domenica 22 dicembre 2013
Strategie dozzinali.
La vicenda di Stefano Pioli, mediocre calciatore e ottimo teorico del football, va spiegata. Poco importa che il summenzionato signore sia molto ben pagato, come invidiosamente non fanno altro che dire tutti: non si vive di solo pane, anche se del pane non si può fare a meno. Costui, che ha commesso l'errore e si è assunto la colpa di coprire tutte le malefatte di un club di improvvisatori maliziosi, per tutta la settimana è stato oggetto di sconsiderazione, mentre il suo prsidente andava contattando pubblicamente,ogni sorta di possibile successore. E' bastata una gagliarda prova ginnica, vittoriosa per un'invenzione, ma priva di riscontri tecnici, perché la società, che avrebbe desiderato sostituirlo per mezzo di sue dimissioni, indotte dalla mortificante esibizione della loro sfiducia, per reimpiegare gli stessi denari in un'altra figura disposta a far giocare quelle pedine che erano state raccattate sul mercato a costo zero e su cui "l'errante" mostra pervicacemente di non voler puntare. E' bastata una vittoria un po' rimediata, perché tutte le ipotesi e le voci fossero svalutate e si puntasse alla terza salvezza consecutiva, con una tale scarsità di risorse da renderla molto precaria. Il bravo Pioli era approdato, come terza scelta al Bologna, dopo essere stato cacciato da un altro presidente intemperante, il veneto-palermitano Zamparini, ancor prima dell'inizio del campionato e si era distinto in una rincorsa che aveva creato troppe illusioni e fatto nascere il desiderio di specularci sopra. E così è stato, attraverso il depauperamento tecnico della rosa ed il mantenimento di numerosi giocatori, invendibili perché mai messi all'opera da questo allenatore ed ingaggiati per molti anni, nella speranza che il loro cartellino lievitasse e che gli allenatori fossero disposti a fare di necessità vertù. Alla terza esperienza con un tasso tecnico calante, le cose si sono mostrate nella loro nudità ed è cominciato un mobbing spregiuducato per lucrare anche sullo stipendio del tecnico, aziendalista certo, ma non oltre i limiti della sostenibilità. Ora, che per un momento, la fiammella speculativa e suicida sembra essersi riaccesa e speculando sul riconoscimento degli spalti a un buon allenatore che aspirerebbe a farsi riconoscere per le sue qualità, ecco che gli si riaffida il pupazzo sfilacciato del Bologna f.c., sconfessando con faccia di tolla tutti i contatti allacciati. Triste e volgare mercato, al quale non sono estranei i giocatori che ora negano di aver chiesto la giubilazione del tecnico, dopo essersi venduti troppe partite nella fase d'avvio del campionato, sulle quali, fra un paio d'anni, in occasione della prossima retata, investigherà senza frutto, la Procura di Cremona.Se Pioli dovesse farcela anche quest'anno, non commetta l'errore di rimanere alla guida tecnica di questa società.
sabato 21 dicembre 2013
Cantastorie.
Le amministrazioni comunali, alla canna del gas, multano i clienti delle prostitute, sorpresi dai vigili difensori della morale, in qualche buio ricettacolo, che sarà pure suolo pubblico, ma nei quali bisogna andarli a cercare con il lanternino, perché non passino inosservati, mentre l'unica facoltà concessagli sarebbe di denunciarli per atti osceni su terreni demaniali.
Se i contravventori al codice della strada accettano di raddoppiare o di triplicare le sanzioni delle multe che gli vengono comminate, mantengono intatti i punti detenuti sulla patente. E' un mercato fra manigoldi che non tutela la sicurezza del traffico ed assomiglia molto ai balzelli inventati che in certi luoghi di frontiera vengono estorti agli stranieri, trattenendoli con pretesti vari, fino a fargli perdere i voli o gli altri transiti o sottoponendoli alla tortura dei parassiti e del clima. Mobbing al conseguimento di uno scopo. Con la scusa di controllare i fenomeni più diffusi ed ipocritamente esecrati, si è solo cercato, nei secoli, di taglieggiarli a scopi pubblici, che, essendo indeterminati, possono facilmente essere aggirati ad uso proprio; scopi scoperti di ogni dichiarata velleità di regolamentazione. Anche le guardie di frontiera, in cuor loro, ipotizzano che la struttura statuale di cui fanno parte, sia solo un pretesto istituzionale per far soldi o almeno addolcirsi la vita e si comportano di conseguenza, godendo, negli atteggiamenti e nei modi, della gratificazione del potere, che si fa sadico se contraddetto, sconsiderato o giustamente, anche se non manifestamente, irriso da qualche interlocutore che non se ne faccia suggestionare.
Il baritonale Ministro della Giustizia, minore e particolare, che di meno non si potrebbe, ha rimosso il Direttore del carcere di Marassi. Era burocraticamente scontato, nonostante la sanzionatrice fosse sfuggita a ben tre mozioni di sfiducia presentate nei suoi confronti dai rappresentanti di minoranze, pur non sparute, quando è stata colta in patente conflitto d'interessi. I detenuti adesso rifiutano il cibo. Hanno capito che il prossimo designato sarà un cerbero che li rimetterà alla gogna. La disparità di trattamento è clamorosa, anche perché il quesito dirimente avrebbe dovuto essere: poteva essere concesso un permesso premio a un pluriomicida? Penso di si e, se si, perché rimuoverlo?
Nei Centri di accoglienza temporanea e di espulsione successiva, si recupera la condizione animale e non è una mancata disinfestazione a restituirci il decoro umano. I modi e le modalità sono quelle che ciascun si aspetta, in un contesto improvvisato e privo di supporti sanitari che non siano nominali. Lo scandalo pubblico e ipocrita di tanti farisei istituzionali e - guarda caso - la rimozione del Direttore della recintata ridotta che ospita i sopravvissuti ai naufragi, di Lampedusa, è un gesto scontato e senza conseguenze, tranne che per il capro espiatorio di turno, secondo un canovaccio protocollare, alieno dalla realtà, che non si deve mai mostrare. Nulla importa se il successore sarà peggiore, basta che vi si attenga.
Coloro che non sono sopravvissuti al mare, ma sono stati scoperti nella loro clandestinità e, rinchiusi, vivono in un vero e proprio stato di carcerazione. Si suicidano o danno luogo ad atti di autolesionismo, sintomo scontato di una latente pazzia, dalla quale, nella natura artefatta e organizzata, non avendo posto, non hanno scampo.
Dopo otto anni - stima della Questura, si sono verificati, a Firenze, scontri violenti fra la polizia e duecento manifestanti che contestavano lo shopping lungo le vie del lusso. La lunga mancanza di precedenti la dice lunga sull'esasperazione sociale, di cui questi non rassegnati epigoni si sono fatti interpreti e sui connotati che sta assumendo il mantenimento dell'ordine, non più fra le classi, che nella loro ampiezza non manifestano più se non per rappresentanze ridotte, senza coesione e mandato. E' così per il mondiale movimento dei gruppi informali che dall'Europa in crisi, agli Stati Uniti, da Israele all'Iran, dall'Indonesia all'India affamata testimoniano di un disagio crescente di questa civiltà. Ma la manifestano soltanto coloro che da questo sistema hanno subito perdite e ridimensionamenti. Tutti gli altri, la quasi totalità, non coltivano più speranze; non hanno più nessun riferimento concreto e credibile a cui affidarsi.
Il Papa continua a mandare dei vaglia postali a chi gliene fa richiesta e stabilisce dei precedenti illusori. I suoi successori probabilmente ignoreranno l'elemosina spicciola, perchè ha ormai assunto la consistenza dei mille euro alla volta e perché, per questa via, l'obolo di San Pietro tornerebbe minutamente al popolo orante fra i cristiani e la Chiesa tornerebbe davvero alla sua "nudità", mitologicamente originaria. Non ci pensano proprio, ad esempio, l'ex Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone che, pur rimosso, si sta facendo allestire un appartamento da quattrocento metri quadri, con terrazzo panoramico su Borgo San Pio, le cui grondaie, per due metri, non sconfinano in territorio italiano o del Capo delle Guardie svizzere uscente, che si sta allestendo ( con la liquidazione? ) un'altra sontuosa dimora, ristrutturando le preziose e rare vestigia vaticane. Erano entrambi fiduciari di Ratzinger. Il Capo della Gendarmeria è anche in procinto di trasferirsi all'ONU, presso il quale è stato raccomandato dalle autorità italiane. Mancava una designazione, dopo la Boldrini.
Imprenditoria di provincia
Le vicende societarie del Bologna f.c. riguardano una società para sportiva di terza, tendente alla quarta, fascia. Sono però caratteristiche di una certa imprenditoria di provincia che, allettata dalla possibilità di rimediare all'inerzia del settore edilizio, ha sperato di poter edificare un nuovo stadio, anzi un intero quartiere intorno ad esso e di poterlo fare con soldi pubblici che, invece, né lo Stato, ne gli impoveriti ( tranne che per le spese di rappresentanza ) enti locali, ne il Credito sportivo, hanno avallato e finanziato. L'impianto del Littoriale che fu inaugurato da Benito Mussolini a cavallo nel 1925 e che, all'epoca, era il più grande d'Europa, ha i bagni inagibili ( li ricordo perfetti poco dopo l'inaugurazione, per i mondiali )le tettoie infiltrate dall'acqua, le sedie di plastica rotte, divelte, parzialmente sostituite con articoli di recupero di altri sbiaditi colori. La pista in tartan che fu ritenuta idonea ad ospitare un Golden globe, giace sciupata sotto teloni di recupero e non viene più manutenuta. Il grigio delle antiche gradinate sottostanti è riemerso e fa brutta mostra di se, quando viene ripreso dalle telecamere in occasione delle partite, che vengono ancora osservate dal vivo da quattro, ma proprio quattro gatti, conferendo all'insieme un triste sentore di squallore. La sensazione non è solo esteriore, dato che la società, precipitata sul ciglio del fallimento dalle ultime gestioni, annaspa nei bassifondi della classifica, in una continua rincorsa ai diritti televisivi che altrimenti perderebbe, retrocedendo. Quando Alfredo Cazzola rilevò la squadra in serie B, lo fece a prezzi contenuti; con analoghi costi la riportò in serie A, ma, visto che le sue ambizioni di edificatore di una cittadella dello sport andavano alle calende greche e, soprattutto, non trovava finanziatori, mollò la squadra nelle mani di un costruttore, Menarini, molto sponsorizzato in provincia e in regione, che, forse proprio per questo accettò di imbarcarsi in un'avventura per la quale non disponeva delle risorse necessarie. Immersosi nel pozzo senza fondo dell'imprenditoria sportiva, per la quale ha intaccato anche le risorse della sua società edificatrice, proponeva a un imprenditore albanese, che di lì ha poco sarebbe stato inquisito per percosse ad un giornalista che non gli lisciava il pelo, di sponsorizzare, tramite il pallone, una catena di pompe di benzina, ma era rimasto con il cerino in mano di un rifiuto non motivato, via fax da Tirana, quando mancava solo la sottoscrizione del contratto. Trovato in tale Porcedda da Cagliari, gestore dell'omonimo Lido, un improvvisato subentrante, i Menarini gli lasciarono la palla, che divenne incandescente non appena si trattò di onorare i primi impegni economici. Si scoprì, anzi, che il neo Presidente aveva trasferito tre milioni di euro dalla società sportiva alle sue imprese turistico-alberghiere. Con i libri già caricati sul furgone che doveva portarli in tribunale, l'ingegner Consorte, già dominus dell'Unipol scalatrice della BNL, cacciato con infamia e insinuazioni dai suoi committenti e rifondatore di una finanziaria d'affari, oggi in partnership con Alfredo Cazzola, promoter del Motor show che ha cercato ultimamente di portare a Milano dopo averne difeso la bolognesità quando era lui a presiederlo e che rifiutò di rissumere la guida del Bologna f.c., dato anche che era stato bocciato nella sua corsa a Sindaco, già tentata da un altro e fallito ex Presidente rossoblu, Gazzoni Frascara, mise in piedi in un mese una composita e frazionatissima compagine di imprenditorucoli locali, fra i quali spiccava il trevigiano Zanetti, già espropriatore di Francesco Segafredo all'epoca del suo sequestro, per questo motivo radicato imprenditorialmente a Bologna. Costui, dopo tre settimane di presidenza, pur lasciando in cassa quattro milioni di euro, oggi ridottisi in valore a due per l'abbattimento del capitale sociale, lasciò anche la società, affermando sibillinamente di non essere un ricco scemo. Avrebbe dovuto infatti liquidare le quote di tutti i soci minori, dopo un calcolo di rivalutazione, se voleva agire da padrone della neo società senza dover convocare un consiglio di amministrazione due volte al mese per prendere anche le decisioni più minute. E così avvenne per circa un anno, nell'ambito