domenica 6 giugno 2010

Milone

Caro Milone,
sono in via dell'Indipendenza alla vigilia della commemorazione della Vittoria mutilata.
Sono dannunzianamente pieno di Passione e responsabilità e tendo all'eccellenza in un tripudio di fanfare interiori.
Entrando, ho riconosciuto un collega di Paternò, che conobbi alla metà degli anni '90in occasione di un'assemblea sindacale alla quale partecipai, nel sottotetto della Sede, allora corredata, in sala, di splendidi tappeti.
Era stato trasferito, non ne aveva compreso il motivo, imprecava e sacramentava in siciliano strettissimo. Erano gli anni dell'innesto Maramotti nel tronco centenario del Credem'a me.
Siamo tutti e due molto cresciuti, nel frattempo, di taglia sartoriale e siamo ancora qui a presidiare la nostra vetrinetta, con pazienza e responsabilità.

mercoledì 2 giugno 2010

Finzioni o apparenze.

La rappresentazione artistica è finzione, apparenza fornita ai sogni, non necessariamente romantici, degli spettatori.
Lo si affermava, il 26 Maggio scorso, nel musical: "Hollywood - Ritratto di un divo", interpretato con felice maestria dal Gruppo teatrale del Liceo Marco Minghetti di Bologna.
E' stato un lavoro di livello, meritevole del prezzo del biglietto e nel quale i giovani attori hanno cercato di dare il meglio di sé, applicandosi per mesi nello studio, nelle prove e nel canto, nonostante i gravosi studi quotidiani.
La serata e il loro sforzo sono andati a beneficio di associazioni ed enti morali, la cui opera - se meritoria o meno - lo sanno loro! - è stata lo spunto-pretesto per offrire agli interpreti la possibilità di esprimersi. Ci sarà chi lo avrà fatto con spirito carrieristico - forse il giovane attore drammatico Lorenzo Pullega, interprete di John Gilbert, per estetica vanità - sia detto senza deminutio, ma come caratteristica, semmai non prevalente - come le già mature e apparentemente sicure di sé, ragazze. Una citazione va riservata alla moglie delusa di Gilbert, dotata di grande personalità e capacità di riempire la scena. Bravissime, in particolare, le due Greta Garbo: quella con la valigia degli esordi e la cinica e arida diva realizzata. Da chi?
Non certo dall'amore da set di Gilbert, utile solo per gli esordi, bensì dalla vena speculativa e cinica, come quella della diva, del produttore Louis Mayer, anch'esso offerto nella duplice versione di un rozzo e vitalistico decisionista, quasi un capo cantiere attrezzista e in quella rifinita e caratteriale interpretata da Pietro Riguzzi.
L'interpretazione del giovane attore, più giovane della media dei compagni di scena, è stata la più ricca di contenuti psicologici. Il suo Louis Mayer è dotato d'intelletto, piegato al calcolo economico come a quello sensuale, causa, il primo, e conseguenza, il secondo, di uno status di potere da difendere, anche e soprattutto dalle influenze morali o pseudo-morali di un ambiente corrotto ed anche effimero, eppur capace, come tutte le cose umane di contemplare intrinsecamente l'aldilà delle contingenze e di contraddirne le esigenze deterministiche, almeno interiormente.
Riguzzi-Mayer, in questo senso, volteggia a dieci centimetri dal palcoscenico e ci offre saggi di maestria, frutto della sua applicazione costante, della serietà del suo studio, reso possibile dall'evidente amore per il teatro, vetrina culturale della pantomima dell'uomo, delle sue finzioni che tradiscono in continuazione la sua verità. E' del grande interprete, indipendentemente da considerazioni anagrafiche, saperne tradurre le caratteristiche e farle sue. E Riguzzi ci riesce, ogni volta che entra in scena, come solista o come cointerprete, dando sempre un connotato specificamente suo ad ogni performance. Pur essendo evidente la cura dei dettagli scenici di cui si è appropriato, Pietro li esegue senza manierismi scolastici - che pure ha sequenzialmente approfonditi - e li supera nell'interpretazione.
Delicati e piani i motivi cantati con acquisita tecnica e voce chiara e modulata, sia individualmente sia in incalzanti duetti. Rapsodici i bozzetti mimati, come quello della scelta della futura attricetta, in fila per i favori dell'impresario.
Nel canto di Pietro Riguzzi abbiamo riconosciuto le qualità raffinate di un attore in piena evoluzione, che non si presenta in scena, come nelle altre occasioni della vita, senza essersi preparato a gestirle, pur non disdegnando nessuna parte che compone il mosaico, sempre rispettabile, ma non per questo armonico, del teatro della esistenza, nella quale, con applicazione variabile e senso di appartenenza graduato, ogni giorno recitiamo, quale che sia l'obiettivo, pratico o di senso che perseguiamo, spesso confondendone i termini. Pietro sa già ricondurre ad unità sintetica, ma non dogmatica questo agone, mantenendo con divertita partecipazione i tratti umoristici della vita.
Complimenti sinceri!

domenica 23 maggio 2010

Milone

Seguo, con l'interesse che si riserva ad un buon giallo, gli aggiornamenti criminologici del Crede'a me.
Quindi, ora, i rapinatori hanno cambiato le loro modalità d'azione. Ci trattano come le vecchiette da raggirare o da scippare, adeguandosi ai tempi micragnosi che stiamo vivendo.
La nostra cura nell'impedire agli estranei, identificati come nemici - da buoni cani da guardia, credem'a me - sarà assoluta.
Credem'a me!

Milone

Caro Milone,
nel mio peregrinare da ebreo errante, mi capita di constatare quanta passione e auto-responsabilità influenzi il mondo. Soprattutto quello relazionale, con connotazioni consortili.
Dal mio nuovo punto di osservazione, mi è capiatato di riconoscere reincarnazioni di vite precedenti e di vederle intrattenere contatti, evidentemente mai interrotti, con precedenti compagni di lavoro. Costoro, i visitors, sono oggi account manager, ma amministrano capitali di altri/e che, pur rimasti impiegati/e, hanno una barca di quattrini che loro si sogneranno per sempre.
Bizzarra la vita ed i suoi ruoli e, Credem'a me, acronimi: Popper avrebbe parlato di falsificazionismo, io, più modestamente, di falsificazioni.
L'account in parola, mi chiese, anni fa, di iscriversi alla F.A.B.I. Io, per affezione verso la bottega sindacale, non lo respinsi, anche se non mi convinceva.
Appena investito di un iniziale ruolo gerarchico, si appalesò per lo stronzo che sospettavo. Poi, divenuto direttore di filiale, in Romagna, con la faccia di tolla che serve per avere successo ( quale? ), mi ricontattò, perché era stato rimosso e rischiava il licenziamento. Quando, alla fine, dovette palesare le carte, il nostro avvocato - che gli salvò la buccia - ebbe, infine, a chiedergli se non gli fosse mai capitato di affidare una Maria Rossi o una Elisabetta Rivani, anzichè tutte quelle Svetlana, Irina e via slavizzando.
Rieccolo, con inalterata sicumera, riveniente dal riposizionamento delle terga sullo strapuntino che rischiava di dover lasciare, in visita di "portafoglio", sotto le spoglie del cliente.
Sarebbe divertente se compisse una rapina, non sotto le mentite spoglie del profeta finanziario. Saremmo censurati ed esposti all'aziendale esecrazione, per culpa in vigilando.
Ho riconosciuto la sua calvizie, da tergo, poi il suo inconfondibile tono vocale e, data la scarsa affluenza, ne ho identificato i tratti del viso, quando girava il capo per la pantomima professionale.
Infine, è risbucato da dietro il cartellone: "l'amicizia premia, passaparola!" e, come quando è entrato, è scivolato via, insalutato ospite.
Mimesi, parole. I nostri valori per i prossimi tre anni.

Milone

Temo, caro Milone, che non sia tutto oro quel che luce.
Il lavoro allo sportello non è molto, mentre è intensa l'attività sul territorio e la fungibilità interna, di ruolo - su più fronti - e di mansioni all'interno delle filiali.
Questo mi fa pensare che gli organici siano volutamente sottodimensionati rispetto ai compiti e ai ricavi.
L'amministrazione, in rete, è affidata completamente al cassiere, che spesso si trattiene da solo in filiale e che è utilizzato secondo una programmazione non trasparente - perché non se ne conoscono le caratteristiche e i parametri - a sostituire e rimpiazzare itinerando, la sua generica figura. D'altra parte, nei grandi gruppi, in attesa di essere soppiantato dalle macchine self-service, la mansione è ricoperta solo da lavoratori interinali.
Trattandosi di lavori privi di valore aggiunto, fra gli anziani e, soprattutto, nell'ambito di coloro che provengono da altre banche, l'esenzione da questo compito sgradito viene riservata al personale iscritto alla CISL, il sedicente sindacato unico aziendale.
Nel nostro angusto e padronale mondo Credem'a me, ci sarebbe tanto lavoro sindacale vero da fare: per necessità dovrebbe essere unitario, con il contributo di tutte la sigle sindacali confederali e di categoria più rappresentative nel settore.
Ma allora, gli eredi Maramotti non ci metterebbero un attimo a cedere il poker di filiali che detengono, altrimenti dette Credem'a me centenario.

