sabato 10 luglio 2010

Il sindacato in Italia. Profili diacronici.

Il Sindacato in Italia. Aspetti diacronici.

di Riccardo Gnudi



La veste che il Sindacato assume, agli albori del XXI secolo in Italia, è sempre più marcatamente politica, secondo una evoluzione storica difforme dalle sue origini e nonostante i contenuti delle leggi che ne formulano gli scopi.
Dal punto di vista strettamente giuridico, il Sindacato italiano si manifesta come un potere di fatto, di natura eversiva, ben lungi, quindi, dall'assurgere a soggetto politico, concorrente ad assicurare la governabilità di una società complessamente strutturata.
L'azione collettiva, di cui anche l'attività sindacale costituisce una fondamentale espressione, si esercita attraverso i partiti, per quanto attiene alla rappresentanza politica, ed attraverso le formazioni sociali.
Sia i partiti, sia le associazioni di produttori, nel caso che ci interessa, rappresentano degli interessi di parte. I primi aspirano a realizzare una visione particolare, di indirizzo di quella generale; le associazioni libere fra produttori puntano a tutelare e valorizzare gli interessi collettivi privati, comuni agli aderenti.
Paradigma di questa impostazione è il fenomeno organizzativo che discendette dalla rivoluzione industriale, quando i lavoratori si organizzarono per equilibrare, attraverso la contrattazione collettiva, la disparità fra prestatori d'opera e l'impresa che li organizzava.
Durante il periodo liberale, vigente il sistema elettorale censitario, che esprimeva la rappresentanza esclusiva dei possidenti, il Parlamento legiferava secondo gli esclusivi interessi dei proprietari. L'Ordinamento dello Stato serviva dunque a sancire il predominio di classi numericamente ristrette e qualsiasi forma di lotta sindacale era riguardata come reato. Il Sindacato, l'organizzazione informale dei produttori, aveva allora la natura, di fatto, di un movimento eversivo.
La forma di assimilazione autoritaria che successivamente espresse il regime fascista, fra gli interessi dei lavoratori e quelli degli imprenditori, prese i connotati del corporativismo istituzionale, sistema nel quale, in nome dell'interesse pubblico dell'economia, veniva repressa la libertà di associazione sindacale, accentrata nel sindacato fascista, che aveva il monopolio dell'interesse delle categorie.
Questa configurazione politica e sociale prefigurava gli elementi costitutivi dello Stato totalitario, nel quale precipitò per conseguente dinamica.
Dopo la seconda guerra mondiale, l'Italia democratica e repubblicana, pluralista e basata sulla rappresentatività, prevedette che la funzione di indirizzo politico spettasse ai partiti, in Parlamento, mentre ai sindacati, liberi e plurali, venne demandato un compito prettamente economico, a nome dei lavoratori dipendenti, attraverso la contrattazione collettiva e valendosi dello strumento dello sciopero. Non venne meno la primazia del potere politico su quello economico, come si evince dall'art. 41, 3° comma della Costituzione.
In questo contesto, i sindacati, pur privi di formale responsabilità nel governo dell'economia, dapprima attraverso la mediazione dei partiti, poi direttamente, attraverso la forza di pressione che sono ormai in grado di esercitare, ottengono importanti riconoscimenti dal potere pubblico. Sebbene l'Ordinamento demandi loro la regolamentazione contrattuale delle dinamiche del lavoro, l'evoluzione materiale dell'Ordinamento stesso, li vedrà, nel corso degli anni '90, come un vero e proprio giocatore, capace di influenzare la legislazione stessa.
Questa profonda trasformazione si realizzerà attraverso un lungo e faticoso cammino che troverà il suo punto di maturazione formale e la sua base propulsiva nella legge 300/1970, altrimenti detta Statuto dei lavoratori.
Negli anni '80 entra a far parte del lessico politico e giornalistico la parola “concertazione”.
Nei fatti, costituisce un superamento della funzione dei partiti, frutto della crisi della politica, ancora in atto, con il quale i sindacati entrano a far parte del concerto di potere che presiede al governo dell'economia. I sindacati formalizzano questo passaggio, sottoscrivendo un accordo di codeterminazione, che però già altri chiamano partecipazione, con il Governo.
Il sindacato spontaneo, nato dalla solidarietà fra lavoratori, indotta dall'anarchica vita produttiva degli inizi, la cui azione, nel contesto giuridico dei tempi e nei fatti, aveva il carattere dell'eversione, diventa un potere costituito. Riassume quel ruolo di magistratura minore, ma pur sempre magistratura, che aveva il Tribunato della plebe nella Roma repubblicana.
Il sindacato entra dunque nell'agone politico come socio alla pari. Frequenti sono le osmosi, a fine carriera, tra sindacato e parlamento.
Dicevamo della legge 300, quale pietra miliare di questo cammino.
Lo statuto dei lavoratori, infatti, sancisce il concetto di Organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, delegando a queste ultime la titolarità politica.
Sarà la crisi energetica e l'emergenza inflattiva a dar corpo alle prime forme concordate fra Governo, imprenditori ed organizzazioni sindacali, per consentire un abbozzo di politica dei redditi, che era stata, quindici anni prima, il cavallo di battaglia solitario ed elitario del partito repubblicano di Ugo La Malfa.
Durante lo scompiglio istituzionale e politico degli anni '90, quando lo Stato stesso sembrò sul punto di entrare in crisi, il metodo della concertazione divenne strategico e i vertici sindacali vi si impegnarono intensamente, intravvedendo una storica possibilità di contare.
Al di là della parziale natura vetero corporativa presente nei lemmi dell'art. 41, comma 3°, della Costituzione, fuor del contesto storico del fascismo, si avvertono i sintomi di un neo-corporativismo elastico, che non sempre coglie e con difficoltà cerca di amministrare le esigenze e gli umori della base.
D'ora in avanti, dovremo investigare gli atti politici del Sindacato, unitariamente inteso, anche se differenze emergono spesso, sia in rapporto agli scenari politici, sia in rapporto ai prevalenti interessi economici, categoriali ed ideologici, intesi questi ultimi come le idee prevalenti e le sensibilità specifiche dei propri aderenti, vero elemento costitutivo sostanziale di ogni appartenenza.
Nell'accingerci a questo compito, sappiamo di non poter contare su un organico e comprensivo corpus legislativo e dovremo, gioco forza, proiettare queste stagioni in termini di terreni di confronto, nei quali le diverse rappresentanze sociali, tutte le organizzazioni di interessi, ora si confrontano, ora si scontrano e poi confliggono, ora trattano, dialogano, si accordano. Per poi, dialetticamente, ricominciare.
La forza dialettica delle formazioni sociali è data dalla rappresentatività, ora categoriale, ora complessiva, oppure dal consenso che si riesce a suscitare e che va amministrato nelle forme previste dall' Ordinamento. La forza così espressa, vale a determinare il potere politico di ciascuna formazione sociale.
La Costituzione repubblicana assegna questo compito di confronto e mediazione al Parlamento, alle maggioranze ed opposizioni elette. Invece, in questa fase storica, il confronto propedeutico alla concertazione ed il conflitto, spesso endogeno, si svolgono fuori di qualsiasi regola legale, nelle sedi e nelle forme imposte dalla dialettica politica.
Per via informale, le risorse oggetto del contendere-concertare, si traducono in diritti e, quindi, in principi-valori, che paiono maldestramente fondati giuridicamente. La Corte costituzionale ha assunto il compito di misurare la legittimità ed i limiti di quei contenuti, con la sua giurisprudenza. La Corte perimetra l'ambito del confronto politico e definisce gli strumenti mediante i quali può essere condotto e talvolta combattuto.
In particolare, la Corte, con le sue sentenze, chiarisce e definisce l'autonomia sindacale, limita i tentativi di estensione impropria dell'efficacia soggettiva dei contratti collettivi di lavoro di diritto comune, li preserva da tentativi di ingerenze indebite di carattere legislativo, chiarisce i limiti del diritto di sciopero e vigila sulla compatibilità costituzionale dell'evoluzione concertata dell'Ordinamento. Consente, cioè, di misurare il grado di legittimazione formale della partecipazione del Sindacato al potere politico dello Stato.
Vediamo ora di fissare alcuni momenti di questo sviluppo diacronico della vita sociale italiana.
Partiamo quindi dagli anni '70, nei quali individuiamo le fondamenta di quella che diverrà la concertazione, quale strumento di governo dell'economia.
Tre i momenti topici:
emanazione dello Statuto dei lavoratori, che comporterà il riconoscimento legislativo dell'esistenza di un sistema intersindacale, da rendere egemone rispetto a quanto rappresentato dai sindacati autonomi d'impronta monetarista e categoriale;
il riconoscimento della libertà di sciopero politico, tale da consentire ai sindacati confederali di contrastare e condizionare il potere pubblico, per poi addivenire ad accordi condivisi;
il riconoscimento costituzionale della prevalente competenza sindacale in tema di determinazione delle retribuzioni e del costo del lavoro.
La genesi storica fondativa dello Statuto dei diritti dei lavoratori è da ricercarsi, non tanto nella forza delle grandi confederazioni, la marxista, la social-cattolica e la laica e socialista, bensì in un indebolimento della loro capacità di coesione, indotta da una lunga stagione di conflittualità permanente.
La costante contestazione dei piani di programmazione economica, comunque propri di una cultura dirigistica ed aprioristica, in particolare quello 1966-1970, indussero il potere politico, messo sotto pressione, e le tre principali, per dimensioni, organizzazioni sindacali, ad addivenire ad un accordo, ancora informale, per assicurare al primo la possibilità di impostare una politica dei redditi compatibile con la stabilità degli assetti economici, politici e sociali vigenti ed ai sindacati di recuperare, per questa via istituzionale, la presa sui sommovimenti dell'arcipelago lavorativo.
Di fatto, per coincidente interesse, si prescelsero le organizzazioni di quella che sarà definita “la Triplice”, come più affidabili rispetto alle altre, pur numerose, ma circoscritte in termini di rappresentanza. Il potere pubblico sceglie i suoi interlocutori, facendoli uscire dall'ambito dei poteri di fatto. Le tre Confederazioni storiche, che avevano sottoscritto i primi contratti collettivi del dopo guerra, diventano le interocutrici privilegiate degli imprenditori e del Governo che si pongono lo scopo di calmierare la conflittualità e, sul versante politico, di istituzionalizzarla.
Dopo un travaglio decennale, il nuovo sistema di regole viene edificato con il titolo III dello Statuto dei lavoratori, che riconosce ai sindacati confederali, dotati di un maggior grado di rappresentatività, la responsabilità al maggior grado di legittimazione formale del sistema.
Architrave del sistema è l'art. 19 dello Statuto, che sancisce l'esistenza di un sistema intersindacale egemone e ne sostiene i rappresentanti nell'azione propria a tutti i livelli, compreso quello aziendale. Viene così abbandonato il modello naturale della rappresentanza associativa e volontaria, frutto della volontà di adesione, in favore di una istituzionalizzzione non chiaramente normata. In base a questo criterio, il lavoratore può esercitare la rappresentanza solo nell'ambito delle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.
Il maxi contenitore di C.G.I.L., C.I.S.L. e U.I.L. Si presta ad essere riempito secondo le contingenze degli interessi da compensarsi nel mondo della produzione e del capitale, del mondo della politica e del mondo del lavoro, la cui assimmetria vede ridursi gli spazi dialettici.
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 54/1974, stabilì che, pur fatta salva la facoltà di esercizio dell'attività sindacale e di costituzione dei sindacati, solo la trimurti sindacale potesse veder sanciti ope legis i diritti di rappresentanza; tutti gli altri avrebbero dovuto conquistarseli con la lotta, avendo per oppositori non solo le naturali controparti datoriali, ma anche le tre grandi organizzazioni storiche.
In coerenza con queste premesse, lo Statuto dei lavoratori, tramite l'art. 28 rafforza la capacità di tutela giuridica dei sindacati “maggiormente rappresentativi”, conferendogli la titolarità dell'azione contro i comportamenti antisindacali, che possono essere messi in atto dagli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali. L'art. 28 è un provvedimento d'urgenza che chiama il giudice ad intervenire nel merito di un conflitto industriale e di decretare la legittimità o sanzionare l'illeggittimità di un atto posto in essere dal datore di lavoro contro la titolarità rappresentativa del sindacalista. E', di fatto, un procedimento che espone il datore di lavoro, oltre che al contro potere sindacale, anche a quello giurisdizionale.
In sostanza le R.A.S. - Rappresentanze aziendali sindacali, oggi R.S.U, ossia Rappresentanze sindacali unitarie, ultimo anello della catena evolutiva che iniziò con i Consigli di fabbrica, possono ottenere un pronunciamento, immediatamente esecutivo, contro un'eventuale condotta antisindacale del datore di lavoro.
E' un disegno di contenimento dello spontaneismo dei delegati di base e delle maestranze stesse, che le R.A.S. o R.S.U. dovrebbero assicurare sui luoghi di lavoro e che, in funzione di questo, vengono tutelate da forzature irrituali del datore di lavoro. E' il cosiddetto “uso alternativo del diritto”.
Il “cuore” dello Statuto rafforza il sistema sindacale confederale, favorendo l'attività di chi si presta ad essere sensibile alle istanze generali. Ciò limita nei fatti il pluralismo, anzi scopertamente asseconda una tendenza egemonica del Sindacato confederale, a tutto danno degli altri, pur legittimi soggetti. E' un reciproco riconoscimento fra l'Ordinamento statale e l'autonomia sindacale, con il primo che promuove la seconda, rispetto al sindacalismo autonomo.
Le centrali sindacali, quindi, sottoscrivono il patto d'unità d'azione e si pongono come interlocutrici indispensabili per ogni possibile politica dei redditi, utile per l'adeguamento ai parametri europei ed agli standard mercantilistici dell'economia e della società.
Il ruolo politico, riconosciuto, dei sindacati si manifesta poco dopo la formalizzazione dello Statuto.
Il sistema istituzionale era afflitto dal multipartitismo estremo o, almeno così appariva, prima di sperimentarne la proliferazione indotta dal bipolarismo imperfetto. Una gran quantità di partiti erano comunque in concorrenza nell'occupazione proporzionale delle istituzioni, fino a provocare uno stallo pluralistico.
La contestazione, la contrapposizione si manifestavano esternamente agli apparati giuridicamente costituiti.
I partiti non sono in grado di assorbire il dissenso e di gestirlo. Questo compito è assunto dal Sindacato, attraverso gli ampliati strumenti offerti dallo Statuto e, laddove non vi riescano, sono loro stessi a stabilire i criteri di esclusione e di criminalizzazione.
Con lo slogan “lotta per le riforme”, il sindacato maggiormente rappresentativo intraprende l'opera di riassorbimento delle spinte centrifughe che si manifestano sul campo, cioè sui luoghi di lavoro. La campagna viene assecondata dal potere politico, che se ne fa un volano di consenso, filtrato dalle istanze che il sindacato propone e che il sistema politico media. La vita sindacale comincia ad oscillare fra momento propriamente sindacale e momento politico.
La Corte costituzionale statuirà, con sentenza n. 123 del 28 Dicembre 1974, che lo sciopero politico, diretto ad influenzare la formazione delle leggi, non costituisce più reato.
Secondo l'argomentare della Corte, il sistema democratico fondato sulla Carta costituzionale, non giustifica più la repressione penale dello sciopero, come nell'ordinamento corporativo, anzi, lo sciopero politico costituisce uno strumento di partecipazione dei lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese ed è quindi una libertà e non un reato.
Per la Corte non è, però, un diritto, come riconosciuto ai fini economici.
Cautelativamente, la Corte ne ammette la repressione, in applicazione dell'art. 503 del Codice penale Rocco, se “volta a sovvertire l'Ordinamento costituzionale” o quando diventa ostativa all'espressione della sovranità popolare.
Lo sciopero politico è, però, un inadempimento contrattuale, estraneo alle facoltà repressive delle forze dell'ordine, ma teoricamente sanzionabile dal datore di lavoro, che però ben difficilmente lo farà, dato che con la sentenza della Corte viene ammesso che la richiesta di migliori condizioni di vita dei lavoratori non passa solo per l'esercizio del diritto di voto, ma anche attraverso lo sciopero. Si evidenzia, per questa via, una dicotomia fra quanto prevede la Costituzione e quanto argomentato dai suoi custodi ed interpreti.
La Corte sancisce la supremazia del Parlamento e delle maggioranze democraticamente espresse, la Corte, riconoscendo l'estensione dello sciopero alle rivendicazioni politiche, economiche e sociali, riguardanti la vita dei lavoratori, ha legittimato la facoltà di contrasto e di condizionamento dell'attività politica.
Il disegno costituzionale viene contraddetto dalla possibilità, conferita al particolare sindacale, di competere alla pari con il generale politico. Il Sindacato unitario gioca, quindi, sullo scacchiere della politica economica, col suggello dello Statuto dei lavoratori, forte del patto di unità d'azione del 1972 e riassorbe le spinte centrifughe dell'autunno caldo a suo tempo cavalcate. Si pone come interlocutore privilegiato nel governo dell'economia.
Forti di una acquisita capacità di pressione politica, i sindacati confederali riescono ad imporre anche agli imprenditori le proprie richieste. Paradigmatico risulterà, in questo senso, il cosiddetto accordo interconfederale del 25/01/1975, sul punto unico di contingenza, detto anche acordo Lama/Agnelli, che l'Avvocato definirà, dopo molti anni, inopportuno, ma indotto dalla forza convergente della politica e del sindacalismo confederale.
Questo accordo segna la ripresa delle relazioni con la Confindustria, ma, per tacitare la forza oppositiva delle fabbriche e delle officine, sancisce un principio antieconomico: “il salario è una variabile indipendente”. Ponendo le premesse per uno sviluppo fuori dalla politica dei redditi, l'accordo porterà all'affermazione del metodo concertativo per coordinare la contrattazione collettiva e la politica economica.
Quell'accordo bilaterale, Triplice e Confindustria, palesa un forte interesse delle forze del lavoro all'ingresso nella stanza dei bottoni, tanto è vero che, l'accordo viene chiuso dal sindacato senza guadagnarvi null'altro. Per alcuni è un'abdicazione e l'inizio della sua separazione dagli interessi e dalle esigenze, perlomeno quelli contingenti, dei lavoratori.
Il Sindacato accetta di contenere il costo del lavoro, di congelare gli effetti di un accordo, vecchio di due anni, circa il calcolo dell'indennità di contingenza. Sposa la lotta all'inflazione, la difesa della moneta, la creazione dei presupposti per investimenti e per l'incremento dell'occupazione.
Accettata l'esigenza di calmierare il costo del lavoro, per fermare l'inflazione, si pose il problema della legittimità di interventi autoritativi che fissassero dei limiti agli incrementi salariali. Si confrontarono due tesi. La prima prevedeva un intervento legislativo che ponesse dei limiti all'autonomia sindacale, secondo il principio del primato della politica. La seconda, realisticamente ammise che per raggiumgere lo scopo e consolidarlo nel tempo fosse necessario coinvolgere le Organizzazioni sindacali e convincerle a contenere spontaneamente, attraverso la contrattazione collettiva, la dinamica del costo del lavoro.
In un contesto di crisi economica, il Governo recepì il contenuto del secondo accordo Lama /Agnelli in un decreto legge e lo estese a tutte le categorie produttive. Lo scopo, al tempo perseguito, è di bloccare l'indicizzazione dei salari alla contingenza e di affermare il potere dell'esecutivo di fissare per decreto dei canoni di politica dei redditi.
Questo tentativo è sospetto di illegittimità costituzionale, perché contraddice il consolidato rapporto fra la legge e l'autonomia collettiva nella determinazione del costo del lavoro.
Stride con il principio della sufficienza della retribuzione ( art. 36, comma 1 della Costituzione) e con la volontà di porre dei vincoli legislativi alla contrattazione collettiva di diritto comune ed alla libertà sindacale stessa. Giuridicamente, il fumus di incostituzionalità va ricercato nella inderogabilità bilaterale della legge, che preclude all'autonomia privata, collettiva ed individuale, qualsiasi modifica dei trattamenti legislativamente sanciti.
A dirimere la sottigliezza, la Corte costituzionale affermò la legittimità del decreto, data la sua provvisorietà, convenienza ed opportunità. La provvisorietà dell'intervento legislativo salvaguarderebbe la competenza sindacale ordinaria, circa la determinazione del costo del lavoro. Salvaguardata, per questa via, la libertà sindacale, si pongono le premesse per le future relazioni tra potere pubblico e l'autonomia sindacale nel governo dell'economia.
I sindacati maggiormente rappresentativi sono quindi parzialmente affrancati dal progetto costituzionale, che avrebbe potuto prevedere limiti legislativi all'azione sindacale, a tutela degli interessi macroeconomici, sono protetti dal principio della libertà sindacale, detengono la titolarità dell'autonomia privata e collettiva e possono valersi della libertà di sciopero politico. Le organizzazioni sindacali non sono più limitate alla sfera economico-sindacale. Ormai si occupano di elaborazione e codeterminazione di provvedimenti politici. Il Sindacato diventa un interlocutore necessario in ogni decisione afferente alla politica economica e si opporrà strenuamente ad ogni tentativo di risospingerlo nell'alveo originario o di modificarne il peso.
