lunedì 10 novembre 2014
La lotta che non si è mai combattuta.
Roberto Saviano ha ribadito che la lotta alla mafia, in Italia, non è una priorità. Poteva accorgersene prima di inaugurare la sua vita da scortato, blindato, in un'età ancora molto giovane. Saviano non ha parlato sociologicamente di camorra, nella fattispecie della sua esperienza, ma, con un linguaggio letterario ruvido e poco elegante, ha citato, per nome e cognome, i camorristi autori di:...e via snocciolando. Saviano, da ragazzo, non è stato estraneo all'iniziazione camorristica e ha mantenuto rapporti e contatti con i suoi coetanei, almeno fino alla pubblicazione di Gomorra. E' così che ha costretto uno Stato complice a interessarsi, con i soliti metodi legalistici e ammortizzanti, delle precise denunce. Per questo è stato minacciato da un avvocato dei boss in udienza, sotto metafora: solo oggi quell'avvocato è stato condannato. Se Saviano è riuscito a prendere una laurea in filosofia e ha letterariamente attaccato un mondo che aveva sfiorato poco più che bambino, per i "quaglioni" meno volonterosi o meno fortunati è diventato un traditore che "si è fatto una posizione", ma che invecchia senza poter aspirare ad una vita libera, protetto ma schiavo di una vendetta certa che matura nella diffusione e nella coesione culturale di un fenomeno, dal quale non si permette a chi vi è nato e ne ha fatto parte, sia pur per pochi anni, di evadere. O la morte o il carcere a vita. Saviano avrebbe dovuto sapere che la lotta alla mafia, in Italia non si conduce; si viene invece a patti con lei, in forme simboliche, implicite e anche dirette ed esplicite, purché nessuno sia in grado di intercettarle e di farle valere in giudizio. In giudizi per altro, di vecchi burocrati parrucconi, la cui giurisprudenza, un po' più aggressiva verso gli "uomini di panza" del crimine organizzato, sembra far parte di un combinato disposto, apparentemente più severo, ma nella sostanza manipolatorio e ammiccante. Rientrano in questa manfrina l'omicidio di Salvo Lima, a Palermo e tanti regolamenti di conti; sono stati mandati al macello, invece, inflessibili ma illusi esponenti dello Stato e delle istituzioni, uno Stato e delle istituzioni complici. La lotta alla mafia, impossibile al sud sul piano istituzionale, andrebbe condotta ovunque sul piano poliziesco: si può contenere e contrastare solo attraverso la dialettica delle indagini e delle armi, ma estinguerla è impossibile. Ma non si farà, per tutte le summenzionate ragioni e per la condizione di coloro chi si chiamano ancora tutori dell'ordine, di "padri di famiglia" panciuti, poco inclini, per prudenza e mentalità, al duro contrasto militare che lascerebbe anche qualcuno di loro ( come già accade, ma in quantità molto minore )sul terreno. La tutela dell'ordine è anche quella mafiosa.
domenica 9 novembre 2014
Primi bilanci.
Quando il distacco storico, assertivamente "spiegherà" cosa è successo e cosa sottintendeva il '68, il '77 e il 9 Novembre del 1989, noi non ci saremo più e, quei pochi che se ne interesseranno, non avranno elaborato le sensazioni e le passioni che questi avvenimenti coinvolgenti avevano provocato, negli entusiasti e nei più pensosi. Rifletterci, forse è vano, ma ignorarli è come ignorare un pezzo della nostra vita, anzi, la nostra vita a brani, felice mentre si consumavano i cambiamenti, ignara delle basi del mondo che sarebbe venuto.E però l’89 non fu solo gioiosa rivoluzione libertaria. Fu un passaggio assai più ambiguo, gravido di conseguenze, non tutte meravigliose. Oggi è anche più chiaro, e così l’avverto dolorosamente nella memoria che evoca in me. Peraltro quel 9 novembre di 25 anni fa, credo per tanti, non è dissociabile dalle date che seguirono di pochi giorni: il 12 novembre, quando Achille Occhetto, alla Bolognina, disse che il Pci andava sciolto, imponendo così – a tutti i militanti – la vergogna di passare per chi sarebbe stato comunista perché si identificava con l’Unione sovietica e le orribili democrazie popolari che essa aveva creato.
Non c’era bisogno della caduta del muro per convincersi che quello non era più da tempo il modello dell’altro mondo possibile che volevano, molti - non so quanti - degli iscritti al Pci e dei suoi elettori.
Ma non si trattava soltanto della sinistra italiana, il mutamento che segnò l’89 ha avuto portata assai più vasta: è in quell’anno che si può datare la vittoria a livello mondiale di questa globalizzazione che tuttora viviamo, accelerata dalla conquista al dominio assoluto del mercato di quel pezzo di mondo che pur non essendo riuscito a fare il socialismo gli era tuttavia rimasto estraneo.
Ci fu, certo, liberazione da regimi diventati oppressivi, ma solo in piccola parte perché non aveva vinto un largo moto animato da un positivo disegno di cambiamento: c’era stata, piuttosto, la brutale riconquista da parte di un Occidente che proprio in quegli anni, con Reagan, Tatcher, Kohl, aveva avviato una drammatica svolta reazionaria. Al dissolversi del vecchio sistema si fece strada, arrogante e pervasivo, il capitalismo più selvaggio, che sradicò valori e aggregazioni nella società civile e lasciò sul terreno solo ripiegamento individuale, egoismi, corruzione, violenza. Il coraggioso, ma imprudente tentativo, di cui i competitori colsero la debolezza e l'inesperienza ( è stato il primo e l'ultimo Segretario del PCUSS ad esser nato dopo la Rivoluzione d'Ottobre ) di Gorbaciov non riuscì, il suo partito, e la società in cui aveva regnato, erano ormai decotti e rimasero passivi.
E così il paese anziché democratizzarsi divenne preda di un furto storico colossale, ci fu un vero collasso che privò i cittadini dei vantaggi del brutto socialismo che avevano vissuto senza che potessero godere di quelli di cui il capitalismo avrebbe dovuto essere portatore. (A proposito di democrazia: chissà perché nessuno, mai, ricorda che solo tre anni dopo Boris Eltsin, che aveva liquidato Gorbaciov, arrivò a bombardare il suo stesso Parlamento colpevole di non approvare le sue proposte?).
Come scrisse Eric Hobsbawm nel ventesimo anniversario del crollo «il socialismo era fallito, ma il capitalismo si avviava alla bancarotta».
Avrebbe potuto andare diversamente? La storia, si sa, non si fa con i se, ma riflettere sul passato si può e si deve ( e purtroppo non lo si è fatto che in minima parte).
E allora è lecito dire che c’erano altri possibili scenari e che se la storia ha preso un’altra strada non è perché il «destino è cinico e baro», ma perché a quell’appuntamento di Berlino si è giunti quando si era già consumata una storica sconfitta della sinistra a livello mondiale. L’89 è una data che ci ricorda anche questo.
Le responsabilità sono molteplici. Perché se è vero che il campo sovietico non era più riformabile e che una rottura era dunque indispensabile, altro sarebbe stato se i partiti comunisti, in Italia e altrove, avessero avanzato una critica aperta e complessiva di quell’esperienza già vent’anni prima, invece di limitarsi – come avvenne nel ’68 in occasione dell’invasione di Praga – a parlare solo di errori.
In quegli anni era ancora ipotizzabile una uscita da "sinistra" dall’esperienza sovietica, non la capitolazione al vecchio che invece c’è stata. E così nell’89, anziché avviare finalmente una vera riflessione critica, si scelse l’abiura, che avallò l’idea che era il socialismo che proprio non si poteva fare.
Gorbaciov restò così senza interlocutori per portare avanti il tentativo inerme e necessitante di una collaborazione che non ci fu, di dar almeno vita, una volta spezzata la cortina di ferro, a una diversa Europa. Un’ipotesi che aveva perseguito con tenacia, offrendo più volte lui stesso alla Germania la riunificazione in cambio della neutralizzazione e denuclearizzazione del paese. Se quella offerta fosse stata accettata, oggi l'Europa comunitaria sarebbe diversa.
Fu l’Occidente a rifiutare, aprendo la strada allo sfacelo economico e morale del nemico sconfitto, i cui effetti furono proprio quelli di una guerra persa, da lui, l'avversario, favorendo il ripiegamento antidemocratico di Vladimir Putin e facendone di nuovo un nemico, isolato ed estraneo alle dinamiche del continente, di cui il suo territorio occupa una grande parte. Ma, da questo momento in poi, la Russia, pur prevalentemente povera, ha cessato di esportare la sua infelicità per il mondo. L'Occidente mancò all’appello - anche la Chiesa wojtyliana che aveva interagito, in quel contesto di dificoltà, contro ipotesi dialoganti, dopo anni ed anni di ostpolitik - e nella Germania dell'Ovest ripristinò il suo baluardo post-bellico, quando unilateralmente il presidente sovietico diede via libera all’abbattimento della cortina di ferro, restituendo alla Germania un primato neo-guglielmino. Mancò, per frettoloso e tattico realismo, il più grande partito comunista d’occidente, quello italiano, frettolosamente approdato all’atlantismo e impegnato ad accantonare, quasi con irrisione, il tentativo di una terza via utopistica - tertium non datur - fondata su uno scioglimento dei due blocchi avanzata da Berlinguer alla vigilia della sua morte improvvisa.
E mancò la socialdemocrazia, che aveva in quell’ultimo decennio marginalizzato gli uomini che pure si erano con lungimiranza battuti per una diversa opzione: Brandt, Palme, Foot, Kreiski. È così che l’89 ci ha consegnato un’altra sconfitta, quella dell’Europa. Che perse l’occasione di costruirsi finalmente un ruolo e una soggettività autonome, quella “Casa comune europea” che Gorbaciov aveva sostenuto e indicato, e che trovò solo un simpatizzante – ma debolissimo — in Jaques Delors, allora presidente della Commissione europea.
Nell’89 l’Unione Europea avrebbe finalmente potuto coronare l’ambizione di liberarsi dalla sudditanza americana che l’esistenza dell’altro blocco militare aveva facilitato, e invece si ritrasse quasi spaventata. Avviandosi negli anni successivi lungo la disastrosa strada indicata dalla Nato: ricondurre al vassallaggio le ex democrazie popolari per poter estendere i propri confini militari fino a ridosso della Russia, provocando i sanguinosi torbidi e le guerre civili ancora in corso, ricollocando militarmente la Russia, neo-zarista, sul suo storico piedistallo imperiale-territoriale.
Non andò molto meglio neppure in Germania. Anche qui ci fu certo la grande gioia della riunificazione del paese che aveva vissuto la dolorosissima ferita della divisione, ma anche qui, più che di un nuovo inizio, si trattò di una annessione condotta secondo le regole di un brutale vincitore.
A 25 anni di distanza la disuguaglianza fra cittadini tedeschi dell’ovest e dell’est, ai quali era stata donata la convertibilità alla pari del marco, come se le economie fossero uguali ( vi ricorda qualcos'altro? ) è diventata più profonda di quella fra nord e sud d’Italia, perché la «Treuhand» incaricata di privatizzare quanto era pubblico nell’economia della Ddr preferì azzerare le imprese per lasciar il campo libero alla conquista di quelle della Rft, che, privatisticamente, hanno relegato i compatrioti. Cinque anni fa nel commemorare il crollo del muro il settimanale Spiegel rese noti i risultati di un sondaggio: il 57% degli abitanti della ex Germania dell’est – che dio solo sa quanto era brutta – ne avevano nostalgia.
Oggi probabilmente quella che viene chiamata «Ostalgie» è cresciuta, ma nel rutilare della pubblicità che, "sul limitar di Dite" induce all'oblio e ottunde prepotentemente lo spirito critico delle coscienze, è rimossa, non ammessa.
Per tutte queste ragioni non condivido la spensierata, agiografica, festosità che accompagna, anche a sinistra, la celebrazione del crollo del Muro. Soprattutto perché – e questa è forse la cosa più grave – l’89 è anche il tempo in cui per milioni di persone prende fine la speranza – e persino la voglia – di cambiare il mondo, quasi che il socialismo sovietico fosse stato il solo modello praticabile. E via via è finita per passare anche l’idea che tutto il secolo impegnato a costruirlo anche da noi era stata vana perdita di tempo.
Un colpo durissimo inferto alla coscienza e alla memoria collettiva, alla soggettività di donne e uomini che per questo avevano lottato. E nessuno sforzo per riflettere criticamente su cosa era accaduto per trarre forza in vista di un più adeguato nuovo progetto. Non è un caso che anche i posteriori tentativi di dar vita a nuovi partiti di sinistra abbiano prodotto formazioni tanto impasticciate, perché incapaci di fare davvero i conti con la storia e,perciò, abbiano comportato qualche ristagno ideologico o la resa a un pensiero unico che indica il capitalismo come solo orizzonte della storia.