Milone

Perché il Credito emiliano ha più filiali in qualche sperduta provincia calabrese che a Bologna?
E' stata la Banca d'Italia ad imporglielo?
Non è credibile. Senza un interesse materiale, un'azienda non si fa imporre la propria sede d'attività da nessuno e la Banca d'Italia di Fazio, politica a parte, non faceva paura a nessuno.
E se fosse proprio qui il busillis?
Percorrendo in macchina la Sicilia, mi sembrava di essere a casa, o quasi: dappertutto, accompagnate e commentate da una miriade di denunce improvvisate, affisse ai muri, circa la mancanza di un piano regolatore, fiorivano le gru delle cooperative emiliano-romagnole. Sia in Sicilia, sia in Calabria, le attività erano e sono assicurate dall'Unipol, pardon: UGF.
Ma non c'è incongruenza fra l'ideologia Maramotti e il rosso, sia pur affaristico delle Coop?
Pecunia non olet
"Io sono un uomo d'affari", diceva il primo Berlusconi a chi gli chiedeva se fosse socialista.
Anzi, la sinergia contraddittoria può essere efficacissima, come le "convergenze parallele", assurdo logico e geometrico di Aldo Moro.
Si raccoglie di più e si investe meglio a Calatafimi che a Bologna? Se sì, perchè e con quali modalità?
Credo sia giusto e opportuno porsi e proporre, internamente, questi quesiti.

Milone

La natura padronale del Credem'a me-Max Mara fashion group, si evince da molteplici sintomi.
L'abito, prima di tutto, l'immagine verso l'esterno, più estetica che sostanziale.
L'arredamento delle filiali, funzionale all'accoglienza.
Intimidente per il popolo minuto, calda e solidale con i depositanti più pesanti e per le loro signore vacue e chiocciolanti.
Per gli uni e per gli altri, glamour e toni soft.
Peccato che in fondo ai pantaloni gessati a righe, facciano talvolta bella mostra di sé calzini corti mal accoppiati con le scarpe, che spesso cravatte sgargianti "sparino" sull'ordito e che, limitatamente al personale più giovane, le scarpe assomiglino a delle pagode.
Chi di gallina nasce...l'abbiamo già detto.
Ma ci sono altri segni di un costume bucolico e feudale, del tutto ignorante dei Lumi, del libero pensiero, di ogni volterriana esegesi.
La dimora del Padrone o, almeno, la principale, è un castello; i suoi famigli che curano la manutenzione nelle filiali, anche se ad uno di loro hanno revocato il mandato per appaltarlo ad una agenzia regionale meno costosa, sono gli stessi che cambiano le tapparelle e allacciano i fili nelle dimore padronali. Se tanto mi dà tanto, anche gli acronimi più importanti del Credem'a me devono essere parte pregiata della felice consorteria, con mansioni equivalenti. E noi, con passione e responsabilità, zampettiamo sui Suoi tappeti, ci confrontiamo sullo sfondo dei paesaggi o sotto losguardo attento dei soggetti di parte della pinacoteca di famiglia, distribuiti nei vari possedimenti immobiliari.
La cura degli ovili è affidata ad una honlus di Pastori professionali che sanno condurre le greggi dove l'acqua è più scarsa ed i prati più aridi, mantenendole in condizione d'uso.
Potrebbe sembrar strano, ad un esame superficiale e troppo succube dell'ideologia di consumo, che tanta privata finanza sia potuta sorgere in una provincia nella quale, anche il sole, per sorgere, doveva godere del bene placito del fu P.C.I., se non fosse per il realismo "responsabile" di cotaltra totalitaria consorteria, oggi giolittianamente ( trasformisticamente ) ridenominata, in attesa di tempi migliori ( parliamo delle future generazioni ), usa a prestar servizi in cambio di occupazione, per conservare la propria rappresentanza. ( segue )

domenica 16 maggio 2010

Milone

Temo, caro Milone, che non sia tutto oro quel che luce.
Il lavoro allo sportello non è molto, mentre è intensa l'attività sul territorio e la fungibilità interna, di ruolo - su più fronti - e di mansioni, all'interno delle filiali.
Questo mi fa pensare che gli organici siano volutamente sottodimensionati rispetto ai compiti ed ai ricavi.
L'amministrazione in rete è affidata completamente al cassiere che spesso si trattiene, da solo, in filiale e che è utilizzato, secondo una preventiva programmazione non trasparente, perché non se ne conoscono le caratteristiche ed i parametri, in sostituzione della sua generica figura.
D'altra parte, nei grandi Gruppi, in attesa di essere sostituito dai self-service, il ruolo è ricoperto solo da lavoratori interinali.
Trattandosi di lavori privi di valore aggiunto, fra gli anziani e, soprattutto, nell'ambito di coloro che provengono da altre banche, la tuela da questo ruolo sgradito viene riservata al personale iscritto alla CISL, il sedicente sindacato unico aziendale.
Nel nostro angusto e padronale mondo Credem' a me, ci sarebbe tanto lavoro sindacale vero, da fare: per necessità dovrebbe essere unitario, con il contributo, cioè, di tutte le sigle sindacali confederali e di categoria più rappresentative del settore.
Ma, allora, gli eredi Maramotti, non ci metterebbero un attimo a cedere il poker di filiali che detengono, altrimenti dette Credem' a me centenario.

Milone

L'icona più bella dello screen saver, che riporterà incessantemente alla nostra attenzione i valori che dovremo vivere, volenti o nolenti, nella una e trinitaria - mission, passione e responsabilità - dimensione del tempo a venire, è l'ultima, già utilizzata per il sondaggio sul Capo.
Un attempato dirigente ( non può essere che un dirigente, il vecchio biblico, in questa giovanile e pur centenaria, per chi ci crede, azienda ) si gingilla, instupidito dal vento e dalle pale eoliche, con una girandola, di quelle reperibili sui banchetti delle fiere di paese.
Panta rei - tutto scorre - è vero e la sintesi giocosa, ma decisamente non cosciente, dei fotogrammi evolutivi precedenti, ci riporta al dunque dell'irresponsabilità, invero stolida, del potere.

Milone

Milone, Credem,a me,
questa vita proattiva mal si attaglia a chi ha raggiunto la civiltà sedentaria.
Lo spirito nomade è dei popoli primitivi, sempre alla ricerca di cibo e poco inclini, per procurarselo, alla stanzialità dell'agricoltura ed alla stabilità della famiglia, del villaggio.
Meglio è per loro e più stimolante, cacciare, prima, e poi razziare, come fanno oggi i ticoons della finanza, senza sottostante produttivo e di vendita, globale.
Si tratta, necessariamente, di popoli giovani che si selezionano eugeneticamente da sé.
Chi riesce ad invecchiare, chi si infortuna, viene tralasciato a morire d'inedia e a far da pasto alle fiere.
I giovani esemplari si angustiano per cercare di darsi una prospettiva e, somatizzando,tirano avanti, al prezzo che natura e cultura richiede.
Noi, comodamente sistemati a Reggio Emilia e privatamente gelosi delle nostre epicuree abitudini, cerchiamo di intercettare i flussi di denaro per metterli a disposizioni di chi non ne ha bisogno.
Il compito precipuo dei nostri addetti alle imprese è di favorire un utilizzo non necessario ai fini conservativi, bensì utile - si vedrà...- per investimenti alternativi, garantiti da quanto proficuamente già esercitato.
Sarà questo lo scopo della convenzione Napoleone?
Nel mio piccolo, anni fa, ricevetti la sollecitazione allo sportello, di una signora che, pur avendo un saldo attivo di 180.000.000 di lire sul suo conto personale, impetrava un prestito di 25.000.000 per acquistare una automobile.
Con il marito, possedeva un conto cointestato in un'altra banca, ma aveva sempre simulato di godere di un reddito inferiore, con il coniuge, per sollecitarne il familiare sostegno.
L'auto da acquistare costava, infatti, ben più dei 25.000.000 richiesti.
Che c'entra? Dirai.
Sono categorie diverse di un unico meccanismo mentale, sul quale speculano tutte le istituzioni finanziarie ed a cui accedono, nella loro piccola disonestà, anche i nostri consimili, sub specie clientis.