In dottrina, questa evoluzione-trasformazione prende la denominazione di supplenza sindacale e si focalizza nello scambio , che interviene, tra diritti, risorse e consenso sindacale e i suoi riflessi politici, in quanto incidenti sull'interesse generale. E' il modello concertato del governo dell'economia.
E' una modifica, comunque precaria, della costituzione materiale, mentre, sul piano formale rimangono le distinzioni fra rappresentanza d'interessi ( Sindacato ) verso il titolare dell'indirizzo politico ( Governo ).
Nonostante il far politica del sindacato, come sempre del resto, seppure in scenari diversi, il Parlamento continua ad essere considerato il depositario dell'interesse generale, del governo dell'economia e dei caratteri delle riforme.
Vediamo di periodizzare le fasi principali di questo iter concertativo.
Cominciamo dagli anni '80, allorquando si deve constatare che, in un contesto di scardinamento della coesione istituzionale e in una conseguente frana dell'amministrazione delle dinamiche economiche, l'inflazione prende ad erodere in termini esponenziali la capacità di reddito della maggioranza degli italiani e la rincorsa salariale riesce solo ad incrementare il fenomeno.
Ecco che si pone l'esigenza di calmierare le retribuzioni, ma si teme che le logorate strutture politico-istituzionali non siano in grado, da sole, di reggere l'urto del malcontento che si creerà. Ci vuole un mediatore, simbolicamente autorevole per immagine acquisita ed esperto nel dialogo con le masse. Tutte abilità che non risparmieranno al Sindacato, fino ai giorni nostri, veementi contestazioni, pur contenute, di concerto con i governi, nell'ambito della gestibilità.
L'alternarsi di diversi schieramenti politici negli ultimi decenni, vedrà differenziarsi la sensibilità di questa anziché di quella sigla sindacale, in rapporto alle fasce sociali prevalenti che ciascuna rappresenta. Fatto salvo sempre il principio di contare e dell'essere presenti, ma senza trascurare di porsi quale ( variabile ) componente di riferimento nell'ambito della Triplice.
Vediamo che, in questa fase, il Sindacato non si pone più quale semplice gruppo di pressione che cerca di influenzare la volontà politica tramite i partiti: comincia invece a porsi come interlocutore di pari dignità e forte di una competenza specifica, esclusiva ed originaria, in materia di politica dei redditi. Dal punto di vista negoziale, supporta di fatto la politica economica del potere esecutivo, mostra cioè ragionevolezza, rinunciando ad acquisire successi e spazi con la lotta. Dal punto di vista politico, vuole ottenere e consolidare il proprio coinvolgimento para-istituzionale nel governo dell'economia. Quanto effettivo o quanto scenografico è problema irrisolto.
Il primo momento topico di questo scambio si manifesta in una sensibilità non più rivendicativa, ma compensativa, quando la virulenta inflazione necessita, per regredire, del blocco sostanziale dell'adeguamento percentuale delle retribuzioni. Privilegiando l'interesse macroeconomico e la tutele del risparmio, ma aggravando le difficoltà di consumo dei ceti meno abbienti, il Sindacato ottiene il riconoscimento, pubblico ed ufficiale, della sua necessità per l'attuazione di una politica deflattiva. Ecco che le parti sociali si assumono l'onere e la responsabilità dell'interesse generale. E' un vero e proprio scambio politico formalizzato.
Il 22 gennaio 1983, il Governo, le Organizzazioni sindacali e le parti datoriali, dopo un anno di impasse, dovuto al rifiuto di Confindustria di negoziare i rinnovi contrattuali di categoria, in assenza di una revisione del sistema di scala mobile, sottoscrivono il cosiddetto Protocollo Scotti. Questo accordo sancisce il principio di Ezio Tarantelli, sposato da C.I.S.L. e U.I.L., della determinazione a priori, secondo quindi una programmazione, dei punti di contingenza. La C.G.I.L. non può gradirlo, perché attraverso l'unificazione del valore del punto di contingenza era riuscita a ridurre il differenziale salariale con le categorie impiegatizie, ma, dopo contrasti interni, lo accetterà.
Ezio Tarantelli cadrà sotto i colpi delle Brigate rosse, come avvenne poi ad altri intellettuali che avevano messo in bella copia ed autenticato sul piano culturale le volontà politico-sindacali in un laboratorio poco sicuro per questi equilibrismi: quello universitario.
In base al Protocollo, il Governo entra formalmente nel negoziato che prima mediava e se ne assume titolarità e responsabilità. E' evidentemente il prologo ad un modello dirigistico che, mutatis mutandis, rimanda allo scheletro, per lo meno, del modello corporativo.
Ammesso e non concesso che vi sia qualcosa di veramente nuovo sotto il sole, il metodo di creazione del consenso assomiglia a quello che, negli anni '70, aveva consentito, mediante le riforme sociali, la pace sociale stessa, ottenedo nuovi diritti attraverso la moderazione delle rivendicazioni salariali. Meno moneta e più principi, l'una e gli altri a carico della generalità dei cittadini.
Il Sindacato si imbarca nel mare procelloso della riforma previdenziale che l'indebitamento pubblico reclama, dopo la spartizione clientelare del bilancio statale, avvenuta sempre nel corso degli anni '70.
Il do ut des viene formalizzato in un contratto che ha per oggetto il governo dell'economia.
Politicamente, i sottoscrittori asseriscono il comune interesse a contenere l'inflazione e, per questa via, aumentare l'occupazione, e si impegnano a tenere comportamenti utili, anzi necessari ad ottenerlo. L'accordo fissa lo strumento programmatico della volontà pubblica, ma anche di quella sindacale. E', nelle intenzioni, la disciplina delle relazioni tra sistema politico e sistema sindacale maggiormente rappresentativo, tra ordinamento statale ed ordinamento intersindacale e conferisce a quest'ultimo capacità di condizionamento su tutta la variegata galassia sindacale italiana.
E' il trait d'union fra legislazione e contrattazione collettiva, per legare i comportamenti delle parti contraenti agli obiettivi di politica economica sottesi all'accordo. A livello teorico, viene rivalutata la categoria generale, prima che civilistica, del contratto, puntello del governo dell'economia e trasformatore dei metodi legislativi secondo le prerogative dell'autonomia sindacale. Il Protocollo Scotti è l'embrione della costituzione delle relazioni industriali che si compirà negli anni '90. Inizialmente è una pietra miliare della prassi di formazione pattizia delle regole di rapporto fra autonomia sindacale e governo dell'economia. Il suggello del ruolo politico delle organizzazioni sindacali.
Fino alla formalizzazione delle relazioni paritarie tra Governo ed Organizzazioni sindacali, l'interlocutore principale della maggioranza era stato il principale partito di opposizione, fino a giungere, dopo decenni di contrapposizione, a quell'éntente, più o meno cordiale, che fu detta consociativa, preceduta politicamente da un tentativo abortito di compromesso storico.
La consociazione si svolgeva in Parlamento, attraverso la pratica degli emendamenti concordati, che rendeva complici e sodali nella crezione della voragine del debito pubblico. D'ora in poi, il confronto vedrà protagonisti la Triplice ed il Governo, riuniti ad hoc allo stesso tavolo.
Il P.C.I. lamentò la lesione della propria autonomia politica, la riduzione della sua rappresentatività e, sul piano giuridico, l'incostituzionalità di questo governo dell'economia, che, però, sanciva una prassi.
Sul versante sindacale si manifestarono forti tensioni, a stento contenute nel rigido perimetro del Patto federativo del 1972, che stabiliva l'unità paritetica dei confederali.
Nascono definizioni e slogans: neo contrattualismo, necessità della concertazione e compartecipazione, che diventano le sigle delle prime, non ufficiali correnti interne, sotto il manto della dialettica culturale. La C.G.I.L. deve confrontarsi con le critiche del P.C.I., suo partito di riferimento, che si sente scavalcato nella trattativa con il Governo e che, anche attraverso questi travagli, incrina il suo tradizionale centralismo democratico. Il Partito comunista accusa la C.G.I.L. di avere reciso la cinghia di trasmissione e di assecondare il tramonto della centralità operaia, attraverso il cavallo di Troia della predeterminazione dei punti di contingenza. Su questo punto, la C.G.I.L. si divide fra la componente comunista e quella socialista.
L'anno successivo, in sede di rinnovo del Protocollo, le organizzazioni sindacali si presentano con posizioni articolate e divergenti rispetto al vecchio monolitismo. Il 14 Febbraio 1984 si consuma la rottura di San Valentino, proprio sul principio di predeterminazione. La componente comunista, maggioritaria nella C.G.I.L., ma minoritaria nei confronti dell'ormai emerso schieramento sindacale, non ci sta. E' la rivelazione, prima sotto traccia, poi palese, di due diverse ed antitetiche visioni del ruolo del sindacato nella politica economica. La componente comunista della C.G.I.L., nel respingere l'accordo, si rifugiò, formalisticamente, nell'ortodossia costituzionale del primato parlamentare. I socialisti della C.G.I.L., la C.I.S.L e la U.I.L. ottennero che il principio della predeterminazione andasse tutelato per affermare un ruolo responsabile ed inclusivo del sindacato.
Il Governo, intravvedendo la possibilità di agganciare la ripresa economica che si scorgeva e giovandosi della debolezza contingente dei sindacati, non stipulò nessun accordo e riassunse la sua titolarità esclusiva. Accenneremo questa volta e per sempre, che questi tentativi di istituzionalizzazione di ruoli costituzionalmente non previsti, si dipana sul piano delle necessità e delle convenienze, pur assurgendo al ruolo, non ancora disatteso, di vero strumento programmatico ed operativo dei governi di centro-sinistra, senza però istituzionalizzare nulla.
Sul punto unico di contingenza, la battaglia si sposta in parlamento, dove il P.C.I. ricorre all'ostruzionismo ed il decreto che lo introduce, decade.
Le mediazioni non riescono ed anche il successivo decreto in materia, il D.L. 17 Aprile 1984, n. 70, è sottoposto ad ostruzionismo, ma stavolta viene convertito in tempo, il 12 Giugno 1984 e diviene la Legge 219/1984. Vengono quindi raccolte le firme per indire un referendum abrogativo, che si svolgerà il 10 Giugno 1985. Il conflitto viene sollevato anche davanti alla Corte costituzionale, che torna ad occuparsi del rapporto fra legislazione e contrattazione e lo risolve in senso favorevole all'ammissibilità della legge.
La sentenza 7 febbraio 1985, n. 34, afferma con qualche ambiguità, la legittimità costituzionale del decreto, richiamandosi a “fini sociali e d'interesse pubblico”. La Corte si esprime anche sulla legittimità della prassi concertativa. Riconosce il carattere “costituzionalmente compatibile di queste trattative trilaterali tra Governo e parti sociali e continua a negare al Sindacato una funzione politica costituzionalmente rilevante, altrimenti “sarebbe alterata la vigente forma di governo”.
La sentenza si ispira alla ripartizione costituzionale tra azione politica e azione sindacale, in rapporto alla quale la legge ed il contratto “sono, nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” . Si nega rilevanza costituzionale agli accordi concertativi, estranei all'art. 39 della Costituzione, considerandoli “oltre” la libera organizzazione sindacale e l'autonomia negoziale e riaffermando che gli interessi pubblici e i fini sociali sono demandati alla legge, a prescindere da accordi o meno fra Governo e parti sociali.
La Corte apre la via al referendum. Le parti vogliono contarsi.
I no prevalgono e il principio della predeterminazione entra nell'ordinamento giuridico.
All'esito di un lungo travaglio, la materia del contendere appare improvvisamente superata dal manifestarsi di un'accentuata dinamica commerciale e finanziaria che comincia a sgretolare le vecchie strutture regolamentari ed impone le prime destrutturazioni-ristrutturazioni di importanti settori dell'economia.
La ricaduta economica di tutto questo, unita alla debolezza derivante dalla separazione della Triplice, si avverte nella crescente concorrenza dei sindacati autonomi, federati o meno, delle diverse categorie.
I nuovi canoni industriali si ispirano ormai alla flessibilità organizzativa e produttiva, con conseguente ricerca di personale duttile da incoraggiare con premi per obiettivo.
La sterilizzazione della dinamica salariale riguarderà, d'ora innanzi, i prestatori d'opera standard e le strategie di concertazione salariale perderanno gran parte della lora capacità d'attrazione. La questione della partecipazione del sindacato al potere politico dello Stato ritorna in auge negli anni '90, in coincidenza con il dissolvimento del sistema comunista, di cui il crollo del Muro di Berlino costituisce l'evento simbolico dell'abbattimento di ogni barriera ai flussi finanziari e commerciali, capace di incrinare anche la sovranità esclusiva degli Stati nazionali e di mettere fuori gioco l'economia pubblica.
Vengono al pettine e disciolti i grumi di privilegio che una struttura compensatrice dell'economia e dei rapporti politici aveva comportato in Italia: la corruzione dei politici e dei funzionari pubblici, a tutti nota, viene aggredita dalla Procura della Repubblica di Milano, che frantuma la partitocrazia consociativa.
Sul piano istituzionale, secondo la logica del Gattopardo, si teoriza il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, guardandosi bene dal procedere alle necessarie modifiche costituzionali. Levatrice della Seconda Repubblica sarebbe la Magistratura, la sua pedagogia o epicentro giuridico, il passaggio dal sistema proporzionale a quello uninominale maggioritario.
Non c'è chi non veda come questa rivoluzione in carta bollata sia confacente agli snelli processi legislativi ed amministrativi necessari al neo capitalismo e come, anche per questa via, si vogliano selezionare i politici acconci. Altresì non sfugge che la pasticciata riforma, detta Mattarellum, dal nome del proponente, sia finalizzata a fare il restyling alla politica, lasciando nelle mani di una consumata nomenclatura, che ringiovanisce non di molto, facendo un passo avanti dalle seconde file, la nuova prassi e, nella sua retorica, la nuova vulgata.
Incalzano gli adempimenti comunitari, il trattato di Maastricht in primis, che sollecita un riformismo di segno opposto a quello degli anni '70, attraverso la riduzione delle prestazioni, in parte clientelari, dello Stato sociale, che resta comunque una delle maggiori acquisizioni storiche, di grande impatto sociale, del ventesimo secolo, e attraverso il perseguimento dello snellimento della burocrazia statale e la riduzione dell'intervento in campo sociale come in quello economico. La crisi mortale di quel sistema coincide con l'impossibilità di porvi rimedio con le consuete iniezioni di denaro pubblico, non più consentite.
I Sindacati sono riconvocati a un nuovo coinvolgimento nel governo dell'economia.
L'emergenza diventa lo slogan del periodo, i tecnici d'area guidano gli esecutivi ed i più importanti dicasteri, privi di legittimità elettiva, come privi di legittimità politica sono i partiti.
Si discetta di “un nuovo metodo per governare”, che altro non è che la ricerca del consenso fra le parti sociali, che assurge a ruolo fondativo della politica, dato che i partiti, in questa fase non possono interepretarlo.
Le parole d'ordine degli anni '80 erano state: “partecipazione, co-partecipazione, neocontrattualismo, neocorporativismo”. Ora si va decisi sulla “concertazione sociale”, strumento utile per assicurare la pronta attuazione e la raccolta del consenso circa i provvedimenti imposti dal trattato di Maastricht.
La Magna charta del ritrovato e rinnovato spirito concertativo è il Protocollo sulla politica dei redditi, la lotta all'inflazione ed il costo del lavoro”. Il testo mantiene una forma dichiarativa piuttosto che contrattuale, diluendo l'impegno formale, ma rispondendo chiaramente alla condivisa esigenza di contenere il disavanzo statale. E' una espressa dichiarazione di volontà del Governo e di altre venticinque parti sociali, di adeguarsi ai parametri di Maastricht, di “salvare le nostre potenzialità di sviluppo, di non cadere in una spirale incontrollabile che metterebbe a repentaglio, per lungo tempo, quanto costruito in questi decenni dal lavoro italiano e le prospettive di sicurezza economica di larga parte della comunità nazionale”.
Sull'altare di questo rinnovato ed un po' enfatico spirito, viene definitivamente concertata la fine della scala mobile, cioè dell'indicizzazione automatica dei salari all'inflazione. Il contenuto del protocollo è programmatico, individua, cioè, alcuni impellenti obiettivi e rinvia a successive negoziazioni la loro realizzazione.
In sintesi:
è affermata “ l'improrogabile necessità” di individuare “nuove” forme di contenimento del costo del lavoro, nei limiti dei tassi d'inflazione “programmati”, “necessarie a soddisfare i criteri di convergenza dell'unificazione monetaria europea”;
si concorda sulla “necessità” di privatizzare il rapporto di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, per portarvi trasparenza ed efficienza;
si conviene sulla necessità di pervenire al rinnovo della struttura contrattuale, mediante la previsione di livelli contrattuali non sovrapposti e distinti, da definire in relazione ai tempi, alle materie ed alle procedure;
il Governo si impegna a curare il contenimento dei prezzi;
si conviene sulla necessità della riorganizzazione del mercato del lavoro, degli ammortizzatori sociali e dei contratti di formazione.
Infine, il protocollo istituisce, sotto la denominazione di “momenti sistematici di verifica degli interventi programmati”, delle sessioni concertative, propedeutiche all'elaborazione del documento di programmazione economica-finanziaria e della presentazione della stessa legge di bilancio dello Stato.
Attraverso la concertazione ed il battage pubblicitario che la sostiene, si autocertifica la legittimazione sociale che sottende al “nuovo riformismo” ed a far accettare la finanziaria più pesante della storia repubblicana. Il profilo dell'istituzione politica si innesta nella forma sindacato.
Questi canali di rappresentanza degli interessi “generali” dei lavoratori e degli imprenditori divengono, con tutti i ricchi paradossi dei lemmi della lingua italiana, governi privati, cooperanti alla regolazione statale. Le parti sociali suppliscono al discredito dei partiti e veicolano il consenso. L'occupazione di spazio non è contestata, anzi costituisce uno schermo utile a far rifiatare, sullo sfondo, i partiti.
Con l'accordo dei “produttori”, la legge finanziaria viene approvata. Contiene addirittura un prelievo forzoso dai conti correnti degli italiani. Gli italiani abbozzano.
La concertazione cerca di istituzionalizzarsi e si accinge a contribuire agli obiettivi del 1992.
Il Governo cerca di coinvolgere il maggior numero di interlocutori possibile, onde evitare slavine particolaristiche e favorendo il tentativo di egemonizzazione della Triplice sui soggetti più piccoli.
Il rassemblement per il potere sortisce i suoi effetti: il 23 Luglio 1993 viene sancito l'accordo allargato, tanto allargato quanti sono (quasi) gli attuali membri dell'Unione europea ( 25 ).
Viene sancito l'impegno a riformare il bilancio dello Stato, ad affinare quanto già previsto nel protocollo dell'anno precedente, in ossequio ai “superiori” dettami di Maastricht. Sulla base dei reciproci riconoscimenti, si mette mano alla ridefinizione dei rapporti fra Ordinamento statale e ordinamento sindacale: ci si propone di ridefinire gli assetti contrattuali all'interno di quest'ultimo. Allo scopo presiede il principio di sussidiarietà, ovverosia il canone per il quale si compensano all'occorrenza gli atti da compiere quando chi di dovere non “sia in grado di farlo”, con un'osmosi di competenze.
In base a quanto precede, si consolida il criterio del doppio livello di contrattazione.
Il primo livello attiene al C.C.N.L. di categoria; il secondo livello è demandato al Contratto collettivo aziendale o territoriale. Si istituisce un criterio di attribuzione di competenze secondo cui la contrattazione aziendale riguarda materie ed istituti diversi e non ripetitivi rispetto a quelli retributivi propri del C.C.N.L., con divieto espresso di aumentarne partitamente i costi.
La matrioska contrattuale, mentre apre al secondo livello di trattativa, ne limita l'applicabilità ai confini tracciati nazionalmente e, di fatto, non configura nessun obbligo a contrattare a livello decentrato. Il Protocollo, attraverso l'allegato accordo interconfederale, apre la strada ad un nuovo soggetto: le R.S.U., Rappresentanze sindacali unitarie, titolari in futuro di un compito di delega dell'accettazione-applicazione in azienda degli accordi nazionali e di assimilazione politica verso i sindacati autonomi, che, invece, fioriranno, con l'accettazione da parte dei più grossi dell'apertura al confederalismo, mentre, per converso, le R.d.B., rappresentanze di base ed i COBAS, Comitati di base, aumenteranno la loro presenza, facendosi portatori degli interessi particolari e delle esigenze di riconoscimento professionale espresse dalla base e giungendo a costituire strumenti di sostegno reciproco e di cooperazione, pur nel mantenimento delle proprie differenze e caratteritiche particolari.
Logorato ormai il concetto di maggiore rappresentatività, con le R.S.U.-Rappresentanze sindacali unitarie- si tenta di rafforzare l'azione sindacale confederale.
