito delle tecnologie industriali, informatiche e sociali (...). Ma nell'analizzare la situazione attuale non dobbiamo dimenticare le lezioni della storia. In primo luogo, il cambio dell'ordine mondiale (e i fenomeni che osserviamo oggi appartengono proprio a questa scala), veniva accompagnato, di solito, se non da una guerra globale, da intensi conflitti locali. In secondo luogo, parlare di politica mondiale significa affrontare i temi della leadership economica, della pace e della sfera umanitaria, compresi i diritti dell'uomo. Nel mondo si è accumulata una moltitudine di contrasti. E bisogna chiedersi in tutta franchezza se abbiamo una rete di protezione sicura. Purtroppo, la certezza che il sistema di sicurezza globale e regionale sia capace di proteggerci dai cataclismi non c'è. Questo sistema risulta seriamente indebolito, frantumato e deformato. Vivono tempi difficili le istituzioni, internazionali e regionali, di interazione politica, economica e culturale. Molti meccanismi atti ad assicurare l'ordine mondiale si sono formati in tempi lontani, influenzati soprattutto dall'esito della Seconda guerra mondiale. La solidità di questo sistema non si basava esclusivamente sul bilanciamento delle forze e sul diritto dei vincitori, ma anche sul fatto che «i padri fondatori» di questo sistema di sicurezza si trattavano con rispetto, non cercavano di «spremere fino all'ultimo» ma cercavano di mettersi d'accordo. Il sistema continuava ad evolversi e, nonostante tutti i suoi difetti, era efficace per - se non una soluzione - almeno per un contenimento dei problemi mondiali, per una regolazione dell'asprezza della concorrenza naturale tra gli Stati. L'ARROGANZA DEI VINCITORI Sono convinto che questo meccanismo di controbilanciamenti non potesse essere distrutto senza creare qualcosa in cambio, altrimenti non ci sarebbero davvero rimasti altri strumenti se non la rozza forza (...). Tuttavia gli Stati Uniti, dichiarandosi i vincitori della «Guerra fredda», hanno pensato - e credo che l'abbiano fatto con presunzione - che di tutto questo non v'è alcun bisogno. Dunque, invece di raggiungere un nuovo bilanciamento delle forze, che rappresenta una condizione indispensabile per l'ordine e la stabilità, hanno intrapreso, al contrario, i passi che hanno portato a un peggioramento repentino dello squilibrio. La «Guerra fredda» è finita. Però non si è conclusa con un raggiungimento di «pace», con degli accordi comprensibili e trasparenti sul rispetto delle regole e degli standard oppure sulle loro elaborazione. Par di capire che i cosiddetti vincitori della «Guerra fredda» abbiano deciso di «sfruttare» fino in fondo la situazione per ritagliare il mondo intero a misura dei propri interessi. E se il sistema assestato delle relazioni e del diritto internazionali, il sistema del contenimento e dei controbilanciamenti impediva il raggiungimento di questo scopo, veniva da loro immediatamente dichiarato inutile, obsoleto e soggetto ad abbattimento istantaneo (...). Il concetto stesso della «sovranità nazionale» per la maggioranza degli Stati è diventato un valore relativo. In sostanza, è stata proposta la formula seguente: più forte è la lealtà a un unico centro di influenza nel mondo, più alta è la legittimità del regime governante. (...). Le misure per esercitare pressione sui disubbidienti sono ben note e collaudate: azioni di forza, pressioni di natura economica, propaganda, intromissione negli affari interni, rimandi a una certa legittimità di «infra-diritto» (...). Recentemente siamo venuti a conoscenza di testimonianze di ricatti non velati nei confronti di una serie di leader. Non è un caso che il cosiddetto «grande fratello» spenda miliardi di dollari per lo spionaggio in tutto il mondo, compresi i suoi stretti alleati. Allora facciamoci la domanda se tutti noi troviamo la nostra vita confortevole e sicura in questo mondo, chiediamoci quanto sia giusto e razionale il mondo (...). Forse il modo in cui gli Usa detengono la leadership è davvero un bene per tutti? Le loro onnipresenti interferenze negli affari altrui implicano pace, benessere, progresso, prosperità, democrazia? Bisogna semplicemente rilassarsi e godersela? Mi permetto di dire che non è così. Non è assolutamente così. LOTTA COMUNE AL TERRORISMO Il diktat unilaterale e l'imposizione dei propri stereotipi producono un risultato opposto: al posto di una soluzione dei conflitti, l'escalation; al posto degli Stati sovrani, stabili, l'espansione del caos; al posto della democrazia, il sostegno a gruppi ambigui, dai neonazisti dichiarati agli islamisti radicali (...). Continuo a stupirmi di fronte agli errori ripetuti, una volta dopo l'altra, dei nostri partner che si danno da soli la zappa sui piedi. A suo tempo, nella lotta contro l'Unione Sovietica, avevano sponsorizzato i movimenti estremisti islamici che si erano rinvigoriti in Afghanistan, fino a generare sia i talebani sia Al Qaida. L'Occidente, pur senza ammettere il suo sostegno, chiudeva un occhio. Anzi, in realtà sosteneva l'irruzione dei terroristi internazionali in Russia e nei Paesi dell'Asia Centrale attraverso le informazioni, la politica e la finanza. Non l'abbiamo dimenticato. Solo dopo i terribili atti terroristici compiuti nel territorio degli stessi Usa siamo arrivati alla comprensione della minaccia comune del terrorismo. Vorrei ricordare che allora siamo stati i primi a esprimere il nostro sostegno al popolo degli Stati Uniti d'America e abbiamo agito come amici e partner dopo la spaventosa tragedia dell'11 settembre. Nel corso dei miei incontri con i leader statunitensi ed europei ho costantemente ribadito la necessità di lottare congiuntamente contro il terrorismo, che rappresenta una minaccia su scala mondiale. Non possiamo rassegnarci di fronte a questa sfida (...). Una volta la nostra visione era condivisa, ma è passato poco tempo e tutto è tornato come prima. Si sono verificati in seguito gli interventi sia in Irak sia in Libia. Quest'ultimo Paese, tra l'altro, (...) ora è diventato un poligono per i terroristi. E soltanto la volontà e la saggezza delle autorità attuali dell'Egitto hanno permesso di evitare il caos e lo scatenarsi violento degli estremisti anche in questo Paese-chiave del mondo arabo. In Siria, come in passato, gli Usa e i loro alleati hanno cominciato a finanziare apertamente e a fornire le armi ai ribelli, favorendo il loro rinforzo con gli arrivi dei mercenari di vari Paesi. Permettetemi di chiedere dove i ribelli trovano denaro, armi, esperti militari? Com'è potuto accadere che il famigerato Isis si sia trasformato praticamente in un esercito? Si tratta non solo dei proventi dal traffico di droga, (...) ma la sovvenzione finanziaria proviene anche dalle vendite del petrolio, la cui estrazione è stata organizzata nei territori sotto il controllo dei terroristi. Lo vendono a prezzi stracciati, lo estraggono, lo trasportano. Qualcuno lo compra, lo rivende e ci guadagna, senza pensare al fatto che così sta finanziando i terroristi, gli stessi che prima o poi colpiranno anche nella sua terra. Da dove provengono le nuove reclute? Sempre in Irak, dopo il rovesciamento di Saddam Hussein sono state distrutte le istituzioni dello Stato, compreso l'esercito. Già allora abbiamo detto: siate prudenti e cauti (...). Con quale risultato? Decine di migliaia di soldati e ufficiali, ex militanti del partito Baath, buttati sulla strada, oggi si sono uniti ai guerriglieri. A proposito, non sarà nascosta qui la capacità di azione dell'Isis? Le loro azioni sono molto efficaci dal punto di vista militare, sono oggettivamente dei professionisti. La Russia aveva avvertito più volte del pericolo che comportano le azioni di forza unilaterali, delle interferenze negli affari degli Stati sovrani, delle avance agli estremisti e ai radicali, insistendo sull'inclusione dei raggruppamenti che lottavano contro il governo centrale siriano, in primo luogo dell'Isis, nelle liste dei terroristi. Tutto inutile. IL BIPOLARISMO «COMODO» L'accrescimento del dominio di un unico centro di forza non conduce alla crescita del controllo dei processi globali. Al contrario, (...) è efficace contro le vere minacce costituite dai conflitti regionali, terrorismo, traffico di droga, fanatismo religioso, sciovinismo e neonazismo. Allo stesso tempo ha largamente spianato la strada ai nazionalismi (...) e alla rude soppressione dei più deboli. Il mondo unipolare è la celebrazione apologetica della dittatura sia sulle persone sia sui Paesi. Ed è un mondo insostenibile e difficile da gestire anche per il cosiddetto leader autoproclamatosi. Da qui nascono i tentativi odierni di ricreare un simulacro del mondo bipolare, più «comodo» per la leadership americana. Poco importa chi occuperà, nella loro propaganda, il posto del «centro del male» che spettava una volta all'Urss: l'Iran, la Cina oppure ancora la Russia. Adesso assistiamo di nuovo a un tentativo di frantumare il mondo, fabbricare delle coalizioni non secondo il principio «a sostegno di», ma «contro»; serve l'immagine di un nemico, come ai tempi della «Guerra fredda», per legittimare la leadership e ottenere un diritto di diktat (...). Durante la «Guerra fredda», agli alleati si diceva continuamente: «Abbiamo un nemico comune, è spaventoso, è lui il centro del male; noi vi difendiamo, dunque abbiamo il diritto di comandarvi, di costringervi a sacrificare i propri interessi politici e economici, a sostenere le spese per la difesa collettiva, ma a gestire questa difesa saremo, naturalmente, noi». Oggi traspare evidente l'aspirazione a trarre dividendi politici ed economici tramite la riproposizione dei consueti schemi di gestione globale (...). Tuttavia il mondo è cambiato (...). SANZIONI CON IL BOOMERANG Le sanzioni hanno già cominciato a intaccare le fondamenta del commercio internazionale e le normative del WTO, i principi della proprietà privata, il modello liberale della globalizzazione, basato sul mercato, sulla libertà e sulla concorrenza. Un modello i cui beneficiari, lo voglio rilevare, sono soprattutto i paesi occidentali (...). A mio parere, i nostri amici americani stanno tagliando il ramo su cui sono seduti. Non si può mescolare politica ed economia, ma è proprio questo che sta accadendo. Ho sempre ritenuto e ritengo ancora che le sanzioni politicamente motivate siano state un errore che danneggia tutti quanti. Comprendiamo bene in che modo e sotto quale pressione siano state adottate. Ma ciò nonostante la Russia non intende, e lo voglio mettere ben in chiaro, impuntarsi, portare rancore contro qualcuno o chiedere qualcosa a qualcuno. La Russia è un Paese autosufficiente. Lavoreremo nelle condizioni di economia esterna che si sono create, sviluppando la nostra industria tecnologica (...). La pressione esterna non fa altro che consolidare la nostra società, ci obbliga a concentrarci sulle tendenze principali di sviluppo. Beninteso, le sanzioni ci ostacolano: stanno cercando di danneggiarci, di arrestare il nostro sviluppo, di ridurci all'auto-isolamento e all'arretratezza. Ma il mondo è cambiato radicalmente. Non abbiamo alcuna intenzione di chiuderci nell'autarchia; siamo sempre aperti al dialogo, compreso quello sulla normalizzazione delle relazioni economiche, nonché quelle politiche. In questo contiamo sulla visione pragmatica e sullo schieramento delle comunità imprenditoriali dei Paesi leader. Affermano che la Russia avrebbe voltato le spalle all'Europa, cercando partner economici in Asia. Non è così. La nostra politica in Asia e nel Pacifico risale ad anni fa e non è affatto legata alle sanzioni (...). L'Oriente occupa un posto sempre più importante nel mondo e nell'economia e non possiamo trascurarlo. Lo stanno facendo tutti e noi continueremo a farlo, anche perché una parte notevole del nostro territorio si trova in Asia. (...). Se non sapremo creare un sistema di obblighi e accordi reciproci e non elaboriamo i meccanismi per gestire le situazioni di crisi, rischiamo l'anarchia mondiale. Già oggi è aumentata repentinamente la probabilità di una serie di conflitti violenti con il coinvolgimento, se non diretto, ma indiretto, delle grandi potenze. Il fattore di rischio viene amplificato dall'instabilità interna dei singoli Stati, in particolar modo quando si parla dei Paesi cardine degli interessi geopolitici e si trovano ai confini dei «continenti» storici, economici e culturali. L'Ucraina è un esempio - ma non l'unico - di questo genere di conflitti che dividono le forze mondiali. Da qui scaturisce la prospettiva reale della demolizione del sistema attuale degli accordi sulle restrizioni e il controllo degli armamenti. Il via a questo pericoloso processo è stato dato proprio dagli Usa quando, nel 2002, sono usciti unilateralmente dal Trattato sulla limitazione dei sistemi di difesa antimissilistica per avviare la creazione di un proprio sistema globale di difesa. Non siamo stati noi a iniziare tutto questo. Stiamo di nuovo scivolando verso tempi in cui i Paesi si trattengono dagli scontri diretti non in virtù di interessi, equilibri e garanzie, ma solo per il timore dell'annientamento reciproco (...). È estremamente pericoloso. Noi insistiamo sui negoziati per la riduzione degli arsenali e siamo aperti alla discussione sul disarmo nucleare, ma deve essere seria, senza «doppi standard». Che cosa intendo dire? Oggi le armi di precisione si sono avvicinate alle armi di distruzione di massa. Nel caso di rinuncia assoluta o diminuzione del potenziale nucleare, i Paesi che si sono guadagnati la leadership nella produzione dei sistemi di alta precisione otterranno un netto dominio militare. Sarà spezzata la parità strategica, comportando così il rischi di una destabilizzazione: affiora così la tentazione di ricorrere al cosiddetto «primo colpo disarmante globale». In breve, i rischi non diminuiscono ma aumentano. Un'altra minaccia evidente è l'ulteriore proliferazione dei conflitti di origine etnica, religiosa e sociale, che creano zone di vuoto di potere, illegalità e caos, in cui trovano conforto terroristi, delinquenti comuni, pirati, scafisti e narcotrafficanti. I nostri «colleghi» hanno continuato i tentativi, nel loro esclusivo interesse, di sfruttare i conflitti regionali: hanno progettato le «rivoluzioni colorate», ma la situazione è sfuggita a loro di mano, alla faccia del «caos controllato» (...). E il caos globale aumenta. Nelle condizioni attuali sarebbe ora di cominciare ad accordarsi sulle questioni di principio. È decisamente meglio che non rifugiarsi nei propri angoli, soprattutto perché ci scontriamo con i problemi comuni, siamo sulla stessa barca. La via logica è quella della cooperazione tra i Paesi e la gestione congiunta dei rischi, sebbene alcuni dei nostri partner si ricordino di questo solo quando risponde al loro interesse. Certo, le risposte congiunte alle sfide non sono una panacea e nella maggioranza dei casi sono difficilmente realizzabili: non è per niente semplice superare le diversità degli interessi nazionali, la parzialità delle visioni, soprattutto se si parla dei paesi di diverse tradizioni storico-culturali. Eppure ci sono stati casi in cui, guidati dagli obiettivi comuni, abbiamo raggiunto successi reali. Vorrei ricordare la soluzione del problema delle armi chimiche siriane, il dialogo sul programma nucleare iraniano e il nostro soddisfacente lavoro svolto in Corea del Nord. Perché allora non attingere a questa esperienza anche in futuro, per la soluzioni dei problemi sia locali sia globali? (...) Non ci sono ricette già pronte. Sarà necessario un lavoro lungo, con la partecipazione di una larga cerchia di Stati, del business mondiale e della società civile (...). Bisogna definire in modo nitido dove si trovano i limiti delle azioni unilaterali e dove nasce l'esigenza di meccanismi multilaterali. Bisogna trovare la soluzione, nel contesto del perfezionamento del diritto internazionale, al dilemma tra le azioni della comunità mondiale volte a garantire la sicurezza e i diritti dell'uomo e il principio della sovranità nazionale e non intromissione negli affari interni degli Stati (...). Non c'è bisogno di ripartire da zero, le istituzioni create subito dopo la Seconda guerra mondiale sono abbastanza universali e possono essere riempite di contenuti più moderni (...). Sullo sfondo dei cambiamenti fondamentali nell'ambito internazionale, della crescente ingovernabilità e dell'aumento delle più svariate minacce abbiamo bisogno di un nuovo consenso delle forze responsabili per dare stabilità e della sicurezza alla politica e all'economia (...). IL CASO UCRAINA Vorrei ricordarvi gli eventi dell'anno passato. Allora dicevamo ai nostri partner, sia americani che europei, che le decisioni frettolose, come ad esempio quella sull'adesione dell'Ucraina all'Unione Europea erano pregni di seri rischi. Simili passi clandestini ledevano gli interessi di molti terzi Paesi, tra cui la Russia, in quanto partner commerciale principale dell'Ucraina. Abbiamo ribadito la necessità di avviare una larga discussione. Una volta realizzato il progetto dell'associazione dell'Ucraina, si presentano da noi attraverso le porte di servizio i nostri partner con le loro merci e i loro servizi, ma noi non lo abbiamo concordato, nessuno ha chiesto il nostro parere a riguardo. Abbiamo dibattuto su tutte le problematiche inerenti all'Ucraina in Europa in modo assolutamente civile, ma nessuno ci ha dato ascolto. Ci hanno semplicemente detto che non era affar nostro, finito il dibattito e la faccenda è deteriorata fino al colpo di Stato e alla guerra civile. Tutti allargano le braccia: è andata così. Ma non era inevitabile. Io lo dicevo: l'ex presidente ucraino Yanukovich aveva sottoscritto tutto quanto, aveva approvato tutto. Perché allora bisognava insistere? Sarebbe questo il modo civile per risolvere le questioni? Evidentemente coloro che «producono a macchia» una rivoluzione colorata dopo l'altra si ritengono degli artisti geniali e non ce la fanno proprio a fermarsi (…). Voglio aggiungere che avremmo gradito l'inizio di un dialogo concreto tra L'Unione Eurasiatica e l'Unione Europea. A proposito, fino a oggi ci è stato praticamente sempre negato: e di nuovo è poco chiaro per quale motivo, cosa c'è di spaventoso? Ne ho parlato spesso in precedenza trovando l'appoggio dei molti nostri partner occidentali, almeno quelli europei: è necessario formare uno spazio comune di cooperazione economica e umanitaria, lo spazio che si stenda dall'Atlantico al Pacifico. La Russia ha fatto la sua scelta. Le nostre priorità sono costituite dall'ulteriore perfezionamento degli istituti di democrazia e di economia aperta, l'accelerazione dello sviluppo interno tenendo conto di tutte le tendenze positive nel mondo, il consolidamento della società sulla base dei valori tradizionale e del patriottismo. La nostra agenda è orientata all'integrazione, è positiva, pacifica (...). La Russia non vuole ricostituire un impero, compromettendo la sovranità dei vicini, e non esige un posto esclusivo nel mondo. Rispettando gli interessi altrui vogliamo che si tenga contro anche dei nostri interessi, che anche la nostra posizione sia rispettata (...). Abbiamo bisogno di un grado particolare di prudenza, di evitare passi sconsiderati. Dopo la «Guerra fredda» i protagonisti della politica mondiale hanno perduto in certo senso queste qualità. È giunto il momento di ricordarli. Nel caso contrario le speranze per uno sviluppo pacifico, sostenibile si riveleranno una nociva illusione, mentre i cataclismi di oggi significheranno la vigilia del collasso dell'ordine mondiale (...). Siamo riusciti a elaborare le regole di interazione dopo la Seconda guerra mondiale, siamo riusciti a trovare un accordo negli anni 1970 a Helsinki. Il nostro obbligo comune è trovare un soluzione per questo obiettivo fondamentale anche nel contesto di una nuova tappa di sviluppo