Ci sono e avranno un'evoluzione oggi imprevdibile, nuovi movimenti animati da generazioni nate ben dopo la famosa storia del Muro che si propongono a loro modo di inventarsi un mondo diverso.
Ma non mi rassegno a subire senza reagire il disinteresse, l'ignoranza che avverto in tanti per il nostro passato, di tutti noi che l'abbiamo vissuto e quale che fosse la nostra posizione politica, purché democratica, perché non sono convinto che si possa andar lontano se non si ha rispetto storico per quanto di realmente eroico e coraggioso, e non solo di tragico, c’è stato nei grandi tentativi, pur sconfitti, del ‘900; se non si avverte quanto misera sia l’enfasi posta oggi su un’idea di libertà — quella ufficialmente celebrata in questo venticinquennale del Muro — così meschina da apparire arretrata persino rispetto alla rivoluzione francese dove almeno era stato aggiunto uguaglianza e fraternità, ormai considerati obiettivi puerili e controproducenti: il mercato, infatti, non li può sopportare.
Vorrei che almeno due generazioni uscissero dal mutismo in cui hanno finito per rinchiudersi, intimiditi da rottamatori di destra e di sinistra.
Vorrei che riprendessero la parola, riacquistassero soggettività: per dire che sulla storia di prima del crollo del muro vale la pena di riflettere, perché si tratta di una storia piena di ombre, ma anche di esperienze straordinarie ( a cominciare dalla Rivoluzione d’Ottobre di cui giustamente Berlinguer disse che aveva perso la sua spinta propulsiva, non che era meglio non farla). Buttare tutto nel cestino significa incenerire ogni velleità di cambiamento, di futuro.
Da quando è caduto il muro di Berlino ne sono stati eretti altri mille, materiali (Messico/Usa; Israele/Palestina, Pakistan/India .….ultimo Ucraina/Russia) e non (vedi la disuguaglianza globale e i muri europei «a mare» nel Mediterraneo e di terra a Melilla, contro i migranti). Non proprio una festa.
sabato 8 novembre 2014
La pretestuosità in tempi di crisi.
Come volevasi provocare, questa mattina sono riusciti a creare "il caso" che cercavano. Che c'entra, fuori dai formalismi, che un politico non doverebbe invocare, il sopralluogo di un mediocre rappresentante di un movimento politico che sfrutta il risentimento della plebe del nord per la fine delle sovvenzioni democristiane in quelle zone, già bianche, per rivoltarlo nel razzismo più ignorante nei confronti delle culture altrui? Culture? Si, quella dei Sinti è una cultura; se commetteranno dei reati, dovranno essere puniti in termini legali, come tutti. Altrimenti vanno rispettati. Respinto, non dai Rom, ma dai centri sociali, con cui, in questa occasione, solidarizzo, è ripartito sgommando. I danni alla sua automobile sono rivendicabili, il possibile danno ai passeggeri, lo stesso; la possibilità di travolgere gli astanti da parte del suo autista, altrettanto. Ma, se non veniva era meglio; non perché gli si voglia negare l'esercizio dei diritti democratici, che non si attagliano ad uno spregiatore giudicante che voleva portarsi sull'area destinata dal Comune ai nomadi, mentre gli si attaglia il respingimento da un territorio, speriamo, ancora per molto, antifascista. Proprio perché sono diversi dai borghesi integrati e da coloro che, lavorando, condividono in parte il modello e in parte lo contestano pur rimanendovi avviluppati, sono segregati in un campo specificamente destinato ai gitani. Continuare, dopo generazioni, ad agitare insensate indicazioni di capri espiatori, ovviamente sempre e solo i diversi, mandare una noncurante consigliera a dare un'occhiata superficiale per poter ripetere i consunti slogans incolti e razzisti, vellicare l'ignoranza plebea che, dopo aver ristretto la demografia nazionale a criteri economici e che rivendicano, solo perché italiani, case semigratuite, ma non vogliono confrontarsi con chi di figli ne ha dieci e che aspirerebbe, in base alle graduatorie vigenti di metterli al riparo, spingono alla rivalsa verso etnie che di stabilizzarsi e, quindi, concorrere ai bandi pubblici, non ci pensano proprio. Ma tant'è. Non è a un pubblico razionale che si rivolgono e su cui sperano di poter speculare.
Diversi scenari
Il ministro dell'agricoltura danese si è fatto promotore di una proposta di legge a protezione degli animali nei confronti delle relazioni sessuali degli umani con loro. Stante l'impossibilità degli altri animali di negarsi, ecco che il governo si propone di proteggerli dagli abusi e vuole anche tutelarsi, perchè il Paese non diventi la meta di un turismo sessuale zoofilo, dato che gli Stati circonvicini, Svezia, Norvegia, Olanda Svizzera e Gran Bretagna hanno già introdotto legislazioni consimili, che non negano - esattamente come ci si propone di fare in Danimarca - non impediscono i rapporti sessuali con gli animali domestici e di allevamento ( quelli allo stato brado è meglio evitarli ) a meno che non sia provata la sofferenza degli animali-partners; insomma se non c'è consenso, entusiasmo, amore. Come faranno a provarlo, per noi resterà un mistero: abbiamo già gli psicologi per i cani e i gatti, ma non contempliamo la possibilità di investigare i sintomi degli animali forzati al coito, attivo o passivo, con "dark lady padrone" o stupratori. Saranno investigati i sintomi difformi dalla normalità dei singoli capi da macellazione o sfruttamento e quelli dei lenitori domestici della solitudine? Prima di procedere legislativamente il governo danese ha sondato la popolazione e rilevato, nelle aree urbane, una contrarietà al sesso con altri animali del 76% dei cittadini, ma, nelle aree rurali, la rilevazione è stata opposta o sfuggente. E' comunque lodevole questa sensibilità verso la sofferenza indotta in animali costretti o viziati fin da poco dopo la nascita, come avviene per gli animali domestici. Il fenomeno esiste e quanto sia diffuso in Italia non è dato sapere. I confessori della Chiesa cattolica che erano destinati a parrocchie di campagna, erano edotti su questi "peccati", perchè dovevano amministrarli nel penitenziale, così come sono normalmente edotti di tutte le possibilità riscontrabili nelle confidenze in ginocchio. Il modo di procedere e di legiferare, nel resto d'Europa, è però meno ipocrita e omertoso del nostro, troppo condizionato da un senso della colpa e della facciata, che proprio la Chiesa ha maggiormente sulla coscienza culturale e quindi politica diffusa, salvo poi violarne tutte le norme, al riparo dello schermo dell'ipocrisia. Ma, soprattutto, le circostanze oggettive trovano un tentativo di "norma"lizzazione esplicita e diretta, spoglia di formalismi ( come si è fatto per il fenomeno dell'incesto, non più oggetto di sanzione penale ) che tutelano proprio, ad ampio spettro, gli abusi e l'ipocrisia.
venerdì 7 novembre 2014
Disillusioni, per altro non imprevedibili.
Il 9 di Novembre sarà un quarto di secolo da che il Muro di Berlino crollò, fra la gioia unanime di tanti, fra i quali anch'io, che celebravano solo lo sgretolamento di di un'insopportabile relegazione, sopprimitrice della libertà. Senza aggettivi qualificativi. Oggi i muri sono proliferati, sono muri psicologici, il pregiudizio si è potuto rimanifestare con tutta la sua violenta ignoranza, ma sono anche muri fisici, a chiudere in un ghetto anziché in un altro, tutti gli inadeguati al nostro "comune" farci abbarbagliare da miraggi, perchè di cultura, in queste more, non mi sento di poter parlare.
Sono passati "solo" 25 anni e la grande, sesquipedale, immensa retorica con cui l'occidente celebrò il suo trionfo sull'"Impero del Male" continua imperterrita, come se nulla, nel frattempo, fosse accaduto.
Noi, europei, noi Occidente, noi "tutti americani" dall'11 settembre 2001, continuiamo a pensare di essere l'impero del Bene. Più brutalmente noi tutti pensiamo di essere l'Impero, punto e basta. Lo pensa anche l'uomo (e la donna) della strada.
Anzi adesso lo pensano anche le donne che vincono il festival della canzone europea esibendo la barba. Ben tagliata, da brocker, sopra un discreto paio di tette e gambe affusolate da mannequins.
Abbiamo vinto. Abbiamo abbattuto - dopo averlo indebolito fino alla morte - il mostro rosso. E abbiamo cominciato così, finito il pericolo, a esportare la nostra democrazia in Afghanistan, in Irak, in Libia, in Egitto ecc. La foto ci mostra il nostro trionfo. C'è perfino una leggera traccia di carattere estetico. Guarda come siamo bravi! Oltre che forti e belli. Tra poco il muro cadrà e la storia sarà finita per sempre. L'ha scritto Francis Fukuiama, che siede a Washington.
Cadrà e potremo vedere l'altra faccia, ma noi sappiamo che è grigia, senza colori.
Dunque tutto bene. Purtroppo però, nel frattempo, l'Impero non è più l'Impero, perché non può più comandare tutti. Per esempio la Cina. E scorre il sangue dappertutto, per esempio in Ucraina, che era appena al di là del muro. E questo sangue non lo fa scorrere l'Impero del male, che non c'è più. Anche se Putin è cattivo, perché non si adegua, dopo lo sfacelo eltsiniano.
E scopriamo perfino che, del tutto incomprensibilmente per noi, non tutti quelli che stavano fuori dall'Impero del Bene hanno un grande desiderio di entrarci.
C'è qualcosa che non va in questa storia ormai pietrificata. Sarà il caso che un nuovo muro lo tiriamo su noi. Per separarci dai sei miliardi di individui - tra cui quelli con barba e quelle con velo in testa - che si ostinano a voler turbare, con la loro sola presenza, la nostra quiete e, soprattutto, il nostro tenore di vita. Se non capiranno saremo costretti a eliminarli, perché pare che non stiamo riuscendo a corromperli, creando le condizioni per l'arricchimento di una classe egemone all'occidentale. Siamo daccapo.
Distinzioni di principio.
Le nozze gay distruggono la società, tuona il conservatore Vescovo Caffarra di Bologna, autorevole e sponente della parte "conservatrice" della Chiesa, che ha subito, in una sorta d'alternanza, l'elezione di Bergoglio, dopo essere stata abbandonata da Ratzinger, che, a quanto pare, tanto provato non era, dato che continua a tessere le fla dei suoi elettori, a riceverli, a coordinarli e che ha lasciato in eredità al suo successore il suo segretario particolare tedesco. Di Bergoglio si dice che più prima che poi si dimetterà a sua volta, appena terminato il valzer del colpo al cerchio e l'altro alla botte, dell'alternanza, modello "larghe intese", del Vaticano. La Chiesa non cambia per mostrarsi come "entità non umana" e, in funzione di una dottrina immutabile, non accetterà mai deroghe vere, pena il crollo della mitologica investitura divina. Quando Caffarra parla di società distrutta, a quale società si riferisce? A quella vagamente umana o a quella politicamente nazionale? In quest'ultimo caso, che mi sembra la reiterazione costante dell'inframettenza concreta della Chiesa nella vita civile della nazione italiana, sembra però non curarsi di tutte quelle società nelle quali il matrimonio gay - di cui non ho ancora completamente capito che cosa se ne possano fare - è ormai un dato consolidato. Sono quelle socità dissolte? Sono state dissolte, eventualmente, dai matrimoni fra i gay. Non dissolve la società il matrimonio eterosessuale basato sulla prepotenza o sulla malizia, sulla violenza e le imprecazioni? In quest'ultimo caso, è preferibile la famiglia "naturale" o un'eventuale convivenza gay con adozione. I matrimoni fra gli etero e gli omo, alla fine, statisticamente, eguaglierebbero i pochi contributi positivi e i tanti negativi, come in tutte le relazioni fra umani, animali acculturati o semplicemente evoluti.
Per ora non si vede altro.