di quella proprietà polverizzata. Poi, l'attuale presidente, Albano Guaraldi, comperò le quote di alcuni fra i soci, più desiderosi degli altri di sganciarsi da un'operazione-salvataggio che a loro non apportava utili. Così, con il 51% in tasca e pochi, pochissimi denari, cominciò a tracheggiare nell'attesa non più di edificare un nuovo impianto, ma di ristrutturarlo e di costruire invece su terreni suoi e dei soci, un nuovo centro tecnico, più grande di quello del Barcellona. A costo zero per le istituzioni locali ( che ci abbiano quadagnato individualmente qualcosa? )l'autorizzazione non è tardata, nonostante il nuovo maxi Centro sorgesse sotto una imponente ragnatela di tralicci dell'alta tensione, al centro di un fortissimo campo magnetico. Per non cassare la concessione, hanno fatto sottoscrivere alla società che gli allenamenti che si sarebbero svolti su quei campi e in quelle palestre non avrebbero ecceduto le tre ore al giorno, limite oltre il quale, per legge, la permanenza in loco diventerebbe pericolosa e rivedendo il capitolato che prevedeva la costruzione di un centro residenziale con servizi, che non verrà più costruito. Insomma, il Presidente Guaraldi, a capo di una società edilizia, a sua volta, si accontenterebbe di ciò che può passare il convento, ma il guaio è che, da due anni, applica la stessa filosofia alla squadra, cercando di mantenerla con i diritti televisivi, senza un direttore sportivo e senza calciatori di "proprietà". Va detto che, nonostante tutto questo, i debiti dichiarati sfiorano i quaranta milioni di euro. Volendo dunque, per amore e per forza, salvaguardare capre e cavoli in attesa di un improbabile donatore di sangue, ecco che il Bologna f.c. ha cercato di tutelare la sua sopravvivenza attraverso i buoni uffici di un allenatore, molto ben pagato, di qualità, che, però, non si è piegato a rinunciare alla visibilità dei suoi schemi di gestione, ad onta di una rosa che gli veniva completata all'ultimo momento, che gli veniva venduta per ripianare i costi stagionali nell'imminenza del campionato, che non ha voluto adattarsi, cioè, a trasformarsi in uno di quegli allenatoracci, spesso a spasso, che con grida ed improperi, hanno fama di salvatori delle cause perse e solo di quelle. Ecco quindi che l'ultimo Bologna f.c. sterile e inadattabile a schemi evoluti, precipita verso la B e, come sempre accade, i giocatori, stimolati ad obiettivi fuori dalle loro corde, si coalizzano con la società - in questo caso - per far fuori l'allenatore che la società stessa aveva salvato per due anni consecutivi. Il mobbing bilaterale avrebbe dovuto portare Stefano Pioli a rassegnare le dimissioni con un anno e mezzo di anticipo, ma lui, giustamente, non ritenendosi responsabile di una situazione periclitante che non aveva creato e forte dei suoi diritti contrattuali, non ha ceduto, nonostante gli si sia fatta vivere tutta l'ultima settimana con le indiscrezioni, anche le più fantasiose e assurde, circa i suoi designati sostituti. Non mancano certo gli avvoltoi in questo sistema senza sportività e senza riconoscenza e ben fa il buon Pioli a non voler morire. Salvatore Bagni, allontanato dopo poche settimane dalla società che ha tentato pure di non pagarlo, perché aveva pubblicamente preso atto che "qui non c'è un soldo" le aveva intentato causa per inadempienza contrattuale e per danni. Ebbene, lo stesso Guaraldi che lo aveva allontanato lo ha riassunto con contratto quadriennale, assimilando le mancate prebende a quelle che, maggiorate ma dilazionate, gli riconoscerà(?). Mentre la farsa societaria continua ad andare in scena, secondo me verso un inevitabile epilogo infausto, ogni sorta di cerusici interessati trafficano, fisicamente, tramite intermediari o tecnologicamente, per Casteldebole: da Marco Di Vaio, la cui famiglia, come quella di Gilardino, continua a risiedere in città, a Malesani, al concittadino Colomba, fino alla meteora Baggio e all'amico di Bagni, Zola, fino all'anziano e mal messo in salute Longo, ultimo consulente di mercato, prima di Bagni, che - afferma - che a tutti potrebbe dire di no, tranne che al Bologna. Che forse, per troppi interessi indotti e non specifici, continua ad affondare nelle sabbie mobili, di costumi che, ad essere generosi, con la sportività non hanno nulla a che spartire. Gli affari sono affari, si diceva; anche i mille e contraddittori affarucoli intorno ai quali si agitano una quantità di famelici e poco dignitosi aspiranti. Tranne l'allenatore, in questo caso.
giovedì 19 dicembre 2013
Pactum sceleris.
L'assessore alla cultura della Regione Abruzzo aveva stipulato con la sua segretaria un contratto, riguardante la disponibilità sessuale della medesima, nei suoi confronti, per quattro volte al mese. Lo stipendio da segretaria era di 1.200 euro netti mensili, pari a 15.000 euro all'anno, comprensivi di tredicesima. Il contratto privato ( pattizio? ) prevedeva un riconoscimento di 36.000 euro annui, che, divisi per 48 copule, stimavano ciascuna prestazione in 750 euro, a cui si aggiungevano i benefit di frequenti viaggi a Roma e a Bologna, con la macchina di rappresentanza, spesati dai rimborsi regionali. L'assessore alla cultura si era inventato un simil-contratto cartaceo che la sua vestale conservava a casa e che, pur avendolo ridotto in pezzi, all'atto della perquisizione della sua abitazione, nell'ambito di un'indagine su tangenti estorte a fornitori e consulenti di cui lei, nella sua veste assistenziale, curava alcuni aspetti, per segmenti, fino all'esazione, non è sfuggito alla ricostruzione dei tecnici di polizia. La vestale, visitata non da un dio ma dall'assessore, farfugliava:"avevo un impiego nella sanità, ma mia madre stava male ( che c'entra? ), lui era talmente preso di me che non ho potuto rifiutare" ( molte lo fanno e ne pagano le ingiuste conseguenze, ma perché compiacerlo fino alla sottoscrizione di un contratto? Pensava di poterlo ricattare? ). Insomma, sarebbe stata subornata. "Adesso tutti sparlano di me, qualcuno mi chiede d'incontrarmi ( come, senza regolare contratto? ); ho una bambina di due anni" ( e un cagnolino pechinese, no? ). "Mi minacciano! ( questo sarebbe grave; ricorra alla polizia ). Leggo da qualche parte che, oltre ai calciatori scommettitori, hanno trovato altre minori, dopo quelle romane, che si prostituivano per stupidi gadget e superficiali divertimenti ( va bene divertirsi superficialmente, ma senza prostituirsi ) a riprova che se gli uomini sono stupidi e sporcaccioni, per fare certe cose bisogna necessariamente essere in due. Meglio se legati da un contratto.
Caritas, caritatis, caritatum..vanitas, vanitatis, vanitatum.
Il pampa-Papa ha fatto colazione con quattro clochard che gli ha recato il suo elemosiniere, colui che, nottetempo, porta generi di conforto agli sventurati che, soprattutto d'inverno, rischiano la vita, per il freddo, la sporcizia, l'età talvolta avanzata, la dieta antigienica. Normalmente non fanno un buon odore; anche i diurni cittadini si sono rarefatti e sono assenti nelle periferie. Talvolta, codeste persone vivono in simbiosi con animali e con i loro parassiti che trovano accoglienza e humus proliferatorio fra le coperte. Il papato pauperistico di Francesco, così diverso da quello del suo predecessore coevo, si nutre di questi gesti e, poco osservante della discrezione che il far del bene richiederebbe, lo fa sapere in giro. Si era anche ventilato che uscisse in territorio italiano, di notte con il Vescovo elemosiniere e soccorresse i poveri. Si vede che, impedito in queste sue escursioni benefiche dalla loro rivelazione, ha incaricato il prelato polacco che ricopre quest'incarico, di selezionarne un poker e, suppongo, dopo una rigovernata generale, di portarglieli a colazione. Deliberà ogni mattina con i senza dimora? Una volta a che serve? Chi sono i quattro che hanno accettato e perché, di rivestire i panni, da altri dismessi, della carità altrui? Anche il Sindaco di Bologna, a Natale, serve alla tavola dei poveri, invitati in Comune e, durante la Festa dell'Unità, oggi del PD, si reimprovvisa cameriere, nella riedizione per la quale, una volta all'anno, i nobili servivano per un giorno i loro domestici. Il pranzo dei derelitti si consuma, sempre una volta all'anno, nel ristorante più tradizionale di Bologna, con la partecipazione a sbafo, di assessori e cantanti. In tutta questa bontà c'è qualcosa che stona - a parer mio - perché conferma, anziché mettere in discussione la compresenza squilibrata di due condizioni opposte ed assomiglia agli analoghi gesti pubblici dei monarchi feudali, in altri tempi in cui la fame era ben più diffusa che oggi. Fra l'altro, spesso, i senza fissa dimora sono orgogliosissimi della loro disperata indipendenza, ormai chiusi alla speranza e all'inganno dell'elemosina, tanto che rifiutano, anche per altre e ben robuste ragioni, i ricoveri pubblici e il contatto con l'umanità inclusiva, dato che, comunque, in una forma o nell'altra, ne resteranno fuori. Molti mendici sono infatti dei produttori, hanno un budget, sono coordinati da una rete organizzativa che li rimprovera o li premia in funzione della raccolta. La carità del pampa-Papa e dei laici officianti ha un sentore antico, quasi atemporale; la loro bontà non esclude, secondo me, l'altra faccia di ogni virtù, il cui abbandono o non uso, la maschera solamente, ad edificazione degli esteti e non esegeti, dei gesti gratuiti e simbolici. Durante il Medio Evo e segnatamente durante il pontificato di Leone X, costui era solito mandare in avanscoperta a reclutargli dei giovani plebei, un giovane segretario voglioso di carriera, così come è giovane ( quarant'anni ) e già Vescovo l'elemosiniere polacco della corte bicefala. A Leone X i giovani popolani servivano per altri usi, tanto che le cronache non ufficiali dei tempi, narrano di numerose diatribe e risse fra il paraninfo e i candidati alla gioia del Papa, che lo scambiavano per un pretendente, poco attraente seppur giovane. Anche Pasolini, che pur avrebbe potuto soddisfare le sue brame in una qualunque garconniere borghese, si compiaceva di frequentare suburbi, invitare a cena, a sue spese, giovanotti del sottoproletariato delle borgate, per poi finire le serate in qualche sterrata senza illuminazione. L'ultima, quella del lido di Ostia. Era spesso scortato da Ninetto Davoli e Franco Citti, suoi primi interpreti e compagni poi convolati a nozze, ma rimasti a lui legati da un patto indissolubile di riconoscenza. Ma, a volte, un pasto caldo è troppo poco. Sempre nella Roma medievale e papalina, vi erano numerosissimi storpi, che ancora non si dicevano handicappati, che spesso erano tali, perchè abbandonati alla nascita e completamente trascurati. Anche costoro compaiono nell'iconografia pietosa, ma, più spesso, venivano utilizzati come fenomeni da baraccone, da impresari laici, ma anche da sacerdoti che li prendevano in consegna nelle associazioni caritatevoli e che li esponevano a fini di lucro, nello stesso modo. La cronaca recente ha alzato il velo dell'omertà sugli abusi sistematici compiuti su bambini e adolescenti nelle istituzioni educative, parrocchiali e d'accoglienza, avendo cura di selezionare le vittime fra i più poveri, i più isolati dal contesto sociale o marginali, per varie cause, anche nell'ambito familiare. In ogni parte del mondo. Prevalentemente maschi o bambine, per evitare gravidanze, che avrebbero messo in discussione la veste ereditaria dei beni ecclesiastici o rivelato pratiche precoci, estorte e disgustose. Una morale, cioè un costume bifronte: per i fedeli, ad esempio, non è ammessa sessualità che non sia finalizzata alla procreazione, per i chierici non è ammessa sessualità che possa diffusamente provocarla. Coloro che si comportavano così, venivano fatti peregrinare di parrocchia in parrocchia, di diocesi in diocesi, per disperdere tracce e ricordi, ma ampliando a dismisura, nel silenzio avvilito, pratiche vili che sono un vero e proprio attentato alla sanità mentale delle vittime. Si dice che, un giorno, il grano sarà separato dal loglio. Io, invece, sono convinto che i due elementi siano indissolubilmente legati e che,se e quando periranno, periranno insieme. Solo che l'uno aspetto, apologetico, sarà enfatizzato tanto quanto sarà insignificante nella pratica materiale, perchè il bene orizzontalmente e stabilmente diffuso altererebbe irrimediabilmente l'opulenza su cui occasionalmente si basa; quanto al male, così endemico e quotidiano nella prassi, come si potrebbe farne a meno per giustificare sterili simbologie salvifiche? A proposito: i clochard si sono lagnati del pane azimo e del latte appena munto offerti; speravano in cappuccini e brioches alla crema.
mercoledì 18 dicembre 2013
Fa sempre più freddo.