E' un passaggio delicato che sottolinea la continua messa in discussione della pretesa, giuridicamente mal puntellata, di sostituirsi alla realtà, che ormai mette in crisi i criteri che avevano ispirato la stesura dello Statuto dei lavoratori: Per supplire a questa debolezza, si procede ad una forzatura: si stabilisce che, in sede di elezione delle R.S.U., un terzo dei seggi sia attribuito alle tre Confederazioni, a prescindere dal risultato effettivo della consultazione.
Mentre la base ribolle, su un fondale paludoso si edificano le regole istituzionali precise sulle fonti e sugli attori, assicurando un quadro stabile, fino a nuovi equilibri, e governabile delle relazioni industriali.
L'accordo non è recepito dall'Ordinamento statale. Sarebbe stato a forte rischio di incostituzionalità.
Si sancisce così la provvisorietà dialettica di questo assetto materiale, atto comunque a governare le relazioni tra sistema politico e sistema sindacale, tra governo dell'economia ed autonomia sindacale, tra legislazione e contrattazione collettiva e persino tra contratti collettivi di diverso livello. La duttilità dottrinaria provvede alla bisogna, senza intaccare i criteri generali costituzionali.
Rappresentativamente, però, il protocollo del 1993 viene definito “ la nuova carta costituzionale delle relazioni collettive”. Si concerta la stessa concertazione futura e si definiscono i connotati dell'ordinamento del lavoro, razionalizzando la struttura contrattuale.
Mentre si persegue una stabilità di relazioni tra potere esecutivo e sindacati, si producono situazioni in contraddizione con quanto elaborato nel protocollo del 1993: un rinnovato sindacalismo autonomo in incremento associativo e il passaggio al bipolarismo in politica.
Per la natura stessa delle scelte della Triplice, il sindacalismo autonomo si arricchisce di nuova linfa, tramite un crescente consenso che lo spinge sul proscenio, animato da una forte spinta rivendicativa, sia pur settoriale e di mestiere. La pretesa egemonica di C.G.I.L., C.I.S.L. e U.I.L. ne è minata.
Contemporaneamente, il pur imperfetto passaggio al sistema elettorale uninominale, elimina il fondamento elettorale del potere dei partiti e, di conseguenza, del metodo consociativo. Forte della legittimazione elettorale, del cosiddetto consenso, il potere politico riafferma la sua volontà di ritornare ad essere superiore rispetto alle Organizzazioni sindacali.
Le Organizzazioni sindacali, più numerose ritrovano d'incanto la piena sintonia d'intenti: fanno fronte comune e si pongono di traverso, per non essere estromesse dal governo dell'economia. La veste di veto player del sindacato si manifesta.
Il 14 Ottobre 1994, le organizzazioni sindacali, di nuovo unitarie, proclamano lo sciopero generale. Nonostante il successo d'adesione, il potere politico va per la sua strada, procede d'autorità, con qualche modifica non sostanziale al ripristino dell'assetto precedente, ora, con una politica rilegittimata.
Non desistono neppure le Organizzazioni sindacali e, contro il metodo unilaterale, rilanciano, con una nuova ingente manifestazione di piazza che si svolge agli inizi di Novembre.
Ancora un successo d'adesione.
Il potere esecutivo tiene il punto.
Il 30 Novembre viene proclamato un altro sciopero generale al quale partecipa un milione di persone. La forza dei numeri e la costanza nella partecipazione inducono il potere escutivo a rinunciare all'unilateralità delle sue decisioni, privilegiando la soddisfazione dell'esigenza politica su quella della sua esclusiva legittimazione giuridico-formale. Il 1° Dicembre, desiste dalla riforma, non concordata, delle pensioni, che aveva costituito il casus belli.
La riforma delle pensioni viene stralciata dalla legge finanziaria e, dopo l'approvazione della legge di bilancio, l'esecutivo si dimette.
La contestazione sindacale si è tradotta in veto. La piazza contro il palazzo e la defezione della Lega Nord, movimento a base popolare delle zone più produttive del paese, provocano la caduta del Governo.
Emerge la figura del Presidente della Repubblica, sponsor e garante di un nuovo Governo di tecnici: la cronaca, più che la Storia, che vichianamente si ripete in mutati scenari.
Si tratta di un Governo tematico, presieduto dal Ministro del tesoro uscente, chiamato comunque a realizzare la riforma delle pensioni, “ con il consenso delle OO.SS”., evidentemente riconosciuto come dirimente.
Dopo alcuni mesi di concertazione, la legge n. 335/1995 realizza la riforma, che accoglie le principali richieste sindacali.
La volontà concertativa mostra significative contraddizioni: pretende infatti di disegnare i tratti di un nuovo sistema, valido per tutti, attraverso l'accordo delle OO.SS. maggiormente rappresentative, quando, destinatari dei provvedimenti, non sono solo i lavoratori subordinati ed i pensionati, bensì anche categorie non rappresentate nelle trattative, quali i Co.Co.Co.- Collaboratori coordinati e continuativi- ed i giovani in attesa di occupazione.
I contratti atipici che fioriranno poi, smantellaranno tutti i riferimenti precedenti e storici, ma non il contenitore della concertazione fra Governo e C.G.I.L, C.I.S.L. e U.I.L.
Fatto salvo il trait d'union, non si bada alle forme e neanche alla sostanza, introducendo elementi di discriminazione generazionale ( i diciotto anni di contribuzione ), l'istituzione della gestione separata per le collaborazioni coordinate e continuative, che, secondo l'opinione prevalente degli analisti, non garantirà una copertura previdenziale adeguata al prelievo fiscale che viene messo in atto.
Il Partito radicale propone un referendum sull'art. 19 dello statuto dei lavoratori che si propone di ripristinare il criterio della maggiore rappresentatività, su base reale e non presunta.
La Corte costituzionale, nell'ambito del controllo di ammissibilità del referendum, salva capra e cavoli con la sentenza n. 1 del 12 gennaio 1994. Ne riconosce la legittimità, peritandosi di sottolineare, però, che il quesito “non osta alla validità costituzionale delle altre clausole che, per rinviare alla contrattazione collettiva, fanno ricorso alla nozione di sindacato maggiormente rappresentativo”.
L'abilità dei termini del pronunciamento si manifesterà dopo l'esito vittorioso del referendum, che abiliterà anche i sindacati autonomi, firmatari di contratti collettivi applicati in azienda, a costituire, ope legis, delle R.S.A.
Si rimette quindi al mutuo riconoscimento, la determinazione e selezione dei soggetti abilitati ad usufruire del sostegno legislativo in azienda.
Se, per alcuni, è la frana progressiva del sistema di relazioni industriali, per altri è un apparente paradosso, o un'eterogenesi dei fini, perché, anziché intaccare, come si proponevano i referendari, il sindacalismo confederale, lo rafforza. Se, in teoria, è un'evoluzione pluralistica, in pratica subisce un'inversione di senso rispetto allo spirito referendario.
1996, cambia il quadro politico. La maggioranza è pro labour e gode dell'appoggio anche del Partito della rifondazione comunista. Sembra che ci siano le condizioni propizie per “una manutenzione del modello concertativo”, anche perché le tradizionali crisi economiche, la disoccupazione galoppante, come, altrimenti, l'inflazione e la crescente influenza dei vincoli comunitari, rendono ancora una volta necessaria una stagione di adattamenti, di riforme, con il suggello di una nuova, pesante finanziaria di risanamento.
L'Ulivo, come allora si chiamava la maggioranza, coinvolge immediatamente le OO.SS. che ne sono state “grandi elettrici” ed emargina l'opposizione che, sul fronte sociale, non dispone di argini con cui contrastare l'azione governativa. Il 24 dicembre 1996 viene sottoscritto il Patto per il lavoro. Scopo dichiarato è di “favorire il governo attivo delle dinamiche dell'occupazione senza innestare spirali inflazionistiche”.
Per essere atti costitutivi, cominciano ad essere un po' troppi.
Questa volta, il metodo concertativo è utilizzato per gestire la riforma del mercato del lavoro. Attraverso l'accordo, si punta a rendere flessibile il garantito mercato del lavoro e ad introdurre il lavoro interinale, secondo gli indirizzi provenienti da Bruxelles.
La riforma è realizzata con la legge n. 196/1997 ( detta pacchetto Treu )che prevede il lavoro interinale e rende elastica la disciplina circa l'opposizione del termine, favorisce il part-time e l'apprendistato, inaugura i contratti di riallineamento e i contratti d'area.
Il sistema sindacale confederale è pienamente coinvolto nell'instaurazione della flessibilità, giustificata con l'alto tasso di disoccupazione, che la rigidità del mercato del lavoro provoca.
Si aggiorna, quindi, l'intreccio fra legislazione e contrattazione collettiva, che affida ai “sindacati comparativamente più rappresentativi”, la possibilità di stipulare contratti collettivi nazionali per la categoria d'appartenenza dell'impresa utilizzatrice e per gestire l'introduzione della flessibilità interinale. “In caso di inerzia o disaccordo tra le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative, il potere di individuare le ipotesi di fornitura di lavoro temporaneo torna alla potestà legislativa”.
Se da un lato si afferma, almeno in ultima istanza, la supremazia parlamentare, dall'altro, con la “rappresentatività comparativa”, si respinge ed argina l'incremento della rappresentatività dei sindacati categoriali e professionali, che, soprattutto per le rivendicazioni economiche, hanno di molto ampliato la loro base. Quest'ultimo ritocco è, però, un'arma a doppio taglio o, se vogliamo, libera le potenzialità di autonomia di ciascuna componente della Triplice e, poi, di specifiche sensibilità all'interno di esse. Se si proponeva di arginare i rischi di una perdita di effettività della contrattazione collettiva, apre anche la strada a possibili divisioni fra e nelle tre confederazioni “storiche”.
Si continua ad agire, comunque, nelle zone di confine tra la legislazione e la contrattazione collettiva, secondo presunzioni, frutto dell'esperienza.
E' una prassi che si applica nel mondo industriale....nell'ambito impiegatizio ed amministrativo, invece, si assiste al fenomeno inverso. In quest'ultimo ambiente, dove maggiore è la presenza del sindacalismo moderato, pur mettendo in cantiere, anche nel pubblico impiego, l'introduzione di elementi privatistici, normativi ed organizzativi, si abbandona la rappresentatività presunta a favore di quella effettiva.
Il rinnovato coinvolgimento del sindacato confederale nella gestione del mercato del lavoro e nella riforma del pubblico impiego provoca tensioni nella maggioranza di governo, quando si comincia a teorizzare una riforma organica delle relazioni industriali, degli ammortizzatori sociali e del welfare state. Le tensioni sono enfatizzate dal Partito della rifondazione comunista, che tende a porsi come “quarto sindacato” all'interno della maggioranza governativa. Sostenitore del primo governo Prodi, ma senza ministri al suo interno, sente minacciata la sua presa sociale dall'attivismo politico dei sindacati, soprattutto della C.G.I.L.
La corsa che si innesta sulla volontà di riaffermare la propria identità, lo porta a scavalcare il sindacato nel suo stesso campo: quello della disciplina delle condizioni di lavoro. Impone quindi al governo di inserire in Finanziaria l'obbligo legale di ridurre a trentacinque ore settimanali l'orario di lavoro.
Questa incursione contraddice il processo di flessibilità nel rapporto di lavoro, portato avanti negli anni precedenti. Il Governo pone la fiducia e, per un voto, non la ottiene.
A Prodi succede D'Alema, il cui governo non è però legittimato dal voto popolare, come si proponeva di assicurare la riforma elettorale. Gioco forza, D'Alema deve muovere alla ricerca di legittimazione sociale. Per questo, il 22 Dicembre 1998, sottoscrive un nuovo accordo concertativo: il Patto di Natale.
Le parti sottolineano, preliminarmente, la necessità di definire, nel rispetto delle prerogative e dei diritti costituzionali, una nuova fase della concertazione, per lo sviluppo economico e la crescita dell'occupazione.
Si comincia a teorizzare un'istituzionalizzazione della concertazione per farne il raccordo stabile tra ordinamento statale e ordinamento intersindacale. Si tratterebbe di far entrare stabilmente le OO.SS. maggiori nel governo dell'economia.
Allo scopo, si conferma l'assetto contrattuale dell'accordo 23 Luglio 1993 e si afferma espressamente il principio di sussidiarietà tra ordinamento statale e ordinamento intersindacale. “ le parti sociali sono competenti a decidere nelle materie di loro stretta pertinenza, sempre che queste deliberazioni non comportino oneri a carico dello Stato, nel qual caso, la scelta resta del Governo”.
Si cerca di stendere una ragnatela tra le fonti dell'ordinamento del lavoro. Ci si propone di raccordarsi tra l'ordinamento comunitario e quello nazionale, tra la contrattazione collettiva nazionale e quella decentrata, si prevede di rafforzare la contrattazione territoriale, attraverso il coinvolgimento degli Enti locali.
Metodologicamente, l'accordo sembra aver interiorizzato lo spirito della concertazione e, pur non prendendo in considerazione delle formalizzazioni legislative, tenta di istituzionalizzarle di fatto. Anche l'istituzionalizzazione di fatto è concertata, su un terreno neutro, nel quale il potere esecutivo e le OO.SS. si confrontano, senza escludere lo scontro, con pari dignità e legittimità.
La struttura della concertazione si fonda su due binari e queste tracce sono da percorrere quando il Governo intenda intervenire in materia di politica sociale, distinguendo tra materie che comportino impegni di spesa per il Governo stesso e materie riguardanti i rapporti tra le imprese, i lavoratori e le loro rappresentanze, senza oneri per il bilancio dello Stato.
I capitoli di spesa vengono affrontati in via preliminare attraverso la concertazione con le parti sociali; il costume e la prassi fra i soggetti sociali vengono fissati, o almeno si cerca di fissarli, in un tempo stabilito, fissato dal Governo, dietro richiesta degli interessati, in via negoziale.
Solo alla fine, quasi cerimonialmente, al Patto di Natale fa da suggello l'approvazione del Parlamento. Non viene recepito, però, in un atto avente forza di legge. Ci si accontenta che diventi parte integrante del programma di governo. Al parlamento è demandata una funzione notarile.
Al culmine di un processo tecnico di formulazione e di una prassi furtiva di concertazione, la ricercata stabilità di procedura comincia ad evidenziare un accentuato declino.
Si svolge la campagna elettorale per il rinnovo parlamentare della XIV legislatura. Il metodo di confronto con le parti sociali entra a far parte dei programmi di governo.
La coalizione di centro-sinistra afferma di voler proseguire nel metodo concertativo, attraverso il quale, sostiene di aver risanato il bilancio statale. Recependo lo spirito dell'accordo del 1998, si propone di mantenere stabilmente in equilibrio il bilancio statale senza più conflitti sociali.
Nella coalizione di centro-destra si rivendica, invece, il ripristino della primazia del politico sul sindacale e, già durante la campagna elettorale, si postula il superamento della concertazione. Le elezioni del 13 Maggio 2001 sanciscono la vittoria di questa seconda posizione.
Il sistema uninominale, sia pur corretto, sortisce l'effetto sperato: il bipolarismo e l'alternanza, almeno di coalizioni di partiti.
Nella precedente stagione proporzionalistica, l'opposizione riusciva spesso, attraverso il suo potere d'interdizione, a farsi associare alle più importanti decisioni di politica nazionale. L'uninominale conferisce allo schieramento vincente un potere di determinazione esclusivo e depotenzia, fino a svuotarle, le potestà politiche dell'opposizione.
Il bipolarissmo abolisce, frazionandolo, il cosidddetto Centro, assurto a perno della politica nazionale nei decenni precedenti.
Sulle ali, invece, si rianima il movimentismo dei cosiddetti “massimalisti”, prima esclusi dagli archi costituzionali e dalle scomuniche verso i morbi estremistici, dalla conventio ad escludendum di chi stava, per forza rappresentativa e di coagulo di interessi, all'interno del sistema.
Nell'ambiente sindacale è ormai chiaro che il rapporto con la politica non può più essere quello che vigeva con il proporzionalismo, “nel quale, il gioco con i partiti amici garantiva la rappresentanza sociale nelle camere parlamentari, sia tra i banchi dei sostenitori del governo, sia tra quelli dell'opposizione.
Si comprende che la possibilità di partecipare alla gestione della cosa pubblica finisce per dipendere dal gioco concertativo.
Nel centro- destra si diffonde la simmetrica convinzione di cogliere il mutamento di equilibri, per cercare di riaffermare il primato del ruolo politico e relegare le OO.SS. in una veste subalterna. Fra l'altro, sembra venir meno quell'emergenza inflattiva che aveva imposto la chiamata a collaborare dei sindacati maggiormente rappresentativi.
Lo stesso contenimento del costo del lavoro non sembra più essere un obiettivo prioritario e necessario. La necessità della concertazione sociale sembra superata.
Con l'allontanarsi delle posizioni, le istanze massimalistiche si rafforzano.
Il Governo, quindi, adegua la sua iniziativa e teorizza il metodo del “dialogo sociale”, per riformare, in una prospettiva più marcatamente liberista, il mercato del lavoro.
Il manifesto di questa ulteriore novazione di programma, è il Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia, pubblicato nell'Ottobre del 2001.
Nel Libro bianco, richiamata e reinterpretata la genealogia degli accordi del 1983, 1984, 1992 e 1993, si teorizza il nuovo modello del dialogo sociale, la sua struttura, il metodo e i fini. Si dichiara l'intervenuta impossibilità di applicazione del modello concertativo degli anni '90, superato ai fini di affrontare la nuova dimensione dei problemi economico-sociali.
Rifacendosi alla metodica europea del “dialogo sociale”, si argomenta che, in caso di mancato accordo, il Governo debba portare a compimento i suoi progetti, rinunciando a ricercare “estenuanti unanimismi”.
Il metodo inaugurato si rifà al modello comunitario in vigore e mira a riprodurre, in patria, le condizioni di accettabilità di corpi sindacali che non prefigurino, per origine e lascito culturale, i crismi socio-sindacali di uno Stato totalitario.
Il metodo è la base ideologica delle sempre più frequenti separazioni di linee fra C.I.S.L. e U.I.l. da una parte e C.G.I.L. dall'altra.
Prodromo di una difficile stagione intersindacale era stata l'Intesa per Milano del Luglio 2001, che aveva visto la prima divaricazione sopra descritta.
Comunque, il Libro bianco si propone di realizzare, attraverso il dialogo sociale, un profondo disegno di modernizzazione del mercato del lavoro che, sulle orme del pacchetto Treu, professore, consulente C.I.S.L. e poi ministro, prefigura il passaggio dal welfare state al welfare to work, per promuovere una società attiva.
L'architrave del progetto è la modulazione delle tutele, che trova la sua pietra angolare nel lavoro a progetto ed il cui esito auspicato dovrebbe far scaturire lo Statuto dei lavori, secondo l'aspirazione di Marco Biagi.
Il nocciolo duro della riforma risiede in un nucleo ristretto di principi e norme inderogabili di specificazione del dettato costituzionale, comuni a tutti i rapporti negoziali che hanno per oggetto il lavoro.
Lo scopo sarebbe quello di modulare le tutele del lavoro in rapporto alle accentuate dinamiche dell'economia comunitaria e mondiale, alle quali non sono estranee le ricadute dei rischi d'impresa.
L'incertezza del quadro di riferimento è evidente, in rapporto alle giustificazioni addotte: mentre si rendono più labili le tutele giuslavoristiche, rispetto alle superande tutele previste dall'assetto economico sussistente, si afferma, dall'altro, di voler instaurare la valvola di sicurezza del sistema, per estendere le tutele ( in rapporto ad un divenire ) del rapporto di lavoro subordinato, sempre più esposto al precariato.
Il corollario di questa premessa è il disegno di legge n. 848 del Novembre 2001, che, parallelamente alla riforma del mercato del lavoro, prevede, da un lato, gli ammortizzatori sociali e, dall'altro, degli incentivi all'occupazione.
Si prevede anche un embrionale tentativo di infrazione di un tabù giuslavoristico, di attenuare, cioè, talune rigorose tutele, previste dall'art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
La C.I.G.L., ormai isolata da C.I.S.L. e U.I.L., reagirà con una vigorosa mobilitazione che ne mette in mostra l'ancora intatta capacità organizzativa e che culminerà nel milione di partecipanti alla manifestazione del Circo Massimo, a Roma, in difesa dell'art. 18. Ne seguirà una battaglia, senza esclusione di colpi, “per conservare il frutto legislativo di dure ed epiche lotte”.
Il potere esecutivo afferma la necessità storica ed economica di procedere ad un'accentuata flessibilità del e nel mondo del lavoro. CI.S.L. e U.I.L. si mostrano sensibili ad assecondare, contrattandolo, un adattamento dei termini che presiedono ai rapporti di lavoro. La C.G.I.L. si arrocca nella difesa dello Statuto dei lavoratori, così com'era.
La polemica investe anche i teorici chiamati a mettere in bella copia e ad autenticare sul piano culturale la volontà dei politici. La contesa si imbarbarisce.
Il giuslavorista Marco Biagi fa da capro espiatorio della disputa, come già in precedenza ed in appoggio professionale a Governo di altro segno era toccato a Massimo D'Antona. Biagi cade ucciso da nuovi gruppi armati che si riallacciano all'esperienza storica delle Brigate rosse e, sotto traccia, a quelle delle formazioni partigiane spontanee.
Lo scopo sembra di impedire la riforma o di ucciderne l'artefice tecnico. Invece, rafforza, per contrasto, la volontà politica di procedere, mettendo in grave imbarazzo anche i critici della nuova legge.
Governo e sindacati rafforzano la loro collaborazione e, il 5 Luglio 2002, nasce un nuovo accordo concertativo, detto Patto per l'Italia, con il quale il potere esecutivo e le parti sociali si impegnano a tradurre in atto il progetto legislativo di Marco Biagi.