C'è da disperare a passare in rassegna, per un attimo, il cast dei candidati alle non lontane elezioni: salgono nei consensi i ladri della Lega nord, il fior fiore dell'ignoranza del nord, i sentimenti più beceri ed illiberali del movimento tecno-populista dei grillini, che potevano avere potenzialità migliori di quelle che sono stati capaci di esprimere. I loro elettori e i loro parlamentari sono vessilliferi di sentimenti meschini, invidiosi, punitivi: insomma, rappresentano e sfuttano una massa di sfigati. La destra coltiva i suoi rapporti e i suoi interessi, della pseudosinistra non merita parlare. Il presidente pro tempore dell'unione europea, il severo Juncker, già a capo del Lussemburgo, in quella veste praticava, come stile di governo, l'elusione fiscale, favorendo la quale attirava i capitali, l'insediamento delle imprese di altre nazioni, privandole all'origine di una grossa fetta di introiti erariali, da tradurre in servizi sociali o da intascare furtivamente. Eppure, dalla gabbia della rappresentanza e dall'organizzazione istituzionale non si può, nè si deve fuggire: resta però un autentico rebus la scelta verso la quale indirizzarsi. La crisi economica indotta dalla finanza acritica e mitologica, proveniente dagli Stati Uniti e diffusasi in Europa per la sottomissione ai dettami liberistici di chi l'aveva provocata, di chi partecipa solo per metà agli obblighi comuni e, probabilmente, sta per andarsene l'anno prossimo, sta riproducendo le dinamiche perverse, precipitate fra la fine della prima guerra mondiale e l'insorgere della seconda. Se i laeder popolari sono così grevi, ma anche scarsi e poco pericolosi, è per l'eterodirezione dei fenomeni da parte di tecnocrati agnostici e corrotti. Per ora non si vede altro.
giovedì 6 novembre 2014
Crepes e soufflè.
Le uova sono diventate lo strumento della contestazione fuori dalle strettoie partitiche e sindacali, che, non avendo più ruolo nella rappresentanza sociale, possono concentrarsi solo su se stesse. In questo trovano appoggio solo nelle categorie malamente garantite da un patto corporativo, tanto evidente, quanto sottaciuto. Invece, la protesta utopistica e senza opportunismi utilitaristici, da qualche tempo, si sfoga con le uova, più di rado con la vernice. Il simbolo avicolo comincia ad accompagnare Renzie in ogni suo spostamento "in partibus infidelium", dove le sue allitterazioni si scontrano con la concreta ed aspra realtà che lui continua ad ignorare. Non sortiranno effetto, ma ormai costituiscono un segno di riconoscimento. A modo loro, un "segno" gioioso, una specie di novello carnevale burlanesco, nel quale "semel in anno, licet insavire". La razionalità coatta ed eterodiretta non sollecita più l'attenzione di nessuno e la realtà delle categorie senza amicizie, referenze e collegamenti in grado di contare qualcosa, privata della politica, si attesta su di una dimensione parallela, collaterale, fra il sogno e la satira dei gesti, quella chiara e appannaggio di tutti.
Il valore della testimonianza personale.
04 novembre 2014
Io, poliziotto, chiedo scusa alla famiglia di Stefano Cucchi per l'oltraggio infinito
Servo lo Stato da 26 anni soltanto grazie a un prudente disincanto che mi permette ancora di sopravvivere tra le pieghe di quel medesimo nulla costituito per lo più da ingiustizie, bugie, miserie umane, silenzi, paure, sofferenze.
Oggi intendo rompere quel silenzio cui si è condannati quasi contrattualmente da regolamenti di servizio che impongono e mitizzano l’obbedire tacendo, perché le parole pronunciate dal Segretario nazionale del Sap all’esito della pronuncia di assoluzione non restino consegnate anch’esse al fenomeno di cui sopra.
Il diritto di parola consentito al Segretario nazionale del Sap gli ha permesso di esprimere ”La piena soddisfazione per l’assoluzione di tutti gli imputati ” con una disinvoltura che abitualmente può trovare applicazione esclusivamente in uno stadio dove l’unica forma di dolore può derivare abitualmente da un goal mancato e non già dalla morte violenta di un giovane celebrata in un’aula di Giustizia.
"Sono convinto che potrebbe ricapitare altre volte, se questo clima perdura". Così Giovanni Cucchi, padre di Stefano, entrando nel tribunale di Roma per incontrare il procuratore capo della Capitale Giuseppe Pignatone. "Le parole del Sap? Sono sempre le stesse. Per tutti i ragazzi morti sono sempre le stesse frasi" ha detto invece Rita, la madre del geometra romano, in merito alle polemiche scatenate dal segretario del sindacato di polizia Sap
“Bisogna finirla in questo Paese di scaricare sui servitori dello Stato la responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo della condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze” .
Queste parole, in un contesto democratico che ne apprezzasse il loro peso, sortirebbero reazioni, conseguenze, interrogativi e dibattiti sul loro senso, sull’utilità e gli effetti di questa allegra scampagnata lessicale sul dolore di una famiglia nonché una minima inchiesta semantica sul concetto di vita dissoluta e al limite della legalità. Sarebbe da attendersi dal Segretario la spiegazione su quanto realmente produca paura in questo Paese e se l’abuso di alcol e droghe sia causa di morte per lesioni e se vi sia qualcosa di più dissoluto di un diritto calpestato.
Andrebbe preteso che ci chiarisse se quelle parole siano rappresentative di tutto l’universo della Polizia o invece siano la personale interpretazione di un dramma o la recensione di un abominio. E ancora gli andrebbe richiesto se il silenzio seguito alle sue parole sia l’indicatore di un Paese dove domina sul diritto l’incertezza, sulla complessità della vita l’omologazione, sui drammi umani l’assenza di indignazione e l’ignavia.
Per questo chiedo scusa alla famiglia Cucchi per questo oltraggio infinito, per questa deriva che non può rappresentare la totalità degli appartenenti alle forze di polizia neppure quelli a cui per regolamento è precluso il diritto di indignarsi e di affrancarsi dalla convivenza col divieto di opinione .
Nel dubbio, semplicemente nel dubbio.
Francesco Nicito, agente della Questura di Bologna
Un'interessante disamina antropologica, che non troverete sui media.
Ida Magli, Prof. emerita di antropologia culturale presso la Terza Università di Roma.
L'Italia, l’Europa, l’Occidente, sono sorpresi e sconvolti dall’assassinio messo in atto nei confronti di persone che non hanno fatto alcun male, ma che sono state prese prigioniere e condannate a morte perché appartenenti al mondo degli “Infedeli”. L’uccisione sacrificale avviene per sgozzamento (wa’d) con successiva decapitazione fino dal tempo dei sacrifici degli Arabi preislamici e confermata dal Corano: “Io getterò il terrore nel cuore di quelli che non credono e voi colpiteli sulle nuche” 1. Questo punto – il significato sacrificale dell’uccisione degli infedeli - non è stato preso in considerazione dai nostri politici e commentatori, mentre si tratta di un dato fondamentale non soltanto per cercare di capire gli avvenimenti, ma per studiare una forma di “risposta” fornita di logica. L’assoluta “ritualità” dello scenario che ci è stato presentato in video al momento dell’uccisione, è proprio ciò che l’ha reso terribilmente macabro, insopportabile ai nostri occhi: la veste apposita della vittima, l’inginocchiamento, la frontalità rispetto a coloro per i quali viene sacrificata, la presenza incombente del sacrificatore, sono tutti segni e simboli costitutivi del rito. Noi però siamo da lungo tempo disabituati al linguaggio del Sacro e alla sua Potenza per cui ne siamo stati colpiti senza comprenderlo.
“Barbarie! Delirio di fanatici!” hanno esclamato concordemente i commentatori non riuscendo a credere, dato il tono minore che le religioni hanno ormai assunto negli accadimenti della storia, che all’improvviso si rivelino attori di una guerra spietata proprio dei “credenti”, dei fedeli di Allah o di qualsiasi altro Dio. Non ci sembra possibile che sia la religione a muoverli e di fatto siamo disarmati: non abbiamo neanche cominciato a cercare di capire, tanto meno a “ragionare”. Barbarie, certo: si tratta di gesti esclusi dalla moderna convivenza civile fra gli individui e fra le nazioni. È la nostra più alta conquista morale la consapevolezza e l’affermazione che nessun uomo può essere “strumento”. Ci ripugna talmente l’idea del sacrificio umano che vorremmo quasi credere che non sia mai esistito. Ci piacerebbe dimenticare che perfino le guerre sono state causate molte volte nell’antichità dal bisogno di catturare dei prigionieri da sacrificare al proprio Dio.
I giornalisti, esperti come sono delle quotidiane follie di cui è capace ogni essere umano, si aggrappano all’idea del “fanatismo” come unica spiegazione di una violenza inammissibile, mentre Obama non ha concesso né a se stesso né ai nemici un solo minuto di riflessione prima di “rispondere” a modo suo: con le bombe. Errore gravissimo, è evidente. Studiare il nemico prima di muoversi, prendere tempo con lunghe trattative, è la lezione fondamentale che ha dato l’autore del De Bello Gallico a tutti i comandanti di eserciti che si sono succeduti dall’epoca romana fino ad oggi. Ma soprattutto errore gravissimo per chiunque abbia a che fare con la mentalità araba, mentalità che è l’opposto di quella americana: lenta, aggrovigliata, sempre alla ricerca di astuzie e di sottigliezze che adombrino per ogni problema almeno dieci soluzioni; mentalità che del resto si rispecchia chiaramente nel Corano. Maometto è un arabo ed è a lui che guardano i suoi credenti essendo Allah un Dio lontanissimo, al quale è impossibile rivolgersi direttamente e neppure pregarlo se non insieme al Profeta. L’obbedienza alla volontà dell’unico Dio-Allah coincide con l’obbedienza al Profeta il quale conosce questa volontà perché gli è stata rivelata con il Corano. Dal momento di questa rivelazione il termine “profeta”, usato largamente in precedenza durante tutta la storia ebraica e in quella cristiana, assume la qualità di “unico” e si identifica con Maometto. L’unicità del Dio è la stessa unicità del suo Profeta. Maometto insomma è il padrone assoluto del mondo islamico e ha sistemato alla perfezione i suoi rapporti tanto con Dio quanto con gli uomini. L’Occidente dovrebbe tenere sempre presente questa caratteristica, che fa dell’Islamismo una religione diversa da qualsiasi altra; diversa soprattutto (per quanto l’opinione pubblica sia convinta del contrario) dall’Ebraismo e dal Cristianesimo. Diciamo meglio: l’Occidente deve guardare all’uomo-Maometto e non alla religione che ha costruito, perché è a quest’uomo che i suoi fedeli obbediscono.
Se diamo un’occhiata ai pochi dati certi, o quasi certi, della biografia di Maometto, vediamo chiaramente che corrispondono ai costumi delle tribù nomadi, Arabe e Beduine, sparse quasi ovunque nel sesto e settimo secolo d.C. negli immensi deserti della Siria. Prima di tutto l’abitudine a non radicarsi in un territorio, tipica del nomadismo, combattendo di continuo contro le tribù vicine per appropriarsi dei loro terreni e di tutto ciò che di meglio possiedono: cammelli, uomini, donne, bambini, che vengono aggregati al gruppo in qualità di schiavi e costretti ad abbracciare la fede dei loro padroni. Per Maometto il nomadismo e il bisogno di razzia si trasformano nello strumento più utile per imporre con la guerra la sua religione presso le popolazioni che conquista. Non è difficile. A parte l’estrema aggressività dei suoi guerrieri e il valore del bottino sul quale contano (non c’è nessun pericolo di rimanerne privi in quanto spetta a Maometto, che fa le divisioni, la quinta parte di tutto ciò che viene conquistato), Maometto ha scelto i primi cinque libri dell’Antico Testamento come base del Corano. Sono i più antichi, rispondenti al pensiero dei pastori nomadi dell’epoca di Mosè, con la loro giustizia del taglione, il primato del capo famiglia su tutto il gruppo, la poligamia e l’inferiorità delle donne, un insieme di credenze e di comportamenti che i popoli di Siria, di Palestina, di buona parte dell’Africa già conoscono attraverso l’ebraismo e il cristianesimo. Ma è evidente che l’islamismo riesce a diffondersi con facilità perché, contrariamente a quanto succede nelle altre religioni “rivelate” in cui sussiste sempre un ambito di mistero e di dubbio interpretativo, Allah dice con chiarezza ciò che vuole dato che parla attraverso un uomo: è sufficiente obbedirgli alla lettera. La serie di gesti quotidiani di purificazione, di garanzie magiche fornite dall’esecuzione rituale della preghiera, l’aggregazione iniziatica al gruppo del popolo eletto per mezzo della circoncisione, danno forza concreta, tangibile, al sentimento della fede. Altrettanto succede per quanto riguarda l’ordine sociale, basato sul più istintivo concetto di giustizia, quello del taglione. L’occhio per occhio, dente per dente, morte per morte, è facile da comprendere e garantisce un’immediata e reale soddisfazione, quella sul corpo. Nell’islamismo sono in atto, quindi, le strutture universali del Sacro e la loro organizzazione sociale a livello elementare, strutture che vibrano spontaneamente nell’animo umano perché rispondono, acquetandolo, al bisogno di sicurezza che assilla ogni uomo.