La fiera natalizia di Santa Lucia, a Bologna, che, ai tempi belli, iniziava il 13 Dicembre e terminava a Natale, è stata ridotta all'osso, non nei tempi che, anzi, si sono dilatati, ma per via - si dice - dei costi d'impianto degli stand espositivi, "gabbiotti" sottoposti ad una serie di balzelli per occupazione di suolo pubblico e per le vendite che riescono a realizzare, da un Comune sempre più alla caccia di denari e da un fisco esoso. Chi non ha trovato posto - che invece avanza - sotto lo storico porticato dei Servi, espone tristemente in via Santo Stefano, vicino alla delegazione comunale di quartiere. Il solito pretesto omologante, i costi insostenibili. Prima non erano previsti? Gli extracomuniatri che, negli ultimi anni, avevano egemonizzato la manifestazione, sconvolgendone le caratteristiche artigianali, erano tutti capitalisti? Sono aumentati i balzelli e, se si, con quale giustificazione? La fiera è misera, in evidente via d'estinzione, l'individualità creativa muore di consunzione indotta, a favore di ben più miseri outlet generalisti. Siamo regrediti alla selvatichezza, abbacinati da tutto quel che brilla di luce fredda, al neon. Strada Maggiore, l'antica via consolare, che interseca la città, è mutila di una piccola ma amata e significativa fiera, appoggiata, come nel Medio Evo, alla chiesa, luogo di incontro e socializzazione, ormai sostituita, nel culto, dai supermercati, attrezzati per ospitare le famiglie anche per l'intera giornata. La macchia verde che accoglieva i viandanti, prospiciente il piccolo piazzale in acciottolato, deputata all'offerta degli alberelli e delle luminarie per decorarli, non c'è più e, anche in fondo al portico, prima della piccola scalinata dalla quale si abbandona, o si accede, (al)la fabbrica della basilica, molte postazioni, quest'anno, non sono state impiantate, riducendo di molto l'area espositiva, disperdendola e, quindi, impedendo la consueta sosta festosa e intima, con il chiaro intento di "superarla", in favore di un omologo aspetto, specchio di conformità. Piuttosto che derogare in positivo, alle pretese, in molti casi ormai velleità, impositive, si sceglie, con dispetto, di far morire tradizioni secolari, di spegnere squarci di gioia e di tenerezza che hanno illuminato per un attimo la sensibilità di tanti bambini e delle loro famiglie.
martedì 17 dicembre 2013
Una voce fuori dal coro.
"Da bambina, a Natale, insieme alla mia famiglia, andavo a recare generi di conforto ai poveri, ospitati in appositi ricoveri. Era uso aiutare con cibo e abiti dismessi, ma anche con oggetti che noi, bambini più favoriti, avevamo detenuto abbastanza a lungo da non separarcene con dispiacere, chi faceva fatica a procurarseli. A quei tempi, il concetto educativo che ci veniva trasmesso era di donare; oggi il principio egemone è accumulare e nei momenti di difficoltà, trattenere". Non c'è più speranza, né orizzonte: tutti sono dei potenziali competitori, anche coloro che non hanno niente, forse troppo numerosi, forse non accolti e custoditi in appositi pietosi contenitori; potenzialmente potrebbero privarci di tutto, disordinatamente. Me lo diceva, questa mattina, una vecchia signora, tanto franca e modesta nel proporsi, quanto qualificata negli studi e nella professione, abbandonata la quale, aiuta il figlio, malato di cuore e impiega il tempo libero nella cura dei bambini i cui genitori sono impegnati nel lavoro. Nonostante le necessità sopravvenute, non trascura mai di donare quanto può a un nipote lontano, probabilmente frutto di una relazione finita, che loda per il suo senso di responsabilità e la sua disponibilità verso la madre e la nonna che vivono con lui. Speriamo che l'intelligenza e la volontà l'assistano e anche la buona sorte in una società, almeno nlle sue espressioni esteriori, cinica e superficiale. Queste caratteristiche costituiscono l'ideologia corrente, pretendono di omogeneizzare i comportamenti e i sentimenti di ciascuno, puniscono chi resiste, isolandolo e deridendolo. Eppure, ne sono certo, non prevarranno. Potranno autocelebrarsi e proporsi all'ammirazione, ma non potranno violare l'intimità affettuosa che in tanti alligna nascosta e ci consente di rasserenarci, lontani dallo scorrere di una rappresentazione decadente.
lunedì 16 dicembre 2013
Artefici di qualità.
La più accreditata produzione vinicola italiana, che costituiva una festa per le comunità agricole, che vi riscoprivano l'ebbrezza di sopite ma non cancellate, cerimonie vitalistiche, è diventato l'inferno di ignorate comunità di lavoratori migranti, provenienti dalla Bulgaria e dalla Macedonia. Per lucrare profitti sempre maggiori, piccole aziende vitivinicole assoldano braccianti bulgari e macedoni con passaporto bulgaro, senza incorrere nella possibile denuncia per impiego clandestino di maestranze extracomunitarie. A loro dovremo la più sofisticata diffusione dei vini piemontesi, ad esempio, ma non solo. Costoro che erano stati già saltuariamente impiegati negli ultimi anni, trovando ricetto, la notte, nelle auto o sulle panchine, "godono" adesso di vere e proprie bidonvilles, nelle adiacenze dei filari, Le aziende, non più paghe del lavoro occasionale indigeno che la legge consente loro di sfruttare, ricorrono a vere e proprie "agenzie" di collocamento al lavoro macedoni che sfruttano la possibilità di ususfruire del doppio passaporto per le maestranze di "origini bulgare". Come per i calciatori extracomunitari. A prezzi irrisori, i "produttori" possono ususfruire di un lavoro oscuro, molto meno costoso dei macchinari, con una resa stimata in 10.000 euro per ettaro. Riforniranno,a prezzo scontato, le cantine di stagionatura - ottenuta ormai, quasi sempre attraverso la pastorizzazione del vino - e da lì, le bottiglie emigreranno verso i ristoranti e gli empori di vendita che ne moltiplicheranno il prezzo, per una ristretta utenza. Ormai, le strutture intermediatrici e fornitrici della merce-lavoro sono sempre più brutali e incivili, nonostante la concorrenziale deregolamentazione del lavoro autoctono che non può più "confrontarsi" con questi negrieri delle braccia, che, contrastati o privati del loro interesse, si fanno intimidatori verso una offerta che nessuno tutela e garantisce. Il criterio di esclusione è il minor prezzo alla produzione: quanto alla vendita, si fa sempre più costosa ed elitaria, redditizia come ai ben tempi, per i feudi coltivati. Il cosiddetto lavoro non qualificato sembra sparito perché sovrastato da una miriade di competenze tanto diffuse, quanto nominalistiche e d'occasione, mentre se ne usufruisce massicciamente, abusando della miseria, mentre anche le cosiddette "conoscenze", sono pagate in relazione alla loro inflazionata diffusione.Qualità ed eccellenza sono simili al vino "sofisticato" che, tramite povere ombre, viene prodotto.
domenica 15 dicembre 2013
Sotto la crosta della glaciazione istituzionale.
L'Unione europea, ad onta del suo nome, va balcanizzandosi; la Russia è di nuovo parte, estranea ed antagonista, dell'Europa medesima e si differenzia dai Paesi filo americani, dalla Germania in particolare, che della geostrategia di controllo del mondo è ormai di nuovo parte integrante. La collocazione al fianco degli Stati Uniti è semplicemente necessitata da rapporti di dominanza in via di rapido stravolgimento, alla luce dell'attrazione-distrazione che la Cina sta esercitando sul versante orientale del Pacifico. I Cinesi hanno avuto l'accortezza di prendere atto dell'evoluzione capitalistica del mondo, dopo il dissolvimento in europa del blocco comunista, ma hanno intelligentemente rafforzato la presa organizzativa del Partito comunista cinese, su una società che, altrimenti si sarebbe polverizzata e che sarebbe riprecitata nello sfruttamento e nell'indigenza. Forte dell'esperienza riflessa dell'Unione sovietica, che si era ridotta a mendicare anche i generi di prima necessità, ha conciliato prgmaticamnete capre e cavoli ideologici e sta spianando il mondo, con l'unico limite della sua autoreferenzialità demografica e territoriale, ma con una fortissima spinta ad acquisire tecnologia e a tenere per le palle l'indebitatissima potenza militare americana, della quale detiene i due terzi del debito pubblico. I Russi sono ritornati ad un nazionalismo non esclusivamente eurocentrico e stanno rapidamnete riorganizzando la loro potenza militare, per porsi al riparo da ingerenze e influenze che ne possano nuovamente minare la stabilità. Decisa a riacquisire il suo status di potenza, ha abbandonato i radicalismi ideologici del comunismo e cerca anzi di riallacciare i rapporti con le religioni, pur attribuendo uno status privilegiato alla Chiesa nazionale ortodossa. Alla fine, spiace dover constatare che la possibilità di infrangere il monolitismo difensivo, ma regressivo, che ancora inavvertito, emerge or qua or là, sta nell'anarchia finanziaria del capitalismo, nel primo "errore" denunciato nel Sillabo, senza le cui sperequazioni ed ingiustizie, ci coaguleremmo in un crogiolo assente di libertà. Con tutti i suoi limiti, è ancor oggi il modello che meno si allontana dalla natura umana, così com'è. Anche se molti ne soffriranno. Anche perché non è affatto detto che l'attuale condizione di pace, che sfoga la conflittualità solo all'interno degli Stati depotenziati, sia insuscettibile di nuove situazioni belliche, che si è portato finora il più lontano possibile dai confini della nazioni che beneficiano della materie prime dei Paesi al centro di tuti gli ultimi conflitti, che hanno visto una partecipazione internazionale.
La macina dei corsi e dei ricorsi.