Voci che resteranno inascoltate in occidente; ma Il mondo non è univoco.

Mikhail Gorbachev è andato a Berlino a lasciare le sue impronte sul muro celebrativo che aveva ingenuamente abbattuto; lui e non altri. E’ tornato per dire che una grande occasione è stata perduta; che l’Occidente porta una grande parte della responsabilità di quell’occasione perduta; che si poteva costruire un mondo di pace e di giustizia e invece, in questi 25 anni, si è costruito un mondo di guerre e di ingiustizie crescenti; che tutto questo è accaduto anche perché i vincitori hanno abusato della loro forza e hanno rotto la bilancia della giustizia, scatenando la violenza contro coloro che tentavano di resistere al sopruso. Ha detto anche, Gorbaciov, che intendeva difendere Putin, perché difende più di tutti gl’interessi legittimi della Russia. E ha invitato a leggere con attenzione il suo discorso di Sochi perché contiene molte cose giuste, di cui l’Occidente deve tenere conto se non vuole che il peggio sopravvenga. Ha detto, Gorbaciov, che siamo giunti a un crollo di fiducia, in un mondo che è ormai nel caos, e che bisogna tornare là da dove si era partiti, verso un’idea di casa comune europea e di sicurezza comune , perché non ci può essere sicurezza comune se qualcuno pensa di procurarsela a scapito degli altri. Che cos’è, l’allargamento della NATO, se non questo? Ecco sarebbe stato questo un modo giusto di celebrare la caduta del Muro, e di condividere con i nostri compatrioti tedeschi (in Europa sono nostri compatrioti, anche se spesso hanno fatto di tutto per farcelo dimenticare) la giustificata gioia per la loro riunificazione. Invece abbiamo dato, ancora una volta, il peggio di noi stessi, dimenticando che il mondo esterno all’Occidente ci guarda con occhi torvi e risentiti. E che è pieno ormai di protagonisti che non possono più essere rapinati, anche se noi restiamo, per ora, i più forti.

lunedì 10 novembre 2014

Soldi da impiegare al tempo della crisi. Provenienze e scopi.