C’è un fattore in più, però, nella religione di Maometto che domina su tutti gli altri imprimendogli un’inesauribile vitalità: bisogna combattere per la vittoria di Allah. È l’ordine che Maometto ha dato fin dall’inizio e che ha garantito e garantisce tutt’oggi l’espansione dell’Islamismo: combatti e vincerai. Il termine “combattere” è uno dei più frequenti nel testo del Corano: Islam e battaglia vittoriosa sono la stessa cosa perché è Dio che combatte quando i suoi fedeli combattono. “Ricordati come il tuo Signore ti ha fatto uscire dalla tua dimora per la missione di verità” (VIII, 5); “Non voi li uccideste a Badr, bensì Dio li uccise, né tu scagliasti la sabbia nei loro occhi, quando la scagliasti, bensì Dio la scagliò” (VIII, 17); “Quelli che abbandonano il loro paese e combattono nella via di Dio, quelli possono sperare la misericordia di Dio” (II, 215); “Se non uscirete in campo, Dio vi punirà con un castigo doloroso e vi sostituirà con un altro popolo” (IX, 39); “Uscite in campo, armati leggermente e pesantemente, e combattete, colle vostre sostanze e con le vostre persone” (IX, 41).
Quanto piace agli uomini sfidarsi! Quanto piace agli uomini combattere! Quanto piace agli uomini vincere! Maometto non ha avuto dubbi: non c’è differenza che tenga, né di razza né di lingua né di storia, di fronte alla voglia dei maschi di combattere e di vincere. Vincere significa che sei il più forte, che le tue idee sono quelle giuste, che la tua religione è quella vera, che tutto ciò che esiste nel mondo ti appartiene e che hai diritto ad impadronirtene. Parte da qui, dunque, la violenza insita nell’Islamismo. L’Occidente l’ha dimenticato; l’Europa soprattutto l’ha dimenticato, vedendo vivere tranquilli all’interno del proprio territorio tanti gruppi musulmani. Ma si tratta di un errore. I nostri maschi stanno morendo. Quelli musulmani moriranno insieme ai nostri? Sicuramente no. Si uniranno ai combattenti che già premono su di noi e vinceranno.
Ida Magli
martedì 4 novembre 2014
E' di nuovo tempo di far politica.
Sono poco più di quindici giorni che la Cgil si è rimessa a fare la Cgil e tutto il quadro politico è cambiato. Renzi in particolare ha perso gli abiti del buon ragazzo che vuol cambiare le cose contro i poteri forti e comincia ad apparire col suo vero aspetto. Quello di un capo di governo reazionario nei contenuti e nella forma, che degli interessi dei poteri forti economici e finanziari è pura espressione e per questo distrugge ciò che resta di pubblico, di sociale, di diritto del lavoro. Intanto smantella la Costituzione mentre si proclama alfiere della nazione protetto dalle zone rosse poliziesche e applaudito dalle claque della Confindustria.
Lo smascheramento e l’evidente difficoltà di Renzi sono prima di tutto frutto della scesa in campo contro di lui della Cgil, che ha aperto la via ad una ripresa di iniziativa della Fiom e nuovi spazi alle diffuse mobilitazioni sociali. Viene allora da pensare come saremmo più avanti se non ci fosse stata la passività precedente, che ha permesso a Monti di realizzare la più feroce riforma pensionistica d’Europa e di intaccare già l’articolo 18. A Brescia la Cgil e la FIOM locali hanno organizzato un presidio per la visita di Renzi agli industriali, con la richiesta e l’auspicio di essere ricevute dal Presidente del consiglio. Invece sono state bellamente snobbate, ma nonostante questo hanno concentrato le critiche verso la manifestazione dei movimenti e del sindacalismo conflittuale. Questo episodio testimonia la confusione di un quadro sindacale intermedio a cui vengono a mancare i tradizionali riferimenti, ma dietro di esso stanno difficoltà di fondo di tutta la Cgil, che è di nuovo, da oggi, l'unico soggetto politico vero, almeno potenziale, a salvaguardia del fronte del lavoro.
La prima riguarda le modalità ed è l’obiettivo stesso del conflitto con Renzi. Dopo le sue ultime frasi sui disegni per spaccare l’Italia, la Cgil dovrebbe essere ben consapevole che con questo governo spazi di compromesso non ne esistono. Quindi o si cede, anche senza dichiararlo, o si va avanti. E andare avanti significa porsi l’obiettivo di rovesciare il governo. Lo so non é questo compito di un sindacato. Neppure quando nel 1960 cadde il governo Tambroni, incistato, dopo soli dodici anni dalla Costituzione, sui fascisti, la Cgil aveva messo le sue dimissioni come primo obiettivo degli scioperi di allora. Il punto non sono le dichiarazioni formali, ma la sostanza. Se Renzi è come la Thatcher allora bisogna contrastarlo fino in fondo, non cercare piccole inesistenti aperture o dialoghi immaginari, ma lottare fino a che sia evidente il fallimento della sua politica. E se la politica di un governo fallisce di fronte alla contestazione sociale, questi va a casa. Bisogna essere consapevoli di questo e comportarsi di conseguenza, poi la sinistra PD scelga dove stare e il Presidente Napolitano dica quello che vuole.
La seconda difficoltà della Cgil è sul piano degli obiettivi concreti ed immediati della propria azione.
Il punto sta tutto qui: o si affronta la crisi con semplici pratiche non convenzionali rispetto al liberismo italiano ed europeo, oppure Renzi continuerà, quel liberismo, a interpretarlo e gestirlo. La terza difficoltà sta nei rapporti con le controparti, Confindustria in primo luogo. Anche la Cgil, il 10 gennaio, ha firmato un accordo capestro sulla democrazia śindacale, che sostanzialmente applica il Modello Marchionne, nella speranza di stabilizzare i rapporti con le imprese. Invece Squinzi, il ciclista di riferimento di Romano Prodi, è diventato un ultrà dell’attacco ai diritti del lavoro e al sindacato. Anche qui o si rompe con la pratica passata e si ricomincia a fare il duro mestiere delle richieste e dei conflitti, oppure passano le posizioni peggiori delle imprese, che col lavoro non hanno nulla a che spartire se non in termini di profittevolezza.
Infine bisogna decidere con chi stare, vista la costante paura dell’isolamento che in Cgil aleggia. Anche qui le scelte son dolorose quanto non rinviabili. Il quadro tradizionale di alleanze e riferimenti politici è saltato, Cisl e UIL, almeno per ora, restano passive se non peggio. La sola possibile alleanza immediata é allora quella con i movimenti sociali, con i sindacati di base, con i movimenti civili e ambientali. Lì ci sono forze e culture importanti ed esperienze che, se fatte proprie e rilanciate da una organizzazione ancora grande come la Cgil, potrebbero fare la differenza. Ma certo bisogna cambiare atteggiamento, bisogna aprirsi alla contestazione, come fece la Cgil della fine degli anni 60. Può diventare il primo momento di una nuova alleanza, se non si ripetono le scelte di chiusura di Brescia.
Non sono molto ottimista sul fatto che la Cgil possa realizzare il cambiamento necessario, ma non pensavo neppure che potesse svegliarsi, allo stremo, dalla sua catalessi. La forza di Renzi finora è stata proprio nel giocare sul contrasto tra la durezza della rottura con la CGIL, comunque l'ultima bestia nera del mediocre padronato italiano e la difficoltà di questa a rompere con le pratiche accomodanti e colpevoli del passato. Cavalcando questa contraddizione alla fine Renzi pensa di vincere, per questo sfida continuamente a essere capaci di rovesciarlo. Ci si provi sul serio e magari si diventa capaci di farlo.
Vita e non vita.
Brittany Maynard ha anticipato la sinergia metastatica che l'avrebbe finita e ha interrotto la decadenza organica, le allucinazioni cerebrali che il cancro al cervello le provocava. Lo ha fatto facendosi aiutare a morire, quando la speranza, a lei, giovane, bella e potenzialmente piena di vitalità, era inconfutabilmente negata. Non ha trasceso la sua vita in una dimensione che ad una ragazza della sua età non può interessare e può essere, al massimo, collocata in un orizzonte indeterminato, fattosi prossimo con crudele fatalità. La Chiesa "fa salva la persona, ma condanna il gesto, come non dignitoso", allora non salva niente perché una persona senza dignità, una pecorella rassegnata, non è una persona. Brittany è morta, ha accettato con consequenzialità il suo destino, che le ha negato le gioie e, forse, i dolori, che, per altri aspetti, la natura le aveva apprestato ma non ha voluto o potuto consentirle. La giovane donna ha fatto bene, a mio avviso, a darci un taglio; l'eutanasia portata nelle corsie degli ospedali servirebbe invece a far fuori tanti vecchietti inutili e costosi, fastidiosi per i propri parenti e ignorati da tutti. Varrebbe dunque la pena di morire? Sì, certamente, ma non per mano altrui.
lunedì 3 novembre 2014
E' tempo di mentire.
C'è un sentore ben chiaro di elezioni politiche alle viste, a prescindere dalla sostanziale inconcludenza, che sancirebbero lo status quo ante per pochi altri mesi. Per chi non deve far altro che seguire i dettami guglielmini, sia di sinistra o pseudo tale, sia di destra, gli esiti delle urne non costituiranno una remora e neppure una reale indicazione di modifica di indirizzo. La legge Severino è del 2012, ma dopo la defenestrazione e al riammissione del Sindaco De Magistris, chi l'aveva approvata con le lacrime agli occhi per la commozione, ora la denigra. Vogliono usare i lavoratori per attaccare il governo, strana allocuzione, dal momento che i lavoratori con impiego costante non si prestano a strumentalizzazioni, mentre quelli che sarebbero fomentati sfogano la loro rabbia impotente per una politica inerziale che ha fortemente contribuito a renderli inattivi e privi di reddito. Le prime statistiche accreditate sui suicidi in Italia sono acclarate, fino ad ora, al 2012 e dimostrano un incremento incontrovertibile dei suicidi per fallimeto degli imprenditori e di coloro che avevano perso il loro lavoro, fra i salariati. Il quaranta per cento di inoccupazione giovanile marca i crismi della stessa politica thatcheriana, con maggiori drammatizzazioni al sud, come è nell'indole dei latini e dei popoli mediterranei. In Grecia prima e, in maniera più sfumata, in Italia, in Portogallo, in Spagna e, fuori da questo contesto sentimentale, ma pienamente dentro a quello economico, in Irlanda, le politiche imposte da Bruxelles sono state speculari negli esiti a quella di Margaret Tahtcher, che condannò alla disoccupazione una generazione intera. Come nei summenzionati Paesi, in Italia per la seconda volta, indolentemente o rassegnatamente; la prima volta con il contributo di tutti i sindacati, CGIL compresa. I poliziotti, tramite le loro rappresentanze sindacali autonome, tutte di destra e spesso, nelle dichiarazioni che rendono i suoi esponenti, palesemente fasciste, si sono messi a rimbeccare - tramite i loro sindacalisti, appunto - alle accuse delle famiglie dei morti di percosse e di abbandono: è colpa della tarscuratezza delle famiglie; succede quando non si ha cura della propria salute. Se poi, per punire i riottosi, li si lascia senza mangiare e bere e si infierisce con ogni sorta di strumenti di tortura, non solo con i manganelli, su povere persone in balia - altro che custodia - dello Stato, ad ogni livello e in ogni dove così mal rappresentato, non dovrebbe essere demandato ai tribuni dei mazzieri di fare controcultura, contro le famiglie offese. Si potrebbe continuare, ma il livello contenutistico non crescerebbe. Si annunciano tentativi di consolidare un potere, comunque precario, per raggiungere posizioni di non ritorno personale e, per farlo, ogni strumentalizzazione e confusione concettuale non ci sarà risparmiata.
sabato 1 novembre 2014
O ritrovare i propri prodromi o morire e, per noi tutti, democratici a prescindere dalle appartenenze, sarebbe una disfatta.
La Cgil porta in piazza la sua forza assieme a tutte le sue contraddizioni. In questi decenni il principale sindacato italiano, da un lato è stato l'attore sociale della sinistra, perfettamente collaterale alla sinistra cangiante e compromissoria, refluita, per ora, nel Pd, dall'altro ha ripetutamente tentato "un patto dei produttori" con l'impresa, per agire di concerto con essa rispetto al potere politico. Entrambi questi capisaldi della strategia della Cgil ora franano clamorosamente e il suo gruppo dirigente non sa letteralmente che fare, il che non è un buon messaggio da trasmettere ai lavoratori, quando li si mobilita. Certo ci saranno altre mobilitazioni e magari anche uno sciopero generale. Ma senza mai riuscire a chiarire dove si sta andando. Perché la rivoluzione reazionaria di Renzi si combatte non solo rompendo con le sue manifestazioni estreme, ma anche con le ragioni e con il percorso che ad essa ci hanno portato. E questo percorso la CGIL dovrebbe farlo da sola. In passato, in situazioni estreme, ci è riuscita.