Le parti si peritano di sottolineare di muoversi nel solco concertativo previsto dal Protocollo del 1992. E' un vero e proprio contratto fra due parti.
Ci si basa, espressamente, sull'assetto contrattuale del 23 Luglio 1993 e si rimoderna il tracciato del Patto per il lavoro del 1996, pronubo del pacchetto Treu, molte previsioni del quale vengono adottate.
Secondo una prassi di coinvolgimento ormai consolidata, sono ben trentasei le sigle sindacale presenti: manca la C.G.I.L. E' una grossa lacuna in sé e per sé e rispetto agli episodi precedenti.
I sindacati partecipanti accettano di sostenere una ulteriore riforma del mercato del lavoro, finalizzata all'introduzione di ulteriori flessibilità, soprattutto per quanto riguarda i criteri e le regole d'accesso e del tutto funzionale all'economia che si prospetta. In cambio, il Governo si impegna a potenziare ed a tarare sulle prevedibili conseguenze di una accentuata dinamica liberalizzatrice, gli ammortizzatori sociali. Si intravede facilmente l'avvio di una strategia di sostituzione di soggetti lavorativi. Si avverte che si è preso coscienza dell'uso speculativo che è stato finora fatto della facoltà di usufruire delle collaborazioni coordinate e continuative, fino alla fraudolenza e ci si propone di reprimerlo.
I sindacati stipulanti assumono un nuovo e rafforzato ruolo nel promuovere l'occupazione e nel gestire il mercato del lavoro, attraverso il riconoscimento del ruolo e delle prerogative degli enti bilaterali.
Lo strappo o separazione che dir si voglia, induce a stralciare dal disegno di legge delega . 848, delle modifiche all'art. 18. anche la riforma degli ammortizzatori sociali e degli incentivi all'occupazione, che confluiscono nel disegno di legge delega n. 848 bis.
L'azione del governo si concentra poi sulla riforma del mercato del lavoro, approvata il 14 Febbraio 2002, con la legge delega n. 30/2002, detta anche Legge Biagi.
Con essa si dà attuazione all'impegno assunto nel Patto per l'Italia “di coinvolgere le parti sociali nella fase di elaborazione, emanazione ed implementazione della riforma del mercato del lavoro”.
L'art. 7 della legge Biagi ne formalizza un procedimento di formazione che vede il coinvolgimento stabile delle OO.SS. Suggello e conforto di questa impostazione è il decreto legislativo n. 276/2003, che richiama per ben quarantatré volte il coinvolgimento delle OO.SS.maggiormente rappresentative.
Abbiamo constatato come il movimento sindacale confederale si presenti diviso al compito di contribuire attivamente alla modernizzazione del mercato del lavoro.
Tutti, con riserve mentali, ora verso i provvedimenti in cantiere, ora verso i partners del proprio stesso fronte, partecipano ai tavoli negoziali, da un lato, per essere presenti e, talvolta, dall'altro, per ribadire ed argomentare posizioni difformi. L'unità sindacale si è incrinata e il Governo non sembra peritarsi di favorire una ricomposizione.
La frattura si amplia all'atto della sottoscrizione dell'accordo interconfederale sul contratto di inserimento e, soprattutto, quando le due Confederazioni minoritarie, per rappresentanza di settore, siglano, senza la C.G.I.L., il rinnovo del contratto dei metalmeccanici.
Le faglie delle divisioni si moltiplicano, passo passo, e la polemica ideologica fra le Confederazioni si fa rovente. La nozione di sindacato “comparativamente più rappresentativo” trae nuova linfa dalla situazione.
Da oggetto di dibattito politico, la legge Biagi degrada in una “guerra di religione”.
Stigmatizzata come strumento della precarizzazione del lavoro, è, per altri, volano di occupazione, coerente con le reali possibilità di accedere alle possibilità di lavoro offerte dai mercati.
La riforma risulta comunque zoppa, perché la contropartita sindacale del Patto per l'Italia: ammortizzatori sociali e Statuto dei lavori, risultano mancanti.
Lo slancio riformatore si involve nelle polemiche che deformano e inibiscono l'applicazione della legge Biagi.
La congiuntura economica è stagnante e potenzialmente recessiva.
Le parti sociali sentono, a questo punto, l'esigenza di riprendere l'azione concertata e cercano di ritrovarsi su tematiche di carattere generale.
Nel riconfrontarsi, trascurano di rifarsi all'esecutivo, il cui appeal è stemperato dalla scarsezza di sovvenzioni pubbliche erogabili.
Ciò non di meno, nel Luglio del 2003 viene firmata l'”intesa sulla competitività” ed a Novembre quella sull'ennesimo rilancio del Mezzogiorno. Prende la forma dell'accordo-quadro, riguarda scenari complessivi e si propone di pungolare “dall'esterno” il Governo.
Più concretamente, si registra un diffuso ricorso alla concertazione locale, per lo sviluppo sul territorio, tramite i contratti d'area.
I dati macroeconomici denunciano la sterilità di questi approcci; nel 2004/2005, il P.I.L. risulta stagnante.
Il Governo, contraddetto nelle sue intenzioni legislative circa il mercato del lavoro, mostra, d'ora innanzi, un marcato disinteresse per le tematiche giuslavoristiche.
Scade la legislatura e sono ancora inattuate quasi tutte le misure che il Patto per l'Italia prevedeva, come materia di scambio nei confronti dei sindacati firmatari.
La riformulazione delle norme si è arenata sulla flessibilità in uscita.
La riforma dell'art. 18 è abortita; mancano lo Statuto dei lavori e l'implemento degli ammortizzatori sociali.
Nella tutela degli occupati, si stemperano le previsioni di ripartizione degli oneri rivenienti dalla flessibilità tra insiders ed outsiders, tra coloro che lavorano in imprese con più di quindici dipendenti e giovani, disoccupati e stranieri.
Concertazione e dialogo sociale sono le due facce della stessa medaglia: su di un lato, constatiamo l'erosione del potere pubblico, sull'altro, il crescente rilievo che alcuni sindacati hanno assunto nella società italiana. E' uno sviluppo incongruo al disegno costituzionale ed è troppo condizionato dai plurali significati che si sono voluti attribuire al principio dell'autonomia sindacale, che il comma 1 dell'art. 39 della costituzione sancisce.
Secondo la dottrina costituzionale, il dettato della suprema Carta qualifica l'autonomia sindacale nel demando a contribuire a fornire, attraverso la contrattazione collettiva, la disciplina delle condizioni di lavoro e nella facoltà di sciopero contro il datore di lavoro per migliorare quelle condizioni. Nello sviluppo della vita del diritto ha assunto significati politici, capaci di tradursi in una grande forza di pressione, in grado di paralizzare l'azione governativa o, comunque, di compromettere la funzionalità dell'ordinamento del lavoro.
Vediamo dunque, nel trar le somme di questa disamina degli ultimi decenni della vita sindacale e politica italiana, di ordinare sistematicamente gli strumenti non ortodossi di cui si servono i sindacati per agire politicamente nella società.
Secondo il modello liberale, fondato sulla rappresentanza degli interessi, le maniere di influire sulle decisioni parlamentari risiedono nella capacità di pressione delle componenti organizzate della società. L'appoggio a questo o a quello schieramento è subordinato alla promessa di una legislazione conforme o almeno compatibile con gli interessi delle lobbyes. Organizzazioni datoriali e anche organizzazioni sindacali dovrebbero far pervenire i loro desiderata, sostenendoli con la capacità di influenza che detengono.
Le elezioni sono previste, però, ogni cinque anni e quindi, durante la legislatura, le influenze, anche quelle sindacali, prendono vie diverse da quelle parlamentari.
Quelle pubbliche prendono la denominazione e la forma della manifestazione, dell'astensione collettiva di cui lo sciopero politico è l'acme...per degradare nell'anarchia contrattuale...per ricomporsi nel referendum. “Potremmo chiamarle le categorie della contestazione sindacale”.
Espressioni del dissenso finalizzato:
la convocazione della piazza (dei Comizi tributi) serve a mostrare la consistenza numerica dei supporters, la capacità di mobilitarli e di motivarli. Sottocategorie della mobilitazione sono le manifestazioni, i movimenti, i girotondi, ai quali partecipano i sindacati per dare loro forza e che talvolta ne sono pure i promotori. Così hanno fatto, ad esempio, per contrastare il programma governativo sull'art. 18 e contro l'intervento in Iraq;
l'astensione collettiva da una obbligazione di fare, anche quando è diretta a manifestare una posizione politica, produce delle conseguenze nei confronti dei privati, siano essi consumatori, utenti, datori o prestatori di lavoro. Lo sciopero politico è il paradigma di quanto precede. Talvolta le proteste degenerano in reati, quali i blocchi stradali, ferroviari e delle altre infrastrutture.
La contestazione sindacale provoca l'ingovernabilità delle dinamiche contrattuali. Una prassi sindacale di contrapposizione sistematica impedisce l'applicazione della politica dei redditi, come l'intera esperienza della Prima Repubblica sta a dimostrare.
Ciò vale sia quando i sindacati si muovono unitariamente in termini ribellistici ed inseguono insieme, senza rinunciare alle rispettive autopromozioni, tutte le occasioni di scontro con le controparti.
Ma avviene anche per il potere interdittivo che una singola confederazione della Triplice può esplicare verso le intenzioni conciliative altrui, com'è avvenuto quando la C.G.I.L. Ha contrastato ogni iniziativa estensiva della Legge Biagi.
Arma finale, abrogativa di una disposizione legislativa sgradita, è il referendum, che consente alle posizioni di parte di trovare l'avallo, nel nostro Ordinamento, del corpo sociale. Il ricorso al popolo è considerato dal potere l'atto di delegittimazione più radicale, che mette in mora, trasversalmente, il principio o la pretesa di rappresentatività delle forze politiche, conduce ad una rimisurazione del consenso e prevede, in termini secchi, dei vinti e dei vincitori.
Quando il sindacato riesce a far rinunciare il potere politico a legiferare, si può serenamente affermare che ha assunto la titolarità di fatto di una facoltà di veto. Il veto è, tecnicamente, la facoltà riconosciuta al membro di un organo deliberante di bloccarne una decisione o di paralizzarne l'azione. E' il particolare che ostacola il generale. Attraverso il potere di uno di paralizzare tutti gli altri, rappresenta, in questo senso, il principio democratico di base che si corrompe verso l'unanimismo.
L'analisi condotta sul campo dimostra che, in questa contingenza storica, anche il Sindacato dispone di questo potere.
Formalmente, il diritto di veto è prerogativa delle forze politiche istituzionali, per attribuzione discendente di un ordinamento superiore.
Sul piano empirico, si è più volte constatato che, ricorrendo e miscelando i diversi strumenti della contestazione, il Sindacato, potere di fatto, fondato sul libero associazionismo e sulla forza da esso conferita, è riuscito a paralizzare l'azione di governo. Il già ricordato veto player, che della propria capacità di pressione fa una leva di condizionamento politico e di influenza significativa nel governo dell'economia.
Durante la passata legislatura, la contestazione sistematica al governo di centro-destra è stata assunta dalla C.G.I.L., che, sia pure con riserve espresse e scarti improvvisi, si è tirata dietro le altre due Confederazioni, altrimenti disposte al dialogo, quando non inibite sul piano concorrenziale. La C.G.I.L., grazie alla sua capacità di mobilitare le sue strutture e coagulare consenso, è riuscita ad impedire, attraverso scioperi e manifestazioni, la modifica dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori e a rendere attuabile integralmente la riforma del mercato del lavoro, attraverso continue iniziative categoriali difformi, puntualizzazioni e separazioni su temi specifici. La già citata contrattazione collettiva ribelle.
Questa politica ha però provocato, per la prima volta, nell'esperienza storica della confederazione marxista, dei frazionamenti interni espliciti, su tesi contrapposte, che sono all'origine della schizofrenia compensatoria delle sue disomogenee prese di posizione politiche e che non hanno impedito, comunque, la legiferazione su istituti importanti, riguardanti il mercato del lavoro, quali le agenzie private di collocamento in affitto di lavoratori e tutta la contrattualistica atipica che caratterizza attualmente il mercato del lavoro, trovandosi anche in contrasto con l'ex partito di riferimento, per altro, a sua volta, mutevole, almeno nelle denominazioni che andava assumendo. Clamorosa la contrapposizione fra massimo D'Alema, presidente del Consiglio dei ministri e Sergio Cofferati, segretario generale della C.G.I.L. sulla flessibilità. Paradossale, l'introduzione della facoltà di istituire agenzie di collocamento di lavoratori interinali, promossa dal Governo dell'ex comunista D'Alema.
Ancora di più fuori dai canoni istituzionali e sbiadita parente del sindacalismo eversivo dei primordi fu l'opposizione, tutta politica, alla partecipazione alla guerra nell'ex Jugoslavia, che lo stesso Governo D'Alema promosse e che la C.G.I.L. contestò e contrastò attivamente.
C.G.I.L., C.I.S.L. e U.I.L. si ritroveranno insieme nel tentativo, riuscito, nel 1994, di impedire l'attuazione della riforma delle pensioni.
Questi esempi dimostrano che il principio dell'autonomia sindacale, nell'evoluzione materiale dell'Ordinamento, si è arricchito di nuovi significati, che danno valore e concretezza all'agire politico del sindacato, a cui fa da contraltare un palpabile indebolimento del potere pubblico, osteggiato e surrogato.
Nell'ambito di un “ribellismo” strisciante, possiamo affiancare i piccoli partiti che fanno valere la loro rendita di posizione ed i sindacati confederali, quando non condividono le riforme.
Questo, sul piano istituzionale o para-istituzionale.
Non va taciuto, però, che la faticosa trasformazione dell'economia e della società, a parte un istintivo e sterile rifiuto iniziale, provoca, nella sua genesi, espulsioni, residualità ed emarginazioni e conseguenti difficoltà materiali e psicologiche, a cui la, talvolta non concordante, azione delle forze sociali, apre degli spazi che possono essere pericolosi e degenerativi ed ai quali, recentemente, la Magistratura ha apportato una terapia preventiva, individuando, negli anfratti della C.G.I.L., un nuovo, embrionale movimento brigatista.
Evidentemente, sul piano concertato istituzionale, si vigila.
Ad un invito ai più alti livelli: Capo del Governo, Presidente della Repubblica, a bonificare i propri ambiti, la C.G.I.L. ha fatto seguire, senza clamori mediatici, una profonda selezione dei propri Quadri, allontanandone molti dai suoi apparati.
Il veto sociale, però, si amplia.
Gli interessi particolaristici di comunità, enti, associazioni, per la loro natura privatistica esclusi o trascurati dalla concertazione, ormai a 360°, si organizzano e manifestano contro provvedimenti di interesse generale che siano in grado di sacrificare interessi locali o specifici.
Sulla previdenza complementare, hanno fatto la loro comparsa nell'agone politico l'A.B.I.-Associazione bancaria italiana e l' A.N.I.A.-Associazione nazionale industria e artigianato; sulle quote latte, gli allevatori auto-convocati hanno bloccato le strade ed ingaggiato tafferugli con la polizia; gli abitanti di alcuni paesi hanno occupato i binari ferroviari, contro l'impianto di un inceneritore nel loro territorio.
Epica la battaglia dei valligiani contro la T.A.V.-Treni ad alta velocità.
Questo potenziale potere di veto spontaneo esula dalle previsioni della Costituzione,ma, in sede politica, si è evitato di reprimerlo, ritenendo che, nei limiti di uno “sfogatoio”, anche prolungato e determinato, l'espressione prevedibile di sentimenti e non di vere e proprie opzioni politiche, che non avrebbero trovato, se non strumentalmente, sponde nelle istituzioni, potesse stemperarsi fisiologicamente, rimanendo nei limiti di una scontata reazione all'alterazione dello status quo.
Le proteste rimangono, infatti, circoscritte alle categorie ed alle comunità che rivendicano la tutela degli interessi sacrificati
Una repressione politica contro dei movimenti spontanei, rischierebbe di incanalarli verso una configurazione di massa, avversa al potere costituito, attribuendole una capacità di proselitismo, indotto dalla risonanza mediatica che questi fenomeni suscitano.
Particolarmente delicata risulterebbe la repressione del ribellismo sindacale che si esercita comunque nell'ambito di un interesse riconosciuto alla rappresentanza, scontati lunghi travagli storici. Per questo è destinato ad ammortizzarsi, di volta in volta, all'interno di quel contenitore, sulla traccia dei binari, lungo i quali, pur con frequenti scossoni, il convoglio procede. La repressione potrebbe provocarne il deragliamento.
L'elevazione dello sciopero politico al rango di diritto costituzionale è l'esito della fenomenologia rilevata ed analizzata. E' lo stadio più avanzato dell'ordinamento che ha progressivamente consentito al Sindacato di esercitare la sua autonomia in funzione politica. E' la massima divaricazione, finora evidenziata, fra l'ordine formale e quello materiale.
Nel tentare di mettere un punto fermo all'indagine che abbiamo intrapreso, abbiamo deciso di rifarci alla sentenza n. 16515/2004, con la quale la Sezione lavoro della Corte di cassazione ha elevato al rango di diritto, lo sciopero politico.
Lo sciopero politico non è più preludio alla rivoluzione, ma resta il più significativo strumento della contestazione sindacale e la sua qualificazione giuridica costituisce un efficace barometro per misurare la legittimazione formale dell'esercizio, in funzione politica, dell'azione sindacale e può essere utilizzata quale parametro per registrare la distanza fra il modello formale e quello materiale, fra la Costituzione scritta e quella vivente.
La Costituzione assegna ai partiti la funzione politica di concorrere all'interesse generale e di assicurarne l'attuazione attraverso l'apparato statale.
Le formazioni sociali sono libere di perseguire i loro interessi nei limiti tracciati dal legislatore, ma non possono utilizzare quel potere a fini politici. Conseguentemente, lo sciopero politico è stato prima considerato un reato, poi la Corte costituzionale, con sentenza n. 290/1974, lo ha trasformato in una libertà, categoria mediana fra reato e diritto.
In questi termini, come già detto, veniva inibito al potere esecutivo il suo perseguimento, ma si consentiva al datore di lavoro di considerarlo un inadempimento contrattuale e di sanzionarlo disciplinarmente.
I datori di lavoro hanno rinunciato subito a questa loro facoltà: mutato il contesto storico e politico, mutato lo scenario economico e la veste para-istituzionale delle categorie rappresentative, lo sciopero politico non è stato più osteggiato a nessun livello.
La sanzione di uno sciopero è impopolare, lo sciopero politico ha fini, dichiarati, nobili, si applica sporadicamente ed i suoi danni sono molto minori di quelli provocati dagli scioperi selvaggi, soprattutto nei sevizi pubblici essenziali e nei trasporti, per esempio.
Si è comunque trascurato di affermare il diritto di sciopero politico, perché, sul piano formale, la distinzione fra diritto e libertà serviva a riaffermare la distinzione originaria che aveva ispirato i costituenti: “a ciascuno il suo mestiere”.
Ebbene, la sezione lavoro della Corte di cassazione ha voluto disattendere, proprio con la sentenza n. 16515/2004, l'ossequio formale al dettato costituzionale che, contraddetto nella prassi, aveva comunque resistito per decenni.
Nello specifico, l'evento si è determinato quando fu dato torto ad un datore di lavoro che aveva minacciato delle sanzioni disciplinari verso quei lavoratori della sua azienda che avessero partecipato allo sciopero indetto contro la decisione del Governo D'Alema di intervenire militarmente nei Balcani, insieme ad altri paesi.
Se la sentenza supera un'ipocrisia interpretativa, l'occasione sembra la meno felice, perché, dà pieno riconoscimento allo sciopero politico in materia di politica estera, riconducibile, per converso, alla sicurezza nazionale. D'altro canto, l'applicazione di provvedimenti disciplinari aziendali verso comportamenti ampiamente in uso da tempo, avrebbe contraddetto una prassi, favorita e accettata ed avrebbe incentivato l'adozione di atteggiamenti consimili di altri imprenditori.
Difficili e sottili equilibrismi.
Una sentenza ardita o coraggiosa, a seconda dei punti di vista, non scevra di dubbi circa la sua legittimità costituzionale e sollecitante problemi politico-istituzionali. Certifica, da un lato, la crescente sovrapposizione di partiti e sindacati e, dall'altro, consente di configurare, nel diritto di sciopero politico, una possibile concorrenza sleale tra partito e sindacato.
Dalla sentenza discende, infatti, che l'unico potere a disposizione dei partiti, di contestare una decisione governativa, sia di indire una manifestazione pubblica, potere attivato ripetutamente ed irritualmente per i suoi presupposti storici, anche dal centro-destra.
Conseguentemente, nell'ambito del lavoro dipendente, l'unica facoltà lecita di parteciparvi, soggetta ad autorizzazione, è di usufruire di un giorno di ferie, potendo altrimenti incorrere in sanzioni disciplinari, mentre se la stessa manifestazione è indetta dai sindacati, gli stessi lavoratori possono prendervi parte, tramite lo sciopero, perdendo la retribuzione, ma senza ritorsioni da parte del datore di lavoro.
Il Sindacato è, quindi, favorito dalla sentenza nella mobilitazione della piazza e questo ha particolare rilevanza nel sistema bipolare che, concentrando il potere nelle mani dello schieramento politico vincente, attribuisce al sindacato una centralità strategica nel contrasto all'azione di governo.
L'evoluzione della considerazione giuridica dello sciopero politico attesta il rilievo assunto dal sindacato nell'evoluzione materiale dell'Ordinamento.
Quando il Sindacato confederale si affacciò sulla scena politica era vigente il principio del primato del Parlamento e lo sciopero politico era un reato. Poi il sindacalismo confederale fu chiamato a svolgere alcune importanti funzioni politiche: il contrasto e la scomunica ,nel mondo del lavoro, alla lotta armata e, sul piano politico-economico, il contenimento dell'inflazione.
Lo sciopero politico divenne, in quella fase, una libertà, da esercitare, però, nei limiti della funzione di cinghia di trasmissione. Le direttive venivano dal partito ed il sindacato le eseguiva.
Al termine di più di un decennio di concertazione, i partiti paiono evanescenti o comunque deboli. Per questo e per una serie di circostanze complementari, alcuni sindacati si pongono come veto player e lo sciopero politico sembra farsi diritto.
La cinghia di trasmissione si è spezzata e la competizione tra partiti e sindacati si è intensificata, anche nei termini meno paritari, come assecondato e favorito dalla sentenza summenzionata.
I sindacati possono sospendere l'attività lavorativa per fini politici, mentre i partiti devono aspettare un giorno festivo e “sperare che non piova”.
Così è stato fin'ora, nel breve volgere della Seconda Repubblica, mentre sembra che si stia prendendo atto che alle caratteristiche degli italiani, sia più confacente il proporzionalismo corretto”, così come fu corretto il modello uninominale bipolare.
Un passo avanti e due indietro....bisogna che tutto cambi perché tutto resti come prima.
In conclusione di questa breve disamina dell'evoluzione sindacale e, specularmente, politica degli ultimi decenni, vorremmo accennare alla maturata sensazione che, alle convulsioni della miscela concorrano sempre gli stessi ingredienti e che alle necessarie dinamiche si facciano seguire stasi compensatorie in cui la ripartizione ed i pesi degli ingredienti propri, si ristabiliscano.
Nel necessario contenitore comunitario si ammortizzano i rischi di crisi regionali o nazionali e ci si acconcia a coordinare politiche e costumi, appannaggio dei Paesi europei a cui spetta il ruolo di coordinamento ed indirizzo dell'Unione.
Il convergere nel contenitore unionista di Paesi ricchi ed industrialmente evoluti e di altri, reduci dalle economie pianificate e che forniscono braccia, ma anche competenze a basso costo ed opportunità di delocalizzazione degli impianti, ha creato un'attrattiva, mal governata, di masse umane, non sempre in condizioni professionali. I loro Paesi d'origine sono poveri, non democratici, tranne che nominalmente, in molti casi, ma sono anche detentori di materie prime e qualche volta sono confinanti. Se aggiungiamo l'invadente, più che crescente, finanziarizzazione dell'economia e, ultima, ma non ultima in termini di fatturato, una palese e complessa sinergia di e con iniziative economiche di matrice criminale, si prefigurano scenari inusuali, nei quali la capacità di controllo, indirizzo ed elaborazione culturale dei grandi soggetti storici sindacali confederali, risultano elementi determinanti per la e della coesione sociale.
In cambio, viene loro riconosciuto un ruolo fondativo ed originale nella società, mai, fino a pochi anni fa, vagheggiato.
E', in fin dei conti, un modello concertativo, basato su consolidati sentimenti morali, di cultura sociale, giuridica ed istituzionale dell'Europa continentale, che sfruttano le potenzialità e tutelano le compatibilità, accompagnandole evolutivamente, della generale liberalizzazione dei mercati, la cui natura va, invece, identificata nei paesi anglofoni, di diritto comune. La Gran Bretagna e gli Stati uniti d'America dettano il ritmo dell'adeguamento alle dinamiche di mercato. Un modello che offre delle opportunità, che può valorizzare delle potenzialità. Devono però ricorrere delle condizioni assodate, in assenza delle quali, per continenti, popoli ed individui, il futuro appare gramo.
Nella nostra provincia, gli eventi, in successione diacronica, che abbiamo esaminati e descritti, rappresentano il tentativo di dare l'assetto migliore possibile ai cambiamenti intervenuti e che interverranno, ridisegnando anche il potere di fatto e fornendogli una veste giuridica.
Redatto per la tesi di laurea di Riccardo - 2008 2009 -