Il mondo del pallone italiano va forse internazionalizzandosi, ma non sembra farlo in modo rassicurante. Se Joe Tacopina che, in settimana, deve sganciare sei milioni di euro, è già in rotta di collisione con il socio più ricco della sua cordata, Joey Saputo, il brianzolo magnum Ghirardi ( avete visto che bella moglie ha quel bombolone simil-Gaucci? Le donne sì che sono capaci di amore..), risentito per non essere stato designato da un tribunale amministrativo all'Europa league ( che gli avrebbe apportato un bel po' di milioni )è ora all'ultimo posto in classifica e medita di vendere la società sportiva. A chi? Al petroliere Taci, già rinunciatario, con un fax all'acquisto del troppo indebitato Bologna f.c. nel 2009, quando aveva già incontrato il Sindaco. Ma, guarda..guarda,a contenderglielo ci sarebbe Massimo Zanetti, condotto per le redini dal plurirespinto d.s. Baraldi, che del Parma tanziano fu dirigente. Ma come, Zanetti: Bologna o morte! è già in rotta verso Parma? Chi o che cosa lo spinge? Si è improvvisamente rimbecillito? Poco probabile. Lo scippatore dell'impero del caffé è persona troppa scaltra e speculatrice ( come dev'essere anche Baraldi ) per rivelarsi per quello che voleva dissimulare di non essere, per ripresentarsi subito all'assalto del campionato di calcio, su una sponda diversa, ma, a sua volta, franante. Soldi da sottrarre al fisco? Forse anche Tanzi perseguì lo stesso scopo prima d'infrattare tutto il capitale in un rimasto sconosciuto paese sudamericano. Oppure scopi lucrativi - certamente - ma meno evasivi? Dopo l'ingresso del pendolare - dall'Indonesia - Thoir all'Ambrosiana internazionale e di Joe Tacopina - da New York - al Bologna f.c., c'è da chiedersi quale sia lo scopo recondito di tanto investire in una Paese di conventicole, poco ricettivo e corrotto come l'Italia. Gli statunitensi/canadesi, già rilevatori ( in parte ) dell'oneroso pacchetto azionario della Roma a.c., da Unicredit, che l'aveva ereditato da Geronzi, ci riprovano con il Bologna. Un collega di Tacopina, che cinque anni fa aveva cambiato identità - come la legge statunitense consente - ha insinuato che l'italo-americano avesse in animo di mettere al sicuro, in un'attività complessa, le sostanze che la giustizia americana si riservava di verificare; accusa respinta con una scrollata di spalle. Speriamo che sia un investimento vero, salvo verifica e, casomai, a termine, perché gli altri puzzacchiano e Taci, ad esempio, non sarà attaccato da nessuno, se è vero che aveva "pestato" personalmente un giornalista, reo di aver parlato male di lui.

La lotta che non si è mai combattuta.

Roberto Saviano ha ribadito che la lotta alla mafia, in Italia, non è una priorità. Poteva accorgersene prima di inaugurare la sua vita da scortato, blindato, in un'età ancora molto giovane. Saviano non ha parlato sociologicamente di camorra, nella fattispecie della sua esperienza, ma, con un linguaggio letterario ruvido e poco elegante, ha citato, per nome e cognome, i camorristi autori di:...e via snocciolando. Saviano, da ragazzo, non è stato estraneo all'iniziazione camorristica e ha mantenuto rapporti e contatti con i suoi coetanei, almeno fino alla pubblicazione di Gomorra. E' così che ha costretto uno Stato complice a interessarsi, con i soliti metodi legalistici e ammortizzanti, delle precise denunce. Per questo è stato minacciato da un avvocato dei boss in udienza, sotto metafora: solo oggi quell'avvocato è stato condannato. Se Saviano è riuscito a prendere una laurea in filosofia e ha letterariamente attaccato un mondo che aveva sfiorato poco più che bambino, per i "quaglioni" meno volonterosi o meno fortunati è diventato un traditore che "si è fatto una posizione", ma che invecchia senza poter aspirare ad una vita libera, protetto ma schiavo di una vendetta certa che matura nella diffusione e nella coesione culturale di un fenomeno, dal quale non si permette a chi vi è nato e ne ha fatto parte, sia pur per pochi anni, di evadere. O la morte o il carcere a vita. Saviano avrebbe dovuto sapere che la lotta alla mafia, in Italia non si conduce; si viene invece a patti con lei, in forme simboliche, implicite e anche dirette ed esplicite, purché nessuno sia in grado di intercettarle e di farle valere in giudizio. In giudizi per altro, di vecchi burocrati parrucconi, la cui giurisprudenza, un po' più aggressiva verso gli "uomini di panza" del crimine organizzato, sembra far parte di un combinato disposto, apparentemente più severo, ma nella sostanza manipolatorio e ammiccante. Rientrano in questa manfrina l'omicidio di Salvo Lima, a Palermo e tanti regolamenti di conti; sono stati mandati al macello, invece, inflessibili ma illusi esponenti dello Stato e delle istituzioni, uno Stato e delle istituzioni complici. La lotta alla mafia, impossibile al sud sul piano istituzionale, andrebbe condotta ovunque sul piano poliziesco: si può contenere e contrastare solo attraverso la dialettica delle indagini e delle armi, ma estinguerla è impossibile. Ma non si farà, per tutte le summenzionate ragioni e per la condizione di coloro chi si chiamano ancora tutori dell'ordine, di "padri di famiglia" panciuti, poco inclini, per prudenza e mentalità, al duro contrasto militare che lascerebbe anche qualcuno di loro ( come già accade, ma in quantità molto minore )sul terreno. La tutela dell'ordine è anche quella mafiosa.

domenica 9 novembre 2014

Primi bilanci.