Il governo Renzi, ma lo potremmo chiamare il governo Renzi/Marchionne almeno per quel che riguarda il lavoro, rappresenta l'ultimo e più astuto tentativo delle classi dirigenti italiane ed europee di imporre da noi le politiche liberiste che hanno distrutto la Grecia. Astuto perché si è capito che la pura brutalità dei diktat della Troika alla lunga non paga. Per questo le politiche liberiste oggi devono essere accompagnate o addirittura precedute da cambiamenti politici e culturali che rendano accettabile o persino condivisibile l'accentuazione delle già così esplosive diseguaglianze sociali. Per fare questo non basta la destra tradizionale, bisogna occupare il campo della sinistra e portare la parte più grande di essa a sostenere politiche più a destra della destra tradizionale. Questo è il renzismo, l'ultima versione di quel trasformismo politico che nella storia del nostro paese é sempre partito dalla mutazione genetica della sinistra.
La cancellazione dell'articolo 18 ha il valore simbolico dell'abbattimento dell'ultima bandiera dell'uguaglianza e serve a rendere accettabili provvedimenti ben più immediatamente sostanziosi, come il via libera ai licenziamenti di massa dato alla ThyssenKrupp, o il regalo alla Confindustria della riduzione delle tasse sui profitti pagata con i ticket dei malati.
Abbiamo realizzato un sogno, ha detto Squinzi mentre lavoratori e precari vivono nell'incubo. Un governo così sfacciatamente filopadronale non poteva che nascere da una operazione culturale e politica che si accampasse e giustificasse nel Pd. Il governo Renzi riassume trenta anni di politiche liberiste contro il lavoro e le conduce al punto estremo. E proprio per questo rende palese la doppia contraddizione della Cgil. La prima e più evidente è che il rapporto del primo sindacato italiano con il Pd sta diventando sempre più insostenibile, ma allo stesso tempo resta inscindibile, almeno finchè le sue componenti incompatibili riprenderanno il loro cammino autonomo. La Cgil, i suoi gruppi dirigenti hanno sinora avuto il Pd come referente istituzionale fondamentale, rompere con esso, così com'è, significherebbe praticare il mare aperto nelle relazioni politiche che fa paura. Questa contraddizione rischia di essere fotografata dalla presenza al corteo della Cgil di quegli esponenti del Pd critici con Renzi, ma poi disciplinati nel votare la legge sul lavoro.
Ma ancora più pesante di quella politica è la contraddizione sindacale vera e propria. La Cgil oggi si oppone al Jobact, ma in questi trenta anni ha sempre finito per accettare tutti i patti e i provvedimenti che hanno portato ad esso. La legge Fornero sulle pensioni e il primo attacco all'articolo 18 del governo Monti son passati tranquillamente. E se ora la Cgil si oppone alla legge delega, non fa certo altrettanto con quei Job act diffusi che vengono definiti in accordi che riducono diritti e salario. Da ultimi l'accordo del 10 gennaio con la Confindustria sulla rappresentanza e alcuni pessimi contratti.
Lo scatto d'orgoglio della Cgil di fronte agli sfregi di Renzi è un fatto comunque positivo, ma non sufficiente né a fermare l'offensiva di un governo che le contraddizioni del sindacato ben le conosce ed usa, né tantomeno a invertire la tendenza al degrado delle condizioni di chi lavora. Perché tutto questo cambi è necessaria una rottura di fondo della Cgil con la linea politica e le pratiche sindacali di questi trenta anni. Ma di questo al momento non si vede alcuna traccia.
Convertende e scambiandi.
Le duecento studentesse nigeriane, rapite da Boko Haram, stanno per essere liberate, chiosava nei giorni scorsi il governo di quel paese. Macché, si sono tutte convertite e sposate, ha annunciato il portavoce degli islamisti. Da una comoda prospettiva borghese - erano tutte liceali - a prostitute dei miliziani che le hanno rapite; la prostituzione, nei paesi islamici, si pratica con il matrimonio per un giorno e successivo ripudio. Fra l'altro saranno quasi tutte incinte. L'insipienza e la correità delle istituzioni di quel corrotto, bireligioso ed incivile territorio, hanno prodotto e mantenuto tutto questo. Non c'è la capacità, ma soprattutto l'interesse a intervenire sulle situazioni per non inimicarsi l'opinione insondabile degli abitanti, usi alla poligamia extralegale, basata sulla possibilità di mantenere più persone e sull'interscambiabilità clanica, nella quale non si sa neppure a chi attribuire i figli. I banditi di Boko Haram hanno rivelato di essere custodi di un cittadino tedesco, rapito da alcune settimane e di cui non si sapeva più niente: sarà riscattato, come è avvenuto recentemente e la banda si arricchirà ulteriormente e potrà incrementare le sue razzie di pozzi di petrolio, che già detiene e che sfrutta, e di esseri umani, maschi e femmine per il soldo e "il riposo" del guerriero.
Arlecchinate o burlesque?
E' stata arrestata la prima scafista-donna della storia recente del traffico di migranti. Ha venti anni e guidava il barcone in stato interessante. Le donne sfruttatrici, normalmente facevano le ruffiane o le maitresses o trattavano l'emigrazione, per prostituirsi, delle figlie delle famiglie a loro debitrici, sfruttavano, cioè, comodamente le situazioni, cosa che non hanno rinunciato a fare, nonostante la rivendicazione di pari-tutto, così genericamente. Questa scafista, che non si sottrae alle impellenze pratiche della vita, sol perché in procinto di elaborarne biologicamente un'altra, irrompe con decisione sul proscenio di un mondo di nuovo povero e schiavo, almeno per la parte di gran lunga maggioritaria dei suoi malcapitati. Una comandante di caccia bombardiere ha guidato una pattuglia aerea a bombardare le posizioni del IS: era saudita e si è offerta ai fotografi con la maschera del casco appena slacciata in modo da non mostrare il viso e rendersi così irriconoscibile. Per aver fatto l'accademia aeronautica nel suo paese deve appartenere all'aristocrazia che simula la custodia della fede, ma se ne impippa privatamente. I miliziani popolari hanno già promesso di individuarla e farla a fettine, appena avranno preso il potere. Demagogia per la gente che attizza l'invidia delle altre donne e il senso di rivalsa degli uomini che avvertono il loro potere come messo in discussione. Matteo Renzi voleva un'altra donna al ministero degli esteri, dopo aver imposto la Mogherini in un ruolo che metterà alla frusta i suoi uffici di segreteria e i funzionari competenti; voleva un'altra Carneade in condizioni di non metterlo in ombra. Il Presidente, che già gli aveva imposto il discreto Padoan, non ha voluto e, alla fine, ha dovuto nominare Paolo Gentiloni, che dela femminiltà ha l'aspetto borotalcato e, nella fattispecie, un curriculum tecnico del tutto alieno dalla diplomazia. Per questa guisa non potrà fare il ministro degli esteri e questo basta a Renzie, che potrà continure a sostituirsi, per ogni specie. Barak Obama ha scoperto che le lavoratrici, nel suo paese, percepiscono uno stipendio inferiore agli uomini, a parità di lavoro. E' così anche in Ighilterra. Nei due paesi anglosassoni la disparità di trattamento serve, formalmente, ad assicurare una maggiore occupazione - ovviamente, una palese falsità, stante anche l'occasionalità dell'impiego ivi vigente - abbattendone parzialmente il costo. E' così anche in Germania, secondo un portato di costume, più che di una "valutazione" economica, in quanto quella nazione è stabilmente ai vertici del reddito mondiale, per ora al terzo posto, dopo Cina e Stati Uniti. Ecco dunque che le donne, al pari degli uomini precari, devono inventarsi nuove professioni, se vogliono essere libere, franche e imprenditoriali. casomai cominciando al timone di una bagnarola, col pancione, su di un trattore od alla guida di un autobus, in divisa da militare, poliziotta o vigile urbana.
venerdì 31 ottobre 2014
Nel museo delle cere.
Non era del tutto imprevedibile la sentenza che assolve tutti gli aguzini di Stefano Cucchi, per violenza, sudditanza ed omissione, dato che la prima aveva scagionato i poliziotti e gli infermieri dell'ospedale Pertini e condannato solo i tre medici, rei di aver lasciato morire di fame e sete il povero giovane. Una sentenza del genere, che escludeva infermieri e poliziotti, dalla facoltà, anzi dall'obbligo di un'assistenza così elementare, anche se i imedici se ne fossero disinteressati, apriva la strada ad ogni sorta di accomodamento "cautelare" e così è stato. Mi sembra che la giurisprudenza assecondi il mantenimento delle apparenze del potere, nelle sue sembianze formalistiche, barocche od untuose, ma anche l'irresponsabilità di fatto quando si consumano le abiezioni più turpi. Il corpo di quel povero ragazzo era pieno di tumefazioni, lungo tutta la sua superficie. Come si poteva ignorarle in nome di qualche utile formalismo "decongestionante"? Ormai è inutile aspettarsi giustizia da funzionari statali inibiti, comodosi e impantanati in quella palude giuridica capitolina che, se insabbia meno di prima, non è certamente consona ad aggredire i fenomeni di corruzione, che a Roma si concentrano, e l'abiezione dell'animo che porta agli abusi impuniti sugli inermi. La battaglia testimoniale va condotta nella società civile, non aspettandosi che la sensibilità e la partecipazione alla realtà che si constata alligni fra i paludamenti.
giovedì 30 ottobre 2014
La ruota del Luna park.
Arriva Matteo Renzi. E gli operai restano a casa, tutti in ferie forzate per un giorno. La visita del presidente del Consiglio lunedì 3 novembre a Brescia, all’assemblea generale dell’Aib (l’Associazione industriale bresciana) ospitata nello stabilimento della Palazzoli Spa, apre un nuovo fronte del conflitto tra Renzi e quel che resto del sindacato. Perché quel giorno gli operai della Palazzoli, azienda alla periferia nord di Brescia che si è offerta di ospitare il congresso dell’Aib, non lavoreranno. La dirigenza della fabbrica – specializzata in impianti elettrici industriali – ha deciso di sospendere la produzione per un giorno.
“Uno stop legato a necessità logistiche e di sicurezza che derivano proprio dalla presenza del presidente del Consiglio, che avrebbe chiesto espressamente agli industriali di organizzare la loro assemblea in una fabbrica”, spiega Luigi Moretti, amministratore delegato della Palazzoli. Ma la giornata di ferie non sarà a carico dell’azienda bensì dei lavoratori, che hanno dovuto prendere una giornata di “ferie collettive”, conteggiata alla fine del mese nel loro monte ore.
Una decisione che ha fatto infuriare la Fiom Cgil, in questi giorni di tensione dopo le cariche della polizia sotto all’ambasciata tedesca nel corso della vertenza Ast-ThyssenKrupp: “Fermano la fabbrica per un giorno – sostiene il segretario della Fiom di Brescia, Francesco Bertoli – perché il rumore della produzione non permetterebbe di sentire i discorsi degli industriali. Ma visto che Renzi è ospite dell’azienda e non dei lavoratori, la giornata potevano pagarla loro”.
L’ad della Palazzoli Spa conferma quanto denunciato: “Abbiamo fatto ferie collettive. Altrimenti non potremmo ricevere quella quantità di persone nello stabilimento, come è desiderio del presidente Renzi”. E i lavoratori cosa ne pensano? “Son tutti d’accordo – prosegue Moretti – chi dei dipendenti vuole partecipare è invitato. È uno dei loro giorni di ferie, e lo fanno nel periodo dei morti, quindi gli va anche bene”. La decisione però non è stata presa con le rappresentanze sindacali interne, scadute da qualche tempo, mentre le nuove Rsu non sono state ancora elette. Anzi, la Fiom bresciana denuncia che la Palazzoli non consente di svolgere assemblee retribuite.
All’assemblea degli industriali bresciani sarebbe dovuto intervenire, in origine, l’ad di Fiat Chrysler, Sergio Marchionne. A tirare le fila del congresso sarà invece Renzi, cui sono state affidate le conclusioni: “La parte pubblica dell’assise – si legge sul sito dell’Aib – si aprirà alle 10 con l’intervento del presidente di Aib, Marco Bonometti, cui seguirà quello del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi. Chiuderà i lavori il presidente del Consiglio, Matteo Renzi”.