In morte di Giovanna.

Questa mattina. alle ore sei, Giovanna se ne è andata con la stessa discrezione, meglio ancora, con lo stesso riserbo della sua compiuta ma non lunghissima vita. Con lei la morte ha esperito le sue procedure con disarmante semplicità, dal rigurgito della colazione, mercoledì, all'esplosione cerebrale ( i chirurghi del Bellaria l'hanno registrata come la più distruttiva della loro esperienza presso la clinica neurochirurgica ). La stasi comatosa per riordinare chissà che cosa, ma comunque per riordinare e poi il congedo da coloro con i quali aveva trascorso quel percorso vitale che era succeduto alla separazione dalla sorella gemella, con la quale oggi, vittima della stessa "deformazione" congenita, si è ricongiunta secondo le casualità biologiche compatibili con l'ineluttabilità del fato o con i disegni imperscrutabili ( o incomprenibili? ) dell'eterno. Ha lasciato la scena in coincidenza con la liquidazione della sua azienda, più moderna nelle apparenze dell'architettura industriale, ma più caduca di quella del fratello Andrea, una delle sei più longeve in provincia di Bologna. Quando i patriarchi sentono prossima l'ultima rappresentazione si premurano di "immortalare" quanto immaginano di avere costruito. Dico immaginano perché quel titolo di proprietà è stato frutto di intraprendenza e calcolo di opportunità, ma anche di tante circostanze favorevoli o comunque gestibili e del lavoro fra il superficiale e il rassegnato di tanti consimili. Blindano la successione e ne fissano - per poco, dopo la loro morte - gli assetti. Mostrano tutti una tendenza "unitaria": la famiglia ancora sotto la loro egida..alla memoria. Ma le famiglie si articolano, subentrano a implementarle mariti animati da spirito dirigistico o mogli inappagate di quella voluttà che lo shopping, negato nella modesta famiglia di origine, ora ha reso possibile e insoddisfatte del solo ruolo sociale, che non soddisfa la vanità se limitato alla gerarchia aziendale ( piuttosto bonaria, nel suo caso anche un po' grezza, inestetica ). Ed ecco che i tempi dell'impresa, protratta nella sua dominanza sui destini minori, si fanno stretti e non asicurano il perpetuarsi dei vantaggi che alimenterebbero una "tradizione". Per ora restano solo Andrea e Riccardo, Mel e Cencio, gli unici affidabili ( Mel non tanto ). Sul proscenio, Giovanna lascia il marito a cui aveva delegato, anzi ceduto, gli "arcana imperii" e lui, investito e rassicurato da cotal magica sicumera aveva ritenuto giusto, normale e infine opportuno concedersi divagazioni più allegre e spumeggianti di quelle che la sua triste consorte, forse non gli trasmetteva. E tre figli, tutti più o meno adulti. Su questo aspetto Giovanna ha toppato. Temendo forse di perdere cfontatto con il marito lo ha assecondato in tutte le sue vitalistiche gratificazioni, in giro per il mondo, nella frequentazione degli ambienti modaioli, nei quali entrava al seguito, ma come un pesce fuor d'acqua, con un sorriso appena accennato, quasi a scusarsi. I figli, quindi, sono cresciuti come un arbusti allo stato brado, a cui non poteva bastare il concime di una ricca cassaforte e che, anzi, a quel limo hanno esclusivamente attinto, drogandosi..in tutti i sensi. Sic transit gloria mundi ed ora quel fragile approdo e supporto di una vita altrimenti molto più impegnativa e, per i figli, più sana, li ha abbandonati..come degli zomby, dice Angela. Non avrebbe potuto essere altrimenti, ora che Giovanna veleggia nell'eterno ( che sia nulla o che sia qualcosa non importa ) con la coabitante sorella che troppo presto aveva abbandonato la casa. Forse è questo il senso della solitudine dell'uomo, la simbiosi genetica che si ricerca approssimativamente durante il cammino e con la quale solo pochi hanno la possibilità, in sogno, in idea, in ipotesi o chissà, di ricongiungersi. Se l'avranno voluto e meritato.

venerdì 9 luglio 2010

Missioni militari di pace.

Secondo una stima, pare attendibile, i soldati italiani in missione di pace in Afganistan hanno già ucciso 1.200 nativi. Per parte nostra abbiamo subito poco più di una ventina di perdite. Bonifichiamo infatti le sacche combattenti accerchiate, dopo aver chiesto il loro smantellamento da parte dell'aviazione degli Stati Uniti. I nostri soldatacci hanno trovato così una remunerazione da midlle commis statale e la possibilità di sfogare i loro istinti necatori, certamente presenti nella loro mente di soldati di professione; feticci della loro sfiga militaresca, perché non hanno saputo trovare un altro lavoro e perché bisognosi di violenza in forme occulte o socialmente approvate, secondo retorica. E' possibile che questi eroi e padri di famiglia abbiano nascosto alle mogli ( ma è più probabile alle fidanzate ) il loro comportamento sul campo. Fidanzate - ma soprattutto mogli - che ne piangono postume le virtù implorano un vitalizio ed offrono all'arruolamento i loro pargoli anche di pochi anni. E' questo l'oppio familistico-consuetudinario di cui vivono, come i talebani di quello vegetale ( oltre che di tante altre stronzate mentali ). Probabilmente, queste bestie in caccia, quando sono a casa sono premurosi con i figli, senza sentirsi in contraddizione ne alimentano la retorica moralistica e sentimentale e si trombano fra rantoli, struggimenti ed affettuosità preliminari e un po' successive, le loro insulse ma polpose giovani signore, in maniera da non lasciarle alla loro scomparsa, prive della riconoscenza della corporazione militare, pronta a fagocitare anche il frutto del loro ventre che crescerà instupidito dalla celebrazione, fino ad appalesarsi come il clone del padre che precocemente gli ha passato il testimone, con l'avallo della madre. Da questi campioni del sentimento nazionale non potevamo aspettarci altro che, dopo aver fornito di merendine i bambini, ne uccidessero i padri e, per intervallare la ripetitività dei combattimenti, si scopassero le vedove. Ci pensavo oggi, correndo in macchina per le assolate colline bolognesi, con un occhio al serbatoio.

Sulla soglia.

Giovanna non è stata solo, per me è ovvio, ma non so per eventuali, eventualissimi lettori, una donna melanconica e debole. E' stata anche buona, senz'altre interpretazioni. Non ha tradotto il suo stato di privilegio in arroganza e supponenza, né le sue difficoltà intime in perversioni del comportamento, verso gli altri ed i sottoposti in particolare. Non ha mai cercato di dominare uomini, donne o situazioni con la cattiveria al femminile più devastante e gratuita, perché non sana né il dolore interiore, né il senso di inadeguatezza, ma lo surroga cercando di mutilare moralmente, di sottoporre ed inibire. Mai nulla di tutto questo. Il suo limite è stato di non aver saputo affermarsi solo con la forza dell'esistere, che probabilmente sentiva labile e aliena da felicità. Eppure, con tutto questo, continua a non mollare, anche se già i medici, in attesa della constatazione di morte celebrale, affilano gli strumenti per asportare gli organi ancora utilizzabili - una sorta di usato sicuro - di questa sessantacinquenne profondamente addormentata e già si risollevano i convincimenti etici circa il contenuto della parola "morte" e circa la gerarchia degli organi deputati e sancirne il confine con la vita.

giovedì 8 luglio 2010

L'anticamera della morte.

E' lì che indugia, ormai da quarantottore Giovanna, pervasa nei suoi pensieri, nei suoi sentimenti e nei suoi dolori celati, da un flusso violento di liquido vitale, che si è trasformato in un'alluvione distruttiva. Gli esegeti della natura, pare che abbiano scoperto una malformazione nelle tubature fisiologiche. La fervida ed eccitata fantasia è corsa ad assimilarla a quella che costò la vita, senza proroghe, alla sorella gemella, che, se non ricordo male la descrizione che ne fece la madre, aveva deciso di farsi asportare una estesa macchia sulla pelle, all'altezza del collo. Aveva deciso di aggraziarsi perché giovane. Si era appena laureata - l'unica in famiglia. Non ritornò dalla camera dei sogni e delle illusioni. La gemella non sorrise mai più. Solo in occasione delle nozze del fratello Andrea, l'obiettivo del fotografo la colse in un atteggiamento, se non gioioso, almeno sollevato e sereno. Una parentesi.
Non bella, non intraprendente, decisamente un po' imbranata, si invaghì di un uomo di ventura, un sudanese di ritorno; non era bello neppure lui, ma era ed è il classico tipo che si fa valere in un certo ambiente sociale bolognese. Provinciale quanto basta per sbruffonare maliziosamente, abbastanza autoironico da correggere, per riaffermarlo, il suo "diritto" alla vita loca, sufficientemente sicuro di sé per rassicurare la sua prescelta che, in cambio della gestione della di lei azienda, ne avrebbe fatto la sua eterna sposa, pur con qualche deroga all'estetica. Così Giovanna fece la madre, fornitrice di prestigio al marito, di prospettive - quanto fallaci vedremo - per i figli dell'imprenditoria al femminile ed al maschile. Del resto aveva avuto l'esempio della madre che a detta di una nuora aveva amato di più l'azienda, diretta con mano sicura, dei figli stessi e che aveva ritenuto ineluttabili e naturali le infedeltà creative del principe consorte, uso ad uscire dalla finestra, dopo aver messo nel suo giaciglio un manichino. Per sé, infatti, Giovanna tenne cara una ramificata foresta di corna,accusandone " le donne cattive che non rispettano l'impegno che altre hanno profuso". Nonostante questo, per seguire il marito play boy nelle sue scorribande, ritenne di poter mettere al sicuro i tre figli dai pericoli del mondo, mettendoli nella condizione di pagarsi quanto altri debbono ( o sognano di? ) conquistare con i propri mezzi, nel corso di tutta una vita. Non li mise al sicuro dagli spacciatori di illusioni e oggi si congeda da loro dopo avergli trasmesso la sua "femminile" inabilità alla competizione. Il primo, mio omonimo, al 100%, gli altri due non so in quale percentuale: quel che è certo che al lavoro sono completamente inadatti.
Anche per questo, il marito, al compimento del settantesimo anno di età aveva deciso di liquidare l'azienda, operazione in corso tuttora. L'attività poteva proseguire, ma dopo due anni di commesse all'osso, il piano di ristrutturazione avrebbe previsto numerose dismissioni di attività e altrettanto numerosi licenziamenti. I sindacati di Ca' de fabbri e dintorni, si sono opposti alla selezione, avendo di mira la rappresentanza, tanto quanto l'imprenditore ha di mira il profitto. Così, equanimemente il lavoro lo hanno persi tutti e tutti insieme. Mirabile esempio di egualitarismo, da deviare in rivendicazionismo contro quello che non c'è più, trasfigurato in pensiero astratto verso i padroni sfruttatori, I padroni lo sono, necessariamente, ma il proletariato, non sapendo distinguere il possibile dall'emotivo immaginifico, preferisce il cupio dissolvi di un'intera classe alla possibilità che qualcuno ce la faccia e, chissà, possa emanciparsi negli eredi dalla condizione di strumenti...del capitalista o del preconizzato capitalismo di stato, nel quale i suoi tribuni sarebbero i suoi ideologici padroni. Intanto Giovanna giace in quel limbo ( dorato? senza preoccupazioni? ) tanto triste e così simile al limbo apparente della sua esistenza.

Piccole memorie.