Quando il distacco storico, assertivamente "spiegherà" cosa è successo e cosa sottintendeva il '68, il '77 e il 9 Novembre del 1989, noi non ci saremo più e, quei pochi che se ne interesseranno, non avranno elaborato le sensazioni e le passioni che questi avvenimenti coinvolgenti avevano provocato, negli entusiasti e nei più pensosi. Rifletterci, forse è vano, ma ignorarli è come ignorare un pezzo della nostra vita, anzi, la nostra vita a brani, felice mentre si consumavano i cambiamenti, ignara delle basi del mondo che sarebbe venuto.E però l’89 non fu solo gio­iosa rivo­lu­zione liber­ta­ria. Fu un pas­sag­gio assai più ambi­guo, gra­vido di con­se­guenze, non tutte mera­vi­gliose. Oggi è anche più chiaro, e così l’avverto dolo­ro­sa­mente nella memo­ria che evoca in me. Peral­tro quel 9 novem­bre di 25 anni fa, credo per tanti, non è dis­so­cia­bile dalle date che segui­rono di pochi giorni: il 12 novem­bre, quando Achille Occhetto, alla Bolo­gnina, disse che il Pci andava sciolto, impo­nen­do così – a tutti i militanti – la ver­go­gna di pas­sare per chi sarebbe stato comu­ni­sta per­ché si iden­ti­fi­cava con l’Unione sovie­tica e le orri­bili demo­cra­zie popo­lari che essa aveva creato. Non c’era biso­gno della caduta del muro per con­vin­cersi che quello non era più da tempo il modello dell’altro mondo pos­si­bile che vole­vano, molti - non so quanti - degli iscritti al Pci e dei suoi elettori. Ma non si trat­tava sol­tanto della sini­stra ita­liana, il muta­mento che segnò l’89 ha avuto por­tata assai più vasta: è in quell’anno che si può datare la vit­to­ria a livello mon­diale di que­sta glo­ba­liz­za­zione che tut­tora viviamo, acce­le­rata dalla con­qui­sta al domi­nio asso­luto del mer­cato di quel pezzo di mondo che pur non essendo riu­scito a fare il socia­li­smo gli era tut­ta­via rima­sto estraneo. Ci fu, certo, libe­ra­zione da regimi diven­tati oppres­sivi, ma solo in pic­cola parte per­ché non aveva vinto un largo moto ani­mato da un posi­tivo dise­gno di cam­bia­mento: c’era stata, piut­to­sto, la bru­tale ricon­qui­sta da parte di un Occi­dente che pro­prio in que­gli anni, con Rea­gan, Tat­cher, Kohl, aveva avviato una dram­ma­tica svolta rea­zio­na­ria. Al dis­sol­versi del vec­chio sistema si fece strada, arro­gante e per­va­sivo, il capi­ta­li­smo più sel­vag­gio, che sra­di­cò valori e aggre­ga­zioni nella società civile e lasciò sul ter­reno solo ripie­ga­mento indi­vi­duale, egoi­smi, cor­ru­zione, vio­lenza. Il corag­gioso, ma imprudente ten­ta­tivo, di cui i competitori colsero la debolezza e l'inesperienza ( è stato il primo e l'ultimo Segretario del PCUSS ad esser nato dopo la Rivoluzione d'Ottobre ) di Gor­ba­ciov non riu­scì, il suo par­tito, e la società in cui aveva regnato, erano ormai decotti e rima­sero passivi. E così il paese anzi­ché demo­cra­tiz­zarsi divenne preda di un furto sto­rico colos­sale, ci fu un vero col­lasso che privò i cit­ta­dini dei van­taggi del brutto socia­li­smo che ave­vano vis­suto senza che potes­sero godere di quelli di cui il capi­ta­li­smo avrebbe dovuto essere por­ta­tore. (A pro­po­sito di demo­cra­zia: chissà per­ché nes­suno, mai, ricorda che solo tre anni dopo Boris Eltsin, che aveva liqui­dato Gor­ba­ciov, arrivò a bom­bar­dare il suo stesso Par­la­mento col­pe­vole di non appro­vare le sue proposte?). Come scrisse Eric Hob­sbawm nel ven­te­simo anni­ver­sa­rio del crollo «il socia­li­smo era fal­lito, ma il capi­ta­li­smo si avviava alla ban­ca­rotta». Avrebbe potuto andare diver­sa­mente? La sto­ria, si sa, non si fa con i se, ma riflet­tere sul pas­sato si può e si deve ( e pur­troppo non lo si è fatto che in minima parte). E allora è lecito dire che c’erano altri pos­si­bili sce­nari e che se la sto­ria ha preso un’altra strada non è per­ché il «destino è cinico e baro», ma per­ché a quell’appuntamento di Ber­lino si è giunti quando si era già con­su­mata una sto­rica scon­fitta della sini­stra a livello mon­diale. L’89 è una data che ci ricorda anche questo. Le respon­sa­bi­lità sono mol­te­plici. Per­ché se è vero che il campo sovie­tico non era più rifor­ma­bile e che una rot­tura era dun­que indi­spen­sa­bile, altro sarebbe stato se i par­titi comu­ni­sti, in Ita­lia e altrove, aves­sero avan­zato una cri­tica aperta e com­ples­siva di quell’esperienza già vent’anni prima, invece di limi­tarsi – come avvenne nel ’68 in occa­sione dell’invasione di Praga – a par­lare solo di errori. In que­gli anni era ancora ipo­tiz­za­bile una uscita da "sini­stra" dall’esperienza sovie­tica, non la capi­to­la­zione al vec­chio che invece c’è stata. E così nell’89, anzi­ché avviare final­mente una vera rifles­sione cri­tica, si scelse l’abiura, che avallò l’idea che era il socia­li­smo che pro­prio non si poteva fare. Gor­ba­ciov restò così senza inter­lo­cu­tori per por­tare avanti il ten­ta­tivo inerme e necessitante di una collaborazione che non ci fu, di dar almeno vita, una volta spez­zata la cor­tina di ferro, a una diversa Europa. Un’ipotesi che aveva per­se­guito con tena­cia, offrendo più volte lui stesso alla Ger­ma­nia la riu­ni­fi­ca­zione in cam­bio della neu­tra­liz­za­zione e denu­clea­riz­za­zione del paese. Se quella offerta fosse stata accettata, oggi l'Europa comunitaria sarebbe diversa. Fu l’Occidente a rifiu­tare, aprendo la strada allo sfacelo economico e morale del nemico sconfitto, i cui effetti furono proprio quelli di una guerra persa, da lui, l'avversario, favorendo il ripiegamento antidemocratico di Vladimir Putin e facendone di nuovo un nemico, isolato ed estraneo alle dinamiche del continente, di cui il suo territorio occupa una grande parte. Ma, da questo momento in poi, la Russia, pur prevalentemente povera, ha cessato di esportare la sua infelicità per il mondo. L'Occidente mancò all’appello - anche la Chiesa wojtyliana che aveva interagito, in quel contesto di dificoltà, contro ipotesi dialoganti, dopo anni ed anni di ostpolitik - e nella Germania dell'Ovest ripristinò il suo baluardo post-bellico, quando uni­la­te­ral­mente il pre­si­dente sovie­tico diede via libera all’abbattimento della cor­tina di ferro, restituendo alla Germania un primato neo-guglielmino. Mancò, per frettoloso e tattico realismo, il più grande par­tito comu­ni­sta d’occidente, quello ita­liano, fret­to­lo­sa­mente appro­dato all’atlantismo e impe­gnato ad accan­to­nare, quasi con irri­sione, il ten­ta­tivo di una terza via utopistica - tertium non datur - fon­data su uno scio­gli­mento dei due bloc­chi avan­zata da Ber­lin­guer alla vigi­lia della sua morte improvvisa. E mancò la social­de­mo­cra­zia, che aveva in quell’ultimo decen­nio mar­gi­na­liz­zato gli uomini che pure si erano con lun­gi­mi­ranza bat­tuti per una diversa opzione: Brandt, Palme, Foot, Krei­ski. È così che l’89 ci ha con­se­gnato un’altra scon­fitta, quella dell’Europa. Che perse l’occasione di costruirsi final­mente un ruolo e una sog­get­ti­vità auto­nome, quella “Casa comune euro­pea” che Gor­ba­ciov aveva soste­nuto e indi­cato, e che trovò solo un sim­pa­tiz­zante – ma debo­lis­simo — in Jaques Delors, allora pre­si­dente della Com­mis­sione europea. Nell’89 l’Unione Euro­pea avrebbe final­mente potuto coro­nare l’ambizione di libe­rarsi dalla sud­di­tanza ame­ri­cana che l’esistenza dell’altro blocco mili­tare aveva faci­li­tato, e invece si ritrasse quasi spa­ven­tata. Avvian­dosi negli anni suc­ces­sivi lungo la disa­strosa strada indi­cata dalla Nato: ricon­durre al vas­sal­lag­gio le ex demo­cra­zie popo­lari per poter esten­dere i pro­pri con­fini mili­tari fino a ridosso della Russia, provocando i sanguinosi torbidi e le guerre civili ancora in corso, ricollocando militarmente la Russia, neo-zarista, sul suo storico piedistallo imperiale-territoriale. Non andò molto meglio nep­pure in Ger­ma­nia. Anche qui ci fu certo la grande gioia della riu­ni­fi­ca­zione del paese che aveva vis­suto la dolo­ro­sis­sima ferita della divi­sione, ma anche qui, più che di un nuovo ini­zio, si trattò di una annes­sione con­dotta secondo le regole di un bru­tale vincitore. A 25 anni di distanza la disu­gua­glianza fra cit­ta­dini tede­schi dell’ovest e dell’est, ai quali era stata donata la convertibilità alla pari del marco, come se le economie fossero uguali ( vi ricorda qualcos'altro? ) è diventata più pro­fonda di quella fra nord e sud d’Italia, per­ché la «Treu­hand» inca­ri­cata di pri­va­tiz­zare quanto era pub­blico nell’economia della Ddr pre­ferì azze­rare le imprese per lasciar il campo libero alla con­qui­sta di quelle della Rft, che, privatisticamente, hanno relegato i compatrioti. Cin­que anni fa nel com­me­mo­rare il crollo del muro il set­ti­ma­nale Spie­gel rese noti i risul­tati di un son­dag­gio: il 57% degli abi­tanti della ex Ger­ma­nia dell’est – che dio solo sa quanto era brutta – ne ave­vano nostalgia. Oggi pro­ba­bil­mente quella che viene chia­mata «Ostal­gie» è cre­sciuta, ma nel rutilare della pubblicità che, "sul limitar di Dite" induce all'oblio e ottunde prepotentemente lo spirito critico delle coscienze, è rimossa, non ammessa. Per tutte que­ste ragioni non con­di­vido la spen­sie­rata, agio­gra­fica, festo­sità che accom­pa­gna, anche a sini­stra, la cele­bra­zione del crollo del Muro. Soprat­tutto per­ché – e que­sta è forse la cosa più grave – l’89 è anche il tempo in cui per milioni di per­sone prende fine la spe­ranza – e per­sino la voglia – di cam­biare il mondo, quasi che il socia­li­smo sovie­tico fosse stato il solo modello pra­ti­ca­bile. E via via è finita per pas­sare anche l’idea che tutto il secolo impe­gnato a costruirlo anche da noi era stata vana per­dita di tempo. Un colpo duris­simo inferto alla coscienza e alla memo­ria col­let­tiva, alla sog­get­ti­vità di donne e uomini che per que­sto ave­vano lot­tato. E nes­suno sforzo per riflet­tere cri­ti­ca­mente su cosa era acca­duto per trarre forza in vista di un più ade­guato nuovo pro­getto. Non è un caso che anche i poste­riori ten­ta­tivi di dar vita a nuovi par­titi di sini­stra abbiano pro­dotto for­ma­zioni tanto impa­stic­ciate, per­ché inca­paci di fare dav­vero i conti con la sto­ria e,per­ciò, abbiano comportato qual­che rista­gno ideo­lo­gico o la resa a un pen­siero unico che indica il capi­ta­li­smo come solo oriz­zonte della storia. Ci sono e avranno un'evoluzione oggi imprevdibile, nuovi movi­menti ani­mati da gene­ra­zioni nate ben dopo la famosa sto­ria del Muro che si pro­pon­gono a loro modo di inven­tarsi un mondo diverso. Ma non mi ras­se­gno a subire senza rea­gire il disin­te­resse, l'ignoranza che avverto in tanti per il nostro pas­sato, di tutti noi che l'abbiamo vissuto e quale che fosse la nostra posizione politica, purché democratica, per­ché non sono con­vinto che si possa andar lon­tano se non si ha rispetto sto­rico per quanto di realmente eroico e corag­gioso, e non solo di tra­gico, c’è stato nei grandi ten­ta­tivi, pur scon­fitti, del ‘900; se non si avverte quanto misera sia l’enfasi posta oggi su un’idea di libertà — quella uffi­cial­mente cele­brata in que­sto ven­ti­cin­quen­nale del Muro — così meschina da appa­rire arre­trata per­sino rispetto alla rivo­lu­zione fran­cese dove almeno era stato aggiunto ugua­glianza e fra­ter­nità, ormai con­si­de­rati obiet­tivi pue­rili e con­tro­pro­du­centi: il mer­cato, infatti, non li può sopportare. Vor­rei che almeno due gene­ra­zioni uscis­sero dal muti­smo in cui hanno finito per rin­chiu­dersi, inti­mi­diti da rot­ta­ma­tori di destra e di sinistra. Vor­rei che ripren­des­sero la parola, riac­qui­stas­sero sog­get­ti­vità: per dire che sulla sto­ria di prima del crollo del muro vale la pena di riflet­tere, per­ché si tratta di una sto­ria piena di ombre, ma anche di espe­rienze straor­di­na­rie ( a comin­ciare dalla Rivo­lu­zione d’Ottobre di cui giu­sta­mente Ber­lin­guer disse che aveva perso la sua spinta pro­pul­siva, non che era meglio non farla). But­tare tutto nel cestino signi­fica ince­ne­rire ogni vel­leità di cam­bia­mento, di futuro. Da quando è caduto il muro di Ber­lino ne sono stati eretti altri mille, mate­riali (Messico/Usa; Israele/Palestina, Pakistan/India .….ultimo Ucraina/Russia) e non (vedi la disu­gua­glianza glo­bale e i muri euro­pei «a mare» nel Medi­ter­ra­neo e di terra a Melilla, con­tro i migranti). Non pro­prio una festa.

sabato 8 novembre 2014

La pretestuosità in tempi di crisi.