Sentore di putredine.
In principio c’erano i gufi, ossia quanti recalcitrano all’idea di trasformarsi in araldi per le parate renziane. Ora il bestiario del “Messi della politica”, come Matteo Richetti ha definito il proprio boss, sta arricchendosi di sempre nuovi esemplari. Però non sono animaletti paciocconi tipo cartoon della Disney, come vorrebbe far intendere la falsa bonomia dell’attuale corso politico. Trattasi di creature inquietanti; che si direbbero balzate fuori dalle tavole di un Hieronymus Bosch.
Infatti, in mezzo alle “soavi viperette” modello Deborah Serracchiani, che schizzano veleno tra uno sbattito di ciglia e un sorrisetto, starnazza con sempre maggiore insistenza la sora Pina (Picierno). Incarnazione perfetta della cornacchia; l’uccello passeriforme che le enciclopedie descrivono “opportunista e solito nutrirsi di rifiuti”. Indole emersa in maniera lampante quando ha mosso contro la leader CGIL – la burocratica Camusso – l’unico addebito che un tipo come lei, giunta in parlamento da designata dall’alto e candidata alle europee da capolista per arrivare seconda, una super-raccomandata di ferro che dovrebbe evitare per pudore: le modalità con cui il bersaglio delle sue beccate ha conquistato il vertice del sindacato.
Questo in tema di opportunismi. Ben più inopportuna è la polemica, nutrita di sommari residuati argomentativi, in materia di rappresentanze del lavoro; proprio mentre la polizia manganellava selvaggiamente gli operai della Thyssen, scesi a Roma da Terni per difendere i loro diritti. Una vicenda attorno alla quale si intravedono le ombre ferine di altri animali; tipo sciacalli: quelli che ci vanno a nozze negli scontri di piazza e nei giri di vite più feroci dell’ordine pubblico, perché ritengono di ricavarne vantaggi politici. Quegli sciacalli del via libera alle provocazioni inconsulte di una ragazza che argomenta come in una lite di condominio e – al tempo stesso – mandano segnali che attizzano l’aggressività nelle frange delle forze dell’ordine meno lambite da un’educazione alla democrazia.
A tale proposito vorrei riferire di un video, girato nei giorni dell’alluvione di Genova, che testimonia le prevaricazioni di alcune pattuglie di poliziotti nei confronti dei ragazzini che spalavano il fango, rei di aver invitato gli agenti ad unirsi a loro e “sporcarsi un po’ la divisa”. Faceva impressione la tracotanza intimidatoria verso quegli inermi volontari da parte di un agente, tatuato come uno skinhead e con bicipiti da culturista, che sequestrava loro i documenti e minacciava reazioni; forte della divisa e del presunto potere arbitrario.
Le cariche di Roma, gli strilli della Picierno, le inconsulte prepotenze di Genova. Tutto lascia pensare che qualche sciacallo abbia innescato – esplicitamente o meno – lo scatenamento degli istinti peggiori – verbali e non – che si traducono in repressione. Qualcosa di molto preoccupante, viste le nubi tempestose che stanno addensandosi nel cielo dell’Italia. E che nei prossimi mesi potrebbero tradursi in repentine insorgenze sociali; cui replicare con rinnovate strategie della tensione. Mosse che potrebbero rientrare nei disegni controriformisti in gestazione; all’insegna del ben noto binomio Legge&Ordine, per sottrarre al berlusconismo in disarmo i suffragi della cosiddetta Maggioranza Silenziosa di non rimpianti passati. Quella della marcia dei 40mila in Fiat, madre della successiva sconfitta del lavoro.
Formulo queste considerazioni con un certo imbarazzo. Ma non posso mettere fra parentesi la domenica assolata del G8, quando giovani del volontariato e intere famigliole vennero presi a randellate sul lungomare di corso Italia da quella polizia che nei giorni precedenti assisteva senza battere ciglio alle devastazioni dei black blok. Polizia che era stata appena visitata e rassicurata da un post fascista assurto a vice presidente del consiglio nel governo Berlusconi: Gianfranco Fini, poi imborghesitosi tra Roma e Montecarlo. In quel momento espressione dello spirito di rivalsa insito in una Destra a lungo compressa dalla messa al bando cinquantennale.
La stessa voglia di rivalsa che ancora una volta si percepisce nell’aria…
Le guerre dei poveri.
“Altro che slogan del cazzo, altro che palle, leopolde e cazzate varie. Il governo deve chiedere scusa ai lavoratori. Perché questo Paese esiste perché ci siamo noi a pagare le tasse. E dobbiamo prendere anche le botte, noi che paghiamo, noi che lavoriamo? E da chi, da altre persone che per vivere devono lavorare? Ma che diano l’ordine di colpire quello che c’è da colpire. Cazzo in un Paese di ladri, di gente che evade, di corrruzione, se la vengono a prendere con gli unici onesti? Ma dove cazzo siamo messi?”. Maurizio Landini
Precipitati di pura dialettica politica.
Le manganellature che si sono abbattute sulle teste delle prime file dei manifestanti a Torino e a Roma, dove, a prenderle, sono stati sindacalisti di medio calibro, ma anche il segretario della FIOM Maurizio Landini da Reggio Emilia, sono, oltre le strumentalizzaizoni binarie, il sintomo della società autoritaria e priva di facoltà contrattuali nella quale ci troviamo a vivere. Il governo ha deciso di dare una ripassata a quei movimenti - CGIL compresa - che non vogliono intendere che l'unico referente, con il quale non trattare, ma dal quale prendere ordini, è l'esecutivo tedesco, come ha ben sintetizzato Susanna Camusso, rivelando il suo pensiero non manifesto. "Stavano per invadere la stazione Termini", ha detto la polizia insieme ad apparati para-governativi. I manifestanti erano poche decine e stazione Termini non è occupabile da così poche persone, neppure nella galleria che precede i trenta e passa binari. I manifestanti occupatori si sarebbero confusi con l'incessante via vai di grisaglie, informali, mises religiose, indossate da razze varie. Qualcuno, dispersosi lungo le scale delle biglietterie, si sarebbe sentito chiedere: "vuoi fumare?" e, al piano di sotto: "vuoi scopare?". La carica era premeditata e poco importa, semmai, se i manifestanti "scafati" possono averla "sollecitata" con qualche divagazione di percorso. Quando lo scontro si farà duro e, forse ci scapperà il morto, le insinuazioni reciproche saranno spese in ogni occasione, ma la volontà di reprimere il dissenso è certificata. Un dissenso che non è quello spontaneo e disperato dei greci ridotti all'indigenza, ma è quello della CGIL tutta, una fior di organizzazione. Ecco che l'impresentabile ministro-poltronista Angelino Geco Jolie Alfano propone oggi un tavolo per cogestire le manifetsazioni, come se, ufficialmente, il sindacato ( o solo la CGIL? ) potesse arrogarsi questa facoltà e se, in caso di denunciato discostamento dalla corporativa concertazione, fosse lecito bastonare gli astanti. E gli altri pseudo-sindacati, che parte avrebbero in tutto questo? Per parte sua, il transfuga Raffaele Bonanni della CISL, si è messo al sicuro, attribuendosi una pensione da nababbo, dopo tanti anni di affiancamneto alle più retrive politiche di impoverimento della base, casomai di quella operaia o proletaria, mentre quella da lui rappresentata, statali sottopagati, ma senza impegni di lavoro, impiegati in genere, retoricamente convinti di far parte di un'altra categoria, più educata, rispetto ai lavoratori del braccio, gli teneva la parte, come, normalmente, la tiene al padrone. Sarà importante che la CGIL non addivenga ad appeasement dissimulati e, perché questo avvenga, è fondamentale risolvere l'ambigua convenza dei democristiani e dgli ex ( loro malgrado ) comunisti nel PD. Precipitati di pura dialettica politica.
mercoledì 29 ottobre 2014
"La mafia non esiste".
Che gli attentati dinamitardi, nel 1993, potessero accompagnare, più che preludere, ad un tentativo di colpo di Stato - secondo le dichiarazione trapelate di Carlo Azeglio Ciampi, all'epoca Presidente - conferma, in maniera inequivocabile, la natura di corpo collaterale, armato e organizzato a latere dei poteri effettvi dello Stato, o meglio, corpo di "bravi" al servizio del borbonismo meridionale nel corpo dello Stato. Le connessioni e le inframmettenze con la massoneria locale, ovviamente collegata con quella interna e internazionale, sono lì a suggerirlo. Che con queste entità reali, non ostili formalmente alle istituzioni, ma in stretta e spregiudizata competizione per condizionarle ed impossessarsene, si tratti e non solo nei periodi in cui non si va proprio d'accordo, è tanto scontato, quanto pervicacemnte negato. Nell'ambito dei numerosi "dichiaranti", qualcuno si ritaglia, in questa o in quella occasione, il ruolo di collaborante-oppositore della mafia e, in circostanze e ricorrenze diverse, di primo colluso con la medesima. Anche questa è mafia.
Prospettive sanguinose.
Continuano le maganellature alle manifestazioni dei lavoratori, in occasione della perdita del loro posto di lavoro. Che anche dei poliziotti restino feriti e, "gli uni e gli altri, domani chissà?", non può mascherare la politica di repressione di manifestazioni "inutili" e, anche per questo, radicali. Le bastonature improvvise e gratuite ricordano quelle inflitte in Grecia ai disperati ridotti a servirsi dei cassonetti, in una cornice di suicidi. "Volevano fare questo", ma non l'hanno fatto; il processo alle intenzioni a giustificazione di concreti pestaggi sulle prime linee, quelle che aprono i cortei, di solito composte da sindacalisti e organizzatori..perché imparino. Le prospettive si fanno sanguinose, ma non sarà colpa di chi non accetta il proprio sacrificio sull'altare delle convenzioni utilitaristiche di un ceto politico privo di legittimazione. Il regime, per questi aspetti, è già in atto.
E così sia.
La stampa di destra ha commentato l'audizione di ieri del Capo dello Stato come una mortificazione inflitta, non tanto a lui - in fin dei conti un comunista - quanto alla carica, secondo una tradizione di inviolabilità e tutela formale del potere. E' un'impostazione ideologica retriva sopravvivente in Italia, come l'appellarsi con i titoli nobiliari all'interno delle famiglie che ne sono state investite. Invece gli è andata di già bene a non essere stato interrogato in veste di ex, spogliato delle sue "prerogative di riservatezza". La Regina d'Olanda va a far spesa in bicicletta, mentre i reali inglesi si sono "volgarizzati" da se, inseguendo modelli borghesi, più liberi e meno ipocriti dei loro. Che dire, dunque, dell'affronto al costume d'immunità che, purtroppo, ancora vige, sotto i colpi della società civile, di cui finalmente la magistratura, composta anche da gente normale, si è fatta autorevole interprete? Che, per sventura, a sverniciare la copertura degli idoli, più che il costume, corrivo, deve prevvedere la legge. E così sia.
martedì 28 ottobre 2014
Criteri di valutazione.
Non so se si sia mai visto uno Stato il cui Capo o nel quale anche l'ultimo dei suoi funzionari, possa restare al suo posto, anche se solo sfiorato dal sospetto di collusioni con la mafia. La conventio al Quirinale di avvocati e giudici, dopo la distruzione dell'unica prova probante - che però i giudici hanno ascoltato, ma di cui non possono valersi, le intercettazioni Mapolitano/Mancino ), il Presidente ha gestito un copione già definito e studiato nei dettagli, fra non ricordo e mi richiamo alle mie prerogative di riservatezza, circa il colloquio con il suo consigliere giuridico che aveva rassegnato le dimissioni e che era opportunamente morto prima che le contrastate deposizioni fossero rese. A che è servita questa baracconata? L'Italia, patria del diritto per chi crede nei paradossi, si è riesibita nella negazione sostanziale del diritto ad opera dei formalismi, nella sfacciata tutela del potere di cui la mafia è solo il braccio operativo o una delle braccia operative. Solo i grigi ragionieri di Bruxelles possono valutare e misurare la nostra attitudine a stare in Europa con i paramteri contabili, già di per se insostenibili, mentre nessuno pare avvertire l'incongruità di questo inventato Paese con i dettami minimi della compatibilità civile. Anche questo è un fatto.
La società gassosa e quella solida, dalla sublimazione della società liquida.