Nelle sue Piccole memorie, scritte "per far conoscere la personalità dell'autore che ora leggete" Saramago percorre per sintesi fotografica ed emozionale la sua infanzia, prima in un piccolo paese, poi nella capitale portoghese, infine il ritorno all'origine delle sue impressioni, di nuovo Azinhaga.
Nella sua retrospettiva tarda, quando il sentimento della morte si fa impellente, si limita, da un lato, alla semplicità descrittiva del mondo limitato e povero di cui aveva colto i simboli, le scarne parole i comportamenti espliciti, celati prudenzialmente, i comportamenti impliciti, manifestati quando il senno, per il caldo, l'orgasmo interiore, viene messo tra parentesi. Il bambino cercava altro: una lucertola, l'ombra di una pianta, quando viene coinvolto dalle fugaci rappresentazioni degli adulti. Non se ne turba, anzi si sofferma sulle espressioni a latere che accompagnano gli atti. In quel mondo statico si sofferma a fantasticare, ma anche ad analizzare, le piccole sensazioni che alimentano una piccola anima, ancora in grado di recepirle.
La memoria dell'infanzia si dipana, fra piccoli salti temporali, nel contesto e sulla base del mondo rurale, avvinto come l'olmo alla vita alla piccola borghesia degli ausiliari dell'ordine nella Capitale. La casacca da contadino indossata in campagna, la divisa da poliziotto per la rappresentazione urbana.
Sull'aia, la Pezuda, dai piedi sproporzionati in eccesso, che non poteva celare la disarmonia, perché, come tutti, camminava a piedi nudi.
In città, la famiglia Barata, composta da due fratelli, uno poliziotto di grado superiore al padre, che si rivaleva con la di lui moglie, la frivola Conceicao, come attestavano i lamenti della madre e le sue liti con il fedifrago.
Il piccolo José prova le prime emozioni puberali con le bambine del vicinato, sia in campagna, sia in città e, edipicamente, con la mantenuta di un commerciante, che villeggiava dai suoi nonni e con la quale si abbandonava all'ambiguo gioco della lotta, prima in piedi e poi sul letto.
Molto presto, a cavallo di queste anticipazioni emotive, José, ancor bambino, cominciò a frequentare il cinematografo ed a subirne gli influssi sensitivi, che resteranno nei recessi della coscienza, ma più radicati, nell'inconscio, da dove riemergeranno, inopinatamente o organizzati, durante la sua vita e trasposti nelle sue opere.
José de Sousa era il nome vero dello scrittore, Saramago era il patronimico che, in paese, gli avevano affibbiato, secondo un'usanza un po' tribale, un po' feudale, praticata, ad esempio, anche in quel di Comacchio.
La nonna paterna, Carolina, soffriva di albuminuria, come, ricordo, la mia nonna maternae, come lei era poco espansiva in termini affettuosi e fin troppo in termini polemici.
Il fratello Francisco morì di broncopolmonite a quattro anni. Non contese a José lo spazio, il tempo e l'attenzione.
Il nonno Jeronimo era stato lasciato nella ruota della Misericordia, la madre di José era "nipote di nonno ignoto". La bisnonna, Betariz Maria aveva consolato la sua solitudine, o meglio, datta la giovane età, si era fatta suggestionare da un uomo arcano ed appartato, grave ma probabilmente dai modi spicci e laconici, accampato appena fuori dal paese e che aveva trasmesso ai suoi discendenti indigeni la carnagione scura e i lineamenti marcati. Strano e mitologico personaggio, uso ad ingravidare anche le spose accaldate intra moenia, custodito da due cani feroci ma laconici come lui, che, si narra, fecero strame di un marito protestatario. Quando la realtà supera la fantasia, pur fervida, dello scrittore che verrà....oppure, il mondo senza cerimonie, borghesi almeno, a far da fondamento alla cerimoniosità dell'arte dello scrivere.
Le giornate del piccolo saramago si succedono banali, puntellate però da vicende, evidenziate, elaborate per poi essere rilette alla luce..così poco vitale della maturità: dalle grossolane reazioni dei parenti, delle donne soprattutto, che commentano, ridanciane e caustiche, le ripetute ingenuità del bimbo ai primi passi del cammino dell'esperienza. Così accadde, nonostante i rimproveri ufficiali, dopo i primi approcci sessuali, in conseguenza della sottrazione di pesci pescati, da parte di ragazzi di un paese vicino, di un'altra e competitiva etnia.
Non così, invece, quando una banda di ragazzi, alla periferia di Lisbona, su uno sterrato colmo di detriti, sequestrò e stuprò il bambino con un fil di ferro spinto nell'uretra. Un gesto gratuito, quanto temo consueto e traumatizzante nelle sue diverse versioni, durata e modalità, rivolto in età pre e post puberale soprattutto da maschi ad altri maschi, in una pantomima di egoistico appagamento e di animalesco dominio, che, come dice il nostro autore, prefigura e spiega le crudeltà dell'uomo adulto.
In questo caso, la figura femminile, la nonna e non la madre che forse sarebbe stata influenzata da altri riferimenti e convenzioni, sue e del marito, bensì della nonna, si mostra partecipe e soccorrevole.
Il padre, quando torna al paese, si vanta, all'osteria, del suo potere da piedipiatti, omettendo i servigi che le prostitute gli riservano per evitarne l'interferenza, che altererebbero la sua immagine istituzionale, ma compiacendosi del piccolo potere di ricatto che sente di poter esercitare, in nome della legge, sulle altre comparse della recita sociale, chiuso nel rispetto dei riti, soprattutto il rispetto, che pretende che il figlio riservi, nelle occasioni comuni, al collega che cornifica, anche se le intemperanze sono difensive e giustificate, instillando involontariamente nell'animo vergine il senso dell'abuso e della prevaricazione subiti. Il mondo femminile, almeno nei confronti del giovane maschio, se sbeffeggia l'imprevidenza fiduciosa, come a loro non sarebbe accaduto di subire e, in materia d'alcova, sussurra e ridacchia, dopo aver doverosamente rimproverato, con compiacimeto complice, riguardo alla violenza in genere, ritorna alla sua pietà materna.
Nelle case lisbonesi, presso le quali questa o quella zia preatva servizio, coglieva le atmosfere pesanti, del clima ambientale come dell'arredamento, simbioticamente unite con la sufficienza e condiscendenza paternalistica dei padroni, impegnati nei loro riti e consuetudini sociali, che sembrano aver inquinato anche i rapporti, almeno quelli pubblici, fra di loro.
Dei discendenti ed erdi dei padroni, avverte la distanza, compiaciuta delle sue difficoltà..con i loro cani da guardia, per esempio, e la strumentalità che gli viene riservata per lo stesso tempo necessario all'assistenza scolastica ed a lenire la solitudine ricercata in attesa di esercitare il potere, di un signorino.
La stasi, l'assenza di stimoli dell'odierna costumanza anche per i più piccoli, veniva surrogata, no: naturalmente profusa dai suoni, dai fruscii, dalle rifrazioni, dall'immaginazione circa il presunto pensiero, immanente alla natura ed agli animali. Anche le case abitate ospitavano sussurri, strane tobalità imitatrici di lavori e lavorii, a cui non si tardava ad attribuire dei significati extra-sensoriali, extra-razionali, attingendo alla mitologia popolare, interpolata dagli ammaestramenti religiosi.
Oltre che dalle immagini cinematografiche, il piccolo José viene stimolato nella fantasia, dalle narrazioni e dalle pubbliche letture, che una padrona "letterata" di una delle tante case, abitate in affitto, rivolgeva a loro. Sia i film, sia i romanzi popolari a dispense erano pieni di situazioni al limite dell'orrore immaginifico e dell'amore contrastato e davano luogo a situazioni paradossali che si imprimevano nell'animo del tenero analfabeta e dei meno teneri e perenni analfabeti adulti.
Del padre, come detto, agente di polizia, non porta molto, lo scrittore in erba. Era un contadino inurbato, che assommava ai suoi costumi provinciali quelli istituzionali, appresi nel ruolo pubblico che ricopriva. Un concentrato di superficiali contenuti formali, costituenti un'idea di privilegio al minimo, eterna e meschina panacea della sfiga, con corredo di incongruenze comportamentali e di vanterie da paese.
José va a scuola. Apprende i segni necessari alla lettura e "comincia a formarsi sul Diario de noticias", ancor oggi il principale quotidiano portoghese che il babbo portava a casa perché gli veniva offerto da un giornalaio o da un padrone di una tabaccheria. E' così che, soffermandosi sulle pagine inchiostrate con gli stessi simboli che apprendeva a scuola, si esercita, giorno per giorno, per poi passare al primo libro, l'unico custodito in quella casa e di contenuto, come al solito, enfatico.
Di quel testo, letto due volte, a differenza di quello narratogli dalla padrona di casa, quando ancora non sapeva leggere, non serberà ricordo di sorta. Infine, un manuale illustrato di conversazione portoghese-francese, nei cui dialoghi di maniera fra personaggi disegnati, intravederà, con il senno di poi, i contenuti dialettici dell'allora sconosciuto Molière.
A dire il vero, le piccole memorie non sono tali e quali, bensì ricordi rielaborati nella psiche in fasi successive e speso adattati all'animo dell'uomo adulto, pregiudizi sopravvenuti e scorie comprese. Nel caso in esame sono, comunque, semplici, lineari e, per così dire, familiari, perché illustrano un vissuto condivisibile, fatte salve le apparenze particolaristiche.
Al Liceo Gil Vicente, Saramago si scopre un bugiardo bulimico. le sue fantasie emergono vivide, fervide e feconde di nuove invenzioni che si compiace di ammannire a questo e a quello fra i suoi compagni. letture mai fatte, trame di film mai visti; traspere l'esigenza, ancora inconsulta, di far traboccare i contenuti fantastici che la sua anima recettiva aveva raccolto ed elaborato.
Lungo la strada, da e per la scuola, percorsa con i suoi compagni, si fermavano ad osservare la cartellonistica di due cinema. Saramago, ispirandosi a quei pochi fotogrammi, inventava su due piedi una trama e la storia completa. I compagni facevano, talvolta delle obiezioni, alle quali il narratore replicava, alterando l'alterato, con nuove bugie esplicative.
Forse è per l'intima consapevolezza delle mistificazioni narrative e del loro scopo "stupefacente" che, in tutta la sua opera, è stato caustico e divertito nei confronti degli affabulatori, dei loro costumi e paramenti scenici, della loro gestione di contenuti mitologici e trascendenti.
Due bozzetti sensitivi, alla base dei caratteri descrittivi ed "olfattivi", veniva a trovarli in quegli anni imberbi, un parente di Barata, un povero ragazzo cieco, ricoverato in un pensionato apposito, che suggestionava José, quando cercava di portare un po' di luce nel suo buio, attraverso lo scrivere in brail e che gli suggeriva, chissà perché, l'impressione di uno che si masturbasse tutti i giorni ( pensiero attualizzato ) e che "emanava un odore di rancido, di cibo freddo e triste, di vestiti mal lavati", sensazioni che trasporrà in un mondo di ciechi inselvatichiti nel romanzo "Cecità".
Altra parente visitante di Barata, la zia Emilia, anziana ed impettita, rubizza per frequenti ubriachezze, incline al canto e venditrice di noccioline su di un carretto alla porta di una osteria.
memorabile il caso che si diede un giorno, allorché, alticcia e canterina, fu trovata distesa sul pavimento, con la gonna sollevata, intenta a masturbarsi, anche se le altre donne cercarono di far scudo all'invereconda dalla curiosità dei bambini.
La mamma di Saramago impegnava le coperte al Monte di pietà, a primavera inoltrata e poi, lesinando sulle spese, riscattava gli interessi e le coperte all'inizio dell'autunno.
Il papà e il Barata, entrambi tutori dell'ordine con la moglie del superiore in comune, rubavano l'acqua all'omonima Compagnia, praticando forellini invisibili nella tubatura e godendo della complicità presunta del tecnico incaricato della sostituzione del pezzo martoriato, quando prese a perdere da tutti i fori. Cronache di povera gente.
Dieci trasferiemnti domestici in altrettanti anni, con il trasporto della mobilia sulle spalle dei facchini, non avendo i mezzi sufficienti per poter ingaggiare un'impresa. I piccoli oggetti erano trasportati personalmente dalla madre, che ora li appoggiava sull'anca, ora sul capo eche forse si sarà ricordata di quando ricevette la dichiarazione d'amore del futuro marito presso una fonte e poi dimenticò di abbassarsi, con l'orcio in capo, prima di attraversare la porta.
Alla fine della rielaborazione, Saramago accenna ad alcuni oggetti, di cui tratterà in un altro libricino, in articulo mortis: "Le piccole cose". A fine vita, minato da una malattia del sangue, sente il desiderio di ripercorrere a ritroso la sua esperienza, offrendo, se tutti o qualcheduno, non si sa, per interetare quanto da adulto, per decenni ha narrato ad un pubblico selezionato e fedele, appalesando emozioni ed incertezze, precoci riflessioni e fantasie di un ragazzo povero, ma non poverissimo, che incamera fecondamente quante preluderà alla sua letteratura, non squisitamente popolare, bensì interpretativa, fantasticamente interpretativa della vita dei semplici, attraverso la quale "semplifica" la viat dei potenti e di chi si atteggia o si maschera dietro un abito, delle abitudini e costumanze, in buona o in cattiva fede.
Anche i suoi studi sono stati compositi: passò dal liceo ad una scuola profesioanle industriale, dove si ingegnò a disegnare dei carburatori in sezione e, per una volta, fece il meccanico di officina.
Alla fine delle piccole memorie, mentre si avvicina ad una porcilaia, scorge una sua conoscenza,moglie di un paesano, che si rassetta l'abito, mentre uno sconosciuto si abbottona i pantaloni. Lui cercava un'amica lucertola, come me, nelle torride sere calabresi, di anno in anno, un grosso e adunco geco, a caccia dentro un lampione del villaggio. IO ero già grande. la donna fugge, teme di essere denunciata dalle chiacchiere che la rivelazione potrebbe provocare. L'uomo si avvicina al ragazzino, loda le "qualità" femminee dell'occasionale amante egli confida il timore della fedifraga. José tace. L'uomo, probabilmente un trattorista stagionale si discosta: "addio!".
E' la perdita della sua innocenza. Non vide mai più queella lucertola.

Opere giovanili...lontane.

Il demone, di Tanizaki Jun'ichiro, rappresenta con manierata semplicità ( ossimoro per noi, ma non per un orientale ) il conflitto implicito fra una femmina e i maschi che ha a portata di mano e che, a loro volta, le gravitano intorno.
E' una contesa, nell'ambito di un mondo cerimoniale, regolato da riti inderogabili, delimitanti una dialettica di sottintesi, non necessariamente maligna.
La perversità rimane un'opzione e l'eroina se ne serve. Non affiora nel suo comportamento alcun elemento di contestazione o di critica, solo il piacere del gioco di dominanza, manipolatorio dell'anima anelante.
I giovani protagonisti del racconto soffrono ancora delle contraddizioni interiori fra le forme oppressive della loro educazione e gli impulsi e le esigenze esistenziali della prima vita adulta.
Teruko, il demone, semplicemente ne prescinde o le supera,abbarbicandosi alla sua sensualità.
Repressioni, paure, pervertimenti, prima di tutto del buon senso.
Assurdo dolore che si compiace di se stesso, aspirazioni chiare, ricacciate nell'indistinzione della nevrosi.

Autori..minori ( perché e per chi? )

L'esistenza di Charles Bukowskj è stata vissuta e, contemporaneamente, narrata.
Lo scrittore ha contraddetto l'adagio per il quale la vita si vive o la si narra. La sua erraticità, che non si rattrappisce mai nell'insicurezza, è libertà, pagata con dure privazioni e rimeritata con soddisfazioni occasionali e non convenzionali, ma continue.
Bukowskj ha scritto l'epopea del precariato ante-litteram ( almeno per l'Europa continentale ).
L'ha scritta a partire dagli anni '40, quando nel vecchio continente le dittaure imperialistico-territoriali cominciavano a consumare la loro disfatta, alla quale sarebbe sequito un cinquantennio di economia supportata dallo Stato, quando non assistita e da noi, in Italia, di pensionamenti precoci e di insoddisfazioni compensate dal poco impegno.
Ovviamente, la classe operaia. moderna versione salariata dello schiavismo, aveva fatto eccezione, fra esclusione dai piaceri tranquilli e vitalistico e disordinato impulso a procurarseli, schiacciata dai sacrifici che la famiglia comporta. Stessa sorte di tanti piccoli borghesi, aspiranti al riconoscimento della proprie competenze, delle proprie virtù morali e/o religiose, casomai in un'altra vita. Stabilità lavorativa per questi ultimi, con grande enfasi sull'amministrazione , a prescindere dalle quantità: il contrario di oggi. Cassa integrazione per il più empirico mondo della produzione ( come oggi per quasi tutti, tranne che per gli statali, lungo pensionati, però ). Non c'era allora, il lavoro temporaneo e senza diritti, in Europa (Inghilterra a parte ).
Va da sè che ad una forma di mancanze di prospettive se ne è sostituita un'altra.
Da allora, ci sono voluti sessant'anni prima che la nostra percezione della realtà concidesse ( e non mancano ostinatamente i nostalgici ) con quella descritta dal picaro anglo-polacco, negli U.S.A., in omaggio alla libertà formale di lavorare o meno ( in Europa, la seconda scelta era disonorevole, ma era accettata la pantomima lamentosa del disoccupato con famiglia ). Invece l'ubriacone letterato ci rappresenta la possibilità, praticata, di sostare in un impiego per il tempo che lo si sopporta.
Un ritorno immediato al passato e nelle forme note, Destra o Sinistra che siano al potere, non è seriamente pensabile, ma, almeno in Italia, dove serietà non alligna, neppur questo si può affermare con certezza. Il nostro autore, affronta il tema esistenziale ( inorridirebbe Sartre, ma Bukowskj se ne impipperebbe ) con disincanto empirico: dalla sua, ha, in più, la cultura, attraverso la quale si assicurerà una gloria postuma fra i critici letterari più che nel mondo marginale di cui ha fatto parte e disegnato i connotati. Potrebbe conoscerlo e forse apprezzarlo, qualche industriale, convertitosi a barbone...ce ne sono. Un mondo di marginalità voluta, per sfuggire alla gabbia organizzativa dell'impresa ed anche alla velleità di affermarsi con metodi criminali, diretti almeno..
Si direbbe che i due estremi della piramide sociale siano in grado di perseguire gli stessi piaceri ed oziose gratificazioni, che sono precluse alla classe media che si responsabilizza, vota, spera e sospira.
Nel caso di Bukowskj, addirittura la fama postuma.
Nessuna implicazione ideologica - la politica può andare a farsi fottere - nessun riferimento ad un modello; né aspirazioni professionali, né rivendicazioni classiste.
Una divaricazione culturale nei fatti, che esclude l'assalto al cielo come la rassegnazione, escludendo l'assemblamento di formazioni politiche che possano rifarvisi. Che non si preclude, però, nessuna gioia terrena, senza indulgere nella retorica del baraccato o della santa sopportazione familiare.
I suoi racconti, tematici circa i periodi di lavoro e non pedagogici, bensì puramente descrittivi del suo panta rei, lo sono altrettanto riguardo alle sue passioni; non presumono di ammaestrare, anzi rifuggono da ogni sorta di ammaestramento cautelativo che giustifichi la mancanza del coraggio di vivere.

lunedì 5 luglio 2010

Segnalazioni.

Vorrei segnalare un esempio di Passione e Responsabilità.
C'era una volta lo shopping day, che nella mia banca di provenienza si effettuava il giovedì, secondo il calendario "romano".
I colleghi, a rotazione, si impiegavano allo sportello, nel mezzodì, spostavano il loro intervallo e ricevevano una specifica indennità di adibizione.
Dopo fin troppi anni, l'esperimento cessò, quando si accorsero che costava più l'adibizione di quanto si ricavasse.
Ma se come accade, Credem'a me, da noi, questo e quell'acronimo lo shopping day lo fa(nno) tutto il giorno ed anche ogni sera, senza mai segnare straordinario, ecco che il servizio diventa più che redditizio.
Non ci voleva molto.

domenica 4 luglio 2010

Ideogrammi.

Boex, Soso, Quco/a, Drbl, Cccp, Bogi, Stva, Cdpr, Toiq, Soas, Stam, Asge, Soas, Qude, Efma, Ikas, Pciq...acronimi, sepre acronimi, fortissimamente acronimi, identici per le transazioni operative e per l'assegnazione di compiti.
Ricordate? Squash, Pluf, Pof, Crash....fumetti in Tv, fumetti in Tv...

Vite da CA.

Non abbandonate i vostri CA, fedeli compagni di tutto l'anno, non costringeteli a vagare per l'area che hanno marcato, in cerca di un rifugio e di una fonte. Con che cuore potete pensarli spalmati su una autostrada o, inselvatichiti, azzannare dei bambini, soprattutto nel Mezzogiorno arido e desolato?
Alla luce abbacinante dell'estate, i poveri Ca itineranti appaiono, per contrappasso, ancora più tristi e desolati-durante l'inverno si confondono nel grigiore generale- speranzosi in un acronimo più nobile a cui sacrificare scampoli irripetibili di giovinezza.