Milone

Caro Milone,
sono in via Giuseppe Mazzini. E' il mio risorgimento bancario. Anche qui, parte della clientela non mi è ignota e di qualcuno conosco anche gli altarini.
Qui praticano il rito del cah in - cash out, ancora sconosciuto in viale XII Giugno.
Vestono tutti Maramotti, ma, almeno per ora, della mia informalità non si curano. D'altra parte, i più informali sono i clienti, che dalla loro hanno i soldi, mentre noi dobbiamo essere eleganti e sorridenti o, almeno, riconoscibili dalla divisa, come i commessi, in qualunque altra rivendita.
Torno in affiancamento.
A presto.
Pier Paolo

Milone

Milone, vecchio mio,
nella nuova e risorgimentale filiale, mi esercito, in squadra con i colleghi, con passione e responsabilità, al gioco dei quattro cantoni.
Le scrivanie, infatti, sono sempre piene, anche se qualcuno, irresponsabilmente si assenta, per qualsiasi, incongrua causa.
La Patria è salvaguardata nelle sue formali apparenze: i problemi restani irrisolti, ma vengono ribaltati e non assunti, sulle classi subalterne a maggior beneficio dei pochi che contano e dei loro collaboratori...a scendere.
Caro Giuseppe ( Mazzini ) così fu ed è la Giovine Italia e, a quanto pare, anche la Giovine Europa.

venerdì 14 maggio 2010

Milone

Ti ricordi, Milone, le copertine dei 75 giri di bachelite, con il cagnolino accucciato che guarda, fiducioso e pieno di aspettative, il grammofono?
Osservando, rapito, le incalzanti immagini dello screen server, mi si sono inumidite le ciglia, come quando, bambino, ascoltavo Mamma son tanto felice...e Spazzacamino.
Sono i frutti della Passione e della Responsabilità.
Per fortuna c'è sempre La Voce del Padrone ( Ricordi ).

mercoledì 12 maggio 2010

Milone

I bagni, in via Giuseppe Mazzini, assomigliano alla suite di un albergo. Accoppiati, ad angolo, in un discreto piano interrato, prevedono una ritirata per signori ed una, contigua, per signore. In comune hanno un vestibolo con lavandino.
Sembra che un concierge, malizioso ed esperto, abbia voluto creare uno spazio di socialità, di scambio e di conoscenza. Una specie di contesto fiduciario, dove scambiarsi parole e, chiusi nei propri abitacoli, fianco a fianco, confessarsi sospiri, crepitii e cascate di sentimenti.

Milone

Al Credem, la coesione aziendale si esprime anche nelle modalità di entrata-uscita dai locali allarmati. Quando un acronimo commerciale accompagna all'uscita un/a cliente, per non perdere il contatto lo segue nella bussola, realizzando una imbarazzante contiguità e uno scambio di fiati, umori ed odori.
Tutto ciò, certamente, richiama all'inconscio memorie primordiali che, presumendo di essere rassicuranti, possono invece risultare ansiogene e irritanti.
Dato, però, che l'eloquio è professionalmente volto alla cura dell'interesse clientelare, l'atavico istinto di difesa si indebolisce. Poi, l'apertura della seconda anta, che dà sul corso, restituisce all'ecosistema la coppia dopo la carpita e breve intimità.
Più franchi e camerateschi sono gli abbinamenti imbussolati dei credm'a me doc, in entrata ed in uscita, contrassegnati da una franca e spicciativa abitudinarietà, fra risa e cozzi nell'angusto abitacolo.
Fina a che, a sera, provato, ciascuno esce alla spicciolata, da solo e riprende ciondolante la via consueta, tranne la cassiera che, solo allora, liberatasi dall'interazione - da direttore! E' lei la vera direttrice! - con tutti gli altri servizi, riesce a dedicarsi all'amministrazione dei necessari adempimenti burocratici.
Suppongo, gratis et amore dei, non essendo il suo un servizio lucrativo.

Milone

Caro Milone,
è tutto un via vai di gessati scuri a righe, stile Chicago 1920-30, dai quali ormai distinguo gli avventori dai colleghi.
Altro discrimine è l'età: se sono anziani appartengono certamente al Gotha degli immortali. Altrimenti sarebbero in cassa o ai giardinetti, al 70% della retribuzione.
Dicevo che l'andirivieni è incessante: l'onnipresenza viene assicurata, per ogni ruolo e mansione e, organizzativamente, tutte le voci contrattuali vengono subordinate alla trama delle sostituzioni, giostrando le insufficienti pedine sullo scacchiere.
I vari Capi blocco confermano molto tardivamente i piani ferie e lo fanno con semplici e-mail, in calce alle quali si mettono a disposizione per ogni "delucidazione".
Dato che non si possono servire due padroni, non vale la pena di prendere in considerazione la profferta. Forse, qualche iscritto al sindacato unico aziendale può farlo preliminarmente, dato che vi sono parimenti iscritti i Capi blocco, così come, compatibilmente, possono, forse, evitare le mansioni e le destinazioni sgradite.
Constato che le ferie, per uno o due giorni al massimo, vengono consumate, per riposarsi o sbrigare qualche pratica amministrativa, con frequenza, la stessa delle malattie, sincopate quando non son sincopi.
Eppure, per scelta cautelativa, il lavoro non è molto.
Si gira fra i campi, le stalle, i viottoli e le taverne, sotto l'occhio vigile del paese intero che, della vita di ognuno parla, discute e commenta.
Per il resto, il tempo trascorre noioso: mai una rapina a movimentarlo. Ogni tanto, quache sbriga-faccende si presenta, intasca dobloni ammazzettati, firma la distinta di trasferimento contante e torna al suo avamposto, con passione e responsabilità.
I gessati grigio scuro, pur rappresentando un evidente mascheramento di identità, passano inosservati fra la folla in movimento, illusa di avere un obiettivo o di perseguire uno scopo.
Non sono collocabili in un contesto.
La compagnia itinerante dei gessati scuri a righe, raggiunge infine il tableau sul quale si esibirà, per un pubblico di abbonati, seduto nelle ridotte di un saloncino.
Ecco il passo farsi più felpato, l'ammiccamento e le parole d'occasione, sempre le stesse, verso Tizio o Caia, lo sguardo perplesso verso l'ultimo venuto.
A fine giornata, consumati gli estremi convenevoli, la compagnia di giro si congeda e consulta il palmare aziendale per sapere dove potrà, domani, esercitare la sua passione e responsabilità, sempre tramite auto privata, per limitare la fatica fisica, accrescere la secrezione di adrenalina, utile per il successo e contribuire, con questa condotta non igienica a sclerotizzare la circolazione.
Solo quando sarà vecchio e malato, ciascuno si renderà conto di avere girato secondo lo scopo di una trottola, che qualcun altro aveva lo scopo di far girare, per divertire, a sua volta, un'anima bambina e irresponsabile.

Angela

Oggi Angela si è ricoverata all'Istituto ortopedico Rizzoli, per concorrere all'ambitissimo riconoscimento "Rotula d'oro". Demiurgo dell'operazione avrebbe dovuto essere il prof. Marcacci, che però è rimasto all'estero, trattenuto dalla nube vulcanica islandese.
Angela, già degente fin dalle prime ore dell'alba, si è sottoposta a tutte le analisi e le visite richieste, prima di essere informata dell'imprevisto.
E' quindi restata nei paraggi, pur sottoponendosi, alle ore canoniche, a tutti i riti caritatevoli riservati ai postulanti dell'antico convento. Trascorrerà quindi la notte in ospedale e solo domani, fin dalle ore 7, potrà essere portata in sala operatoria dove si eserciterà il virtuosismo del Maestro, che, per recuperare sulle parcelle, opererà in corpore vivo senza interruzione fino a pomeriggio inoltrato.
Poi rientrerà in lettiga alla sua magione, che abbandonerà domenica, allorquando gli indaffaratissimi imprenditori Andrea e Riccardo, partiranno per la Cina, alla ricerca di commesse.
Tornerà per una settimana, con le stampelle, dalla mamma, che, non reggendosi in piedi e non intendendo, però, consentire alle mani profane di una fantesca di metterle sulla sua biancheria, sulle sue coperte ecc., paventa il nuovo e sempre più facticoso sforzo, per preservare la purezza delle sue faticate conquiste.