La depersonalizzazione del lavoro - la spersonalizzazione ne è sempre stato un connotato ( vedi l'alienazione di cui parlava Marx, susseguente all'espropriazione dei mezzi di produzione ) - farà presto giustizia della ripersonalizzazione magica attribuita al lavoro, "dei nostri professionisti" dai pifferai aziendali. L'ingegneria semplificatoria e apportatrice di risparmi, ha già apprestato gli strumenti con i quali giocare da sé soli con le opzioni disponibili di acquisto. Non è forse, a 360°, una società di venditori, gli ultimi venditori porta a porta? Prossimamente - in parte già lo è - diventerà una società giovane di piazzisti e una, in declino, di badanti dei rincoglioniti con sostanze. Infine, il just in time, da accettare o rifiutare senza impegno ( ma qualcuno lo pretenderà e selezionerà i "chiamati" al suo servizio ) nel mondo deresponsabilizzato prossimo venturo. Il passaggio sarà inavvertito: la memoria storica latita. Resterà, inizialmente, il lamento per la condizione avvertita rispetto a quella della famiglie d'origine e non in tutti i casi. Il privilegio si conserverà, ma sarà più friabile, a sua volta competitivo e non terrà conto delle gerarchie familiari, se codeste non saranno in grado di barricarvisi. La società liquida sfumerà in quella gassosa. Non tratto con i sindacati: quel tempo è finito. Così Matteo Renzie, che non è stato originale. E' stato solo il sequel della pluridecennale ripulsa delle direzioni del personale aziendali alle trattative in loco con le rappresentanze sindacali, demandate alle Sas di complesso, intendendosi le Segreterie sindacali di Gruppo ( quando c'era, altrimenti "nisba" ). D'ora in avanti risulterà "paradossale" trattare col sindacato sul tema del lavoro, come è paradossale sostenere che "se vogliono fare le leggi devono farsi eleggere" detto dal terzo non eletto al Governo e "le leggi si discutono in Parlamento" constatato il suicidio assistito senza dibattito autentico del Senato. Insomma: sappiano i sindacati che la "codeterminazione" è finita, ( non sarebbe affatto un male ) lo vuole l'Europa ( non detto ) di cui io me ne frego ( le potenze pluto-massoniche ) ecc. La Corte d'assise di Palermo è entrata al Quirinale alla 10 per interrogare il Capo dello Stato. Nonostante fosse stata allestita una sala stampa, l'ex palazzo dei Papi non ha fornito il supporto tecnico per attivare i collegamenti e, quindi, l'opinione pubblica dovrà accontentarsi delle ricostruzioni e delle fughe di notizie a posteriori. Extra omnes; i fantasmi del passato ne saranno stati consolati e rinfrancati. La deposizione avverrà nella "Sala oscura" una camerone senza finestre, probabilmente isolato da quei tecnici che non hanno avuto il tempo di allestire gli strumenti per la video-conferenza. Napolitano sarà interrogato anche dall'avvocato di Titò Riina, che, a termini di procedura avrebbe avuto il diritto di assistere all'audizione trasformata in udienza; non è colpa sua se lo Stato è sospettato di aver trattato ( per l'ennesima volta con la mafia, potere reale ). L'avvocatura dei funzionari collusi o meglio, usi a obbedir tacendo e tacendo a morir, potrà controinterrogarlo. Ai giudici interpretare e cogliere il gioco di sponda. A novant'anni, Napolitano non è certo l'unico a dover rispondere delle collusioni storiche con la criminalità e le gerarchie borboniche che la sostengono fuori scena, ma gli è demandata, dopo la distruzione delle registrazioni delle telefonate con il ministro degli interni Mancino, da lui provocata. la difesa, lo schermo verso tutti gli apparati dello Stato oinvolti e partecipi. Che altro è la mafia in ogni sua espressione di vertice? La Corte di Palermo, privata di una vita normale dal suo lavoro che l'ha portata a contrastare la mafia nella sua capitale, oppone ai distinguo, si sofismi istituzionali e non, alle fumisterie, una blindata ed innaturale ( per la natura perversa di certe realtà ) solidità muraria, quella delle tavole della legge. Speriamo che non frani anche quella.
lunedì 27 ottobre 2014
Chi vivrà, vedrà.
Un sindacato in crisi di rappresentanza, va a parlare con il ministro del lavoro e lo trova privo di deleghe a trattare. E' assurdo che un ministro sia inibito alla trattativa nel suo specifico settore: semplicemente: non ha voluto trattare. Le ragioni sono implicite: non può sforare dalla legge di stabilità scritta con la falsa opposizione della BCE, anzi, con essa preconcordata, sforamenti compresi. I sindacati, composti in parte da un vicesegretario generale, da una neo segretaria ( perchè Bonanni se l'è filata senza nemmeno il normale passaggio congressuale? ) e la Camusso in servizio permanente effettivo, unitaria oltre la logica al tavolo delle mancate trattative, insieme all'UGL, già saccheggiata dalla Polverini, poi presidentessa del Lazio, preferita alla bastian contrario Bonino e poi risaccheggiata dal penultimo segretario generale che ha distratto 250.000 euro di fondi sindacali per comperare una casa al figlio. Ci si può presentare in queste condizioni al tavolo e pretendere ancora di essere presi sul serio? In realtà, la parte del buffone di corte è contesa da tutti i protagonisti della sceneggiata, a cominciare da un governo nel quale solo il ministro dell'economia potrebbe dare ombra ad un premier giiullaresco e non esclusi i sindacati, antesignani delle larghe intese incompatibili e tutti sulla difensiva, a conservazione di un magma liquido discendente che sbrodola sugli argini, da tempo abbandonati più che trascurati. Ma in fondo i sindacati stessi e la CGIL medesima, polverizzata al suo interno, non sanno più che pesci pigliare dopo i sistematici cedimenti al realismo di scenario e trascurando i fatti nella loro scabra concretezza. L'unità sindacale è ormai un modo di dire: ognuno concorre per se solo a ritagliarsi una veste informale di vertice e per i vertici della magistratura minore del tribunato della plebe. Per cui, demansionamenti, deinquadramenti e, in prosieguo, salario contrattualizzabile in azienda diventeranno il pane azimo dei lavoratori generici del futuro, mentre chi cerca una qualificazione, quali che siano i suoi titoli formali, in ambiti fino ad oggi tutelati dalla categorialità, troverà a sostituirli sale vuote, computer touch screen ed IPad, sui quali gli avventori potranno scegliere il "prodotto" che vorranno. Di quale professionalità che non sia quella di un indossatore di talk show si vestiranno? Quella che già gli ritagliano facendogli vender fandonie, si dirà. Fantascienza, fantasia? Chi vivrà, vedrà.
Un mondo in espansione.
In fondo il globalismo diffonde di tutto. L'oppio dei popoli non è più, in occidente, la religione che vi dominava, ma la droga delle influenze esogene, di tutte le influenze imposte con la propaganda incessante, accettata per piaggeria o per fastidio, fino alle droghe vere e proprie, nei salotti e nelle sartorie eleganti, come nelle subure urbane. Quest'anno, in Afghanistan, la monocoltura del papavero ha raggiunto dei livelli che io conosco solo in un'altra reltà non nominabile di un'altra pianura. La droga si respira nell'aria, insieme al tabacco in luogo aperto ed allo smog ecologico, a quello ideologico, che, quanto più è negato, tanto più si espande, ora anche attraverso correnti religiose d'altra (in)civiltà, che hanno colto l'opportunità espansiva degli affari indotti e la facoltà di condizionamento delle menti vuote - da quel punto di vista - e meno attrezzate a resistervi. Il mondo, nella nostra presuntuosa interpretazione, per la quale l'uomo è la misura di tutte le cose, si espande come l'universo vero denucleatosi dopo il big bang. La misura è mediocre e, soprattutto, non è detto che l'espansione abbia un senso.
Sconcertanti sconcerti.
Università islamica a Lecce per costruire una classe dirigente dell'emigrazione, collegata con le altre istituzioni consimili tedesche, francesi e inglesi, oltre a quella operante negli Stati Uniti. Con quali soldi? Non lo dico, non lo dico...Lo dico io. Con i soldi dei sauditi che hanno finanziato tutte le altre e tutte le moschee italiane, ultima quella di Rimini, della cui edificazione si occupò un funzionario, ivi trasferito da Roma, della Banca di Roma, che girava con le foto autografate di Re Feisal e che trattava direttamente con l'ambasciatore arabo. Che problema c'è? Esistono istituzioni consimili in altri paesi dell'europa e del mondo non islamico e poi ci sono, in Italia, due Università cattoliche: a Roma e a Milano. Lo sconcerto alligna nelle "disponibilità di massima", si presume che, dietro l'insediamento filosofico e religioso - in un certo senso, le altre materie, politicamente, non contano - seguirebbero altri e cospicui investimenti, di cui i finanziatori vorrebbero però avere la titolarità, alla quale si affiancherebbe la creazione di potenziali dirigenti per "un'economia in espansione" e di Imam che non fossero semplicemente macellai e calzolai. Si avrebbe, infine, in loco la produzione di materiale ideologico per la masse, che da investimenti, religiosi e non, sarebbero ancor più attratte. Aumenterebbero i matrimoni, ma non sarebbero misti, come avveniva in Italia, nelle vallate del cuneese, quando l'industrializzazione spostava le famiglie verso la Michelin e la FIAT e i pochi contadini, sopravvissuti alle guerre, rimanevano soli. Allora si organizzavano matrimoni con donne calabresi, "le calabrotte", contadine ancora più povere che, dietro invio di una fotografia dell'aspirante e di una "filiera matrimoniale" composta dalle altre, già emigrate, si trasferivano nei casali del nord. Sarebbero matrimoni univocamente islamici. Le donne islamiche sarebbero escluse dal coniugio con gli infedeli, la loro prole non sarebbe inquinata. La posizione geografica di Lecce favorirebbe tutto questo, ma anche una comunicazione costante, una sinergia dagli effetti imprevedibili, stante "il bisogno" dell'area salentina, gli interessi che si incisterebbero in un contesto di omessi controlli e di labile capacità d'intervento. Dovesse andar male a Lecce, sono già pervenute offerte riservate da Calabria e Campania. Che ne diranno camorra e n'drangheta? Sono state scomunicate, forse si convertiranno. E' un effetto esclusivo dei soldi, come per la Roma a.c. e il Bologna f.c. 1909, in mano statunitensi. Ma questo colonialismo è all'origine della liberazione dell'Italia e rientra fra le possibilità "contemplate", addirittura entusiasmanti. "L'entusiasmo" non mancherebbe, prima o poi, neppure a Lecce, si accompagnerebbe a repressi rifiuti, riattirerebbe consensi, se, come probabile, si creasse una società inclusiva e meno povera ed una idealista ed emarginata. Gli scontri ideologici e religiosi non sarebbero esclusi. La vicinanza potrebbe far rivagheggiare una "riconquista", non bellica, ma altrettanto costrittiva, derivante dal condizionamento economico, finanziario e infine oppressivamente ideologico. Salvini si oppone: stava tentando di sbarcare al sud, proprio quando il sogno bossiano, per una delle infinite vie del Signore, stava per realizzarsi. In più, le "sinergie culturali" potrebbero fare il paio con il demenziale entusiasmo per le vittorie aziendalistiche, per gli esiti trionfali di un bilancio, per l'approvazione di una Commissione brussellese. Sono questi gli effetti deleteri dello spossessamento dei fondamenti culturali di un popolo, di una nazione, una malattia di ritorno ( da immunizzare? ) con gli strumenti economici che l'occidente stesso ha fornito - per pagarsi la benzina - ai medievali conquistatori, fermi agli slogans ed ai principi ( almeno a livello di diffusione ) di quattordici secoli fa. Lo sconcerto del Sindaco di Lecce è tutto un programma. E Renzie, che ne dirà?
domenica 26 ottobre 2014
Analisi di uno show.
Nell'analisi di quella convention detta della leopolda, da una stazione in disuso di Firenze - come delle officine del Lingotto a Torino, che, almeno, è diventato un museo, alla memoria dei sabaudi, prima profittatori e poi transfughi - dove, invece, nonostante il disuso, da rimodernare, il guru finanziario di Matteo Renzie ha sancito che lo sciopero va abolito perché rappresenta un costo, come se non fosse proprio questa la sua funzione, proviamo a destrutturarne il senso.
Ci si chiede: ma – in effetti – questa Leopolda cosa è?. Provo a rispondere, precisando che la mia analisi congetturale attinge esclusivamente alle fonti mediatiche (TG e stampa).
D’altro canto, se avessi avuto tempo a disposizione ed energia sufficiente, questo sabato sarei stato a Roma, a fianco degli ultimi drappelli del lavoro scesi in piazza a difesa della modernità democratica fondata sulla dignità dei diritti; non certo a Firenze, dove si sta svolgendo la kermesse postmoderna dei furboni mimetizzati tra le moltitudini di quelli che vogliono bersela.