Milone

Caro Milone,
in qualche senso siamo diventati colleghi.
Anch'io lavoro alla "riva dei bruti", compiendo una sequela di atti ripetitivi, scanditi schiavisticamente da una serie di carcerari solleciti computerizzati, che si traducono in suoni, luci e timer.
Questo lavoro lo potrebbe svolgere una scimmia ammaestrata che, forse, a sua volta, lo troverebbe noioso ed alienante.
Poi, battuta tot volte la testa sul tavolo o digitate altrettante volte abbreviazioni per bambini con problemi di apprendimento - c'est la meme chose -, chiudiamo per l'ora d'aria inquinata e se ci soffermiamo sulle notizie del giornale per aggiornarci sulla vita quotidiana, il regime ci tempesta con dei flash luminescenti a tutto schermo, che ci costringono a ricercare in tutti gli angoli i vetusti e gloriosi ammennicoli inguinali che, rimbalzando per tutta la stanza, vanno ad acquattarsi nei pertugi meno raggiungibili, costringendoci a sforzi addominali per recuperarli, con Passione e Responsabilità.

lunedì 28 giugno 2010

Appunti dalla Riva dei Bruti.

Oggi, leggendo sul portale della splendida performance di Roma 11, mi è sembrato di tornare indietro nel tempo. Mercato che vai, performance che trovi con annessa mentalità "vincente". I valorosi colleghi, hanno tratto profitto dallo scudo fiscale, cioè da operazioni a titolo di sanatoria, con modesto onere doganale. "Aggancio", in quel contesto, è la parola giusta. Il cacciatore di capitali, specializzatosi da una vita nell'ingegnosa metodica, è certamente un altro personaggio del "generone" romano. Così è chiamato il crogiolo di circostanze, opportunità e persone che creano e gestiscono un ambiente. "Famo a capisse..."
Anche la foto dei due dioscuri, orgogliosi come due statue dello stadio dei marmi è tipico della locale - non me ne vogliano i passionali & responsabili colleghi - commedia dell'arte.
La piazza di Roma è importantissima per la raccolta, frutto del risparmio familiare ( il più alto e costante in Italia ), mentre per i grandi numeri, servono i giusti "agganci" negli studi professionali, che sono maestri nel gioco speculativo ed elusivo.

Appunti dalla Riva dei bruti.

La tavola degli Impegni di AUDIT potrebbe essere il nonecalogo dei Pokemon.
Pensavo che ci ispirassimo ai Circoli di qualità, non ai cartoni animati.
Forse devo rivedere certe mie ironie sui timori "influenzali" che il Sant'Uffizio nutre nei confronti della Walt Disney, quale propalatrice di principi massonici verso l'infanzia: i profeti d'occasione sono celatamente fra noi.

domenica 27 giugno 2010

Percorsi e itinerari.

Lungo il Corso, detto via dell'Indipendenza, che dalla stazione centrale porta alla Piazza Maggiore e viceversa, stazionano, alternandosi, mendicanti professionali. Si tratta di una professionalità dipendente da organizzazioni criminali che assegnano i posti, ne stabiliscono i budget, ne confrontano le performances. l'aggio sulla mendicità è praticato in tutto il mondo, con modalità simili, quando non identiche. Sono circuiti collaterali allo sfruttamento di altre forme di servaggio, dalla prostituzione, al lavaggio carpito dei parabrezza, ai fiori coltivati in serre al neon, identici nel formato, nella colorazione e nell'obsolescenza, a Bologna come a Barcellona.
Quando ero bambino, il mio papà mi consegnava talvolta qualche monetina da dare ai poveri. Erano pochi noti, che invecchiavano mentre io crescevo, sempre allo stesso posto, per lo stesso orario ( quello dei loro aguzzini ) . Ne ricordo uno, giovane e magro, ma già canuto, fuori da una libreria economica, a lato della Loggia del Podestà, storica sede della Camera di commercio.
Era cieco e tremolante, mite e rassegnato. Sentiva cadere le monetine nel berretto, si animava per un attimo, ringraziava e tornava a vibrare sommessamente.
All'alba e a sera, una coppia di bruti, maschio e femmina, lo accompagnava al lavoro e lo riportava chissà dove.
Sempre uguale, apparentemente senza tempo.
Ero già giovane quando, improvvisamente, sparì.
Oggi lo sfruttamento è industriale e interseca ogni lobby appartata e sorridente, a cominciare dai Cinesi che sono i grossisti dei vu' cumprà, con i loro laboratori clandestini, la loro scala economica e imprenditoriale gerarchico-familistica, la loro rete commerciale integrata ( quasi cinquanta ristoranti nella provincia di Bologna, senza contare i bar e le tavole calde con servizio a domicilio ).
Basta non creare problemi evidenti, cioè al cittadino borghese e la legge diventa un optional.
Che fine fanno, a fine carriera questi reietti, prodotti della vita...senza mediazioni?

mercoledì 23 giugno 2010

Milone

Quando, con sicuro cipiglio, il pensiero di un'azione sostituisce l'atto ed i tempi materiali d'esecuzione, il (in)disponente si allontana subito, carpendo la penna a disposizione della clientela, appoggiata sul banco. Quando, al contrario, al crearsi di un malinteso, frutto spesso di Passione e Responsabilità mal adattate alla realtà, bisogna sistemare i piccoli guai, mentre gli astanti sbuffano nell'attesa, chi ha provocato il disagio, la penna l'abbandona.
E' sicuramente un corollario etologico che affonda le sue radici in tempi preistorici, sul quale, confrontandolo con il costume canino, l'unico a cui possa attingere, cercherò di formarmi delle opinioni.
Per ora ti lascio, caro Milone, mentre tu cerchi di recuperare la clava.

Milone

Scioperare o non scioperare, caro Milone? Per te il problema non si pone; quando mai si è visto un gladiatore incrociare le braccia? I lottatori, per sopravvivere, devono sopprimere i competitors e godersi una fuggevole pausa ristoratrice, prima di riprendere per i capelli la propria incerta esistenza.
Non è così per i salariati, che possono astenersi con ritenuta alla fonte il mese successivo e, percentualmente, sulla tredicesima, a fine anno.
Pur rispettando il tradizionale manifesto politico della CGIL, unica opposizione, per surroga, di questo Paese, non ne condivido, come in passato, l'ideologia di fondo. Se non si fosse sciolto dopo soli due anni, 1946-1948, avrei aderito con passione al Movimento di Giustizia e Libertà. Per ora, ho smesso addirittura di votare.
Però, se dovessi attribuirmi una ideologia, un corpo di pensieri e di sentimenti, sarebbero laici, illuministi, sensibili alla crescita morale, oltreché economica della mia società e, in questo senso, che un pinco pallo, non indispensabile, ben visto soprattutto dagli evasori fiscali, si permetta di pensare di poter chiudere la bocca ai suoi concittadini, mi perplime.
Casomai, lo sciopero non servirà a nulla, ma ci penserò stasera.
Ciao.
Pier Paolo

Milone

caro Milone,
roteando proattivamente sulla mia seggiolina con rotelle, ho colto l'habitus dei camerieri del ristorante Diana, in attesa dei rarissimi clienti della colazione del mezzodì. A volte la sala resta desolatamente vuota, ma loro presidiano i tavoli nel loro completo cremisi, quasi bianco, decorato da una cravatta nera, simile a quella che portavano gli uomini in lutto quando io ero bambino, in alternativa ad un bottone nero all'occhiello.
Il portamento, l'espressione, tradiscono Passione e Responsabilità, anche se, all'ora del pasto non consumato al loro desco a pagamento, li vedo percorrere l'ambito ristoratore, sbattendosi ritmicamente il tovagliolo sull'avambraccio, senza la compostezza abituale.
Davanti a me, invece, sciamano con passo felpato, ritmico e flessuoso i miei colleghi Credem'a me: gli uomini con grisaglie e cravatte ton dur ton, le donne con mises pratiche ma eleganti. Gli uni e le altre hanno sul volto un cipiglio professionale altero, che si scioglie subito con i trasandati, ma ricchi clienti.
Intorno a me si agita la proattività passionale e responsabile di tutto il personale, che mi investe di ogni adeguamento procedurale e normativo, di ogni sistemazione di sospesi, di ogni integrazione occasionale.
Mi guardo attorno, smarrito, lento di riflessi come sono, ammirato ma inadeguato a tanto fervore.
Buon appetito, Milone.

Milone

Mi rendo conto, Milone, che le nostre facoltà affabulatorie soffrono di afonie, crepitii, strozzature, che ci riportano al linguaggio ianrticolato dei nostri primordi. Spesso bisogna sollecitare le ripetizioni dei nomi aspirati, sospirati, sibilati, accennati, ma anche di quelli declamati con troppa fretta o teatrale vigore. Come ai primordi, chi ritiene di essere Paganini soffre le ripetizioni, sospettando che l'esito sarebbe tale e quale e pretendendo di essere inteso dal suono e dall'atteggiamento.

lunedì 21 giugno 2010

Milone

La segui, Milone, la FIFA Word Cup?
Le squadre più accreditate stentano nel girone iniziale, in attesa di misurarsi fra di loro negli scontri diretti.
In fondo, le squadre minori adottano al tattica ostruzionistica che ci ha reso famosi con Nereo Rocco, quando eravamo poveri.
Molte delle nazioni che praticano il catenaccio tattico, cioè a tutto campo, chiudendo ogni spazio alle invenzioni dei più tecnici competitori, puntano alla visibilità mediatica ed all'acreditamento nel lucrosissimo mondo del business pallonaro.
Sono in genere espressione di nazioni tutt'altro che povere o dotate di campioni da esportazione.
Rischiano invece di uscire dalla competizione al primo turno tutte le nazionali africane, che non rinunciano a giocare e manifestano talune ingenuità organizzative, pur essndo dotate di ottimi elementi e valendosi dei consigli di tecnici girovaghi.
Devono pagarli molto di più di quanto consentirebbero le loro condizioni, stimate sul reddito pro capite e non sulle rendite da materie prime per i paesi ex coloniali, se fra gli anonimi girovaghi, compare anche Sven Goran Eriksson , già trainer della Lazio, già C.T. dell'Inghilterra, con qualche interesse commercial calcistico, ma anche come "console onorario" di una multinazionale arabo-britannica.
Il torneo, del resto, si svolge in Africa solo geograficamente, dato che l'estrema propaggine meridionale del continente, abolita l'apartheid si è evoluta verso i mercati globali, relegando nella miseria, nell'AIDS e nella criminalità i discendenti di quegli ingenui contestatori che preferivano morire anziché vivere da afrikaneers. Lo stesso movimento del Nelson Mandela, durante la sua lunghissima detenzione, si è reso protagonista di ogni sorta di corruzione.
Forse è per questo che tutte le nazionali africane rischiano l'eliminazione al primo turno, peggiornado le performances delle edizioni precedenti.
O si trata, invece, di carenza di Passione e Responsabilità?

Se hai anche tu un esempio di Passione e Responsabilità...

Così recita la propaganda aziendale, alla quale ho provocatoriamente preposto il seguente esempio.
Sabato scorso, a metà giornata, è venuto meno José Saramago, un bell'esempio di passione e responsabilità. Affabulatore delicato e sentimentalmente ironico, interprete della saudade, la nostalgia di ciò che non si è mai vissuto, espressa attraverso l'involuto idioma portoghese.
La sua espressione assomiglia ad un incessante esame interiore, che attinge alla cultura, ai classici ed alla mitologia, declinati nei termini della vita quotidiana e dell'esperienza.
Frondista, durante la dittaura fascista di Salazar e di Caetano - si iscrisse in clandestinità al partito comunista - diresse una rivista letteraria e pubblicò su giornali e riviste.
Dopo la rivoluzione dei garofani, che sancì la fine di un isolamento periferico del Portogallo, che si uniformò ai costumi dell'Europa occidentale, non ritenendo, la classe dirigente economica di quel paese, che fosse ancora opportuno e produttivo per sé, tenersi fuori dai giochi, iniziò una intensa produzione di romanzi storici ed ideologici ed anche di sociologia politica, in forma di racconti.
Rivisitò il Nuovo Testamento, scrivendo Il Vangelo secondo Gesù Cristo - l'unico che non ne ha scritto uno - suscitando l'ostilità rabbiosa della Chiesa cattolica, per aver rappresentato un Gesù, figlio del Dio veterotestamentario ed a sua volta padre di quel Genitore, nella versione della nuova religione che, Lui ignaro, si sarebbe prodotta ed affermata secondo i canoni del potere mondano. Un Gesù, in punto di morte, disilluso dal Padre, che prega gli uomini che continueranno a soffrire della Sua crudeltà, di perdonarLo.
Anche in morte, l'Osservatore romano non si è astenuto da una invettiva all'acido prussico, del tutto priva di Carità cristiana.
Il Governo portoghese non se la sentì di farsi rappresentare da lui nelle concioni letterarie mondiali e Saramago si appartò sull'isola di Lanzarote, dove ricevette la notizia del Premio Nobel e dove riposeranno una parte delle sue ceneri. Le altre - e solo le ceneri - saranno restituite a Lisbona.
Ha esercitato con modestia non servile la passione e la responsabilità che gli venivano da dentro e, sia pure consegnato ora alla sua dimensione museale, è un garbato maestro di vita del nostro breve tempo.

sabato 19 giugno 2010

Milone

Deve intendersi per lavoratore, caro Milone, colui/ei che, impiegato o operaio svolga attività routinarie, prima di venir sostituito da qualche macchinario. Il plusvalore, incorporato nel lavoro, di cui si occupò Carlo Marx, sembra aver perso d'attualità e d'appeal per il beneficiario, cioè il capitalista proprietario dei mezzi di produzione.
Sembra, ancora che, per questa via, ci si avvii verso la fine del lavoro, come già profetizzava dieci anni or sono Jeremy Rifkin, eccezion fatta per qualche precaria od occasionale prestazione.
Sembra, dicunt, tradunt...verranno falsi profeti e spargeranno il verbo di Mammona.

Milone

Il personale a disposizione, caro Milone, già massa di manovra, a volta sosta presso la nostra sede, in attesa di un ingaggio, come i braccianti nelle piazze dei paesi meridionali.
Che si tratti di manovalanza è attestato, perché, quando, dopo aver sostituito influenzati, depressi, infortunati, gravide o mestruate, personale irresponsabile in ferie, restano per un giorno o poche ore, senza lavoro, vengono ospitati in Sede, come capitava una volta a coloro che non volevano partecipare agli scioperi, verbo sconosciuto al Credem.
Ivi si adoperano in ogni compito occasionale, con Passione e Responsabilità, senza conoscere neppure il loro fine pena.
Nel frattempo non acquisiscono nessuna esperienza, conoscenza o portafoglio che li possa rendere appetibili alla concorrenza e aspettano un'acronimica futura investitura, per poter uscire dal limbo dell'intermediazione operativa, fra vertici organizzativi e riva dei bruti.

Milone

Milone, il vetro che, in tempi non lontani, si frapponeva fra gli operatori e il loro prossimo, sub specie clientis, aveva una funzione, oserei dire, morale. Neutralizzava i sorrisi seduttivi, come quelli equini, standardizzava la mimica vis a vis, casomai provocava deformazioni espressive, nel tentativo di farsi intendere attraverso il viscosissimo fluido.
Era la grata del confessore contro l'immodestia o la miseria della carne e, nel caso nostro, contro non accattivanti afrori sudaticci.

In risposta alla mail di un esodando differito.

Temo, caro Stefano, che non di Tremonti si tratti, né di Berlusconi.
Il primo è diventato ricchissimo consigliando gli evasori di altissimo target, il secondo ha una visione edonistica della vita e mai vorrebbe passare per "moralizzatore".
Dopo il default della Grecia e quello probabile dell'Ungheria, che ha la parità di cambio del suo fiorino con l'euro e la revisione dei conti di portogallo, Spagna e Italia, l'Europa teutonica, non accettando più di pagare i costi del dopoguerra, si è prima imposta una dura manovra correttiva, poi, per via diplomatica, ha imposto correzioni ( secondo me, non risolutive ) ai paesi gaudenti, soprattutto di ozio e di buon clima.
Hai visto con quanta repentinità è stata innalzata l'età pensionabile delle donne che, come gli uomini, non lavorano nella pubblica amministrazione?
Anche in questa occasione, abbiamo rincorso l'italico stellone, nella speranza di voltar pagina prima della Quaresima e il Governo, messo alle strette, ha impiegato la furbizia per gestire il potere. Noi Italiani, del resto, passiamo la vita a prenderci in giro e sostanzialmente, con qualche recriminazione, accettiamo di farci prendere in giro.
Il capitolato sugli esodi prevede il rispetto dei patti sottoscritti, salvo "modifiche intervenute nel frattempo, nella legislazione previdenziale". Ormai, la legislazione nazionale, per le grandi poste, consiste solo in atti di recepimento di decreti europei ( tedeschi ). Cambia, quindi, più che la normativa - che è molto simile - il costume applicativo.
Non pensare solo al tuo "particulare": forse, anche gli evasori saranno costretti a pagare un po' più di tasse e tu potrai martirizzarti, in famiglia e con l'affezionata clientela, IGNAVA CREATURA.
Mi auguro di cuore che la sorte o la Grazia ti siano favorevoli e che, dopo le ferie Giuliane, tu possa accedere al paradiso domestico, che, a mio parere, terminerebbe alla fine di Settembre.
E poi, all'apparir del vero...
Con affetto,
Pier Paolo

Milone

Osservavo le tavole degli impegni di Credemfactor, caro Milone, e mi sovvenivano i principi del diritto primitivo, le ataviche XII tavole del primo diritto romano, ma anche i principi consuetudinari del diritto anglosassone, quella giurisprudenza legata al costume, così efficace per l'imperialismo commerciale britannico e per l'integrazione culturale del meticciato sociale nord americano.
Che bello sentirsi investiti di una missione salvifica, sentimentale e al di fuori di aridi criteri oggettivi, quale "ira bona" nel punire anche con la morte, quanto "sentiamo interiormente" ingiusto.
Poi mi è sovvenuto di quando ero catecumeno, aspirante - si diceva - a un vago pulviscolare, simile allo zucchero a velo. I principi stentorei, ma trattati con sospirosi dolcificanti, il sentore di vaghe minacce e il placido sorriso mentre si lisciavano la pancia gravida, ma non di feti o di liquido amniotico.
Mi è andata bene che non ho incontrato preti pedofili.
Il profilo, però, era quello: agreste, padronale e paternalistico.
Invece è giusto solo quello che prevede lo "ius", il diritto e non le impressioni soggettive che ne può coltivare ciascuno di noi.
Non è giusto, ad esempio, che per ascoltare il bolso briefing sui "tempi liberati dalla semplificazione della procedura, da dedicare alla consulenza ed alla vendita, con catalogo premi, dal tostapane al lettore portatile di CD", i miei colleghi siano stati costretti ad avviarsi verso casa alle 18,40, senza indennità e recuperi, dopo aver consumato una giornata a ritmi da catena di montaggio.
Non è giusto che il personale in missione, alla stessa ora e per lo stesso tempo, abbia dovuto raggiungere i luoghi delle conferenze.
Non è giusto, soprattutto, che si tema di farlo presente, con paura e autoirresponsabilità.

Milone

La deforestazione continua...
Lungo il corridoio, davanti a me, passano i carrelli con i tronchi trasformati in tanta carta certificativa.
L'eretica invenzione, insieme alla scrittura, ebbe in origine ben altri scopi ed i bramini si compiacquero poi degli esiti sacrileghi sugli ex adepti, piangendo la loro ex esclusiva sapienza.
Li trasporta lo stesso boscaiolo, a giudicare dall'aspetto - sia detto con deferenza - che ha commesso il peccato di invaghirsi di aspettative più comode, ma meno sane.
E oggi, fra il depresso e l'incazzato, ciabatta con i sandali fra il furgone e il salone, scandendo i suoi passi come un metronomo ( deve fare altre sei consegne ), sperimentando per la prima volta il senso del ridicolo.

Milone.

Caro Milone, voglio raccontarti un episodio, capitato poco fa, alle 9 a.m.
Si è presentata una signora, in procinto di partirire una bambina, mi ha detto en passant...
Voleva versare due assegni in dollari che le erano stati rilasciati da una associazione ematologica ed oncologica di una Università americana.
La dottoressa, senza birignao e cicisbeismi, anzi, con aggraziata semplicità, diceva che la figlioletta avrebbe dovuto essere già nata.
L'ho fatta accomodare in un salottino che, per la mancanza di climatizzazione sembrava un forno. Ho poi chiesto se c'era qualcuno disponibile ad effettuare l'operazione di versamento in valuta nord americana, ma, con passione e responsabilità ci si stava occupando di altre beghe di non specificata natura.
Ho raccolto personalmente, firme, girate copia di un documento di riconoscimento, quando la ricercatrice, che doveva ricoverarsi e che non aveva evidentemente nessuno da delegare, più tardi, a perfezionare la banale transazione, ha deciso di procrastinare l'incasso, con equilibrio e prudenza.
Con calma e pigrizia una delle due femmine crudeli, individuate per l'esecuzione, che di figli per ora non ne fanno, per evitare di dover inviare le quattro poste elettroniche previste dal regolamento aziendale in questi casi, si chiedeva: " avrei bisogno di un caffé."
"Posso uscire?"
"Due minuti, va bene." - rispondeva l'altra - " No, se non vieni tu, lo sportello non può essere lasciato solo ( sic! )".
Un caso di responsabilità pusillanime...solo verso il dio aziendale che le ha convinte di poterle punire. Nessuna attenzione per l'umano bisogno.