Come volevasi provocare, questa mattina sono riusciti a creare "il caso" che cercavano. Che c'entra, fuori dai formalismi, che un politico non doverebbe invocare, il sopralluogo di un mediocre rappresentante di un movimento politico che sfrutta il risentimento della plebe del nord per la fine delle sovvenzioni democristiane in quelle zone, già bianche, per rivoltarlo nel razzismo più ignorante nei confronti delle culture altrui? Culture? Si, quella dei Sinti è una cultura; se commetteranno dei reati, dovranno essere puniti in termini legali, come tutti. Altrimenti vanno rispettati. Respinto, non dai Rom, ma dai centri sociali, con cui, in questa occasione, solidarizzo, è ripartito sgommando. I danni alla sua automobile sono rivendicabili, il possibile danno ai passeggeri, lo stesso; la possibilità di travolgere gli astanti da parte del suo autista, altrettanto. Ma, se non veniva era meglio; non perché gli si voglia negare l'esercizio dei diritti democratici, che non si attagliano ad uno spregiatore giudicante che voleva portarsi sull'area destinata dal Comune ai nomadi, mentre gli si attaglia il respingimento da un territorio, speriamo, ancora per molto, antifascista. Proprio perché sono diversi dai borghesi integrati e da coloro che, lavorando, condividono in parte il modello e in parte lo contestano pur rimanendovi avviluppati, sono segregati in un campo specificamente destinato ai gitani. Continuare, dopo generazioni, ad agitare insensate indicazioni di capri espiatori, ovviamente sempre e solo i diversi, mandare una noncurante consigliera a dare un'occhiata superficiale per poter ripetere i consunti slogans incolti e razzisti, vellicare l'ignoranza plebea che, dopo aver ristretto la demografia nazionale a criteri economici e che rivendicano, solo perché italiani, case semigratuite, ma non vogliono confrontarsi con chi di figli ne ha dieci e che aspirerebbe, in base alle graduatorie vigenti di metterli al riparo, spingono alla rivalsa verso etnie che di stabilizzarsi e, quindi, concorrere ai bandi pubblici, non ci pensano proprio. Ma tant'è. Non è a un pubblico razionale che si rivolgono e su cui sperano di poter speculare.

Diversi scenari

Il ministro dell'agricoltura danese si è fatto promotore di una proposta di legge a protezione degli animali nei confronti delle relazioni sessuali degli umani con loro. Stante l'impossibilità degli altri animali di negarsi, ecco che il governo si propone di proteggerli dagli abusi e vuole anche tutelarsi, perchè il Paese non diventi la meta di un turismo sessuale zoofilo, dato che gli Stati circonvicini, Svezia, Norvegia, Olanda Svizzera e Gran Bretagna hanno già introdotto legislazioni consimili, che non negano - esattamente come ci si propone di fare in Danimarca - non impediscono i rapporti sessuali con gli animali domestici e di allevamento ( quelli allo stato brado è meglio evitarli ) a meno che non sia provata la sofferenza degli animali-partners; insomma se non c'è consenso, entusiasmo, amore. Come faranno a provarlo, per noi resterà un mistero: abbiamo già gli psicologi per i cani e i gatti, ma non contempliamo la possibilità di investigare i sintomi degli animali forzati al coito, attivo o passivo, con "dark lady padrone" o stupratori. Saranno investigati i sintomi difformi dalla normalità dei singoli capi da macellazione o sfruttamento e quelli dei lenitori domestici della solitudine? Prima di procedere legislativamente il governo danese ha sondato la popolazione e rilevato, nelle aree urbane, una contrarietà al sesso con altri animali del 76% dei cittadini, ma, nelle aree rurali, la rilevazione è stata opposta o sfuggente. E' comunque lodevole questa sensibilità verso la sofferenza indotta in animali costretti o viziati fin da poco dopo la nascita, come avviene per gli animali domestici. Il fenomeno esiste e quanto sia diffuso in Italia non è dato sapere. I confessori della Chiesa cattolica che erano destinati a parrocchie di campagna, erano edotti su questi "peccati", perchè dovevano amministrarli nel penitenziale, così come sono normalmente edotti di tutte le possibilità riscontrabili nelle confidenze in ginocchio. Il modo di procedere e di legiferare, nel resto d'Europa, è però meno ipocrita e omertoso del nostro, troppo condizionato da un senso della colpa e della facciata, che proprio la Chiesa ha maggiormente sulla coscienza culturale e quindi politica diffusa, salvo poi violarne tutte le norme, al riparo dello schermo dell'ipocrisia. Ma, soprattutto, le circostanze oggettive trovano un tentativo di "norma"lizzazione esplicita e diretta, spoglia di formalismi ( come si è fatto per il fenomeno dell'incesto, non più oggetto di sanzione penale ) che tutelano proprio, ad ampio spettro, gli abusi e l'ipocrisia.

venerdì 7 novembre 2014

Disillusioni, per altro non imprevedibili.

Il 9 di Novembre sarà un quarto di secolo da che il Muro di Berlino crollò, fra la gioia unanime di tanti, fra i quali anch'io, che celebravano solo lo sgretolamento di di un'insopportabile relegazione, sopprimitrice della libertà. Senza aggettivi qualificativi. Oggi i muri sono proliferati, sono muri psicologici, il pregiudizio si è potuto rimanifestare con tutta la sua violenta ignoranza, ma sono anche muri fisici, a chiudere in un ghetto anziché in un altro, tutti gli inadeguati al nostro "comune" farci abbarbagliare da miraggi, perchè di cultura, in queste more, non mi sento di poter parlare. Sono passati "solo" 25 anni e la grande, sesquipedale, immensa retorica con cui l'occidente celebrò il suo trionfo sull'"Impero del Male" continua imperterrita, come se nulla, nel frattempo, fosse accaduto. Noi, europei, noi Occidente, noi "tutti americani" dall'11 settembre 2001, continuiamo a pensare di essere l'impero del Bene. Più brutalmente noi tutti pensiamo di essere l'Impero, punto e basta. Lo pensa anche l'uomo (e la donna) della strada. Anzi adesso lo pensano anche le donne che vincono il festival della canzone europea esibendo la barba. Ben tagliata, da brocker, sopra un discreto paio di tette e gambe affusolate da mannequins. Abbiamo vinto. Abbiamo abbattuto - dopo averlo indebolito fino alla morte - il mostro rosso. E abbiamo cominciato così, finito il pericolo, a esportare la nostra democrazia in Afghanistan, in Irak, in Libia, in Egitto ecc. La foto ci mostra il nostro trionfo. C'è perfino una leggera traccia di carattere estetico. Guarda come siamo bravi! Oltre che forti e belli. Tra poco il muro cadrà e la storia sarà finita per sempre. L'ha scritto Francis Fukuiama, che siede a Washington. Cadrà e potremo vedere l'altra faccia, ma noi sappiamo che è grigia, senza colori. Dunque tutto bene. Purtroppo però, nel frattempo, l'Impero non è più l'Impero, perché non può più comandare tutti. Per esempio la Cina. E scorre il sangue dappertutto, per esempio in Ucraina, che era appena al di là del muro. E questo sangue non lo fa scorrere l'Impero del male, che non c'è più. Anche se Putin è cattivo, perché non si adegua, dopo lo sfacelo eltsiniano. E scopriamo perfino che, del tutto incomprensibilmente per noi, non tutti quelli che stavano fuori dall'Impero del Bene hanno un grande desiderio di entrarci. C'è qualcosa che non va in questa storia ormai pietrificata. Sarà il caso che un nuovo muro lo tiriamo su noi. Per separarci dai sei miliardi di individui - tra cui quelli con barba e quelle con velo in testa - che si ostinano a voler turbare, con la loro sola presenza, la nostra quiete e, soprattutto, il nostro tenore di vita. Se non capiranno saremo costretti a eliminarli, perché pare che non stiamo riuscendo a corromperli, creando le condizioni per l'arricchimento di una classe egemone all'occidentale. Siamo daccapo.

Distinzioni di principio.

Le nozze gay distruggono la società, tuona il conservatore Vescovo Caffarra di Bologna, autorevole e sponente della parte "conservatrice" della Chiesa, che ha subito, in una sorta d'alternanza, l'elezione di Bergoglio, dopo essere stata abbandonata da Ratzinger, che, a quanto pare, tanto provato non era, dato che continua a tessere le fla dei suoi elettori, a riceverli, a coordinarli e che ha lasciato in eredità al suo successore il suo segretario particolare tedesco. Di Bergoglio si dice che più prima che poi si dimetterà a sua volta, appena terminato il valzer del colpo al cerchio e l'altro alla botte, dell'alternanza, modello "larghe intese", del Vaticano. La Chiesa non cambia per mostrarsi come "entità non umana" e, in funzione di una dottrina immutabile, non accetterà mai deroghe vere, pena il crollo della mitologica investitura divina. Quando Caffarra parla di società distrutta, a quale società si riferisce? A quella vagamente umana o a quella politicamente nazionale? In quest'ultimo caso, che mi sembra la reiterazione costante dell'inframettenza concreta della Chiesa nella vita civile della nazione italiana, sembra però non curarsi di tutte quelle società nelle quali il matrimonio gay - di cui non ho ancora completamente capito che cosa se ne possano fare - è ormai un dato consolidato. Sono quelle socità dissolte? Sono state dissolte, eventualmente, dai matrimoni fra i gay. Non dissolve la società il matrimonio eterosessuale basato sulla prepotenza o sulla malizia, sulla violenza e le imprecazioni? In quest'ultimo caso, è preferibile la famiglia "naturale" o un'eventuale convivenza gay con adozione. I matrimoni fra gli etero e gli omo, alla fine, statisticamente, eguaglierebbero i pochi contributi positivi e i tanti negativi, come in tutte le relazioni fra umani, animali acculturati o semplicemente evoluti.

Per ora non si vede altro.

C'è da disperare a passare in rassegna, per un attimo, il cast dei candidati alle non lontane elezioni: salgono nei consensi i ladri della Lega nord, il fior fiore dell'ignoranza del nord, i sentimenti più beceri ed illiberali del movimento tecno-populista dei grillini, che potevano avere potenzialità migliori di quelle che sono stati capaci di esprimere. I loro elettori e i loro parlamentari sono vessilliferi di sentimenti meschini, invidiosi, punitivi: insomma, rappresentano e sfuttano una massa di sfigati. La destra coltiva i suoi rapporti e i suoi interessi, della pseudosinistra non merita parlare. Il presidente pro tempore dell'unione europea, il severo Juncker, già a capo del Lussemburgo, in quella veste praticava, come stile di governo, l'elusione fiscale, favorendo la quale attirava i capitali, l'insediamento delle imprese di altre nazioni, privandole all'origine di una grossa fetta di introiti erariali, da tradurre in servizi sociali o da intascare furtivamente. Eppure, dalla gabbia della rappresentanza e dall'organizzazione istituzionale non si può, nè si deve fuggire: resta però un autentico rebus la scelta verso la quale indirizzarsi. La crisi economica indotta dalla finanza acritica e mitologica, proveniente dagli Stati Uniti e diffusasi in Europa per la sottomissione ai dettami liberistici di chi l'aveva provocata, di chi partecipa solo per metà agli obblighi comuni e, probabilmente, sta per andarsene l'anno prossimo, sta riproducendo le dinamiche perverse, precipitate fra la fine della prima guerra mondiale e l'insorgere della seconda. Se i laeder popolari sono così grevi, ma anche scarsi e poco pericolosi, è per l'eterodirezione dei fenomeni da parte di tecnocrati agnostici e corrotti. Per ora non si vede altro.

giovedì 6 novembre 2014

Crepes e soufflè.