Vladimir Putin, dopo essersi imposto ripetutamente alla guida del Governo russo, da Primo ministro e da Presidente della federazione, ha finalmente mostrato al mondo che la Russia, fuori dall'Unione europea e dall'orbita di influenza americana, non vuole farsi condizionare dalle ex colonie sovietiche, né vuole lasciarsi intimorire dall'accerchiamento militare occidentale. Ai suoi confini ha già neutralizzato l'adesione alla NATO della Georgia e provocato la defenestrazione di Kavazashvili, ultimo dei ministri degli esteri dell'Unione sovietica nel Governo di Gorbaciov e speculato pesantemente sull'atteggiamento della confinante Ucraina, circa la sua adesione all'Unione europea e all'alleanza atlantica, prima avvelenandone il Presidente uscente, poi favorendo gli oppositori della Tymosenco, comunque ladra come l'attuale vertice del Paese e attualmente in carcere. Parteggia per i filo russi, minacciando di far tangere i confini ucraini al gasdotto, anziché continuare ad attraversarli e subire furti d'energia. L'Ucraina deve scegliere fra l'indipendenza e il gelo. Putin è stato probabilmente una delle parti congiurate nell'omicidio di Anna Politkovskaja - resta nebulosa anche la pista della mafia cecena, che eventualmente non avrebbe agito in dissonanza dalle intenzioni del piccolo Zar - ed è un autocrate che della democrazia rispetta solo le parvenze e i benefici finanziari, dai quali esclude i suoi potenziali competitori con processi farsa, esilio o detenzione. Viene dal KGB e conosce bene la Russia profonda e le strategie internazionali. Dopo la disastrosa esperienza di Boris Eltsin, che aveva voluto con ogni mezzo - anche buffonesco - il potere, durante il quale gli ufficiali dell'Armata rossa proponevano nelle fiere occidentali ogni sorta di armamento trafugato e le onorificenze sovietiche che, per anni, hanno fatto bella mostra di sé sulle bancarelle di paese e finanche in quelle delle Feste dell'Unità ultima maniera, Putin ha puntato in maniera esclusiva sul riarmo e la rivalorizzazione dell'armata russa, che in precedenza si era abituata a non ricevere più lo stipendio. Ha avuto indubbiamente successo. Si è appartato rispetto all'Unione europea, intravedendo in essa una coalizione di Stati contro lo tsunami finanziario innestato e prodotto negli e dagli Stati Uniti, per riaffermare, dopo la Guerra fredda, la loro egemonia, che per essere, deve essere economica o, in questa fase, finanziaria. Ha individuato nella Germania la punta di diamante europea della coalizione NATO in Europa, in quella Germania nemica storica della Russia e dominatrice sugli altri Paesi centro e sud occidentali del continente. La Russia non torna al comunismo, che fu l'ordine post rivoluzionario, né al sovietismo, essendo troppo forte il richiamo delle sirene occidentali, non tanto per le popolazioni, misere come prima, ma meno tutelate, quanto per i neo oligarchi industriali e finanziari, che hanno cambiato casacca. La Russia sembra tornare al suo isolamento eurasiatico. Impossibilitata, per ora, ad espandersi nuovamente verso ovest, cerca di non farsi circondare, né da truppe che teme relativamente, né da sistemi missilistici, che già furono la causa, a livello "stellare" della sua implosione economica. Dopo che gli Statunitensi hanno installato varie rampe di missili nucleari ai suoi confini, adducendo che servivano a fronteggiare la minaccia della nord Corea e dell'Iran, Putin, in capo a qualche mese, ha posizionato i suoi missili balistici sul confine polacco. Gli ordigni non possono colpire gli Stati Uniti ( anche se ne possiede, in grado di farlo ) ma possono planare tranquillamente su Berlino e sul territorio tedesco. Una interpretazione chiara della natura che la Russia politica attribuisce alla Unione europea e, ai vertici ed al cuore della medesima, della Germania e della sua relazione con l'egemonia planetaria degli Stati Uniti. Intanto i Cinesi sono arrivati sulla luna con la loro prima stazione spaziale. Cinquant'anni dopo, il canovaccio della potenza economica, espansiva sul piano strategico e militare, delle comunicazioni e dello spionaggio, della logistica e della possibilità d'attacco-difesa, si ripete. Gli Iraniani manderanno una povera scimmia al posto loro, per ora. Anche questo non è originale. Casomai un po' velleitario ( ma è proprio così? ) per la tecnologica potenza regionale islamica, che ha defenestrato l'alleato principale degli Stati Uniti in Medio Oriente, che ha una base popolare plebea, ma non rinuncia alle ambizioni che, sul piano scientifico e tecnico, oltrechè economico, si può permettere. Non c'è più il comunismo, c'è ancora il capitalismo deindustrializzato, almeno nelle sue forme stabili, nazionali e pesanti, risorgono gli "imperia" territoriali, i popoli regrediscono, per ampi strati, nella povertà. Senza, nella maggior parte dei casi, rendersene ragione. Si comincia un altro giro. Solo le Pussy riot e i movimenti informali, in giro per il mondo, gridano la loro rabbia impotente sotto la crescente repressione di Stati sempre più oligarchici, ma il popolo bove continua a brucare mansueto. Sembra tornare l'età degli Imperi, contro il globalismo indefinito e indefinibile. L'una e l'altra, ancora una volta, coinvolgono ma non riguardano i popoli.
sabato 14 dicembre 2013
Storiche riproposizioni.
A Torino, piccola patria dell'operaismo e alla Sapienza di Roma, da una settimana si succedono le manifestazioni civili e studentesche e, contro le une e le altre, si susseguono le cariche della polizia, diretta politicamente da qul giuggiolone di Angelino Alfano, che, fino a poche settimane fa, favoriva il sequestro sul suolo nazionale della Sig.ra Shalabayeva e della figlioletta, per compiacere il suo padrone, che avrebbe tradito di lì a poco, in funzione simil-montiana e ministeriale. Farà la stessa fine, con ogni probabilità, trattandosi di una nullità, alla stregua di una Carfagna o di una Santanché qualunque. Se la protesta populista e antifiscale dei forconi ha una chiara connotazione di destra e ha visto la manifesta solidarietà della sbirraglia, gli eventi torinesi e universitari romani configurano il ritorno di un contropotere di sinistra che con la destra vandeana dovrà confrontarsi, prima ancora che con istituzioni assenti e eterodirette. Le prese di posizione dei sindacati sono tartufesche; fuori dai loro apparati in una spirale discendente di rappresentanza, possono sperare solo in un riconoscimento informale di un ruolo di testimonianza e para istituzionale. Ed è a questo che i vertici della trimurti litigiosa ormai aspirano Il neo Segretario del PD, Matteo Renzi, per quanto si debba fare la tara a tutto quello che dice, ha spezzato la cinghia di trasmissione fra una parte archetipica del suo partito e la CGIL. D'altra parte è un democristiano che aspira ad attrarre tutte le frattaglie della balena bianca alla sua parrocchia, contenendo i rigurgiti neo centristi, almeno sulla sinistra. E' la condizione del suo acerbo potere, mentre tutta la nomenclatura stantia dell'ex PCI ed anche parte della DC popolare che fu, sono sulla via dell'esodo. Si riproducono, infatti, gli stessi meccanismi e gli stessi modelli, in ogni ambito della società minore italiana. Se nelle manifestazioni dei forconi scorgo gli embroni della reazione che si riarma e cerca di arruolare la frustrazione crescente, nelle manifestazioni torinesi e romane, popolari e universitarie, mi sembra di cogliere il germe di una nuova e avventurosa contrapposizione di classe e culturale.
venerdì 13 dicembre 2013
Ritorno ai forconi.
La forconite nazionale non si discosta da nessuno dei movimenti e degli atteggiamenti della nostra breve storia nazionale. E' una ribellione apparentemente spontanea, che deriva dalla perdita di una serie di posizioni di rendita che costituivano - in parte - il keynesismo nostrano. Associazioni di imprenditori falliti, di disoccupati che si attardano sull'ereditarietà del posto di lavoro, reddito di sussistenza clientelare che sta per essere sostituito da quello di cittadinanza e che costituirà un'indennità di disoccupazione..perenne. Il lavoro, proprio perchè è diventato flessibile, è aumentato esponenzialmente e le retribuzioni di fatto ( anche artefacendo il diritto ) sono diminuite, mentre la rincorsa contributiva rischia di appiattirsi su pensioni decrescenti, soprattutto se non saranno percepite per breve tempo. Se non è un progetto di proletarizzazione della piccola borghesia, è qualcosa che mi sfugge. La ribellione indistinta è facilmente criminalizzabile, anche se il successo dei movimenti populisti e forcaioli, rappresenta, per ora una patina protettiva per queste pirotecniche proteste. La stessa ascesa di Matteo Renzi è un adeguamento a sentimenti mediocri e indeterminati. E pensare che a ben altri esponenti della sinistra , quella comunista, che non rinunciavano a ragionare con la loro testa, venivano comminate espulsioni ed ostracismi. La designazione del candidato dell'apparato, tale Cuperlo, alla presidenza, prima rifiutata e poi accettata, serve a incollare vecchie logiche al nuovo vitalistico e parolaio movimentismo. La natura forcaiola e destrorsa della protesta popolare, più incline a reclamare la penalizzazione di questa o quella personalità, aspressione emblematica di un modello e di una parte sociale che ad affermare pretese, ma anche ad assumersi impegni, se non altro di tenuta, è un prodotto del nichilismo fattuale, dell'inazione di governo. Durante il cinquantennale periodo della sostenibilità clientelare, le guarentigie favorivano qualche pigrizia: è assolutamente vero. Ma questo fenomeno, non raggiungeva il 20% della forza lavoro impiegata e, se non veniva sollecitato, era perché la staticità nelle mansioni presumeva di poter trarre il massimo o il meno peggio da queste figure, che, ritenendo di autoaffrancarsi, erano invece tenute ai margini dei processi.
Ora, ai margini dei processi, ci sono legioni di cittadini e, fra di loro, divisioni di laureati che, non troveranno un lavoro acconcio, ma non per questo, indipendentemente dalla schifiltosità maggiore o minore, saranno adattabili a lavori estemporanei e di rivalsa, senza che vivano problemi e che ne riflettano gli effetti sull'ambiente di lavoro e, soprattutto, familiare. Il senso di disagio e di insoddisfazione, comunque, non deriva dalla mancanza di prospettive, ma dalla realtà di deprivazione materiale e concreta, che precipita nella depressione morale. La crisi è una condizione molto diffusa, ma soggettiva. I problemi non si risolvono, si rimandano soltanto, in attesa che si ricompongano lasciando inalterati gli assetti di potere.
giovedì 12 dicembre 2013
Le macerie della democrazia.
Avvolti nella bandiera tricolore, i comizianti del movimento dei forconi inneggiano a valori stantii di un'Italia vandeana e rurale. Non riconoscono - per ora - appartenenze politiche ed è ovvio che non ne abbiano, naif e generici come sono. Un sentore di destra potenziale, dietro questi principi, tanto scontati quanto emotivi, si avverte; il gesto di solidarietà dei poliziotti in servizio a Torino, che si sono tolti i caschi per la carica, va, a mio avviso, interpretato in questo senso, essendo certamente i poliziotti dei proletari, ma dei proletari indiscutibilmente di destra, estrapolati da culture contadine meridionali e dai borghi del sotto-impiego da statali, con foresterie e furerie a cui attingere e una serie di valori manganellatori verso i quali distinguersi ed infierire con persone di cui avrebbero condiviso la condizione economica - diversa quella culturale -, se non avessero vestito la divisa. Se la preponderante quantità dei forconisti è plebea, non lo è sempre l'apparentemente improvvisato apparato organizzatore, che si sposta rapidamente di città in città, mentre non mancano le giornate intere di rappresentazione, a cura di singoli oratori, su qualche piazza, a suggerire una struttura insufficiente e labile, che, gridando vuole millantare di essere più numerosa e ramificata. Anche oggi, a Bologna, un tonitruante tribuno ha arringato, dalla tarda mattinata fino a sera, i passanti. Tornando a casa, l'ho sentito affermare che la Digos ( che era presente a mezzogiorno ) gli aveva infine sorriso, gli aveva fatto capire che "era con lui" e se ne era andata. Infatti, non c'era più. Se "gli hanno sorriso e gli hanno fatto intendere che erano con lui" vuol dire che si è appellato a sentimenti scontati, non ha appesantito la sua loquela con analisi dei fatti e dei fenomeni, non ha indirizzato la sua violenza verbale contro principi vandeani, tipici della sbirraglia. Si tratterebbe quindi della prima importante manifestazione di un movimento neofascista di massa in Italia; non potrebbe altrimenti essere uniformemente difuso al nord e al sud. Quest'ultimo, in una situazione di profondo regresso economico, al quale è abituato, ma anche e soprattutto civile, privo com'è di una possibilità di espressione ed organizzazione politica moderna, si ritrova all'improvviso alla ribalta: una ribalta spoglia, desolante. Qualche entusiasta ingenuo ci sarà senz'altro, a far numero, costoro sono sempre chiamati. Sono, codesti, la massa di manovra e la testa d'ariete di un vertice dissimulato e discreto, che, per ora, parla sempre di non violenza, ma accusa, censura, esclude, mette all'indice, mentre la protesta pare priva di qualsiasi possibilità di sbocco efficace, simile a una protesta confusa e generica che non si pone obiettivi raggiungibili o che dichiari gli obiettivi concreti delle mobilitazioni, che devono invece essere proposti per scopi chiari. Quali che siano le intenzioni o le caratteristiche di questi improvvisati oppositori, le loro grida si diffondono su un ammasso di macerie civili, sulle rovine di un modello democratico che, alterato nei suoi equilibri precedenti, ha perso pericolosamente la sua base di consenso, che non basta evocare per richiamare in vita. Il fallimento di una rete molto grande di imprese di medie e piccole dimensioni, l'avidità da deficit dello Stato, coniugate con la disoccupazione endemica del mezzogiorno, l'inaridirsi delle fonti clientelari e pubbliche del reddito elettorale, improvvisamente e supeficialmente si omogeneizza con quello delle masse neo disoccupate o mai occupate del centro-nord; si creano le condizioni torbide, nelle quali si esercitano abili pescatori.
Questo, per quanto attiene ad una prima e superficiale analisi del fenomeno, al quale hanno dato spazio e respiro le politiche dissennatamente complici fra il Governo, o parti di esso, e il peggior gattopardismo, in una neo alleanza fra le espressioni più conservatrici delle polarità, meridionale e settentrionale del nostro Paese e che, certamente, giocheranno di concerto con un'espressione ingannevole di un malcontento giustificato e in diversi casi, drammatico, che purtroppo si è già cominciato a strumentalizzare.
lunedì 9 dicembre 2013
Sotto la sabbia del deserto.