Milone.

871.000! Mentre tu ti evolvi. Milone, e acceleri verso l'esito della tua esperienza: la scomparsa, io mi involvo e regressivamente replico atti meccanici. Mentre i tuoi successi sono accompagnati da fanfare e slogans, io posso cogliere solo la compunzione di pochi dediti alla pratica socratica e maieutica di sgravare i mezzi forti del loro contenuto. Costoro danno molta importanza al denaro, anche se, per loro, è poco e riservano un formale rispetto per il sacerdote che glielo amministra ( ministrum ).
Assisto poi alla orgogliosa reticenza degli offerenti al nostro tempio ( la bancocrazia antica è cominciata così ), laconici e, in fondo in fondo, imbarazzati del nero delle loro anime, ma rassicurati dalla lascivia con cui possono lavarsele. Noi li mandiamo in pace.

Milone.

A volte penso, Milone, che il denaro sia un formidabile anestetico dell'intelligenza e che, ad un ricco, manchi pochissimo per essere un genio.

In morte di José saramago

Ieri, verso l'ora di pranzo, è morto José Saramago, nella lunare isola di Lanzarote, dove si era appartato, dopo uno scontro con il governo portoghese e, soprattutto, la Chiesa cattolica del suo paese, dopo la pubblicazione del Vangelo secondo Gesù Cristo ( l'unico che non ne avesse scritto uno ). Mi mancherà, col suo liguaggio involuto, in traduzione, che probabilmente è mal reso in italiano, riflesso di una riflessione costante sui miti, come sulla vita. Ho quasi terminato la lettura delle sue opere; non tutte mi sono piaciute, ma in ognuna ho trovato tratti descrittivi ed interpretativi, offerti all'anima del lettore. Non l'ho mai sentito come un profeta, né lui credo che aspirasse a diventarlo, come il suo Cristo stesso. Troppo divertito e ironico per prendersi sul serio eppur impegnato nell'offrire un senso alle sue descrizioni. Paradigmatico Cecità, condizione indotta da un morbo che acceca e imbarbarisce. Tutti, tranne una. Alle donne ha riservato sempre garbo e attenzione: ai loro sentimenti ed alla loro sentimentalità, pur nel realismo più manifesto. Taluni tratti dell'amore femminile sono quasi perfetti. Il capolavoro letterario di questi bozzetti è la dichiarazione della Maddalena agli apostoli, sul perché del maggior amore che Gesù le riservava rispetto a loro.
Uomo di modeste origini, schiacciato, come tutti i suoi connazionali dalla dittatura di Salazar e di Caetano, diede il meglio di sé dopo la rivoluzione dei garofani, dal 1982 in poi. Nel '92, solo dieci anni dopo, era già esule alle Canarie, in ricercata solitudine in quell'isola di Lanzarote, lavica, spossante per la calura che promana dal sottosuolo e desertica, dopo aver constatato che la libertà politica non si era tradotta in libertà morale e neppure culturale. Ha rinnovato con vigoria la tradizione poetica e letteraria del suo triste Portogallo, pur ricco, nelle sue ridotte dimensioni, dei Lusiadi Di Camoes e delle disperate cronache di Pessoa. E' stato paragonato, credo con esattezza, a Kafka, Borges. Le sue fantasie meste mi hanno accompagnato per un tratto adulto della mia vita e traevano origine dalla sua esperienza di bambino povero in una terra povera, l'Alentejo, dei suoi primi lavori di meccanico per automobili, dalla repressione salazarista e delle sue prime deroghe come redattore e poi curatore di una rivista letteraria. Ora la sua opera acquisterà un carattere museale, sarà riassunta nei Meridiani, non sarà più alimentata dall'analisi dell'evoluzione umana nei suoi caratteri politici e sociologici, attraverso l'elaborazione fantastica, ma ricca di conoscenza, delle culture antiche, nel loro adattamento al potere presente. Ai portoghesi ha apportato il sorriso, ma dubito che per ora la maggior parte di loro sia in grado di apprezzarlo. Ora che è morto sarà anche troppo celebrato, di ritorno a Lisbona. Lui, per parte sua, aveva asserito di essere già morto nel 2007 e di non essere più risorto. Mi mancherà come interlocutore delle mie solitudini, ma eviterò, per rispetto di farne un culto non essendo lui più in grado di darne una interpretazione autentica.

domenica 13 giugno 2010

Commento al "Paese delle prugne verdi" di Herta Muller

Il paese delle prugne verdi, di Herta Muller, scoperto e pubblicato da una piccola casa editrice, ante famam, - oggi i diritti sono stati acquistati dalla Feltrinelli, come quelli di un altro Nobel, José Saramago, dopo che quest'ultimo ha litigato con la Einaudi, per via di Berlusconi , mentre la Marsilio editrice è riuscita a proporre una saggistica breve, quasi novellistica dell'autrice - si apre, si sviluppa e si chiude attraverso una narrazione a flash back, del tutto primordiale rispetto ai fasti editoriali ( se il mercato sarà propizio ) che si prospettano. Il contesto è quello del Banato, regione rumena di lingua tedesca. Uno dei lasciti dell'orribile strage della prima guerra mondiale, una delle cause addotte, della seconda, che anziché razionalizzare quelle situazioni di stranieri in patria ( che riguardava e riguarda anche etnie ungheresi ) produrrà un assetto bipolare in Europa e nel mondo, in via, ora, di riassetto precario e, al di là delle intenzioni dichiarate, necessariamente instabile.
Clima di miseria e di alienazione, di estraneità e "assurdo" dolore, catatonicamente vissuto, giustificazione e premessa di una morte interiore.
Una realtà che, prefiggendosi di escludere qualsiasi sentimentalità nella vita umana e schiava di un determinismo ideologico materialistico, riduce le persone a sagome informi, apparentemente inerti, eppur sofferenti.
Drammaturgicamente affine al teatro dell'assurdo di Samuel Becket e agli uomini ridotti a rifiuti di Eugene Jonesco, che traggono il loro humus, il primo dalla livida e poverissima Irlanda e il secondo da una superba cultura gallicana che si avviava, dopo essersi liberata dalla vandeana e feudale mentalità latifondistica e nobiliare, verso la vertigine del vuoto, della mancanza di senso, della Nausea esistenzialista, astratta e attratta come una calamita, dal comunitarismo astratto, senza identità.
La narrazione procede a strappi e imbozzola gli avvenimenti che non conoscono nessuna fluidità. Eppure è la vita delle protagoniste inizialmente, dei protagonisti, in seguito, estraniata e ripiegata su se stessa: silenzio e paura. Quando l'assurdo e l'abuso si sedimentano nella coscienza di Lola, ecco che la morte, autoinflitta, pone fine al vuoto, per precipitarsi in un'altra voragine buia.
L'ufficialità del sistema si accorge di lei e la prende in considerazione, dopo averla arruolata, solo per espellerne la memoria e, per farlo, ribalta la verità, piuttosto che la prassi.
Il suo diario, l'autocoscienza della vittima, viene sottratto e le compagne che hanno assistito inerti al suo sfacelo, sono chiamate a decretarne "democraticamente" la rimozione. Al posto loro - chiarisce l'autrice - Lola avrebbe fatto altrettanto, perché la dittatura non prevede variabili.
Solo la morte della poveretta, atto di estrema contraddizione, rianima le menti e i cuori sopiti e impauriti.
Il ristretto eppur vago mondo circostante si riempie di figure afasiche, simboliche nella loro catatonicità. La povertà e l'oppressione coartano la fantasia e la creatività e consentono solo rattrappite sensazioni notturne, al riflesso di una luce, di un bagliore dell'immaginazione, in una immobilità timorosa.
Un mondo di pazzi, di alienati, anche se la pazzia viene dall'esterno e non consente deroghe.
Tre ragazzi che non vogliono accettare il suicidio di Lola, la surrogano nel cuore della sua amica narrante.
Tutti e ciascuno aspirano ad andarsene, per conoscere un'altra, vagheggiata realtà. In questa, solo il dittatore e i suoi favoriti stanno bene e non si curano del sentore di morte che instillano. Perché loro continuino a sentirsi felici è necessario che tutti gli altri soffrano e temano la delazione e la punizione.
Il Banato è il paese delle prugne verdi, frutto facilmente accessibile e avidamente consumato, pregno dell'asprezza della miseria e dell'estraneità.
Le vite dei protagonisti sono costantemente interferite e controllate da visitors, fantasmi quanto mai concreti, ma anonimi che tutto requisiscono, alterano, nascondono. Sono gli agenti e i confidenti della Securitate, la cui identità può essere solo sospettata.
La comunicazione fra le persone è monca: il tradimento della fiducia può avvenire anche all'interno della prorpia cerchia familiare. In qualsiasi momento, chiunque può essere indotto o costretto a tradire, anche solo avvalorando una tesi precostituita.
Il contesto narrativo è emblematico di una società arretrata, ancorché totalitaria, nella quale sopravvivono, senza contraddire il sistema, solo i sentimenti e gli atti più bassi. La corrispondenza che non riceveva risposta poteva essere l'esito dell'indifferenza del destinatario, ma anche dell'intercettazione della censura. Un carcere.
I tre ragazzi e la narratrice vengono ripetutamente sottoposti a delle perquisizioni; gli vengono aizzati contro tutti i compagni di "quadrilatero", contenente le case assegnate dallo Stato. Capita che alcuni testi, lettere e appunti vengano requisiti, senza essere compresi, perché scritti in tedesco.
Una ulteriore ghettizzazione, nel ghetto generale.
Gli attori, non certo i protagonisti, della meccanica rappresentazione, sono malati, tarpati mentalmente e moralmente. Lola è stata distrutta dagli abusi gratuiti e irresponsabili e dall'insensibilità circostante.
Le popolazioni di confine inglobate come minoranze fra etnie a cui non si sentono affini e pur omologate dal comunismo, conservano intatti i pregiudizi e i particolarismi, che la convivenza coatta incrementa.
Anche i sogni sono da "realismo socialista". Misere cose stantie, simbolismi aridi, flash back di significati psicanalitici. Grevità; una assoluta mancanza d'amore. La vita relazionale è interdetta, fatta di riti maniacali, che servono a frapporre un diaframma, un filtro per ogni atto, parola, intenzione.
La narrazione continua, più di quanto non si sviluppi, per figurazioni secche e spoglie, percorre un terreno sterile, in un ambiente claustrofobico, nel quale, le persone, i soggetti, sono gravemente malati e la prospettiva è negata.
Tutto avviene nella catatonia e senza risorse materiali e morali.
Alla povertà, in senso lato, si aggiunge lo sradicamento. La scrittrice non omette, anzi sottolinea ripetutamente che il padre, soldato delle SS, ha cantato le lodi di Hitler fino alla morte: il Reich che non fu e che lo ha costretto ora in un ghetto straniero.
Gli abitanti del Banato possono sconfinare solo nella contigua Ungheria, dove, a parti conformi o invertite, Rumeni e Ungheresi possono continuare a tormentarsi, a seconda della linea di confine che li incorpora. I Tedeschi, diffusi un po' dovunque nell'Europa continentale, sconfitti, si trovano un po' dovunque, profughi un po' particolari e non immuni dalla presunzione che aveva portato il terzo Reich a tentare un'assimilazione continentale, nella quale avrebbero avuto una veste padronale sugli altri popoli, ideologizzati come inferiori.
Allo straniamento si aggiungono le investigazioni, gli interrogatori e le vessatorie perquisizioni di un grigio burocrate statale.
La vita sentimentale non esiste; si riduce a rapporti occasionali e vissuti attraverso un filtro che anestetizza la possibilità di amarsi.
Una comunità privata di ogni tradizione culturale propria ed impedita dal confronto simbiotico con le altre, nel cui ambito, invece, alligna la rivendicazione linguistica, che esclude, a sua volta, gli "stranieri".
Il testo assomiglia a un test psicoanalitico, per immagini ed associazioni di idee.
Costante è il desiderio di emigrare, contraddetto dalla reclusione nel proprio Paese, anzi in quella regione del Paese che era appartenuta ad un altra nazione i cui costumi si condividevano, nella quale l'appartenenza, anche un po' razzistica, si sentiva di più per la periferica vicinanza ad altri popoli, non amati.
Aridità, stanchezza morale. Residuano solo le suggestioni di fuga, di evasione, fino a che, l'unica possibilità contemplata si affaccia: il suicidio. Quando l'esito è scongiurato, è solo per quel poco di amicizia che si riesce ancora a coltivare
Georg, uno dei ragazzi, che era già stato ogetto di pestaggi ed era inviso al regime, ottiene un permesso di espatrio. Due settimane dopo, a Francoforte, vola dalla finestra di un palazzone. Libero dal controllo alienante ed asfissiante della Securitate, non doveva vivere. Anche nelle associazioni dei profughi all'estero, militavano figure ambigue.
La morte del compagno non scoraggia due dei tre superstiti; solo uno, che si sente ormai un fallito, non avverte più il richiamo della "madrepatria". Fanno domanda d'espatrio e l'ottengono. Sono morti gli ultimi parenti nel Banato e le figure simbolicamente assurte a modelli. Nel frattempo, Kurt ha esaurito la sua spinta vitale e, di li a poco, morirà. La pallida amicizia di Teresa, ripudiata dal marito perché incapace di avere dei figli, durerà poco. Malata, scomparirà, lasciando a Kurt l'estrema via di fuga della corda alla quale si appenderà, anche lui suicida.
Kurt, prima di morire, aveva ritrovato l'energia per immaginare una nuova vita in Germania ed era tornato sulle sue primitive decisioni, chiedendo a sua volta l'espatrio.
L'impulso gli era venuto dalla delusione per il mutato atteggiamento di Teresa che, dopo una escursione in Germania, aveva preso ad evitarlo ed a fare la delatrice.
Aveva ceduto ad un ricatto, aveva negoziato la sua relativa e controllata autonomia con il tradimento dei compagni e dei concittadini.
Lo sgherro Pjele compare nell'ultimo bozzetto, mentre cammina per mano al nipote. Mistura di sentimentalismo e corruzione in fieri, abiura della coscienza.
Estraniarsi e rimanere muti provoca risentiti imbarazzi; dire la propria significa esporsi alla derisione e allo scherno.
Una schematica ma efficace summa della miseria opportunistica di uomini e di donne, fino alla persecuzione per indurre alla disperazione, fino all'omicidio. Connivenza per convenienza e realpolitik, anche da parte di chi non è costretto nella morsa della dittatura, come le associazioni dei profughi, fuori dai confini rumeni.
L'opportunismo omicida è stato anche interno al regime: la rivoluzione in diretta televisiva, diretta da Jon Jliescu, numero due e braccio destro di Ceausescu, il processo pubblico e la fucilazione dei despoti, marito e moglie, secondo il modello pubblicitario e coinvolgente a rima baciata del comunismo, utilizzato per contrappasso....
Però, al di là della vicenda storica, l'humus amorale non si trova solo nel Banato, in Romania e nel comunismo. Su questo è utile meditare, alla luce delle esperienze empiriche di ogni giorno, di ogni ambiente, di tante situazioni. E' questo il contenuto specifico e generale, che l'opera ci consegna.

domenica 6 giugno 2010

Critiche e recensioni.

Mi è stata rimproverata una certa piaggeria nella mia modesta critica alla rappresentazione "Holliwood", tenutasi il 26 Maggio scorso al Teatro delle Celebrazioni. Come se le critiche, incensatorie o distruttive non soffrissero tutte di ipocrisia pelosa o invidiosa, di adesione ad una fazione recitante, anziché ad un'altra che con lei compete per interesse.
Eppure, il lavoro mi è piaciuto sul serio e il giovane Pietro è stato brillante, con fatica e applicazione, come richiede ogni cosa ben fatta. Come lui, sul piano dell'impegno c'è stata solo la moglie del divo decadente e le due Greta Garbo, misurate nella fase delle aspettative ed in quella dell'aridità per la condizione raggiunta, attraverso l'adusato sistema delle qualità improprie, quanto mai attuale oggi, anche in politica.
Anche il divo in procinto di essere superato dalla tecnologia è stato bravo e molto: ha retto a lungo la scena, dando al personaggio il manierismo un bianco e nero di un film d'epoca. Si è un po' compiaciuto del ruolo, enfatizzandone gli aspetti grotteschi e magniloquenti, come si conviene a un divo narcisista.
Pietro però, si è impegnato a mettere in ridicolo l'animo superficiale dell'impresario, mostrandone, non so quanto volontariamente, gli atteggiamenti di maniera, così in voga a quei tempi, risultando più credibile, nel ruolo, dell'altro interprete, pur bravo, che ha proposto una versione arrogante ed aggressiva, più consona ad un produttore moderno di film di consumo, almeno nella fantasia collettiva.
Invece Pietro, mi ha ricordato un po' il grande Charlie Chaplin, che rappresentava sì un omino povero e alle prese con le quotidiane esigenze di sopravvivenza, ma anche le immature fantasie del Grande dittatore, alle prese con il mappamondo.
Quando è entrato in scena con la sua marsina di due taglie inferiori alla sua stazza - in via di ridimensionamento - e con il cilindro che non si adattava alla folta e riccioluta capigliatura, con un sorriso giovanile e un po' gigionesco, ha reso benissimo, l'immaturità prevaricatrice del potente, creatore-finanziatore di illusioni, assecondato dal narcisismo degli interpreti e dalle speranze del suo harem.
Lo ha reso bene perché, ad onta della freschezza giovanile coniugata al fisico commendatizio, ha saputo far valere una tecnica di pregio ed un'impostazione canora e vocale raffinata, non frutto di doni naturali, che probabilmente non esistoono, ma di studio condotto con serietà.
Se dicessi poi che al suo apparire poteva sembrare Stan Laurel redivivo, nulla toglierei all'efficacia della sua interpretazione; le aggiungerei semmai una ulteriore dose di ironia, ben dominata e distribuita.
Le foto su facebook sono del tutto analoghe, nelle espressioni e nelle posture, a quelle di qualsiasi altro teatrante e credo che il film dell'opera resterà un significativo ricordo nel tempo, quale che sia la carrierà che Pietro intraprenderà. Ha già capito e interiorizzato che, anche se non è garanzia di successo, l'applicazione lo è sempre, di risultato.
L'applauso a scena aperta dopo il brano cantato da solista, resta per lui a testimoniarlo.

Milone

Caro Milone,
dalla mia vetrina sul corridoio interno dell'involuta Sede, che si articola per anse e gomiti, a spirale, con due salette per appartarsi, illuminate a basso consumo, avverto alcune affinità di situazione con le etére moderne di Amsterdam e osservo la vita che scorre, per flussi e riflussi, davanti ai miei occhi.
Panta rei, mi verrebbe da dire, poi, invece, medito che, più appropriatamente, trattasi di occlusione fognaria che potrebbe esondare.
L'ambiente è felpato, la consuetudine è fatta di cordialità complice o del minimo di parole necessarie. Diversi depositanti sono abituati a farsi intendere con un ammiccamento, allo sportello; poi scendono in caveau a depositare il nero nelle cassette di sicurezza. Qualcuno squaderna fasci di banconote per depositarne un po' di quà e un po' di là, in un'altra nostra filiale o in un'altra banca.
Sono in buona parte contanti.
Riceviamo anche i domestici dei depositanti o i loro salariati, che cambiano assegni per incassare lo stipendio. Sono assegni di altre filiali, per lo più regionali, anche se loro, dirottati a Bologna per lavoro, li prendono al netto di onerose commissioni. Un datore di lavoro ha bonificato personalmente uno stipendio, invece, per valersi delle facilitazioni ( 0,52 cm. )
E' proprio vero, c'è un dare e un avere nella vita ( è anche un po' la nostra dottrina ) e qui si versa con metodicità. Un po'. ma proprio un po', si consente di attingere con padronale accondiscendenza e parsimoniosa prudenza.