sabato 1 maggio 2010

Milone

Caro Milone,
lunedì prossimo, in occasione del 150° dell'Unità d'Italia, sarò in via Giuseppe Mazzini, presso il nostro risorgimentale sportello.
Mi reco sul posto con un po' d'anticipo per applicarmi ai nuovi compiti che la nostra patria mi richiede. Lo farò con passione e responsabilità, pur riservandomi di verificare la bontà della tardiva pretesa.
Centocinquant'anni, per una nazione ed anche per uno Stato sono decisamente pochi e sul sangue - copioso -sulla dittatura, sul post-corporativismo non si costruiscono le identità dei popoli, che si nutrono di ben altra - e quanto ricca! - sostanza.
Dopo i generali borbonici, usi ad osservare l'esito delle loro strategie in carrozza e, provvisti di cannocchiale, dall'alto di una collina e i dialettali ed inesperti acronimi, che suppliscono all'inesperienza con la prestanza fisica, applicata, in itinere, sul territorio, mi sono fatto prudente sulle intenzioni del mio prossimo.
Soprattutto quando mostra difficoltà a redigere due righe, come chiosava già ai miei esordi in banca un direttore di sala: "mi dispiace, ma da piccolo non mi hanno imparato a scrivere".
Chissà se l'Italia resterà unita, almeno formalmente? Noi, Credem'a me, siamo in una botte di ferro!
Già artefici del tri-colore, massonicamente coagulante, abbiamo nel brand i possibili colori del futuro e, volendo, saremmo in grado di agire anche nell'Italia tripartita.
Per parte mia, mi sposto in una zona di operazioni più sfavorita. ( Espressione tratta dal saluto di Indro Montanelli ai suoi lettori, quando lasciò il Corriere della Sera e trascurò per un periodo la sua Storia d'Italia, per fondare il Giornale nuovo ).
A presto.
Pier Paolo

1° Maggio 2010.

E' di nuovo 1° Maggio, ormai festa dell'impresa e dei consumatori, anzi superamento della festa in favore dei servizi...privati.
Ieri, conversando con la nuova signora che fa le pulizie, le ho chiesto se avrebbe festeggiato la ricorrenza. Costei, rumena ormai attempata, rispondeva assolutamente di no; fin da quando aveva cominciato a lavorare come cuoca e cameriera ( precoce esempio di flesibilità ) era stata costretta a sfilare, in divisa, in questa ricorrenza, davanti al palazzo presidenziale, oggi sede del Parlamento.
I preparativi cominciavano all'alba e lei doveva alzarsi alle quattro.
Quarantottenne, aveva due figli di oltre trent'anni, generati in età adolescenziale. Ottenuto un visto per un lavoro temporaneo in Italia, la sua famiglia era stata tenuta in ostaggio fino al suo rientro e sorvegliata con telecamere che furono rimosse a missione compiuta.
Come avesse ottenuto il permesso e per chi avesse curato un acquisto di una barca, non è dato sapere, così come se, nella sua veste d'impiegata in un albergo, non fosse stata utilizzata o addirittura reclutata, come spia, dalla securitate. Del marito, nessuna notizia. I due figli fanno gli "imprenditori" della Coca Cola,anche in Grecia e in Spagna, da dove molti rumeni stanno ritornando, preconizzandone la crisi. Nonostante questo, lei continua a mandar loro dei soldi, perché i generi di prima necessità costano come in Italia; quelli di lusso, la metà. E' stato quanto chiesto dagli altri paesi per ammetterli nella comunità europea.
Provvista di un diploma di scuola alberghiera, sta per ridiplomarsi a castel San Pietro Terme e spera, nonostante l'età di ottenere un posto a tempo indeterminato. Il suo prima diploma, da noi non vale perché non contempla la cucina mediterranea. Così, all'alba prepara i pasti per le mense e fa le pulizie al pomeriggio. Vive da dieci anni con un compagno italiano, non si sa se per ragioni sentimentali o locative; casomai per tutte e due. Restano incerte le rispettive percentuali. Ha scelto Bologna per lavorare perché - dice: " al Sud c'è sfruttamento ( ha cominciato in Puglia )con buona pace dei furbi e piagnoni meridionali, per i quali qualcuno si commuove ancora e da Reggio Emilia in su, c'è razzismo. Ne parleremo in commemorazione del 150° della precaria convivenza. Per certi versi, non mi convince del tutto. D'altra parte ognuno vive come può, si è formato e come la vita e l'ecosistema l'hanno adattato. Buon 1° Maggio ai lavoratori al mare.

giovedì 29 aprile 2010

Milone

Milone, ci sfrattano!
Addio alla filiale di nicchia, dove siamo considerati alla stregua del droghiere, del verduraio e del lavasecco,nella quale il cliente esce di casa, si approvvigiona e rientra.
Già sede di prestigio di una piccola banca dell'I.R.I., il Banco di Santo Spirito, fondato da Paolo V ( quello che istituì il Ghetto per gli Ebrei, a Roma ), divenne la filiale n. 1 della Banca di Roma, a Bologna, per finire come Unicredit-Banca di Roma, prima di essere ceduta al Credem.
A dire il vero, la Banca di Roma aveva già tentato di venderla ripetutamente in passato, non ritenendola coomercialmente prospettica.
Resistenze interne le avevano evitato, all'epoca, questo destino.
Per giustificarne la sussistenza erano stati dirottati nei suoi locali, il Corporate e il Private banking, spostando lo squilibrio dei costi-benefici sulla Sede di via Ugo Bassi.
Sappiamo tutti come è finita.
Il prprietario condivide la pigione con il fratello e, insieme, se ne valgono per mantenere intatta la proprietà del prestigiosissimo immobile.
Molto noto negli ambienti economici bolognesi, costui ha quasi certamente le frequentazioni adeguate per ovviare alla giusta - in questo caso - parsimoniosità del Credem, mentre noi, di nuovo apolidi ci reincamminiamo sui marciapiedi finanziari, con Passione e Responsabilità.

Milone

Milone, chiedi a Pegaso, per favore, di farci conoscere il racconto della Toscana, dove non hanno ancora digerito il pauperismo indotto dall'acquisizione e dove sono state chiuse tre filiali, una a favore del money transfert degli extra-comunitari.
Il colorito linguaggio, la blasfemia artistica, il turpiloquio creativo vivacizzerebbero un po' il conformismo di regime del portale.

Credem'a me

L'organo ufficiale del Sindacato Credem'a me, nell'editoriale di oggi, informa che i fruitori del premio aziendale 2009, alla data di edizione, già sanno se rientrano tra i beneficiari o meno.
A che scopo, quindi, commemorare un fatto già avvenuto, festeggiato o compianto a seconda della felice o rea sorte?
Se un sindacato, quale che sia, non sa neppure tutelare le ultime, residue norme di un contratto di categoria ed è capace solo di lamentele cantilenanti, nella presunzione di rivolgersi al suo popolo di fedeli, meglio farebbe a soddisfare la sua inclinazione al poco impegno e dedicarsi a smorzare le candele in chiesa.
Con che faccia tosta le plebi chiedono pane, oltreché lavoro, con un raccolto così scarso?
Bacino quindi la mano del buon padrone e confidino nella provvidenza.

Credem'a me

Il Credem'a me è un gruppo creditizio molto particolare nel panorama A.B.I., a cui pure è associato.
La libertà di adesione che da qualche anno vige - apparentemente per rimuovere le croste corporative, prima del fascismo che le istituì, poi del mondo I.R.I. - che il fascismo aveva creato e che la D.C. aveva reiterato per cinquant'anni, facendone uno straordinario volano di clientele, carriere usurpate, arricchimenti indebiti e collocamento di maestranze, a prescindere dalle competenze - ha consentito ad un grande gruppo bancario, Unicredit, di associarsi alla Confindustria del Lazio ( sic! ).
In Italia, ogni riforma rischia, per influenza cattolica di risolversi in una gattopardesca Controriforma, basta dare tempo al tempo e lasciar lavorare il manovratore. Fin da ora, la deregolamentazione serve a facilitare l'eterogenesi dei fini secondo gli interessi dei gruppi finanziari ed economici.
Unicredit non si può sottrarre alla complessità dei rapporti sindacali che la dimensione eterogenea del Gruppo comporta e, pur applicando selezioni macroeconomiche crudeli, mai si sognerebbe di non contrattare il V.A.P.R. - valore aggiunto pro capite -.
Lo fa per aziende, specializzazioni, sezioni e competenze, diversificando i cespiti, ma senza escludere nessuno.
Il Credem'a me, invece, pur gloriandosi dell'alta redditività e della sua reputazione internazionale - pur non sconfinando neppure in Alto Adige - dimostra, per corollario, di basarla sulla minuta contabilità di un'azienda domestica, che, pur paternalisticamente impicciandosi di tante specie che molti amerebbero, per privatezza, amministrare da sé, ai suoi dipendenti assicura un reddito che non possa farlo indulgere ai vizi.
Ha costumi antichi: pretende la grisaglia istituzionale delle banche che, nei centri cittadini, distingue i bancari incarrierati durante l'intervallo, che noi del Credem rischiamo di doverci comperare presso gli outlet.
La "meritocrazia", da che mondo è mondo, se è reale e non cortigianesca è sempre stata pagata poco, anzi, l'eleganza e i costumi men che modesti sono stati considerati chiaro indizio di disonestà o secondo lavoro.
Tranne che per i vertici ereditari, per dirla alla fantozzi.
Pur essendo un'emanazione finanziaria di un gruppo industriale, la sua veste bancaria la rivendica; Unicredit Banca invece, vuole dare un piglio industriale alla sua attività.
Eterogenesi dei fini o travestitismo?
A differenza degli altri Gruppi, Credem'a me non si vale di manovalanza d'occasione e dell'intermediazione dei negrieri delle agenzie interinali - altra innovazione normativa, in Italia, della sinistra.
Fa tutto da sé e, per questo, è apprezzato, all'inizio, dai laureati cassieri. Che la riservatezza tradisca lo spirito di padronanza, poco importa,prima di prendere posto in cucina e nelle foresterie. poi, a pancia piena - regime dietetico - il mugugno e solo quello, è consentito, se rimane nel sui limiti.
Gli scambi si fanno nell'ambito delle stesse materie, soprattutto quelli sindacali, senza barcamenarsi in fragili compromessi.
Diritti e doveri sono solo quelli scritti, ma questo principio, serio, non è apprezzato in categoria e non fa parte del DNA nazionale.
Invece, il rispetto di regole oggettive, onestamente interpretabili, è garanzia per tutti e per i più deboli in particolare, soprattutto quando l'imprenditore calcola di realizzare quanto accumulato ed epicamente celebrato, durante la "fase di accumulazione", le campagne di conquista di nuovi mercati, giustificazione di ogni guerra e di ogni sacrificio.