Se ci si effonde dal centro angusto di una caotica città medievale, come Bologna - almeno durante il giorno - invaso
da sgambettanti formiche operose, che sembrano (s)fuggire ancora da una potenziale maggior fatica, dandosi un
tono per avercela fatta, ma poco convinte del risultato, verso la conurbazione dei suoi comuni rurali, trasformati in
depositi commerciali, se ne misurano le distanze, ancora molto mal servite. Quando lo sono, i mezzi pubblici,
sbuffanti e dalla frizione sfuggente, trasportano quasi esclusivamente immigrati, che, a parte il clima e la luminosità,
si rifamiliarizzano con i cosiddetti "trasporti rapidi" dei loro Paesi, sia in Africa, sia in Asia, sia in Sud America. Si
aprono strade troppo ampie per poter esserci familiari e si incappa, infine, in commessi con uniformi colorate che
piantonano macchine esattrici ( per il pagamento delle merci, con le carte magnetiche ), che smerciano le stesse
boiate a prezzi fai da te; le stesse boiate che a prezzi triplicati, affettati imbranati/e vanno ordinando nei superstiti
empori ridotti. Anche le nicchie vanno chiudendo, come non era mai avvenuto o vanno trasferendosi in ambiti più
vasti, dove possano ancora trovare ricetto ed acquirenti in numero sufficiente. Si abbatte un'altra illusione: la
personalizzazione del prodotto, di quel che è comune, ma che dispettosamente vogliamo in esclusiva per noi. Il bello
è che non smettiamo di cercare di differenziarci nell'omogeneo: per questo siamo così sensibili alla pubblicità e ai
colori del piumaggio. Le dichiarate appartenenze, le fedi secolari non macinano più. Fino a poco tempo fa, in una
insana finzione o in un contraddittorio(?) adattamento, ci si poteva affidare, fin dall'adolescenza, al Parroco o al
Partito. Ma, per ora almeno, il profitto non ha più bisogno di intermediari istituzionali e questi ultimi,
francescanamente, se ne dolgono. Mettersi in maschera potrebbe non sortire più effetti, blandire il padrone,
cambiarlo, non ti eviterà la sferza, fino a quando sarai sfinito. Accontentati di esultare , in un contesto vittorioso,
anche se tu non vinci mai.
Noia.
Di questi tempi...recessivi, lo spettacolo quotidiano non offre, da tempo, spunti interessanti. La società liquida, come è stata efficacemente definita, si gonfia e si sgonfia in una risacca senza meta. I fautori di una socialità esclusiva lamentavano che, durante i cali di tensione, le persone riscoprissero - loro dicevano " si ripiegassero" sul privato. Adesso ci si ripiega e basta, se e quando - e i casi sono tanti - anche il privato fa schifo. Se si è giovani non si omette di ridere di tutto: l'energia e la lunga prospettiva, coniugata con la leggerezza dei pesi, inducono alla contentezza; l'amicizia sgrava l'animo, anche nel deserto..figurarsi nella confusione quotidiana che riesce a distrarre anche i più meditabondi. Se si è più anziani, nel momento di passare il testimone e mentre gli spazi, che sono sempre gli stessi, vengono, mano a mano, occupati, si fa fatica ad individuare un miglioramento di prospettiva per i propri posteri, mentre è più consueto constatare un consolidamento, nel bene e nel male, delle proprie posizioni di partenza. In fondo, si è rimasti fermi accidiosamente, non si è aspirato ad altro che a mantenere le posizioni e si declina nella delusione. Verranno nuove ripetizioni, ci si rinfrancherà per un attimo e poi si passerà la mano definitivamente a spettro lungo..quanto lo spicchio di vita apprezzabile. La cosiddetta mobilità sociale si stimerà dal numero dei vecchi soggetti che saranno falliti - raramente in povertà, se avranno avuto l'avvertenza di non indebitarsi troppo e di accantonare ogni utile carpito, alla faccia delle perorazioni, politiche e morali, all'investimento con detrazione fiscale - tanto le tasse non le hanno mai pagate. Per quanto non ne manchi la percezione nelle rappresentazioni quotidiane, mi manca il teatro, quello professionale, di cui sono stato frequentatore ed amante. E' stato una fonte di abbeveramento critico, storico e di costume, delle idee e dei sentimenti costretti nel bacile angusto di menti troppo evolute per essere sane, che, per fortuna, non possono accettare la sanità della rassegnazione o dell'accomodamento. Ho una forte nostalgia dell'evasione e dei lunghi viaggi, al ritorno dai quali avevo sempre ccon me un bagaglio ben più copicuo di quello materiale e al seguito; alcune volte ho trovato uniformi assonanze con letterati viaggiatori che mi avevano preceduto e che si erano espressi come avrei potuto fare io. Dunque, quelle società non erano mai mutate o la sostanza immutabile di quelle società, molte delle quali non confuse dal chiasso consumistico, si era mantenuta intatta attraverso qualche filtro protettivo. Le società post comuniste lo hanno rivelato, in modo inconfutabile. Esiste, infine, una possibilità di progresso, inteso in senso non strettamente tecnico? Prosaicamente, se, fino al recente passato, lavorare in un'officina era stata una sorta di "damnatio ad metalla", prima che diventasse velleitario, contingentemente, al giorno d'oggi, vi si sfugge fin troppo facilmente, non essendo redditizio per chi vi investe i propri capitali, ricorrere agli operai di Vulcano, perché ne vuole un immediato ritorno, più per rassicurarsi circa il suo comodo stato che per conseguirne denaro utile, dato che troppi sono i neo-schiavi "liberati" all'uso, in giro per il mondo, venuti al mondo per fuggevole ed indifferente impulso, mentre gli ex schiavi affrancati sono liberi di veder trascorrere, senza ulteriori illusioni, i loro giorni. Tra poco avranno anche il salario di cittadinanza per abbrutirsi. Il mondo degli uffici è diventato un punto di abbeveraggio di maestranze mantellate sempre in movimento per rincorrere i ricchi, non propriamente come belle ragazze sognanti; gabellieri o frontalieri del padrone che li soddisfa con una mancia e li incanta con sedi strappate al ridimensionamento della rendita degli altri, in momentanea difficoltà, luoghi di ricevimento dei depositanti, starter up di infinite ripartenze. In Ucraina i dimostranti della bella ladra abbattono le statue di Lenin e invocano l'Europa. In altri tempi avrei condiviso, oggi non rivaluto il sistema ma ne comprendo la qualità, contraddittoria al suo interno, ma efficace come argine e contrasto, che induceva anche i più reazionari a miti consigli nella parte non totalitaria del continente e, soprattutto, non consentiva mascherature propagandistiche dei propri scopi. Dopo ogni giorno ci si inoltra in un viaggio che, ogni giorno, terminerà. Un "Viaggio al termine della notte". Una leggenda popolare, ben nota anche agli analfabeti, in India, distingue fra mondo delle Tenebre e mondo della Luce: è il sistema illegale, ma vigente, delle caste. Viaggiando attraverso l'India, sono continue le sollecitazioni e le comparazioni con le simbologie e gli archetipi, lontani e dispersi, irriconoscibili perché confusi, ma unici, ripresi, neppur compresi e continuamente riadattati a usi consumati e poi, di generazione in generazione, di nuovo rielaborati e riproposti, in forme estreme o labili e compromissorie, meno riconoscibili, quindi, che possono preparare la strada alla possibile rimanifestazione dei mostri. Gli Indiani dicono che si tratta di una lotta "di testa" fra Dio e il Diavolo e che si tratterebbe del puntiglioso conflitto fra il Diavolo che si è stancato di fare il leccaculo di Dio e il Signore che cerca di emarginarlo e di contenerlo, suggerendo la sua ammirazione a tutti gli altri e la contentezza, da parte loro, ad averlo per Signore.
domenica 8 dicembre 2013
Concreta..assenza.
Una signora di Trento, che possedeva un maialino di nome Ettore, ha chiesto alle autorità della sua città di ricercarle l'amato animale. I pompieri, incaricati all'uopo, si sono dati da fare, ma, ritrovatolo, hanno ritenuto di compensarsi uccidendolo e mangiandone le carni. Alla padrona hanno restitituito i resti, dopo averli ulteriormente sezionati e suggerendole di surgelarli. Non hanno avvertito, neanche larvatamente, che la bestiola poteva rivestire un senso non convenzionale per la proprietaria, estraneo alla commistione, che si sono sentiti in facoltà di attribuirsi, a ricompensa del successo della caccia. L'animale che, nei suoi mesi di cattività, aveva potuto giocare indisturbato con i cani e che non era destinato alla macellazione, proprio per questa atavica riacquisiszione di sicurezza e per lo spirito di indipendenza che tanto spesso perde non solo i maialini, un giorno è fuggito ed ha fatto la fine sopra descritta. La proprietaria, che ha chiesto aiuto alle autorità costituite, non sospettava, nella sua fede superficiale, di che cosa fosse difenditrice codesta marmaglia tutoria. Un ragazzo di quindici anni è stato freddato alle spalle da un soldataccio israeliano a cui aveva tirato un sasso. E' il ventiseiesimo minore ucciso dall'esercito sionista nell'anno in corso. Dopo il film della ricercata uccisione di un bambino, rimasto a lungo allo scoperto, accovacciato a terra abbracciato al padre implorante, gli abusi fisici e sessuali delle truppe di occupazione ed evacuazione, solo perché prese di mira da sassi e fionde, precipitano la contesa irriducibile fra le due etnie concorrenti allo stesso territorio, nell'abisso della miseria umana più meschina. Che dovrebbe trovare sanzione pubblica ed esemplare su questa terra e non demandata a un dio, invocato da ambo le parti, ma che non esiste. Ma anche alla giustizia umana non credo.
sabato 7 dicembre 2013
Non c'è più nessuno che ponga e difenda confini.
Riprendo e pubblico questa dichiarazione del premio Nobel Dario Fo. Prendendo spunto dall'ultima resa al profitto, traccia una via, l'unica storicamente conosciuta, per arginare il dissesto economico in progress, investendosi e investendoci della recuperata e delocalizzata condizione di schiavismo dei lavoratori-produttori di questi profitti. Il profitto è mobile, è internazionalista: devono esserlo anche i lavoratori.
"Non c’è limite all’ingiustizia e alla prevaricazione che il sistema economico è capace di mettere in atto nei confronti dei lavoratori. Sembra che all’istante l’Italia sia decisa a sbarazzarsi brutalmente di coloro che tengono in piedi i tesori della sua grande tradizione artigiana e produttiva, che tutto il mondo ci ha invidiato per secoli.
I lavoratori delle cartiere Burgo di Mantova corrono il rischio di essere mandati a casa senza tanti complimenti, mettendo sul lastrico numerosissime famiglie. In nome di cosa? Solo del denaro, del profitto, della perversa logica secondo cui se mi servi ti tengo e quando non mi servi più ti butto per strada senza pietà. Un disastro non solo per un’azienda, ma per tutta la città di Mantova, che viene a perdere una delle sue più importanti realtà produttive. E dire che stiamo parlando dell’unica cartiera in Italia che produce la carta per i quotidiani! Ciò significa che da questo momento giornali come Il Corriere, La Stampa ed altre centinaia di testate, saranno costrette a comprare all’estero la carta su cui gli italiani leggeranno le ultime notizie.
Purtroppo questo è un fenomeno che oggi in Italia sta diventando quasi la norma. Da anni ormai gli imprenditori italiani spostano le nostre aziende all’estero, dove le paghe dei lavoratori sono più basse, anche del 75%, e dove ovviamente si pagano meno tasse. Peccato che spesso in questi paesi i lavoratori non abbiano alcuna garanzia e si trovino ad operare in condizioni talvolta disumane. Ma come, abbiamo lottato tutta la vita perché ai lavoratori del nostro paese fossero garantiti i diritti fondamentali, e adesso mandiamo le nostre imprese in nazioni dove questi diritti nemmeno esistono?
Eppure alcuni fra i marchi più importanti d’Italia non si fanno alcun problema a comportarsi così. Facciamo un po’ di nomi. Fra coloro che hanno delocalizzato all’estero troviamo per esempio la Geox (stabilimenti in Brasile, Cina e Vietnam), la Benetton (che è andata a produrre in Croazia) e la Bialetti (che apre fabbriche in Cina, mentre i lavoratori di Omegna vengono mandati a casa). Ma la regina delle delocalizzatrici è senz’altro la nostra Fiat, che ha scelto di produrre le macchine italiane in Serbia, Polonia, Russia, facendo perdere all’Italia negli ultimi dieci anni ben 20.000 posti di lavoro.
Per quanto ancora vogliamo sopportare questa situazione al limite dello schiavismo? Quante altre “situazioni di emergenza” ci faranno bere, da quanti altri “baratri” ci dovremo salvare rimandando i provvedimenti più necessari e mantenendo in vigore questo sistema vergognoso che, lui sì, ci sta veramente portando a sfracellarci al suolo?