Le uova sono diventate lo strumento della contestazione fuori dalle strettoie partitiche e sindacali, che, non avendo più ruolo nella rappresentanza sociale, possono concentrarsi solo su se stesse. In questo trovano appoggio solo nelle categorie malamente garantite da un patto corporativo, tanto evidente, quanto sottaciuto. Invece, la protesta utopistica e senza opportunismi utilitaristici, da qualche tempo, si sfoga con le uova, più di rado con la vernice. Il simbolo avicolo comincia ad accompagnare Renzie in ogni suo spostamento "in partibus infidelium", dove le sue allitterazioni si scontrano con la concreta ed aspra realtà che lui continua ad ignorare. Non sortiranno effetto, ma ormai costituiscono un segno di riconoscimento. A modo loro, un "segno" gioioso, una specie di novello carnevale burlanesco, nel quale "semel in anno, licet insavire". La razionalità coatta ed eterodiretta non sollecita più l'attenzione di nessuno e la realtà delle categorie senza amicizie, referenze e collegamenti in grado di contare qualcosa, privata della politica, si attesta su di una dimensione parallela, collaterale, fra il sogno e la satira dei gesti, quella chiara e appannaggio di tutti.

Il valore della testimonianza personale.

04 novembre 2014 Io, poliziotto, chiedo scusa alla famiglia di Stefano Cucchi per l'oltraggio infinito Servo lo Stato da 26 anni soltanto grazie a un prudente disincanto che mi permette ancora di sopravvivere tra le pieghe di quel medesimo nulla costituito per lo più da ingiustizie, bugie, miserie umane, silenzi, paure, sofferenze. Oggi intendo rompere quel silenzio cui si è condannati quasi contrattualmente da regolamenti di servizio che impongono e mitizzano l’obbedire tacendo, perché le parole pronunciate dal Segretario nazionale del Sap all’esito della pronuncia di assoluzione non restino consegnate anch’esse al fenomeno di cui sopra. Il diritto di parola consentito al Segretario nazionale del Sap gli ha permesso di esprimere ”La piena soddisfazione per l’assoluzione di tutti gli imputati ” con una disinvoltura che abitualmente può trovare applicazione esclusivamente in uno stadio dove l’unica forma di dolore può derivare abitualmente da un goal mancato e non già dalla morte violenta di un giovane celebrata in un’aula di Giustizia. "Sono convinto che potrebbe ricapitare altre volte, se questo clima perdura". Così Giovanni Cucchi, padre di Stefano, entrando nel tribunale di Roma per incontrare il procuratore capo della Capitale Giuseppe Pignatone. "Le parole del Sap? Sono sempre le stesse. Per tutti i ragazzi morti sono sempre le stesse frasi" ha detto invece Rita, la madre del geometra romano, in merito alle polemiche scatenate dal segretario del sindacato di polizia Sap “Bisogna finirla in questo Paese di scaricare sui servitori dello Stato la responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo della condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze” . Queste parole, in un contesto democratico che ne apprezzasse il loro peso, sortirebbero reazioni, conseguenze, interrogativi e dibattiti sul loro senso, sull’utilità e gli effetti di questa allegra scampagnata lessicale sul dolore di una famiglia nonché una minima inchiesta semantica sul concetto di vita dissoluta e al limite della legalità. Sarebbe da attendersi dal Segretario la spiegazione su quanto realmente produca paura in questo Paese e se l’abuso di alcol e droghe sia causa di morte per lesioni e se vi sia qualcosa di più dissoluto di un diritto calpestato. Andrebbe preteso che ci chiarisse se quelle parole siano rappresentative di tutto l’universo della Polizia o invece siano la personale interpretazione di un dramma o la recensione di un abominio. E ancora gli andrebbe richiesto se il silenzio seguito alle sue parole sia l’indicatore di un Paese dove domina sul diritto l’incertezza, sulla complessità della vita l’omologazione, sui drammi umani l’assenza di indignazione e l’ignavia. Per questo chiedo scusa alla famiglia Cucchi per questo oltraggio infinito, per questa deriva che non può rappresentare la totalità degli appartenenti alle forze di polizia neppure quelli a cui per regolamento è precluso il diritto di indignarsi e di affrancarsi dalla convivenza col divieto di opinione . Nel dubbio, semplicemente nel dubbio. Francesco Nicito, agente della Questura di Bologna

Un'interessante disamina antropologica, che non troverete sui media.

Ida Magli, Prof. emerita di antropologia culturale presso la Terza Università di Roma. L'Italia, l’Europa, l’Occidente, sono sorpresi e sconvolti dall’assassinio messo in atto nei confronti di persone che non hanno fatto alcun male, ma che sono state prese prigioniere e condannate a morte perché appartenenti al mondo degli “Infedeli”. L’uccisione sacrificale avviene per sgozzamento (wa’d) con successiva decapitazione fino dal tempo dei sacrifici degli Arabi preislamici e confermata dal Corano: “Io getterò il terrore nel cuore di quelli che non credono e voi colpiteli sulle nuche” 1. Questo punto – il significato sacrificale dell’uccisione degli infedeli - non è stato preso in considerazione dai nostri politici e commentatori, mentre si tratta di un dato fondamentale non soltanto per cercare di capire gli avvenimenti, ma per studiare una forma di “risposta” fornita di logica. L’assoluta “ritualità” dello scenario che ci è stato presentato in video al momento dell’uccisione, è proprio ciò che l’ha reso terribilmente macabro, insopportabile ai nostri occhi: la veste apposita della vittima, l’inginocchiamento, la frontalità rispetto a coloro per i quali viene sacrificata, la presenza incombente del sacrificatore, sono tutti segni e simboli costitutivi del rito. Noi però siamo da lungo tempo disabituati al linguaggio del Sacro e alla sua Potenza per cui ne siamo stati colpiti senza comprenderlo. “Barbarie! Delirio di fanatici!” hanno esclamato concordemente i commentatori non riuscendo a credere, dato il tono minore che le religioni hanno ormai assunto negli accadimenti della storia, che all’improvviso si rivelino attori di una guerra spietata proprio dei “credenti”, dei fedeli di Allah o di qualsiasi altro Dio. Non ci sembra possibile che sia la religione a muoverli e di fatto siamo disarmati: non abbiamo neanche cominciato a cercare di capire, tanto meno a “ragionare”. Barbarie, certo: si tratta di gesti esclusi dalla moderna convivenza civile fra gli individui e fra le nazioni. È la nostra più alta conquista morale la consapevolezza e l’affermazione che nessun uomo può essere “strumento”. Ci ripugna talmente l’idea del sacrificio umano che vorremmo quasi credere che non sia mai esistito. Ci piacerebbe dimenticare che perfino le guerre sono state causate molte volte nell’antichità dal bisogno di catturare dei prigionieri da sacrificare al proprio Dio. I giornalisti, esperti come sono delle quotidiane follie di cui è capace ogni essere umano, si aggrappano all’idea del “fanatismo” come unica spiegazione di una violenza inammissibile, mentre Obama non ha concesso né a se stesso né ai nemici un solo minuto di riflessione prima di “rispondere” a modo suo: con le bombe. Errore gravissimo, è evidente. Studiare il nemico prima di muoversi, prendere tempo con lunghe trattative, è la lezione fondamentale che ha dato l’autore del De Bello Gallico a tutti i comandanti di eserciti che si sono succeduti dall’epoca romana fino ad oggi. Ma soprattutto errore gravissimo per chiunque abbia a che fare con la mentalità araba, mentalità che è l’opposto di quella americana: lenta, aggrovigliata, sempre alla ricerca di astuzie e di sottigliezze che adombrino per ogni problema almeno dieci soluzioni; mentalità che del resto si rispecchia chiaramente nel Corano. Maometto è un arabo ed è a lui che guardano i suoi credenti essendo Allah un Dio lontanissimo, al quale è impossibile rivolgersi direttamente e neppure pregarlo se non insieme al Profeta. L’obbedienza alla volontà dell’unico Dio-Allah coincide con l’obbedienza al Profeta il quale conosce questa volontà perché gli è stata rivelata con il Corano. Dal momento di questa rivelazione il termine “profeta”, usato largamente in precedenza durante tutta la storia ebraica e in quella cristiana, assume la qualità di “unico” e si identifica con Maometto. L’unicità del Dio è la stessa unicità del suo Profeta. Maometto insomma è il padrone assoluto del mondo islamico e ha sistemato alla perfezione i suoi rapporti tanto con Dio quanto con gli uomini. L’Occidente dovrebbe tenere sempre presente questa caratteristica, che fa dell’Islamismo una religione diversa da qualsiasi altra; diversa soprattutto (per quanto l’opinione pubblica sia convinta del contrario) dall’Ebraismo e dal Cristianesimo. Diciamo meglio: l’Occidente deve guardare all’uomo-Maometto e non alla religione che ha costruito, perché è a quest’uomo che i suoi fedeli obbediscono. Se diamo un’occhiata ai pochi dati certi, o quasi certi, della biografia di Maometto, vediamo chiaramente che corrispondono ai costumi delle tribù nomadi, Arabe e Beduine, sparse quasi ovunque nel sesto e settimo secolo d.C. negli immensi deserti della Siria. Prima di tutto l’abitudine a non radicarsi in un territorio, tipica del nomadismo, combattendo di continuo contro le tribù vicine per appropriarsi dei loro terreni e di tutto ciò che di meglio possiedono: cammelli, uomini, donne, bambini, che vengono aggregati al gruppo in qualità di schiavi e costretti ad abbracciare la fede dei loro padroni. Per Maometto il nomadismo e il bisogno di razzia si trasformano nello strumento più utile per imporre con la guerra la sua religione presso le popolazioni che conquista. Non è difficile. A parte l’estrema aggressività dei suoi guerrieri e il valore del bottino sul quale contano (non c’è nessun pericolo di rimanerne privi in quanto spetta a Maometto, che fa le divisioni, la quinta parte di tutto ciò che viene conquistato), Maometto ha scelto i primi cinque libri dell’Antico Testamento come base del Corano. Sono i più antichi, rispondenti al pensiero dei pastori nomadi dell’epoca di Mosè, con la loro giustizia del taglione, il primato del capo famiglia su tutto il gruppo, la poligamia e l’inferiorità delle donne, un insieme di credenze e di comportamenti che i popoli di Siria, di Palestina, di buona parte dell’Africa già conoscono attraverso l’ebraismo e il cristianesimo. Ma è evidente che l’islamismo riesce a diffondersi con facilità perché, contrariamente a quanto succede nelle altre religioni “rivelate” in cui sussiste sempre un ambito di mistero e di dubbio interpretativo, Allah dice con chiarezza ciò che vuole dato che parla attraverso un uomo: è sufficiente obbedirgli alla lettera. La serie di gesti quotidiani di purificazione, di garanzie magiche fornite dall’esecuzione rituale della preghiera, l’aggregazione iniziatica al gruppo del popolo eletto per mezzo della circoncisione, danno forza concreta, tangibile, al sentimento della fede. Altrettanto succede per quanto riguarda l’ordine sociale, basato sul più istintivo concetto di giustizia, quello del taglione. L’occhio per occhio, dente per dente, morte per morte, è facile da comprendere e garantisce un’immediata e reale soddisfazione, quella sul corpo. Nell’islamismo sono in atto, quindi, le strutture universali del Sacro e la loro organizzazione sociale a livello elementare, strutture che vibrano spontaneamente nell’animo umano perché rispondono, acquetandolo, al bisogno di sicurezza che assilla ogni uomo. C’è un fattore in più, però, nella religione di Maometto che domina su tutti gli altri imprimendogli un’inesauribile vitalità: bisogna combattere per la vittoria di Allah. È l’ordine che Maometto ha dato fin dall’inizio e che ha garantito e garantisce tutt’oggi l’espansione dell’Islamismo: combatti e vincerai. Il termine “combattere” è uno dei più frequenti nel testo del Corano: Islam e battaglia vittoriosa sono la stessa cosa perché è Dio che combatte quando i suoi fedeli combattono. “Ricordati come il tuo Signore ti ha fatto uscire dalla tua dimora per la missione di verità” (VIII, 5); “Non voi li uccideste a Badr, bensì Dio li uccise, né tu scagliasti la sabbia nei loro occhi, quando la scagliasti, bensì Dio la scagliò” (VIII, 17); “Quelli che abbandonano il loro paese e combattono nella via di Dio, quelli possono sperare la misericordia di Dio” (II, 215); “Se non uscirete in campo, Dio vi punirà con un castigo doloroso e vi sostituirà con un altro popolo” (IX, 39); “Uscite in campo, armati leggermente e pesantemente, e combattete, colle vostre sostanze e con le vostre persone” (IX, 41). Quanto piace agli uomini sfidarsi! Quanto piace agli uomini combattere! Quanto piace agli uomini vincere! Maometto non ha avuto dubbi: non c’è differenza che tenga, né di razza né di lingua né di storia, di fronte alla voglia dei maschi di combattere e di vincere. Vincere significa che sei il più forte, che le tue idee sono quelle giuste, che la tua religione è quella vera, che tutto ciò che esiste nel mondo ti appartiene e che hai diritto ad impadronirtene. Parte da qui, dunque, la violenza insita nell’Islamismo. L’Occidente l’ha dimenticato; l’Europa soprattutto l’ha dimenticato, vedendo vivere tranquilli all’interno del proprio territorio tanti gruppi musulmani. Ma si tratta di un errore. I nostri maschi stanno morendo. Quelli musulmani moriranno insieme ai nostri? Sicuramente no. Si uniranno ai combattenti che già premono su di noi e vinceranno. Ida Magli