lunedì 26 aprile 2010

Milone

Hai letto, Milone?
Un nuovo successo del gioco di squadra: a Monza, ne abbiamo fatti 5!!
Fiero, il pater familias si offre all'obiettivo, mentre il pargolo PBA, sotto la sua ala protettiva, vibra di intima, umile soddisfazione.
Di seguito, l'epica aziendale sciorina una infinità di acronimi, che solo un egittologo ( o un Maestro, più o meno venerabile )potrebbe decrittare. Sono tutti coloro che hanno partecipato all'azione e contribuito all'impresa. Così facendo, hanno confermato la precettistica e la coesione aziendale: tutti per uno, uno per tutti ( poveretto! ).
Poveretti tutti e ciascuno, in questa pressa di amena spremitura, dopo la quale la buccia esangue riesce anche a riprodurre l'espresione compiaciuta di chi, con loro, si è fatto, in parte, un aperitivo.
Sono i canoni della migliore pubblicità.
Cosa sarà che ci strappa dal sogno?
Cupio serviendi?
Qualcosa ci spingerà fuori dal letto anche domani e ci mulinerà nel frullatore della placida colazione di qualcun altro.

Milone

Caro Milone,
spero di avere un po' di tempo, anche in futuro, per scriverti ancora.
Non conosciamo il volto del futuro,ma non tende al nuovo, nè al bello.
E' appena entrata una signora che aspirerei ad avere per compagna durante gli ultimi anni.
Camminata da cowboy, grinta da buldog caratterialmente incazzato, voce aspra.
Quando l'ultimo declinare delle forze ci avrà reso impossibile la fuga, temo che ci adatteremo, a malincuore, alla prospettiva della morte.

domenica 4 aprile 2010

Pizzini.

Il Presidente della Camera, Gianfranco Fini,lamentava, qualche mese fa, che, se la legislazione fosse stata subordinata ai principi di questa o di quella religione ( con capacità d'influenza, in Italia, ce ne è una sola ), si sarebbe passati, armi e bagagli, ad un modello di stato etico.
L'attempato, ma prestante camerata non risultava credibile nel suo trasformismo opportunistico ( da sanfedista che era stato, nella nicchia calda del post-fascismo ), ma il principio era giusto.
Politicamente, si trattva di riempire un vuoto ( sul versante di destra ) e di precostituirsi in corrente o in partito..dipenderà dalle opportunità.
Io che, in vita mia, ho avuto solo la tessera della F.A.B.I., non coltivo propositi di sorta, però resto sconcertato di fronte alla quotidiana proposizione di devoti esempi sul portale aziendale, secondo una linea ideologica triennale appena principiata.
Le fotografie isolano dal contesto l'immagine di smunti e pur grassocci colleghi, la cui celerità, ormai, non può che affidarsi al fax, o la giovanile e ridanciana sicumera di coreografici venditori.
La lettura dei giudizi sul Capo, influenzata, se non determinata dalla sicura tracciabilità degli autori, mi ha ricordato il rituale di tanti Congressi o Consigli sindacali. Una passerella per i membri del Direttivo, per una platea allargata.
Un po' come la nostra convention al teatro municipale di Reggio.
Trecento e ottantuno interventi non sono tanti e probabilmente gli estensori sono i soliti noti.
I video, su sfondi fissi ( due ) di alcuni depressi o imbarazzati acronimi, richiamano alla mente le perorazioni dei sequestrati, turisti o body guard che siano, in giro per il mondo. Meglio ancora, il messaggio finale dei martiri, per i prossimi imitatori.
Tra pochi giorni sarà Pasqua. La nuova Alleanza per noi cristiani.
L'aggettivo "nuova", di questi tempi, scristianizzati, la fa avverire come un partito che, dietro l'aggiornamento delle sue qualità, cerca di trasformare i suoi vizi.
Qualcuno, tetragono alle innovazioni, ha preferito chiudersi in un ghetto.
L'illusione di poter vivere un'altra vita, migliore in senso materiale o spirituale, è l'immutabile energizzante delle insoddisafzioni destinate a rimanere tali e chi le alimenta desidera che gli illusi se ne sentano, oltretutto, colpevoli.

Milone

Buona pasqua, Milone.
Ritempra le tue forze per i nuovi agoni.
Noi festeggeremo, con il sacrificio delle colombe candite, la simbolica rinascita, resurrezione, rinascimento ( adulti ), prospettiva temporale-atemporale o abbaglio dei mortali.
Una tribù dell'antichissimo Egitto, a suo tempo, ricorderà il mitico momento in cui, oppressa dal faraone, si concentrò su di sé e chiese la forza di sfuggirgli a un solo Dio, elitario. Poi, uno dei suoi figli volle farsi ( o lo fecero ) a sua volta Dio..e loro la pagarono cara ( Moni Ovadia ).
Anche se non cambiò la prassi del mondo - ne se lo proponeva: "il mio regno non è di questo mondo", dirompente fu il Suo messaggio, in una società di schiavi -.
Un furbo profeta dei paraggi, attingendo ai primi quattro libri della Bibbia, lo retrocesse al suo ruolo, rispettabile, di Profeta e fondò un'ultima religione monoteistica, alla quale necessariamente ci si doveva sottomettere.
Da allora, i popoli ebbero un nuovo, unico ma proteiforme pretesto per massacrarsi, colonizzarsi e sfruttarsi.
La separatezza dei profughi dall'Egitto rimase tale e quale e, per questo, ogni volta che si devono agitare le masse, reinterpretano il loro eterno ruolo di capri espiatori. Non sono i soli a trovarsi in questa ricorrente condizione, ma sono gli unici capri espiatori ad aver costituito una nazione, dispersa nel mondo o, nella versione sionista, concentrata su un unico territorio, per secoli occupato da altri.
L'instabile rispetto fra musulmani e cristiani, almeno in terra santa e la loro collaborazione politica, fanno sentire gli israeliani in un ghetto, anche a casa loro. Anzichè proporsi una ecumenica simbiosi - che comunque li relegherebbe, dato che alla loro identità non vogliono abdicare -, offrono un'assimilazione nella loro democrazia, o, anziché un impossibile matrominio, un ben normato divorzio: i due stati.
I nostri fratelli ortodossi celebreranno, una settimana dopo di noi, la stessa ricorrenza, ben attenti al loro ovile greco-slavo. Ci mancherebbe che, dopo che due monaci dei loro, Cirillo e Metodio ( greci ) alfabetizzarono le popolazioni dell'Oriente europeo, dovessero soffrire del proselitismo occidentalizzante della Chiesa di Roma, di cui si sono più volte lamentati e che non ha consentito, finora, la visita di un Papa a Mosca.
In particolare, quella, tanto desiderata, di Wojtyla, che avrà pure contribuito a far cadere il comunismo, ma, nel pascolo ortodosso, il Metropolita non ce lo ha voluto.
E noi continueremo a morire, per poi rinascere a "nuova" speranza ed a fare autocoscienza giustificativa dei nostri egoismi; a condividerli con chi ci assomiglia e ad emarginare chi sente diversamente...o "crede" di sentire diversamente.
Con tutto questo, di vero cuore: buona Pasqua a tutti!
P.S.
Apprendo che, da quest'anno, gli ortodossi festeggeranno la Pasqua cristiana insieme a noi: potenza dei mercati. Anche i giapponesi, scintoisti, o più prosaicamente areligiosi, hanno adottato il Natale dell'occidente. L'ortodossia si eserciterà in termini politici, paralleli all'uniformità protocollare dei mercati regolamentati, ma dubito che attenuerà la sua specificità competitiva con Roma e con New York, uniformemente alla politica Russa.
Gli ebrei, dispersi per il mondo e rinchiusi nel loro piccolo stato, sono, come sempre, soli, anche se culturalmente e..pericolasamente, per loro, influenti. Universali e particolari. Questo, però, non dovrebbe interessare l'uomo comune.

domenica 21 marzo 2010

Frutti della rigenerazione morale.