La cosiddetta “libera iniziativa” degli imprenditori viene platealmente sbandierata come un inalienabile diritto di chi detiene il potere economico. Ma attenti! Questa libera iniziativa non può diventare la libertà di disporre con disinvoltura della vita e del futuro dei lavoratori. Non solo, ma di un’intera società.
La verità è che è necessario un serio intervento dello Stato, il quale deve finalmente discutere ed approvare una legge che affermi che la gestione di un’impresa non può non tenere conto delle esigenze e della volontà di chi ci lavora dentro.
Bisogna che le istituzioni riconoscano pienamente che i lavoratori sono parte fondamentale del processo produttivo, e come tale non si possono trattare come degli arnesi da lavoro, delle macchine che quando non servono più, o costano troppo, si buttano via. Al contrario essi devono avere la reale possibilità di dire la propria nella gestione e nelle decisioni che riguardano la vita dell’azienda, a cui essi danno la propria vita.
Se si continua a non intervenire significa che il nostro governo accetta questo vero e proprio sfruttamento e rende lecita una gestione a dir poco criminale dell’economia italiana.
Uno Stato civile degno di questo nome non può starsene lì ad osservare come imbesuito una situazione che diventa di giorno in giorno più drammatica, ma deve intervenire a piedi giunti per cancellare la possibilità che le aziende possano essere da un giorno all’altro spostate in altri paesi, al solo fine di accumulare sempre più denaro, infischiandosene di coloro che hanno contribuito alla crescita e allo sviluppo di quelle imprese e dell’intera società nel modo più concreto di tutti, cioè con la propria fatica e il proprio lavoro."
Apparenze competitive.
Abbandonata la ridotta del già Banco di Santo Spirito e il suo atto di fondazione di Paolo V, che ha continuato ad accogliere gli avventori, anche dopo l'Avvento dell'Unicredit in noi e del Credem'a me, quest'ultimo, dopo aver spilorciato sulla pigione, che è servita al precedente direttore-fondatore per pagarsi, percentualmente, il mutuo della sua magione, è approdato sui viali, sui quali, inchinandosi all'incontrario al traffico finanziario, spera di raccogliere abbondanti provvigioni. La palazzina, di giorno, stona come un pugno in un occhio, con i suoi caratteri bucolico-padronali; ma, en passant, nessuno la noterà. Di notte, fa da sfondo alle contrattazioni di confine, le illumina per così dire. In linea d'aria si trova a trecento metri, dall'imponente private banking del Banco Desio, che ha rilevato, da ultimo, la villa avita, poi inurbata, di due avvocati bolognesi, possidenti e celibi. Passata per un'altra destinazione, che al momento mi sfugge, era fino a poco fa, un museo d'arte moderna specializzato e per pochi adepti internazionali: adesso manifesta, o semplicemente prova di suggerire, la potenza finanziaria di una banchetta tradizionalmente votata alla Borsa. La sua sede milanese, anonima e spartana, si trovava sotto l'arco che da via della Posta, a Milano, introduceva alla Piazza(etta) degli affari, di fronte alla quale si svolgevano le contrattazioni. Oggi, quella littoria e protezionistica costruzione, come il monumentale cubo da mille posti del Banco di Roma, con la sua grande lupa sul vertice alto della orrenda facciata, è sede solo di ricevimenti. La Borsa è on-line, le contrattazioni sono mondiali. Ma il sedimento e l'avviamento ( o forse solo la vocazione? ) sono restate e, apparentemente, anche i soldi per permettersi simili sedi. A volte, però, ci si adorna di apparenze quando la sostanza, anche economica, latita. In un contesto di ciclotimia finanziaria, nel quale le grandi banche si sono mascherate in nuove e ancor più grandi parvenze, le bancarelle, che non sono in grado di reggere la dinamica globale e che sono rimaste abbarbicate, con un forte sentore di naftalina, a costumi premoderni - ante marcia, direi - cercano di darsi un tono e di serrare i ranghi del servaggio di rivalsa verso una ereditaria sentina di spocchiosi ma sempre più sperduti reddituari, blandendoli con i birignao ipocriti di antica e nefasta memoria. Per continuare a farlo, dopo un assedio durato circa due anni, sono riusciti, per circa 600.000 euro, ad aggiudicarsi una palazzina di tre piani, calmierata dalla crisi immobiliare. Dovrebbe diventare il private banking del Credem'a me. Perché se ne noti la presenza, su di un palcoscenico tradizionalmente dedicato alle manifestazioni notturne; la notte, appunto, splende, di dentro e di fuori, di luci, come a dire: "sui Vostri accantonamenti non calerà mai la luce". Invece si tratterà di una cassaforte territoriale, dominicale, del tutto priva di caratteri di internazionalità; un "buen ritiro" per pavidi provinciali. Soprattutto, inoltre, marca la ribadita scelta di arroccarsi in una sterile difesa del privilegio, dentro gli angusti confini del privilegio stesso, in una stucchevole "ammuina" di manierismi, da invitati alla corte del signorotto di riferimento. Mentalità fondiaria in naftalina pura. Per far raccolta, fra ricorrenti, seppur rallentate, dimissioni di fornitori precedentemente ingaggiati allo stesso scopo, tanto da rendere rare le figure nate in azienda nell'ambito commerciale, ha ultimamente ingaggiato una famiglia di finanzieri, dei quali, il più anziano, simpatico e mio buon amico, farà bene ad uscire prima delle tenebre, per non trovarsi festeggiato da qualche sua conoscente professionalmente flessibile. Anche l'ipocrisia - intendo quella ambientale, fino al travestimento - sa di rancido. Adattandovisi si tutela la propria famiglia; peccato che si sia cominciato prima di costituirla, casomai per costituirla o finendoci coinvolti per fiduciosa allegria. Insomma, questa è la moralità corrente, ai diversi livelli di consapevolezza che trasfigurano solamente le stratificazioni economiche e sociali.
Senza commenti.
"Sono in possesso di una laurea e ho esercitato per vari anni, in società con Oliver Tambo, la professione di avvocato. Sono un prigioniero condannato a cinque anni di reclusione per essere uscito dal paese senza un permesso e per aver incitato la gente a scioperare alla fine del maggio 1961. (…) Non nego, comunque, di aver programmato azioni di sabotaggio. Non le ho programmate per avventatezza o perché amo la violenza. Le ho programmate a seguito di una valutazione serena e pacata della situazione politica venutasi a creare dopo molti anni di tirannia, di sfruttamento e di oppressione della mia gente da parte dei bianchi.
Ammetto subito che sono stato una delle persone che ha contribuito a formare l’Umkonto we Sizwe e che, fino al mio arresto nell’agosto 1962, ho svolto un ruolo di primo piano nelle sue attività.
(…) La mancanza di dignità umana sperimentata dagli africani è un risultato diretto della politica della supremazia dei bianchi. Essa implica l’inferiorità dei neri. La legislazione designata a mantenere la supremazia dei bianchi rafforza questa nozione. I lavori umili in Sud Africa sono, invariabilmente, svolti da africani.
(…) Gli africani vogliono percepire un salario che permetta loro di vivere. Gli africani vogliono fare il lavoro che sono capaci di fare e non un lavoro che il governo dichiara che sono capaci di fare. Gli africani vogliono avere la possibilità di vivere dove trovano un lavoro e non essere cacciati da un’area perché non ci sono nati. Gli africani vogliono avere la possibilità di possedere la terra nei luoghi dove lavorano, e non essere obbligati a vivere in case prese in affitto che non potranno mai sentire proprie. Gli africani vogliono fare parte della popolazione generale e non essere confinati a vivere nei ghetti.
Gli uomini africani vogliono che le mogli e i figli vivano con loro dove lavorano, e non essere costretti a condurre un’esistenza innaturale negli ostelli per soli uomini. Le donne africane vogliono stare coi loro uomini e non essere lasciate permanentemente in uno stato di vedovanza nelle riserve. Gli africani vogliono poter uscire dopo le undici di sera e non essere confinati nelle loro stanze come se fossero dei bambini. Gli africani vogliono avere la possibilità di viaggiare nel proprio paese e cercare lavoro dove vogliono e non dove dice loro di andare l’ufficio del lavoro. Gli africani vogliono la loro giusta parte di tutto il Sud Africa; vogliono la sicurezza e un ruolo nella società.
Oltre a tutto ciò, vogliono pari diritti politici, perché senza di essi le nostre menomazioni saranno permanenti. So che ai bianchi di questo paese ciò sembra rivoluzionario, perché la maggior parte degli elettori sarà africana. Ciò fa sì che i bianchi abbiano paura della democrazia. Ma non può essere consentito che questa paura blocchi la strada all’unica soluzione che garantisce l’armonia tra le razze e la libertà per tutti. Non è vero che la concessione a tutti del diritto di voto porterà a una dominazione razziale. La divisione politica basata sul colore è totalmente artificiale e, quando scomparirà, scomparirà anche la dominazione di un gruppo di un colore su un altro. L’Anc ha speso mezzo secolo a combattere contro il razzismo. Quando trionferà non cambierà questa politica.
È quindi questo, ciò per cui combatte l’Anc. La sua lotta è realmente nazionale. È una lotta del popolo africano, che trae ispirazione dalle sue sofferenze ed esperienze. È una lotta per il diritto di vivere. Nel corso della mia vita mi sono dedicato a questa lotta del popolo africano. Ho combattuto contro la dominazione bianca e ho combattuto contro la dominazione nera. Ho accarezzato l’ideale di una società democratica e libera in cui tutte le persone vivano insieme in armonia e con pari opportunità.
È un ideale per il quale spero di vivere e che spero di raggiungere. Ma, se sarà necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire."
Dichiarazione di Nelson Mandela davanti alla Corte boera che lo giudicava.
venerdì 6 dicembre 2013
Sotto traccia.
La Corte costituzionale, con brusca accelerazione, ha sancito l'incostituzionalità del porcellum elettorale. Rispetto alle sollecitazioni istituzionali, dopo che aveva rimandato il pronunciamento al 14 Gennaio prossimo, ha contraddetto le aspettative, com'era ovvio. La Corte deve infatti sentenziare sulla base della costituzione vigente e non secondo le intenzioni degli stregoni istituzionali che schiumano se e quando vedono contraddette le loro aspettative. Che cos'ha fatto la Corte? Ha preso spunto dal testo e ha sancito un serie di violazioni che, per conseguenza, hanno riaffermato la rappresentatività proporzionale, il diritto-dovere ( intriso di quanto clientelismo ben sappiamo )dei cittadini di scegliersi i propri rappresentanti; ha cioè posto dei cavalli di frisia alla riforma della Legge fondamentale della Repubblica, i cui connotati noti sono già di per sé poco democratici, certamente meno di quelli orizzontali stabiliti dai costituenti, anche se, nella prassi, anche per condizionamenti strategici internazionali, la sua applicazione è stata sempre tenuta sotto tutela. Molto più banalmente, ora si tratta di stravolgerla, perché trasformarla non sarebbe sufficiente, per adattarla al costume mercantile e per salvaguardare, sia pur a ranghi ridotti, l'apparato politico, raggrumatosi in babiloniche coalizioni, nelle quali il centrismo sfumato o la fa da padrone o provoca e provocherà scissioni. Il Presidente della Repubblica sarà anche il capo dell'esecutivo o sarà una figura influente, tutrice del Governo? Il dilemma non mi affascina. Preferisco la più ampia facoltà di dibattito, correlata alla possibilità concreta di prendere delle decisioni. Per questo, molestata dalle pretese delle istituzioni, dal momento che il Parlamento era ed è paralizzato, la Corte costituzionale si è finalmente pronunciata. Bene ha fatto a non accondiscendere a sollecitazioni sotto traccia.
Sono pochissimi i grandi.