martedì 4 novembre 2014

E' di nuovo tempo di far politica.

Sono poco più di quindici giorni che la Cgil si è rimessa a fare la Cgil e tutto il quadro politico è cambiato. Renzi in particolare ha perso gli abiti del buon ragazzo che vuol cambiare le cose contro i poteri forti e comincia ad apparire col suo vero aspetto. Quello di un capo di governo reazionario nei contenuti e nella forma, che degli interessi dei poteri forti economici e finanziari è pura espressione e per questo distrugge ciò che resta di pubblico, di sociale, di diritto del lavoro. Intanto smantella la Costituzione mentre si proclama alfiere della nazione protetto dalle zone rosse poliziesche e applaudito dalle claque della Confindustria. Lo smascheramento e l’evidente difficoltà di Renzi sono prima di tutto frutto della scesa in campo contro di lui della Cgil, che ha aperto la via ad una ripresa di iniziativa della Fiom e nuovi spazi alle diffuse mobilitazioni sociali. Viene allora da pensare come saremmo più avanti se non ci fosse stata la passività precedente, che ha permesso a Monti di realizzare la più feroce riforma pensionistica d’Europa e di intaccare già l’articolo 18. A Brescia la Cgil e la FIOM locali hanno organizzato un presidio per la visita di Renzi agli industriali, con la richiesta e l’auspicio di essere ricevute dal Presidente del consiglio. Invece sono state bellamente snobbate, ma nonostante questo hanno concentrato le critiche verso la manifestazione dei movimenti e del sindacalismo conflittuale. Questo episodio testimonia la confusione di un quadro sindacale intermedio a cui vengono a mancare i tradizionali riferimenti, ma dietro di esso stanno difficoltà di fondo di tutta la Cgil, che è di nuovo, da oggi, l'unico soggetto politico vero, almeno potenziale, a salvaguardia del fronte del lavoro. La prima riguarda le modalità ed è l’obiettivo stesso del conflitto con Renzi. Dopo le sue ultime frasi sui disegni per spaccare l’Italia, la Cgil dovrebbe essere ben consapevole che con questo governo spazi di compromesso non ne esistono. Quindi o si cede, anche senza dichiararlo, o si va avanti. E andare avanti significa porsi l’obiettivo di rovesciare il governo. Lo so non é questo compito di un sindacato. Neppure quando nel 1960 cadde il governo Tambroni, incistato, dopo soli dodici anni dalla Costituzione, sui fascisti, la Cgil aveva messo le sue dimissioni come primo obiettivo degli scioperi di allora. Il punto non sono le dichiarazioni formali, ma la sostanza. Se Renzi è come la Thatcher allora bisogna contrastarlo fino in fondo, non cercare piccole inesistenti aperture o dialoghi immaginari, ma lottare fino a che sia evidente il fallimento della sua politica. E se la politica di un governo fallisce di fronte alla contestazione sociale, questi va a casa. Bisogna essere consapevoli di questo e comportarsi di conseguenza, poi la sinistra PD scelga dove stare e il Presidente Napolitano dica quello che vuole. La seconda difficoltà della Cgil è sul piano degli obiettivi concreti ed immediati della propria azione. Il punto sta tutto qui: o si affronta la crisi con semplici pratiche non convenzionali rispetto al liberismo italiano ed europeo, oppure Renzi continuerà, quel liberismo, a interpretarlo e gestirlo. La terza difficoltà sta nei rapporti con le controparti, Confindustria in primo luogo. Anche la Cgil, il 10 gennaio, ha firmato un accordo capestro sulla democrazia śindacale, che sostanzialmente applica il Modello Marchionne, nella speranza di stabilizzare i rapporti con le imprese. Invece Squinzi, il ciclista di riferimento di Romano Prodi, è diventato un ultrà dell’attacco ai diritti del lavoro e al sindacato. Anche qui o si rompe con la pratica passata e si ricomincia a fare il duro mestiere delle richieste e dei conflitti, oppure passano le posizioni peggiori delle imprese, che col lavoro non hanno nulla a che spartire se non in termini di profittevolezza. Infine bisogna decidere con chi stare, vista la costante paura dell’isolamento che in Cgil aleggia. Anche qui le scelte son dolorose quanto non rinviabili. Il quadro tradizionale di alleanze e riferimenti politici è saltato, Cisl e UIL, almeno per ora, restano passive se non peggio. La sola possibile alleanza immediata é allora quella con i movimenti sociali, con i sindacati di base, con i movimenti civili e ambientali. Lì ci sono forze e culture importanti ed esperienze che, se fatte proprie e rilanciate da una organizzazione ancora grande come la Cgil, potrebbero fare la differenza. Ma certo bisogna cambiare atteggiamento, bisogna aprirsi alla contestazione, come fece la Cgil della fine degli anni 60. Può diventare il primo momento di una nuova alleanza, se non si ripetono le scelte di chiusura di Brescia. Non sono molto ottimista sul fatto che la Cgil possa realizzare il cambiamento necessario, ma non pensavo neppure che potesse svegliarsi, allo stremo, dalla sua catalessi. La forza di Renzi finora è stata proprio nel giocare sul contrasto tra la durezza della rottura con la CGIL, comunque l'ultima bestia nera del mediocre padronato italiano e la difficoltà di questa a rompere con le pratiche accomodanti e colpevoli del passato. Cavalcando questa contraddizione alla fine Renzi pensa di vincere, per questo sfida continuamente a essere capaci di rovesciarlo. Ci si provi sul serio e magari si diventa capaci di farlo.

Vita e non vita.

Brittany Maynard ha anticipato la sinergia metastatica che l'avrebbe finita e ha interrotto la decadenza organica, le allucinazioni cerebrali che il cancro al cervello le provocava. Lo ha fatto facendosi aiutare a morire, quando la speranza, a lei, giovane, bella e potenzialmente piena di vitalità, era inconfutabilmente negata. Non ha trasceso la sua vita in una dimensione che ad una ragazza della sua età non può interessare e può essere, al massimo, collocata in un orizzonte indeterminato, fattosi prossimo con crudele fatalità. La Chiesa "fa salva la persona, ma condanna il gesto, come non dignitoso", allora non salva niente perché una persona senza dignità, una pecorella rassegnata, non è una persona. Brittany è morta, ha accettato con consequenzialità il suo destino, che le ha negato le gioie e, forse, i dolori, che, per altri aspetti, la natura le aveva apprestato ma non ha voluto o potuto consentirle. La giovane donna ha fatto bene, a mio avviso, a darci un taglio; l'eutanasia portata nelle corsie degli ospedali servirebbe invece a far fuori tanti vecchietti inutili e costosi, fastidiosi per i propri parenti e ignorati da tutti. Varrebbe dunque la pena di morire? Sì, certamente, ma non per mano altrui.

lunedì 3 novembre 2014

E' tempo di mentire.