Ebbene, lo dico subito: a mio avviso la Leopolda è semplicemente il punto di emersione di una rete sotterranea; che Matteo Renzi e compari iniziarono ad annodare – come rivela il diretto interessato – nel preciso istante in cui ci si rese conto della “scalabilità italiana”.
Per l’esattezza, i punti di emersione sono due: uno pop, bene in vista; l’altro elitario e – quindi – “coperto” (non a caso si è a Firenze, la capitale dell’italica Massoneria).
Comunque, un modello organizzativo bifronte; largamente influenzato dallo spirito del tempo, aziendalistico e gerarchico – finanziario.
La Leopolda alla luce del sole riprende abbondantemente lo schema delle convention aziendali, in cui il Top gratifica e fidelizza “la truppa” facendola giocare al gioco del “siamo tutti sulla stessa barca, siamo una squadra vincente”: gli stessi proclami a tinte rosa, seguiti dagli immancabili gruppi di lavoro (o tavoli) in cui svariate pattuglie si divertiranno a progettare banalità che l’alta dirigenza fingerà di ascoltare con grande interesse. I consulenti che hanno progettato l’evento garantiscono che siffatti psicodrammi potenziano motivazione (commitment) e autonomia (empowerment). Anche se alla fine della giornata i VIP se ne andranno in Ferrari o Jaguar, mentre i NIP rientreranno a casa sulla loro Panda. Macchine blu (ma non le avevano messe tutte all’asta?) versus mezzo pubblico e utilitaria.
Secondo tale format, gli spin-doctors, teorici dell’andare sempre verso il positivo (anche nel caso di palesi bluff), fanno dire a Renzi che qui si coltiva “proposta”; mentre dalle altre parti si precipiterebbe nel negativo della “protesta” (anche se è grazie alle proteste organizzate che il secondo Novecento è stata una fase storica in cui si sono ridotte le disuguaglianze sociali. Difatti il meccanismo è proprio quello di incorniciare le banalità del tempo come genialate. In modo che quanti se le bevono abbiano essi stessi l’impressione di essere geniali. In altri tempi si sarebbe parlato di “irridente paternalismo demagogico”, oggi di straordinarie “strategie d’ascolto”.
Questa la Leopolda (on light) per le vaste platee di pellegrini alla ricerca di una speranza purchessia. Poi c’è l’operazione in penombra (Leopolda darkness), che ricalca i modelli messi a punto dall’Internazionale del privilegio; con i suoi periodici meeting per pochi intimi, che si danno appuntamento in località amene. Il modello classico è quello di Davos, in cui si consolidano alleanze, si mettono a punto strategie e si scambiano favori. Il tutto in un clima di riservatezza molto più funzionale allo scopo (compattare cordate) dell’infelice sede del Nazareno, dove le ombre dell’accordo tra il giovane rampante venuto da Rignano e il vecchio marpione svergognato della Brianza apparvero in tutta la loro imbarazzante evidenza.
Gratificato l’audience, ci si può dedicare agli scopi effettivi: scalata l’Italia, blindarne il controllo. Come? Visto che la cordata è composta da allegri provincialotti, ripetere la lezione dei maestri. Magari anglo-americani.
La Thatcher si imbullonò al potere schiantando il sindacato dei minatori. Staremo a vedere se l’Italia del lavoro è friabile quanto l’Inghilterra di allora.
Vedi alla voce Leopolda.
Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti,
dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
dai solchi bagnati di servo sudor,
un volgo disperso repente si desta;
intende l’orecchio, solleva la testa
percosso da novo crescente romor.
Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Almanacchi per l'anno nuovo?
Si signore.
Credete che sarà felice quest'anno nuovo?
Oh illustrissimo si, certo.
Come quest'anno passato?
Più più assai.
Come quello di là?
Più più, illustrissimo.
Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Signor no, non mi piacerebbe.
Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Saranno vent'anni, illustrissimo.
A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?
Io? non saprei.
Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
No in verità, illustrissimo.
E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Cotesto si sa.
Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Cotesto non vorrei.
Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Lo credo cotesto.
Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Signor no davvero, non tornerei.
Oh che vita vorreste voi dunque?
Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz'altri patti.
Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo?
Appunto.
Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Speriamo.
Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete.
Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Ecco trenta soldi.
Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.
Di generazione in generazione, dopo la fase mitologica della vita, chi non è riuscito a conseguire o non ha ereditato una posizione appagante nella vita, continua ad indulgere alla speranza, è facilmente sollecitabile dai suoni, dai rumori della propaganda, dal nuovo che apre prospettive che,invece, prospetticamente, vengono vendute ai nuovi artefici della fucina di Vulcano o agli operai della vigna del Signore. Per mancanza di prospettive reali, o meglio di realtà in atto, con facilità si viene distratti, circuiti, menati per il naso. Neppure le prime disillusioni sanano; al primo riproporsi del richiamo del pifferaio, gli opliti, gli schiavi per "scelta" si rimettono in marcia, fino all'esclusione per le forze calanti. Vedi alla voce Leopolda.
L'Italia imbastardita.
Nell'Italia imbastardita da ogni sorta di ignoranza e mitologia messe a contributo, i cattolici e i fascisti sono di nuovo in piazza insieme nella revanche di un'alleanza storica. Il pretesto è la legge 194 istitutrice dell'aborto legale, confermata con un referendum. L'alleanza fra i fascisti di Forza nuova e un neo-comitato referendario antiabortista, ricalca, per restare solo ai tempi recenti, quello sconfitto fra il MSI di Almirante e la DC di Fanfani. D'altra parte, dopo la liberazione, i preti non tuonavano, nelle prediche e in veri e prorpi comizi contro il pericolo rosso, alla fine della Resistenza, dimentichi di tutto quanto l'aveva preceduta e con cui avevano strettamente collaborato non intravedendovi nulla contro "l'ordine naturale divino"? Un altro referendum che confemasse il diritto all'autodeterminazione sarebbe salutare in quest'Italia che slavina in frantumi, soggetta a tutte le pulsioni frammentarie, sulle quali speculano questi movimenti, subdoli perché non dichiarati, ma lo scopo di queste ed altre iniziative reazionarie che si susseguiranno è di indebolire la coesione sociale, aprire spazi ad ogni incursione extra-legale ed isolare gli strati deboli, che saranno sempre più deboli, della popolazione, valendosi allo scopo, del velleitario spirito di compensazione di tanti sfigati.
sabato 25 ottobre 2014
Il dolore inutile.
Reyhaneh Jabbari è stata uccisa sabato 25 ottobre, all'alba. In Iran ha avuto inizio, in coincidenza, il mese sacro di Muharram che significa "tabù" ed è il primo giorno del calendario islamico. Si è voluto far coincidere il simbolo con l'esecuzione di una ragazza di ventisei anni che si era ribellata al suo stupratore e l'aveva ucciso. Lo stupratore era il marito, un ex agente dell'intelligence iraniana. Avevano già un figlio. E' stato il bambino a togliere lo sgabello da sotto i piedi della madre. Simbologia, principi morali, legge religiosa coincidono, come la sostanziale indifferenza internazionale. L'Iran, paese per metà civile ed evoluto, ha conosciuto dapprima la barbara e corrotta amministrazione dello Scià, apportatrice di lutti, torture e ingiustizie, in cambio della soggezione agli interessi americani. E' stato rovesciato da una rivoluzione religiosa popolare, che, da decenni, sta tormentando la nazione. Preoccupano le ambizioni nucleari in rapporto agli instabili equilibri israelo-statunitensi e non ci si cura del dolore che non conta, del dolore inutile.
venerdì 24 ottobre 2014
Il dado è tratto..un'altra volta.
L'Italia è bislacca, apparentemente ricca di fermenti, in realtà immobile e involuta su se stessa. Matteo Renzie, l'ultimo della filiera dei "garanti" commissariati è, in patria, il fiduciario di questi poteri immobili, dell'intatta stratificazione sociale ereditaria che, anche per ricorrenti "condizionamenti commissariali" internazionali, non è stata intaccata né da guerre perse, né da opposizioni tanto apparentemente decise, quanto impotenti all'atto pratico, succubi com'erano, a loro volta, dei diktat di realtà aliene e incompatibili. Dopo la prima scarpa da ottanta euro, ecco la seconda alle mamme renitenti e appartenenti alla stessa fascia sociale, alla vigilia di nuovi tagli alla sanità, all'istruzione pubblica e all'assistenza, Si favorisce un fenomeno e si abbandonano gli artefici alle conseguenze. Lo stesso si fa con le rinegoziazioni camuffate che comporteranno una diluizione di pesanti sacrifici sociali, alla cui entità, alle cui ricadute ci si abituerà gradualmente ma a cui non si sfuggirà ineluttabilmente. Oggi, lo sciopero delle Unità sindacali di base è riuscito bene ed ha dimostrato quanta sia stata la disillusione dei lavoratori superstiti verso i sindacati politici tradizionali. Domani ci sarà, fuori orario lavorativo e per consentire poche ore di riposo ai partecipanti, la manifestazione nazionale della CGIL, tardivamente resipisciente circa i disastri che in vent'anni ha contribuito a produrrre, pur senza abdicare del tutto alla sua natura di storico sindacato operaio. Sarà un successo, ma autoreferenziale, come quello regionale di giovedì scorso. Il dado è tratto: se si sta in Europa ci si dovrà acconciare alle vessazioni dei funzionari dell'impero neo-guglielmino; se si uscirà o se si sarà buttati fuori, si sconterà un'inflazione superiore almeno del 15% rispetto all'attuale che si abbatterà sempre sugli stessi poveri diavoli, dato che i ricchi, ormai da due anni, hanno messo al sicuro gli accantonamenti. Eppure, per mantenere un equilibrio di mantenimento del potere senza più rappresentanza, un vetusto ma corrivo presidente trascina la sua vecchiaia a garanzia - sempre più nervosa ed instabile - dei rapporti fra le forze movimentiste, secondo un canovaccio che solo il realismo senza principi di un vecchio burocrate del comunismo può giustificargli, perchè di quei principi, se mai li ha coltivati, non esiste più traccia. Come lui stesso ha detto: capita a chi vive troppo a lungo.
La filodrammatica italia.
Non si era ancora visto un presidente rotatorio di un'Unione, prendere rabbuffi dai suoi ragionieri e opporre un progetto implicito di rottamazione europea. L'unico elemento buono è la pubblicazione dell'intimazione ricevuta, pure se è stata strumentale alla sceneggiata; Berlusconi fece invece fagotto e lasciò il governo in mano al primo che sarebbe passato: non c'è pià stato un presidente eletto.Il minuto dosaggio percentuale sul rientro programmato e dilazionato prelude - come logico - a rimandate, proprozionali stangate, mentre già da ora, per uno striminzito 0,30% in più di rientro, scontato il bonus per l'incremento demografico della nazione, si prevedono tagli alla salute e all'istruzione. Una spesa previdenziale evitata o ridotta in durata e un'istruzione in gran parte privatizzata secondo il censo degli studenti. Ma se il buffonesco Buffalmacco non viene disarcionato su due piedi è perché la maggioranza dei membri dell'Unione, non si fidano di lui, paventano i fondamentali dell'Italia, ma ritengono che il giovanotto stia facendo bene il suo compito e che qualche trascinamento, comportante mora, possa essere contemplato. Tanto saranno gli italiani a pagarne le conseguenza e, per scelta ripetuta, che appare come un destino, soprattutto le classi popolari, perché le classi facoltose, sempre timorose del bene più prezioso, hanno già dimostrato tutta la loro sfiducia e messo al sicuro i capitali. Insomma, non è vero che il gattopardismo indigeno sia incomprensibile agli stranieri: hanno invece capito che tutto deve restare come prima perchè i loro voleri siano esauditi.
mercoledì 22 ottobre 2014
Tristi scenari.
Nel Movimento5Stelle, le epurazioni sono quotidiane e coinvolgono anche i sanculotti locali, coalizzati in streaming e in unità d'intenti con il capo-proprietario del brand, con le giustificazioni più astruse ed arbitrarie. Peccato. Poteva costituire un'alternativa transitoria importante, ma così com'è rapidamente degenerato, non è più sostenibile. Il guaio è che al vanesio ed inconsistente Renzie manca ormai un'opposizione e il suo progetto di partito-nazione, così simile al fascismo degli stracci e degli slogans, rischia di sancirne la burlesca ( ma fino a che punto? ) riedizione. L'opposizione, quando c'è, è correntizia, di bottega o interna alla coalizione, laddove si individuino potenziali vantaggi elettorali per il forno concorrente. In queste condizioni, fatta salva l'eterodirezione germanica, tramite le commissioni europee, il declino è nei fatti.
Iscriviti a:
Post (Atom)