Anche Nelson Mandela è morto. Dico "anche" perché questi abbandoni segnano il lento ma implacabile trascorrere del tempo e segnano delle pietre miliari sul nostro cammino, il cui esito è scontato. Queste personalità hanno rappresentato delle icone dei principi a cui abbiamo modestamente, ma fermamente creduto ed hanno elaborato, con la loro esperienza, simboli che non ingannano. Trentadue anni di segregazione in carcere perché non voleva accettare la segregazione razziale: tutta la sua vita valida sacrificata per il rifiuto di una condizione in cui vi erano panchine riservate per i bianchi e panchine per i neri e nella quale era meglio per molti morire che vivere da africaans. Ancor oggi, in Sud Africa, i discendenti dei coloni inglesi, i Boeri, nutrono nei confronti dei neri sentimenti inumani, che a detta di chi ci vive - un parente acquisito - non sono destinati ad affievolirsi. Eppure, sul piano politico ed istituzionale, quello su cui si è esercitata l'azione di Mandela e dell'African National Party, l'assurda presunzione di superiorità dei bianchi è stata superata da una delle legislazioni più liberali del mondo, quella per la quale, ogni tradizione e costume, sedimentati nel Paese, trovano tutela giuridica. Per questo, l'attuale Presidente, appartenente ad un'etnia che pratica la poligamia, ha potuto mandare in sua rappresentanza la quarta moglie. Se il pregiudizio, violento anche nelle sue manifestazioni materiali, sussiste, non trova più sponde nella legge che anzi consente a tutti di vivere secondo le proprie inclinazioni e, per ciò stesso, in maniera pacifica. Realisticamente. Se oggi i poliziotti di colore uccidono i loro fratelli minatori, reprimendone le manifestazioni e i sobborghi di Città del Capo e Johannesburg rigurgitano di violenza, mentre le scimmie predatrici tutelate si arrampicano sulle facciate delle case e, dopo essere entrate dalle finestre, saccheggiano le dispense e i frigoriferi, ciò avviene - a parte le particolarità naturalistiche, che vedono anche scippi dei sacchetti della spesa all'uscita dai supermercati - come in ogni popolosa e marginale conurbazione e non più per disperate rivolte contro la prepotenza dei coloni. L'umiliazione verso i neri si pratica ancora nelle Università e in altri lughi di affrancamento ai quali oggi i neri hanno accesso, in ogni circostanza sociale nella quale le circostanze ambientali lo permettono ancora, ma non esiste più sottomissione legale. Quando Mandela era in carcere, la di lui moglie lo tradiva. Di questo non le farei una colpa particolare: era giovane e la carne ruggiva. Durante la sua carcerazione, però, attingeva alle casse del Partito, del quale era diventata una sorta di leader amministrativa e faceva con quei soldi la bella vita. Per questo, invece, la colpevolizzerei. Appena uscito dal carcere, Nelson Mandela, senza fare drammi, divorziò da lei che, per certi versi, mantenne una sua presenza mediatica anche negli anni successivi, dando luogo ad una serie di interventi e di iniziative. Nella storia vera, non retorica dell'African National Party, oltre a quanto sovra esposto, ci sono state certamente tante mediocrità e doppi giochi che la cronaca non ha mai rilevato, perché ottenebrata dall'epica del movimento, ma, nella vita di Nelson Mandela, trascorsa in gran parte in carcere, non è stato possibile rilevare ombre. Neppure dopo la sua liberazione, ormai anziano, per un lungo post apartheid, quasi lungo come la detenzione, durante il quale divenne il primo Presidente della Repubblica democratica, con tutti i limiti e gli ostacoli che la democrazia stessa, per sua natura, comporta, ma che sono infinitamente migliori della bieca dittatura che rispecchia sempre gli interessi e le presunzioni della classe possidente o coloniale. La sua esperienza da Presidente e la vita pubblica che si è interrotta questa notte a casa sua, sono state segnate da cordialità, onestà e indiscusso prestigio. Per tutto questo Nelson Mandela è stato Grande. Oggi che il suo Paese è oggetto di un neocolonialismo cinese ( soprattutto a livello bancario ) e tedesco ( sul versante delle infrastrutture strategiche, che i germanici stanno massicciamnete acquistando, come in Grecia ( con la concorrenza della Russia ), all'isola d'Elba, dove occupano in esclusiva una parte del territorio e, pian piano - vedrete - in ogni dove, il globalismo finanziario sta apportando una nuova schiavitù per i popoli. Infatti i problemi non si risolvono mai, ma vanno sempre affrontati con una chiara discriminante fra il giusto e l'ingiusto e, nel farlo, solo pochi uomini hanno la grandezza di sacrificarvi la propria vita, che non sarebbe tale, per loro, diversamente. Mandela, i cui necrologi erano già pronti nella redazione dei giornali da alcuni anni e sono stati soggetti solo ad eventuali aggiornamenti, è stato uno di questi pochi e la sua storia spiccherà cristallina, come a pochissimi è dato, anche nel ricordo informato dei suoi posteri.
martedì 3 dicembre 2013
Crudeltà pre-evolute.
Emergency ha denunciato che in Repubblica centrafricana, diversi bambini, sopravvissuti ad un attacco, portato da non si sa chi, ma probabilmente da forze dell'esercito regolare, sono stati radunati in una sterrata e sono stati mutilati a colpi di machete. I bimbi appartengono ad un'etnia di professione musulmana, ma, soprattutto, sono nomadi per atavico costume del loro clan. Questa caratteristica di non controllabilità, insieme al pregiudizio senza filtri, né morali, né culturali, ne ha provocato il martirio: la perdita dei genitori e l'invalidità fisica e morale. Insieme agli arti degli infelici, i carnefici si sono strappati, anche ai nostri occhi civilizzati, la maschera che nasconde la genesi dell'odio pregiudiziale, un'altra erodiade. L'odio per l'altro si irradia fino a segnarne fisicamente la discendenza, perché sia evidente e afflittiva, mutila e annichilente, oggetto di un'inutile e discriminatoria pietà o del compiacimento interiore di chi l'ha provocata e può constatarne gli effetti emarginatori. La forma originaria e semplice di una cattiveria onnipresente e sempre perpetuantesi.
domenica 1 dicembre 2013
La dignità degli altri.
Finalmente gli stracci hanno preso fuoco. L'imprudenza dei lavoratori ignoti, in queste notti di gelo, ne ha provocato la carbonizzata riemersione. Uno che aveva raggiunto una finestra si è trovato impedito dalle grate che la chiudevano. Non si sa chi siano, né quanti fossero, nella fabbrica tessile-dormitorio, nella quale lavoravano ed in cui si coricavano dentro loculi artificiali in cartongesso. Si presume che altri siano alla macchia e che non denunceranno. Hanno fatto la stessa fine delle operaie americane che perirono per un incendio, il 1° Maggio, in un'altra azienda tessile, dopo che il padrone ve le aveva rinchiuse, in risposta ad uno sciopero. Una serrata di nome e di fatto, con sacrificio delle eretiche. E' per questo che, con correa rimozione, negli Stati Uniti il 1° Maggio non è celebrato e la "festa" del lavoro viene ricordata in altra data. Ma questi cinesi sono e resteranno ignoti, questi lavoranti senza personalità, tacitamente tollerati nella piccola capitale degli stracci, testimoniano di quali condizioni si nutra il profitto senza un adeguato percorso di denunce, rivendicazioni e leggi conseguenti che attestino un ordine e con esso un raggiunto livello di civiltà. L'accumulazione primaria in nero o in condizioni primordiali si alimenta di queste schiavitù e gli schiavi vennero risparmiati solo quando diventarono un bene difficilmente sostituibile, quindi funzionalmente ad una esclusiva valutazione economica. Cambierà qualcosa nella mafia pratese? Si affronterà il rischio di una violenza non più solo endogena a tutela dei diritti e della dignità sul suolo italiano?
Bricconerie e analogie.
Dunque l'E.N.I. faceva attrito al passaggio di fornitore dei suoi ex clienti e interpretava in termini protezionistici il libero e concorrenziale mercato che le aveva permesso di differenziare le sue attività, l'impiego dei suoi addetti e, attraverso il passaggio di società, i suoi costi. Non solo. Non ottemperava all'obbligo di fatturazione periodica, che doveva essere tanto più frequente, quanto più ingente era la fornitura. I suoi transfughi venivano puniti con doppie fatturazioni ( le proprie e quelle dei subentranti ), dal disordine indotto, dai rimborsi alle calende greche, dai costosi ricorsi legali, che non venivano portati a definizione, attraverso transazioni tardive. Nell'anarchia dei comportamenti acquisitori, non del libero mercato in se e per se che viene invocato per sedurre, al gioco senza principi di appartenenza si è subito contrapposta una gelosia esclusivista che, quando non riesce a vincolare, si vendica disturbando moralmente e penalizzando economicamente il fedifrago, quasi come in una relazione coniugale della quale si sia rotto il contratto.
Ovviamente, tutto quanto precede è avvenuto per disguidi burocratici e amministrativi, senza la volontà di sequestrare il consumatore finale...e via mentendo. Nelle piccole botteghe ( a forza di parcellizzare )come nelle famiglie di campagna, la gelosia investigativa si esercita e si espande fino ad occupare tutte le possibilità del potenziale traditore, fino a fiaccarne le facoltà e le velleità, offrendosi, anche quando non richieste, di soddisfarle. Le nonne rurali, prevalentemente, prima che i mariti uscissero alla sera per andare all'osteria, si facevano copulare, per potersi coricare serenamente, senza attendere il suo ritorno. E se il proprio "cliente" era vivace e vigoroso, anche più volte, per neutralizzarlo nelle ore succesive, mentre, in un negato ma non superato tradizionalismo, oggi, appunto, se ne anticipano i desideri, se ne immobilizzano le risorse prima che prendano altri rivi, se ne consultano i "sentimenti" con continue telefonate, se ne intercettano tutte le visite per tutt'altri scopi e, pedibus calcantibus, se ne seguono le orme fino al loro domicilio o studio professionale.
Eppure, le corna fioriscono, indotte dalla licenza mercatoria senza principi che, frutto di un'altra, meno dinamica, economia, abbiamo ( o meglio, hanno ) incautamente invocata nella presunzione di poterne trarre profitto, per dividersi infine, fra trucchi, fatiche e ricorrenti delusioni, per il disprezzo dei nostri protettori, la protezione dei quali abbiamo ricercato e che all'occasione sostituiamo, che sono anche i nostri sfruttatori.
Muri, perimetri, cortili.
Stanno sorgendo muri dappertutto. L'Unione europea ha avuto fra i suoi scopi non dichiarati e velleitari, sia quello di trincerarsi in un mercato autosufficiente e impedire le incursioni dei cicloni finanziari, sia di escludere le etnie dei poveri veri e la loro scomposta voglia di spostarsi e di insediarsi in luoghi dove presumono di avere almeno la possibilità di sfamarsi.
Ai confini greco-turchi ne è stato appena edificato un altro: la Grecia è la Cenerentola d'Europa, ma è attraverso di essa che folle di diseredati tentano e ritentano di infiltrarsi, per poi spandersi nell'europa opulenta. Dopo la caduta del muro che separava il continente mercantile da quello comunista, furono le donne dell'est, improvvisamente sprovviste di lavoro e di reddito, a dilagare fuori dai loro confini per dedicarsi alla prostituzione. Rumene a parte, il fenomeno si è arrestato. Vengono solo schiave-badanti, molte delle quali sono anziane. Fra un decesso e un reimpiego, vanno elemosinando residenze presso nuovi accuditi, per non essere espulse o dover rinnovare il permesso di soggiorno ogni tre mesi. In Israele, un grande e altissimo muro divide i palestinesi dagli israeliani. Non è chiaro se siano stati questi ultimi a rinchiudersi nel ghetto o vi abbiano relegato gli altri. I palestinesi utili, giornalmente, possono andare a lavorare in Israele, ma devono tornare al di là del muro alla sera. I percorsi per "circumnavigare" le barriere murarie che si estendono per centinaia o migliaia di chilometri di confine, si fanno sempre più faticosi, ma, non per questo, vengono abbandonati. Morti per morti, tanto vale ritentare, senza prospettive che non risiedano in una ricerca biologica di sopravvivenza e sottomettendosi a qualsiasi condizione, a qualsiasi adattamento agli usi altrui. La retorica del Muro, della civiltà negata dei lustrini, contrabbandata per libertà, si scontra con questa realtà, che, se ha prevalenti ragioni economiche, di esclusione di chi, inevitabilmente, verrebbe a diluire la ricchezza accumulata ( o solo quella intercettata dai poveri nostrani? ), conosce anche muri etnici ideologici e religiosi, pure all'interno di analoghe professioni di fede. Anche il mobbing, il bossing, la convergenza ambientale contro uno solo o la presunzione condivisa di gente diversissima nei confronti di un'altra struttura sociale e culturale, sono muri erti a conservazione di un costume, nel quale ciascun gruppo individua i suoi presunti e sempre subordinati vantaggi.La lotta per superare i muri continua, sospinta da ineludibili bisogni materiali e, in qualche caso, anche morali, dalla follia della disperazione e contro questo e nient'altro, dai nostri fortilizi condurremo, a nostra volta, le nostre battaglie autoconservatrici, conducendo le quali, per procura, ci facciamo supportare da quegli imbecilli che pensano che emigrare sia andare in vacanza, dai politici di cui ripetiamo il mantra: “aiutiamoli a casa loro”, da chi s’illude di fermare un’ondata migratoria con i respingimenti, il dito nella diga. Gente che ci fa passare per un popolo incapace non solo di accogliere ma persino di raccogliere in mare quelle persone». Al di là dei muri, fuori dai perimetri, all'esterno dei nostri cortili.
sabato 30 novembre 2013
Metamorphé II
La medesima profondità della critica della società, formulata o veicolata in modo implicito, lascia i movimenti transnazionali senza obiettivi precisi. Il nemico non è più una persona o una categoria sociale, è la totalità degli spersonalizzati, raziocinanti, burocratizzati modi di funzionare del potere socio-economico. L'obiettivo è, di conseguenza, privo di fisionomia; non un'istituzione e nemmeno alcunché di preciso, ma un certo tipo di rapporti umani, un processo di spersonalizzazione: non lo sfruttamento, che implica degli sfruttatori, ma l'alienazione. Questo comporta che la maggior parte dei contestatori non sia particolarmente ostile, ad esempio, ai governi in carica, se non in quanto il loro vero bersaglio, l'ordine sociale nel suo insieme, con la disgregazione dei riferimenti che tutela, nascondendoli, si mimetizza dietro un anodino e sterile sistema politico. Ecco quindi che i movimenti popolari diventano sub-politici o apolitici.