L'Italia dei valori, del picchiatore giudiziario, non ha ottenuto dal povero Delbono - tanto povero da essere rinviato a giudizio per complessivi dodicimila euro - la carica di vice-sindaco, dopo le elezioni municipali. Per questo ha fomentato, tramite la vice-sindaco mancata, la labbronica Cinzia a denunciare le sottrazioni, tramite bancomat e carta di credito del suo amore vacanziero. Costei, che ha fatto fare al valente, ma superficiale professore la fine di Franz nell' Angelo azurro, non solo otterrà il reintegro in Comune, non solo mantiene l'appannaggio da segretaria in Regione, ma, forse, quando sarà depennata dall'inchiesta, sostituirà l'amante nell'agognato Comune, in Consiglio. Lì, infatti, si propone di rappresentare i suoi valori e, nel frattempo, di esercitarsi nel trasmetterli alla figlia. Non si preocupi signora, basta l'esempio.
Un altro candidato dell'Italia dei valori ha presentato a Bologna con l'autrice: "Gradisca presidente", di Patrizia Daddario.
Ieri, sulla fiancata di uno di guei furgoncini elettorali che percorrono la città insieme al Doblò di rilevazione delle infrazioni della sosta dei vigili urbani, ho visto il faccione da "stoped" di Enzo Grillini.
I nuovi valori e le rispettive icone: due puttane e un busone.

In memoria della Signora Rosetti.

Carissimo Signor Rosetti,
ho appreso con ritardo della scomparsa della Sua Signora.
Mi scuso, anche a nome di mia sorella Angela, che avrebbe voluto rivolgerLe un cenno del suo dispiacere sincero e che me ne ha demandato l'espressione.
So, invece, che Emanuela Le ha già parlato, constatando, come sempre, equilibrio, spirito di accettazione, riflesso di interiorità serena, pur nel dolore.
Di questo, La ringraziamo, sullo stesso tracciato - ritengo - della stessa trasmissione di valori che avvertivo, chiari e non imposti, quando frequentavo la Sua casa, spesso dopo il Suo lavoro ed una volta, anche nel corso di una Sua malattia.
In una circostanza, almeno, La sostituì la Signora.
Si trattava di un pomeriggio primaverile, illuminato dalla luce naturale.
Della Sua Signora, con cui avevo, fino ad allora, scambiato poche parole, all'inizio ed alla fine delle mie visite e di cui avevo comunque apprezzato le osservazioni gentili, discrete e premurose, conobbi, non solo le qualità didattiche, ma colsi l'attenzione pedagogica, la misura nel sollecitare il coinvolgimento e una benevola, materna ironia.
Per questo, mi auguro che questa autentica partecipazione al Suo dolore, anche ed in primis, da parte di mia madre, Le sia di minimo conforto nell'accidentato cammino.
Con vero affetto, a nome di tutti noi,
Pier Paolo Castellari

venerdì 19 marzo 2010

Oggi è morto Luciano.