C'è un sentore ben chiaro di elezioni politiche alle viste, a prescindere dalla sostanziale inconcludenza, che sancirebbero lo status quo ante per pochi altri mesi. Per chi non deve far altro che seguire i dettami guglielmini, sia di sinistra o pseudo tale, sia di destra, gli esiti delle urne non costituiranno una remora e neppure una reale indicazione di modifica di indirizzo. La legge Severino è del 2012, ma dopo la defenestrazione e al riammissione del Sindaco De Magistris, chi l'aveva approvata con le lacrime agli occhi per la commozione, ora la denigra. Vogliono usare i lavoratori per attaccare il governo, strana allocuzione, dal momento che i lavoratori con impiego costante non si prestano a strumentalizzazioni, mentre quelli che sarebbero fomentati sfogano la loro rabbia impotente per una politica inerziale che ha fortemente contribuito a renderli inattivi e privi di reddito. Le prime statistiche accreditate sui suicidi in Italia sono acclarate, fino ad ora, al 2012 e dimostrano un incremento incontrovertibile dei suicidi per fallimeto degli imprenditori e di coloro che avevano perso il loro lavoro, fra i salariati. Il quaranta per cento di inoccupazione giovanile marca i crismi della stessa politica thatcheriana, con maggiori drammatizzazioni al sud, come è nell'indole dei latini e dei popoli mediterranei. In Grecia prima e, in maniera più sfumata, in Italia, in Portogallo, in Spagna e, fuori da questo contesto sentimentale, ma pienamente dentro a quello economico, in Irlanda, le politiche imposte da Bruxelles sono state speculari negli esiti a quella di Margaret Tahtcher, che condannò alla disoccupazione una generazione intera. Come nei summenzionati Paesi, in Italia per la seconda volta, indolentemente o rassegnatamente; la prima volta con il contributo di tutti i sindacati, CGIL compresa. I poliziotti, tramite le loro rappresentanze sindacali autonome, tutte di destra e spesso, nelle dichiarazioni che rendono i suoi esponenti, palesemente fasciste, si sono messi a rimbeccare - tramite i loro sindacalisti, appunto - alle accuse delle famiglie dei morti di percosse e di abbandono: è colpa della tarscuratezza delle famiglie; succede quando non si ha cura della propria salute. Se poi, per punire i riottosi, li si lascia senza mangiare e bere e si infierisce con ogni sorta di strumenti di tortura, non solo con i manganelli, su povere persone in balia - altro che custodia - dello Stato, ad ogni livello e in ogni dove così mal rappresentato, non dovrebbe essere demandato ai tribuni dei mazzieri di fare controcultura, contro le famiglie offese. Si potrebbe continuare, ma il livello contenutistico non crescerebbe. Si annunciano tentativi di consolidare un potere, comunque precario, per raggiungere posizioni di non ritorno personale e, per farlo, ogni strumentalizzazione e confusione concettuale non ci sarà risparmiata.

sabato 1 novembre 2014

O ritrovare i propri prodromi o morire e, per noi tutti, democratici a prescindere dalle appartenenze, sarebbe una disfatta.

La Cgil porta in piazza la sua forza assieme a tutte le sue contraddizioni. In questi decenni il principale sindacato italiano, da un lato è stato l'attore sociale della sinistra, perfettamente collaterale alla sinistra cangiante e compromissoria, refluita, per ora, nel Pd, dall'altro ha ripetutamente tentato "un patto dei produttori" con l'impresa, per agire di concerto con essa rispetto al potere politico. Entrambi questi capisaldi della strategia della Cgil ora franano clamorosamente e il suo gruppo dirigente non sa letteralmente che fare, il che non è un buon messaggio da trasmettere ai lavoratori, quando li si mobilita. Certo ci saranno altre mobilitazioni e magari anche uno sciopero generale. Ma senza mai riuscire a chiarire dove si sta andando. Perché la rivoluzione reazionaria di Renzi si combatte non solo rompendo con le sue manifestazioni estreme, ma anche con le ragioni e con il percorso che ad essa ci hanno portato. E questo percorso la CGIL dovrebbe farlo da sola. In passato, in situazioni estreme, ci è riuscita. Il governo Renzi, ma lo potremmo chiamare il governo Renzi/Marchionne almeno per quel che riguarda il lavoro, rappresenta l'ultimo e più astuto tentativo delle classi dirigenti italiane ed europee di imporre da noi le politiche liberiste che hanno distrutto la Grecia. Astuto perché si è capito che la pura brutalità dei diktat della Troika alla lunga non paga. Per questo le politiche liberiste oggi devono essere accompagnate o addirittura precedute da cambiamenti politici e culturali che rendano accettabile o persino condivisibile l'accentuazione delle già così esplosive diseguaglianze sociali. Per fare questo non basta la destra tradizionale, bisogna occupare il campo della sinistra e portare la parte più grande di essa a sostenere politiche più a destra della destra tradizionale. Questo è il renzismo, l'ultima versione di quel trasformismo politico che nella storia del nostro paese é sempre partito dalla mutazione genetica della sinistra. La cancellazione dell'articolo 18 ha il valore simbolico dell'abbattimento dell'ultima bandiera dell'uguaglianza e serve a rendere accettabili provvedimenti ben più immediatamente sostanziosi, come il via libera ai licenziamenti di massa dato alla ThyssenKrupp, o il regalo alla Confindustria della riduzione delle tasse sui profitti pagata con i ticket dei malati. Abbiamo realizzato un sogno, ha detto Squinzi mentre lavoratori e precari vivono nell'incubo. Un governo così sfacciatamente filopadronale non poteva che nascere da una operazione culturale e politica che si accampasse e giustificasse nel Pd. Il governo Renzi riassume trenta anni di politiche liberiste contro il lavoro e le conduce al punto estremo. E proprio per questo rende palese la doppia contraddizione della Cgil. La prima e più evidente è che il rapporto del primo sindacato italiano con il Pd sta diventando sempre più insostenibile, ma allo stesso tempo resta inscindibile, almeno finchè le sue componenti incompatibili riprenderanno il loro cammino autonomo. La Cgil, i suoi gruppi dirigenti hanno sinora avuto il Pd come referente istituzionale fondamentale, rompere con esso, così com'è, significherebbe praticare il mare aperto nelle relazioni politiche che fa paura. Questa contraddizione rischia di essere fotografata dalla presenza al corteo della Cgil di quegli esponenti del Pd critici con Renzi, ma poi disciplinati nel votare la legge sul lavoro. Ma ancora più pesante di quella politica è la contraddizione sindacale vera e propria. La Cgil oggi si oppone al Jobact, ma in questi trenta anni ha sempre finito per accettare tutti i patti e i provvedimenti che hanno portato ad esso. La legge Fornero sulle pensioni e il primo attacco all'articolo 18 del governo Monti son passati tranquillamente. E se ora la Cgil si oppone alla legge delega, non fa certo altrettanto con quei Job act diffusi che vengono definiti in accordi che riducono diritti e salario. Da ultimi l'accordo del 10 gennaio con la Confindustria sulla rappresentanza e alcuni pessimi contratti. Lo scatto d'orgoglio della Cgil di fronte agli sfregi di Renzi è un fatto comunque positivo, ma non sufficiente né a fermare l'offensiva di un governo che le contraddizioni del sindacato ben le conosce ed usa, né tantomeno a invertire la tendenza al degrado delle condizioni di chi lavora. Perché tutto questo cambi è necessaria una rottura di fondo della Cgil con la linea politica e le pratiche sindacali di questi trenta anni. Ma di questo al momento non si vede alcuna traccia.

Convertende e scambiandi.

Le duecento studentesse nigeriane, rapite da Boko Haram, stanno per essere liberate, chiosava nei giorni scorsi il governo di quel paese. Macché, si sono tutte convertite e sposate, ha annunciato il portavoce degli islamisti. Da una comoda prospettiva borghese - erano tutte liceali - a prostitute dei miliziani che le hanno rapite; la prostituzione, nei paesi islamici, si pratica con il matrimonio per un giorno e successivo ripudio. Fra l'altro saranno quasi tutte incinte. L'insipienza e la correità delle istituzioni di quel corrotto, bireligioso ed incivile territorio, hanno prodotto e mantenuto tutto questo. Non c'è la capacità, ma soprattutto l'interesse a intervenire sulle situazioni per non inimicarsi l'opinione insondabile degli abitanti, usi alla poligamia extralegale, basata sulla possibilità di mantenere più persone e sull'interscambiabilità clanica, nella quale non si sa neppure a chi attribuire i figli. I banditi di Boko Haram hanno rivelato di essere custodi di un cittadino tedesco, rapito da alcune settimane e di cui non si sapeva più niente: sarà riscattato, come è avvenuto recentemente e la banda si arricchirà ulteriormente e potrà incrementare le sue razzie di pozzi di petrolio, che già detiene e che sfrutta, e di esseri umani, maschi e femmine per il soldo e "il riposo" del guerriero.

Arlecchinate o burlesque?

E' stata arrestata la prima scafista-donna della storia recente del traffico di migranti. Ha venti anni e guidava il barcone in stato interessante. Le donne sfruttatrici, normalmente facevano le ruffiane o le maitresses o trattavano l'emigrazione, per prostituirsi, delle figlie delle famiglie a loro debitrici, sfruttavano, cioè, comodamente le situazioni, cosa che non hanno rinunciato a fare, nonostante la rivendicazione di pari-tutto, così genericamente. Questa scafista, che non si sottrae alle impellenze pratiche della vita, sol perché in procinto di elaborarne biologicamente un'altra, irrompe con decisione sul proscenio di un mondo di nuovo povero e schiavo, almeno per la parte di gran lunga maggioritaria dei suoi malcapitati. Una comandante di caccia bombardiere ha guidato una pattuglia aerea a bombardare le posizioni del IS: era saudita e si è offerta ai fotografi con la maschera del casco appena slacciata in modo da non mostrare il viso e rendersi così irriconoscibile. Per aver fatto l'accademia aeronautica nel suo paese deve appartenere all'aristocrazia che simula la custodia della fede, ma se ne impippa privatamente. I miliziani popolari hanno già promesso di individuarla e farla a fettine, appena avranno preso il potere. Demagogia per la gente che attizza l'invidia delle altre donne e il senso di rivalsa degli uomini che avvertono il loro potere come messo in discussione. Matteo Renzi voleva un'altra donna al ministero degli esteri, dopo aver imposto la Mogherini in un ruolo che metterà alla frusta i suoi uffici di segreteria e i funzionari competenti; voleva un'altra Carneade in condizioni di non metterlo in ombra. Il Presidente, che già gli aveva imposto il discreto Padoan, non ha voluto e, alla fine, ha dovuto nominare Paolo Gentiloni, che dela femminiltà ha l'aspetto borotalcato e, nella fattispecie, un curriculum tecnico del tutto alieno dalla diplomazia. Per questa guisa non potrà fare il ministro degli esteri e questo basta a Renzie, che potrà continure a sostituirsi, per ogni specie. Barak Obama ha scoperto che le lavoratrici, nel suo paese, percepiscono uno stipendio inferiore agli uomini, a parità di lavoro. E' così anche in Ighilterra. Nei due paesi anglosassoni la disparità di trattamento serve, formalmente, ad assicurare una maggiore occupazione - ovviamente, una palese falsità, stante anche l'occasionalità dell'impiego ivi vigente - abbattendone parzialmente il costo. E' così anche in Germania, secondo un portato di costume, più che di una "valutazione" economica, in quanto quella nazione è stabilmente ai vertici del reddito mondiale, per ora al terzo posto, dopo Cina e Stati Uniti. Ecco dunque che le donne, al pari degli uomini precari, devono inventarsi nuove professioni, se vogliono essere libere, franche e imprenditoriali. casomai cominciando al timone di una bagnarola, col pancione, su di un trattore od alla guida di un autobus, in divisa da militare, poliziotta o vigile urbana.