Metamorphé.
Il potere tradizionale, sopravvivente nelle concrezioni arcaiche della società, nasconde, censura e manipola e, infine, coarta il flusso delle informazioni. Adesso, pur essendo chiaramente avvertibile, si nasconde, cerca di trasfigurarsi e di mascherare i propri meccanismi. Lo scopo è sempre lo stesso: la perpetuazione del potere stesso. Il potere che si cela, nasconde chi lo detiene, confonde origine e modalità d'esercizio, alla ricerca del dominio sull'opinione collettiva, se possibile, ancora più capzioso, nella sua apirazione di assurgere a senso comune consolidato. Non è una novità. già Platone ce ne eveva illustrato le dinamiche, per le quali, la tenebra o un eccesso di luce inducono uno stesso esito: non riuscire più a vedere e scambiare pallide ombre per oggetti reali. Il disegno coercitivo del potere, le sue tenebre, faceva in passato ricorso all'indigenza informativa; ora, invece, è l'opulenza informativa che viene privilegiata. Si cerca d'impedirci la visione d'insieme dei fenomeni, la dote imprescindibile, cioè, della conoscenza. L'informazione, come l'istruzione d'accatto, si diffondono orizzontalmente in una bulimia generica, in una dispersione globale, nalla quale la presunzione di conoscere tutto, confina, inavvertitamente, con il non sapere nulla. Non si formano più cittadini impegnati e critici, propensi al bene comune. Informazione e autonomia critica sono le doti fondamentali dei cittadini di una democrazia, o, più realisticamente, della parte trainante della borghesia evoluta, tanto più indispensabile, in quanto il potere di ingerenza nella vita privata dei cittadini si è fatto sempre più assoluto. Altrimenti non sarà più possibile garantire le libertà individuali, a cominciare da quelle di critica e di pensiero e si correrà il rischio di precipitare nelle platoniche autorità pseudo-razionali. L'autorità più razionale che ha permesso il progredire delle società occidentali è lo Stato, nell'ambito del quale, la democrazia di sorveglianza della parte più avveduta della popolazione è l'unica garanzia di efficacia. La democrazia di sorveglianza è fortemente indebolita. Lo Stato, da una parte, è ormai inerte circa il controllo delle reti globali della ricchezza, del potere e delle informazioni; dall'altra, l'opinione pubblica è stata uniformata, indebolita e resa passiva, da quella che Pasolini chiamava misologia, cioè un'operazione meticolosa di distruzione del libero pensiero, dell'autonomia critica e dell'impegno politico e culturale. La nostra, è l'epoca della mediacrazia.
Sulle macerie dello Stato e di un'opinione pubblica informata e critica, si è determinata una nuova espressione del potere che trova nell'economia e nella tecnica i pilastri su cui forndarsi. A distanza di trent'anni, quanto preveggenti furono le anlisi di Emanuele Severino circa le trasformazioni nel costume sociale che l'imporsi della tecnica avrebbe apportato, a dimostrazione che, nell'immediato, la filosofia " non serve a niente", ma che è nell'analisi della realtà effettuale e dei suoi segni, alla luce dell'esperienza culturale, la genesi di qualsiasi scoperta, sociologica o scientifica.
Un potere ramificato e sovranazionale - dicevamo - capace di essere, nello stesso tempo, in ogni luogo e in nessuno, tanto da presupporne la simulazione e l'assenza in quanto fenomeno constatabile. Questo potere ha sostituito alla ricerca del bene omune il perseguimento del profitto economico, mentre, alle dinamiche istituzionali fondate sul consenso e sul pronunciamento democratico dei cittadini, oppone sempre più la platea virtuale, indistinta e quindi sterile della popolazione in Rete. Potere invisibile al posto dello Stato; Impresa mondiale anonima, al posto del Paese. Il popolo perde di rilevanza al posto dei più impersonali interessi. Un potere apparentemente impersonale, la cui piattaforma ideologica e programmatica è incurante delle istanze di giustizia sociale ed è alla ricerca di una spasmodica quanto irrazionale ricerca continua del profitto, in nome del quale gli Stati sono chiamati a sottomettersi ai dikat delle burocrazie finanziarie, dele agenzie di rating e del Fondo monetario internazionale ed a riconfigurarsi in stati-mercato o stati-impresa, nei quali i cittadini non sono più depositari di diritti politici, ma soggetti consumanti e pedine di un ingranaggio i cui fini non hanno a che fare con il benessere diretto della popolazione. Un sistema panottico, in grado di vedere tutto e, nel contempo, di non lasciarsi scorgere dai controllati. Un sistema consimile è in grado di determinare le politiche degli Stati, fino a sostituirvisi del tutto. Si tratta di una regressione rispetto a quanto conseguito con la cosiddetta modernità. Se allora si costruirono gli Stati sull'abbrivio che si doveva uscire dallo stato di natura, oggigiorno siamo ritornati su un terreno di licenza assoluta, per i soggetti economici e tecnocratici più forti ed influenti, tanto da riconfigurare l'unica anarchia possibile - come ammoniva Pasolini - che è quella del potere.Questo è stato possibile attraverso la riconfigurazione delle menti che sempre Pasolini indicava negli anni '60: l'esplosione del mezzo televisivo, la centralità dello schermo e la cultura delle immagini. Un'inversione del progredire dal sensibile all'intelleggibile, rovesciato in un ritorno al puro e semplice vedere, da cui risulta atrofizzata tutta la nostra capacità astraente, di elaborazione cognitiva di ciò che guardiamo e di tutta la nostra capacità di capire. La libertà illuministica, per la quale ci si deve far carico delle proprie responsabilità esistenziali e sociali, è progressivamente stata ricondotta alla vandea sacrificale della propria autonomia e libertà ed alla sottomissione a degli ordini "superiori" da cui attendersi un risultato ottimale e definitivo. Una trascendenza, dunque, che "garantisce" all'uomo di potersi occupare esclusivamente dei propri scopi individuali ed egoistici, nella fideistica e vana speranza di una mano invisibile, di un ordine spontaneo e un'armonia prestabilita che garantiranno, a prescindere, progresso e prosperità uniformi. Riconosciamo i connotati della società nord americana: Stato minimo, competizione sociale, centralità del profitto e l'accantonamento di quelli europei del servizio pubblico, della giustizia sociale e di un consorzio sociale nel quale il profitto non ricopre un ruolo detrminante. Il Novecento, come teatro delle grandi ideologie politiche finisce simbolicamente con la caduta del Muro di Berlino. Cade il muro del comunismo, ma il crollo di un muro non significa il raggiungimento della libertà. E' un lieto fine, ma il lieto fine c'è perché la narrazione si interrompe nel momento migliore. La caduta del Muro di Berlino celebra semplicemente la sostituzione di un ordine con un altro ordine, di un muro contro un altro muro. Ha annunciato l'uscita dal comunismo, ma, allo stesso tempo, ha affermato la vittoria dei quel liberismo duro e puro, dei cui eccessi paghiamo oggi le spese, dopo il crollo, altrettanto simbolico, del mercato di Wall Street. Siamo ora in una fase di post democrazia, nella quale la democrazia politica è stata archiviata, nella quale il potere è ampiamente delegato a soggetti non elettivi di carattere tecnico. In Occidente, ormai, il potere è esclusivamente potere economico; la cultura e il consenso democratico devono sottomettersi alle logiche quantitative e strutturalemnte inique di un capitalismo privo di contraltare, per fallimentare che sia stato sul piano storico. Resta solo un luogo ( sotto assedio ) nel quale le tendenze oligarchiche dominanti possono essere messe in discussione: è il laboratorio del mondo della formazione e della scuola. Scuola alta, ovviamente. La scuola è una struttura che può pervadere l'intera società ed è l'unico ambito, ormai, nel quale l'educazione anti-oligarchica, su base critica, può farsi strada. Deprezzare e dequalificare il mondo della scuola è un gesto, quindi, omicida e, in prospettiva, suicida. In ambito indeterminato, il Potere cerca di mortificare e marginalizzare il momento della formazione a beneficio di una semplicistica e manipolabile società dell'informazione.
Le recenti rivelazioni dell'ex tecnico delle Central intelligence service, Edward Snowden, hanno dimostrato l'importanza, anche spionistica , che le informazioni desunte dalla Rete, risvestono per la National security agency statunitenze, che monitora tutto il traffico pubblico e privato di internet ed ascolta e decritta telefonate e mail di leadres politici e di privati cittadini. Anche nel mondo post guerra fredda, la capacità di intercettare illegalmente e di decifrare le informazioni, riveste una vitale importanza, un vantaggio competitivo. Gara più ardua è controllare e mistificare gli apporti culturali e formativi, per forza di cose, molto più ristretti, contro i quali si può sollevare, in ogni epoca, la canea dei normalizzati conformisti. Non ci possiamo permettere la visione idilliaca di un mondo governato dalla giustizia e dalla moralità. La realtà è che il delitto non viene punito, né la virtù premiata. Il mondo è governato dal potere che, se è tanto fisiologico che esista, è altrettanto necessario che lo si conosca e lo si renda trasparente tenendolo a distanza. Abdicare a questo impegno significa rinunciare a una possibilità essenziale che molti, troppi, prostitusicono: quella di essere ragionevolmente liberi.
mercoledì 27 novembre 2013
Ciò che la cultura nasconde.
Una delle bambine romane, di soli quattordici anni, che si prostituivano a Roma, ha parlato senza fronzoli retorici della sua esperienza. Non si è nascosta dietro dei pretesti, ma ha dichiarato in faccia al mondo che della sua decisione ha sofferto tutti gli sconvolgimenti emotivi che non poteva non comportare, per conseguire uno scopo consapevole: " dopo la prima volta, ho pianto, ma ora i soldi mi mancheranno". Più onesti ed espliciti - intendo sul piano morale - non si può essere. Quali che siano i sentimenti - spero non sentenziosi, ma partecipi - che queste parole sincere suscitano, non si cerchi di trasfigurarle e di trasformarle in qualcosa di ipocritamente commendevole. Sono degne di rispetto e basta. Pochi anni di più e non avrebbe parlato così, ma non per superiore moralità.
Non soffrire, solo alla fine.
In Belgio, con il consenso dei genitori e con l'ausilio di uno psicologo che dovrà certificare la "consapevolezza" del bambino, l'eutanasia si potrà applicare anche ai minori, anche ai piccoli la cui speranza di vita sia svanita. Che tipo di consenso allogeno potranno fornire i genitori ( e se uno fosse a favore e l'altro no? ), che tipo di consapevolezza si pretende che possa esprimere un bambino, stretto fra la disperazione e un assolto spirito di conservazione? Gli spiegheranno che lo faranno morire senza fargli la bua? Che cosa potrà spingere i genitori a sancire la delega a uccidere il loro figlio, per non vederlo ( loro ) più soffrire? Il Belgio sembra voler imitare l'Olanda su questa strada e, abbandonando l'accompagnamento psicologico, affettivo e sanitario degli sventurati di ogni età, sembra d'intravedere la rinuncia incorrere in spese "inutili" e, con esse, a conseguire un "risparmio" sull'amore, non importa se senza speranza, verso chi soffre, sia per chi ha sensibilità religiosa, sia per chi è laico. Non è questo il discrimine, che risiede, invece, nei sentimenti umani o nell'apatia. Un altro sintomo, il più grave, della crisi morale, violentemente assurda nella quale si vogliono condurre la società e i sentimenti di appartenenza comuni. L'eutanasia non può essere che una scelta adulta ed esistenziale, autonoma e privata. per tutte le altre situazioni umane non deve essere prevista. La morte dolce non esiste, cerchiamo di evitarne, almeno, l'atrocità.
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