Oggi è morto Luciano.
Ha concluso la sua vicenda come l'aveva vissuta: convulsamente, strozzato dal catarro.
Nello stesso tempo, ultimo, ha condotto con diligente impegno il suo travaglio, cercando di respirare quanto più poteva, economizzando l'ossigeno, sempre più corto, sempre più scarso, che riusciva a inalare attraverso l'aria.
E' stato accompagnato, per giorni e giorni, dalla nipotina, come lui l'accompagnava a sognare in passeggiate serotine, pur stanco delle fatiche fisiche e morali del giorno. L'aveva accolta come un accidente del destino, un destino non imprevedibile, lineare alla sua vita, durante la quale molti avevano preteso da lui e lo lasciavano a preoccupate solitudini quando non c'era da trarne profitto né lo proteggevano quando a loro non comodava.
Aveva combattuto una guerra senza coltivarne interiormente la violenza.
La violenza si era abbattuta sulla sua famiglia, non risparmiandogli una figlia handicappata a causa di un metodo spiccio, da ospedale, di ostetricia.
Semplice di cuore, amava, da buon bolognese, la compagnia e l'arte del palcoscenico, le romanze e la musica. Aveva trasmesso questa passione alla figlia, suo malgrado, più stabile, sensibile agli influssi che le si insinuavano d'intorno.
Della simbologia del mondo, Luciano si era appropriato, cioè aveva fatto sue, dopo che gliele avevano insegnate, alcune conoscenze spirituali e non le aveva mai rigettate. Certamente lo hanno aiutato sempre, nel corso della sua faticosa esistenza. Non aveva confuso i termini delle diverse questioni. Casomai, aveva assecondato gli impulsi giovanili e naturali, rassicurato dal sano realismo della sua dottrina, che, pretendendo di fornire gli elementi esaustivi per vivere, ne contempla anche le deviazioni. A farne le spese sarà, ma solo in fine, la seconda moglie, quella compagna di cui Luciano non volle privarsi e che tanto amore, non manieristico, gli apportò. Sono stato testimone delle sue terze nozze, quelle che lo hanno infine fregato. Sembrava che dovesse seppellire anche la bella persona ucraina che gli aveva pazientemente pulito il culo e che apprezzava le sue romantiche recitazioni poetiche, le sue interpretazioni musicali e, un po' meno, le tragedie notturne, declamate incessantemente. Invece, la signora Lupi, con una veronica, si è operata, lo ha costretto in regime di ospedalizzazione, si è risanata e lo ha accompagnato al camposanto. Mosse imprevedibili sullo scacchiere della vita.
Dicevo che Luciano si era impossessato di conoscenze spirituali, quelle che si avvertono, si amano e si condividono comunque, anche se, nella condivisione, si viene a volte traditi.
Per lui, la vita era quella che era, successione organica - non è un errore - di felicità e dolore, raccapriccio ed estasi, tenerezza e disincanto. Non ci poteva essere per lui una preordinazione di comportamenti, per limitare i danni, inibitoria del senso di una natura che, forse, senso non prevede. Di questo, molto sopravvive nella sua colta nipote e, per lei, è fonte di un permanente dolore, che ha scelto di non attenuare opportunisticamente per vivere, "contro ogni logica", il dilaniante conflitto fra natura e cultura.
Di tecnica, era ricco, Luciano. Quella professionale, avvertita come una catena, perché non poteva metterla al suo servizio creativo, ma doveva appaltarla, per dar vita a sé e ai suoi cari, ad una organizzazione inventata per farne uno strumento. Poi c'era quella che applicava alle esigenze della sua vita privata, nella quale suppliva a molte esigenze contingenti.
Stanco e chissà quante volte depresso per l'infelicità che la fabbrica apporta ai suoi costretti e con la quale si contagiano fra loro, a sera faceva lunghe passeggiate a piedi o in bicicletta con la nipotina, ricongiungendosi alla trama forte e fiduciosa, non ancora compromessa dall'apparir del mondo e, soprattutto, dall'affaticarvisi intorno, con vani quanto ineludibili ragionamenti.
Dei suoi tre matrimoni - dicevo - solo il secondo, quello centrale, per così dire, aveva conosciuto serenità e ristoro, pur nelle tribolazioni che il legare il proprio supporto alle fragili, speculative e alterne sorti di un'azienda, necessariamente apporta.
Speranza di una vecchiaia previdente e previdenziale, alla fine ed a lungo conseguita.
Il primo, frutto dell'energia incontinente della giovinezza, gli aveva apportato due figlie, sane e, dicono, belle; sennonché, la prima, veniva subito tarpata dal forcipe, maneggiato come una morsa, senza amore.
Venne la guerra e, con essa, una nuova ed ancora più deterministica - almeno quanto agli esiti potenziali - costrizione.
Mentre Luciano avviliva la sua spontaneità nella partecipazione ai "superiori destini della nazione", di cui non condivideva nessuno dei barbari enunciati, e ne riportava le stigmate del dolore che nascono dal contatto con il male - quello che non considera, prima ancora di non rispettare chi si trova in condizione di minorità e che si esercita attraverso tecnicalità di gerarchie al servizio di un potere che consente loro di ammantarsi di mostrine -, la guerra , con la sua miseria, non risparmiava neppure la sua famiglia.
In sua assenza, il comportamento della di lui consorte non fu degno delle eroine classiche, ma, sulla vita altrui, vita che ha le sue dinamiche ed i suoi tempi di attuazione, senza argini né supporti, non è lecito sentenziare.
Fatto sta, che alle sentenze non rinunciarono troppi di coloro che, per condivisione di condizione ed anche per il riconoscimento del suo buon animo, avrebbero dovuto risparmiare a Luciano la tristezza di un ritorno, tanto desiderato, quanto inglorioso. Troppo succosa era l'occasione per mortificarlo e per agitarlo; per poter vantare, al confronto, la superiore moralità della propria signora. Lo spirito di sopportazione ricondusse tutto alla saggezza. Supplì, giocoforza, la rassegnazione e l'accettazione degli elementi non depurati e genuini, nel bene e nel male, dell'esistenza. Sulla sua accettazione, come in generale sul suo animo buono, hanno sicuramente influito i migliori sentimenti religiosi, quelli che instillano il senso morale e quello del servizio gratuito da apportare ai bisognosi. La grevità e la cultura orgogliosa fanno scelte opposte.
La repentina scomparsa della prima moglie lo lasciò solo con le figliole. Si impegnò soprattutto con la prima, per non farla sentire diversa, perchè non si adagiasse nella sua sfortuna e le trasmise la passione per quella vita rappresentata che poteva farla partecipe di quanto a lei era stato mutilato. La musica, infine, addolcì il dolore della rinuncia al canto, che avrebbe potuto coltivare, se le sue condizioni fisiche non avessero sconsigliato di assecondare le esigenze di lontananza da casa, senza contare la compagnia competitiva entro cui si sarebbe trovata ad agire.
Con la semplicità con cui i poveri fanno le cose, ne trovò un'altra, che , per lui, già padre, rinunciò all sua, di maternità e che condivise le sue vicissitudini, fino al dono, non prevedibile di una figlia putativa. Generata, senza un progetto, da uno studente o dal fidanzato di allora, che era militare, chissà?
Pare che il giovane borghese si fosse fatto avanti, ma che fosse stato esentato dalla nonna Maria dall'impelagarsi con la puttanella frivola: aderenza al vero,così com'è.
La seconda signora Lupi si è tenuta la bambina...almeno fino a che non ci sono state altre esigenze materne da soddisfare.
Donna Franca, la forcipata, infatti, non per questo aveva rinunciato alle arti seduttive di Venere e si era accasata con un marito - mi dicono, tutto d'un pezzo - ma un po' cupo, che aveva cercato di allietare con quel po' di famiglia che poteva procurargli. Per precoce asportazione, era stata privata dell'utero, ma con innegabile charme cantilenante e qualche acuto stimpanante è riuscita a condurre la sua esistenza lungo i sentieri delle altrimenti difficili relazioni sociali e sentimentali. Si può solo rilevare e con il beneficio del dubbio, che abbia accolto e raccolto, rassicurandoli, gli handicap dei suoi partners, sia che fossero originati da traumi familiari, sia che fossero apportati da sopraggiunte ossidazioni coniugali.
Le bimbe crescono, i nonni invecchiano. Prima Maria, che del marito aveva sopportato con pazienza e, soprattutto, amore, la luce e la lue, portato bellico della solitudine e della morte, dilaniata, in fine, da complicanze emorragiche, ma con la certa consolazione di essere chiamata mamma, mamma vera, dalla nipote che la abbracciava. Poi Luciano, vegliato diuturnamente per giorni e giorni dalla nipote, è spirato, ormai incosciente - si ritiene - in presenza della terza signora, Lydia, zulù ukraina, già badante e che gli fu fatale.
Così è la vita. Si nasce, ci si cimenta, si vince, si perde. Alla gabbia dell'organizzazione di questa o di quell'altra società, non si sfugge se un precoce senso di contraddizione ci impedisce di seguirne il tracciato e ci colloca nel novero dei reietti, da pascere perchè ce ne siano ancora. Capita così che...nel corso della nostra vita, fino agli ultimi tempi, qualcuno si proponga di rappezzare i suoi sfilacciamenti con la nostra lisa tessitura, per sopravviverci e per trovare, quando non ci saremo più, una sia pur essenziale stabilità. Sul traguardo, per fortuna, perché altrimenti le molestie e le assurde fatiche continuerebbero. Mentre Luciano moriva, altri nascevano, per destini ed opportunità del tutto speculari a quelli di queste vite accennate, di cui una è trapassata nel regno delle ombre.
Oggi, Luciano è morto.

Milone

E' proprio vero, Milone, che i neofiti estremizzano i canoni della legge - nel nostro caso del Regolamento - fino a risultare più realisti del re.
E' altrettanto vero che, talvolta, la loro cattiveria è figlia delle frustrazioni familiari e personali che hanno caratterizzato la loro formazione.
La mancata corrispondenza fra modello sociale e realtà propria li ha resi avidi, mentre l'egoismo ha tacitato le coscienze.
Si sono, in fondo, arrabattati ad adeguarsi all'immagine opportuna e a venderla.
Se resta sul viso la smorfia dell'insoddisfazione, che si distende quando si interpreta la parte che si è scelta e che si riteneva più gratificante della propria realtà (simbolismo proteiforme dei tempi )- pur sapendo di esserne gli unici responsabili - ci si rifugia in uno dei tanti canovacci di ruolo, che i nostri commediografi incessantemente producono per alimentare il loro conto in banca.
Si tratta, evidentemente, di accorgimenti, di malizie in evoluzione, di manipolazioni anche verso i committenti, dato che, quando li paghiamo, le raccontano anche a noi. I committenti sono interessati alle manipolazioni; abilmente, preferiscono demandarle all'elaborazione di qualche dottrina.
Ma, al di là delle interessate illusioni, resta l'irriducibilità dell'uomo ai suoi appetiti materiali e l'inane agitarsi ( interiormente ) sul palcoscenico della vita.
"Se a ciascun l'interno affanno...."

Esemplarità strumentali.

L'esempio di Rita Levi Montalcini non avrebbe dovuto essere proposto, non solo perché si tratta di una vivente, ma soprattutto perchè la sua vicenda non ha nulla in comune con lo spirito di servizio all'azienda che si vorrebbe suscitare.
La Montalcini proviene dalla famiglia ebraica, nel cui ambito non si conoscono problemi di alfabetizzazione e, in quasi tutte le sue molteplici stratificazioni, di censure.
D'altro canto, la natura appartata che le derivava dalla sua diversità ideologica e religiosa ( non in senso devoto ) ne ha costantemente fatto una donna adusa all'impegno e alla costanza.
Che sia stata una delle prime donne italiane a conseguire competenze mediche, che si sia dedicata alla ricerca e che, dopo le ignobili leggi razziali, che contraddicevano clamorosamente il principio di nazionalità, tanto strombazzato, sia tornata nella sua terra per proseguirvi le sperimentazioni e gli studi, ne segnala l'indomito e fermo carattere, così esemplare, quanto particolare.
E' stata ed è, soprattutto, una donna libera e riservata, sensibilissima al senso delle istituzioni ed al valore della democrazia parlamentare, ben sapendo a quali aberrazioni conduce la delega ad altri della propria vita.

lunedì 15 marzo 2010

Comandare è fottere. Note di controcultura aziendale.

Ricevo "Comandare è fottere", per gentile sollecitudine della nostra bibliotecaria e già, in libreria, il nostro autore, prodigo di consigli, è ricomparso con un "Coraggio don Abbondio" - probabilmente per stigmatizzare i pavidi ed i rinunciatari - che non allontana il sospetto che lui si identifichi con don Rodrigo.
Il modesto commentatore, per parte sua, non si è mai riferito al neghittoso curato; casomai, a fra' Cristoforo. Anche a lui, in questi tempi revanscisti e trasformisti è rimasto soltanto il bagliore occasionale degli occhi a richiamare l'antica energia.
L'illustre ed impenitente manager, oggi votato al tempio dell'arrogante futura classe dirigente romana, si diletta di letteratura, anche se temo che non passerà alla storia per i contenuti che propone.
Quindi, comandare è fottere.
Così si demistifica il vecchio adagio per il quale comandare è meglio che fottere, del quale ormai devono essere convinte solo le donne in carriera e neppure, gelosamente, del tutto.
Il libro è dedicato al figlio che pensa diversamente. Non richiede grande impegno, alla luce di due realtà: la famiglia è la prima istituzione che si contesta ed è fisiologico che un padre di successo, sia in uggia a un figlio maschio, pur godendone contemporaneamente la tutela e, quando sarà il momento, il privilegio.
E' tempo, comunque, di abbandonare la premessa e andare a constatare che cosa mi sono perso.
L'introduzione promette bene. Si propone di bypassare l'ideologia e la deontologia dell'esercizio manageriale e di immergersi nella rappresentazione della giungla istituzionalizzata della prassi d'impresa. Nessun accenno di analisi - non dico di critica - riguardo alla qualità morale ed umana di una vita profesionale ispirata a questi pseudo-principi, anzi, alla noncuranza verso qualsiasi principio, che non sia strumentale e veicolatore del succeso.
Un solo accenno, quasi un'aspirazione frustrata, ad incontrare sul e durante il suo cammino delle persone consapevoli e non la pletora di invidiosi e delusi, bensì consapevolmente rifiutantisi (autocastrazione?) al modello imposto. Sì, imposto, perché in realtà il non competere comporta emarginazione e dispregio: le condizioni necessarie per essere fottuti.
Se è vero che il moralismo di tanti sconfitti ne maschera il rancore è altrettanto vero che la perversione valoriale ed esistenziale è costretta in uno schema strumentalizzatore di uomini e cose.
Bastardi di successo, quindi?
Si direbbe di sì: Signori, infatti si nasce, non si diventa. Per questo è improprio il paragone di Macchiavelli con Pier Luigi Celli, piccolo epigono e precettore di giovani spesso viziati e che dei suoi consigli non sanno che farsene, in quanto, per lo meno, pleonastici. L'esercizio e la cultura del potere si apprendono in famiglia e nell'ambiente sociale che si frequenta, in attesa di iscriversi al Rotary.
Il successo è uno status e deve essere cooptato, anche se le caratteristiche dei rampolli non sono all'altezza.
L'amore per l figlio mal riuscito, invece, è la sentimentale "inutile" caratteristica di tante famiglie di condizione modesta.
Afflitti dalla propaganda imperante, almeno dagli anni '80, abbiamo stolidamente accantonato ogni buon senso e abbiamo interiorizzato un sistema di disvalori e qualche bastardo con il pelo sullo stomaco, per vie più traverse che diritte, è riuscito ad emergere anche dalle classi subordinate. Questi pitocchi sono quelli che affliggono e si affliggono con le lotte interiori descritte nel testo, che vogliono godere il più a lungo che sia possibile e che traggono piacere dalla prevaricazione sugli altri. Anzi, questo sadismo di rivalsa ne rinfocola i perversi propositi e ne alimenta la teatrale autorappresentazione.
Per chi nasce da magnanimi lombi, invece, il risultato è un dato a priori, è inscritto nel Fato.
Recita il Vangelo secondo Pier Luigi: " scegli il tuo mentore, identifica il tuo nemico e su quello batti senza risparmiarlo".
Chi studia l'ecosistema controvento per non far sentire il suo fetore, non si limita a svolgere bene il suo compito, come fa l'ingenuo che spera che, per questa via, vengano riconosciuti i suoi meriti. Si industria, invece, a fare il gioco del suo protettore, ne filtra i rischi, ne copre le insuffcienze e le magagne, ne favorisce i vizi. Spera così di indebolirlo e, per sostituirlo a tempo e luogo, se ne fa complice subordinato e untuoso.
Questa specie di invetebrati si riconosce per il conforme atteggiamento che pretende dai suoi subordinati, non appena riesce ad occupare qualche strapuntino di potere; dalla "proprietà" che si arroga sullo strapuntino in concessione e dal sospetto e dalla coda di paglia che tradisce verso i collaboratori.
I pérvenus nel mondo del privilegio sono accompagnati, all'inizio, dagli storcimenti di naso e dal levar di sopracciglio di chi quel mondo occupa per diritto ereditario. Sarà il loro purgatorio fino a che l'odore diventerà omogeneo e stantio e l'origine plebea sarà rimossa.

La scuola giusta.

Deve essere tecnocratica e repulsiva di qualsiasi residua tendenza adolescenziale all'introspezione ed alla dispersione rispetto all'obiettivo fobico-ossessivo da dare alla propria vita. Che questo imprinting si fissi, intorno ai tre anni, nelle personalità anali, come Freud ci ha insegnato, e costituisca la base della patologica personalità sadica ed autoritaria, non importa, data la monoteisticità della fede rivelataci da Celli, o meglio, da lui commentata e di cui tanti, con alterno successo, sono stati adepti, generazione dopo generazione.
Si sdrucciola pericolosamente - ci ammonisce - nell'ideologico indistinto, se si spera di soddisfare i cerimonieri del Logos attraverso l'acquisizione di competenze economiche. Non contano i canoni dell'economia, interpretabili e potenzialmente tendenziosi, , bensì la certificazione di conformità delle dinamiche organizzative e gestionali del tempio-azienda.
Prima che la cultura di massa si affermasse come il modello da assumere, a costo dei più feroci sacrifici degli ambiziosi, per proiezione, genitori, il pensiero unico, necessariamente debole, veniva definito "animo da cortigiano" o "sensibilità da servo". Propaganda per iloti che "vivunt quasi ingenui, moriuntur ut servi". Non si sfugge al proprio destino e quando non si ha la dignità di viverlo, la contrazione periodica alla bocca dello stomaco e l'amaro palatale sono lì a ricordarcelo.

La politica come eterno presente.

La speranza è degli inetti. Il vincente struttura la sua vita per acquisire il successo nel minor tempo possibile e, una volta conseguitolo, per durare e, per farlo, fa politica. Mescola, cioè, gli ingredienti fissi delle sue ricette carrieristiche, in un caleidoscopio di colori cangianti, in un'apoteosi di sapori e di odori, capaci di stordire ma, maneggiando i quali, dovrà conservare la lucidità necessaria a cogliere le sue occasioni e a condurle a buon esito.Dovrà essere consapevole che, ad onta della pur richiesta competenza di base, sarà sempre, al dunque, la scelta e la decisione "politica" a prevalere ed a lasciare delusi e rancorosi, con un palmo di naso, i giusti, i virtuosi e i competenti senza altre "qualità". La vita come trasformismo è la chimica del successo.

Il regime vigente nell'impresa.

E' la dittatura, nella quale va esercitato arbitrariamente il potere. L'anarchia di chi lo detiene deve costantemente contrastare ed inibire il dialogo autonomo fra i sottoposti ed indurre in loro il "servo encomio". Il "codardo oltraggio" si coalizzerà nell'emarginazione di chi rifiuta di abdicare.
La garanzia che la prepotenza discrezionale non troverà ostacoli interiori, risiede nell'amoralità che è stata la base del suo conseguimento. Si compie per questa via una selezione pseudo-etica e culturale.
L'uomo o la donna di potere, che pur restano sempre sul chi vive, hanno bisogno di uno spazio di agibilità, di una corte e di una coorte, nel cui ambito vivere ed agire, certi di non incontrare ostacoli, almeno finché le condizioni del loro rimanere in sella, non vengono alterate da eventi endogeni (improbabili) od esogeni. Ecco, quindi, l'utilità pratica di quella sentina di cortigiani, usi alla piaggeria e pronti ad assecondare tutti i desiderata del Capo, senza discriminare, guarda pretoriana del suo Sancta sanctorum.
La conoscenza delle tecnicalità professionali non è strettamente necessaria; potrebbe, anzi, mettere in ombra il Capo stesso, anche involontariamente, o creare contese nel gruppo dei famigli, anche se il numero preponderante metterebbe presto in mora il malcapitato che, con la sua stessa esistenza rivelerebbe una falla nel filtro aziendale.
Conta veramente solo l'adattamento antropologico alla spesso deprimente filosofia d'apparato, al costume "meritocratico". Una volta ottenuto e fissato un riflesso conformistico stabile ed aver fatto la faccia compiaciuta agli imbelli (per poi ridergli dietro, appena voltato l'angolo) si possono rimeritare in denaro, senza ingessarsi in norme e prassi, ruoli e mansioni, i più pronti fra i replicanti che sono stati creati. L'utile è l'obiettivo e l'utilitarismo, quando non l'opportunismo, i veicoli per perseguirlo.
Celli accenna all'anaffettività ed alla solitudine del potere, ma non riesce a commuovermi: nessuno lo ha costretto.
Infatti, subito dopo, si dilunga sulla necessità di assegnare cariche, compiti ed incarichi a persone ligie e non particolarmente brillanti, da scegliere fra coloro a cui sono stati riservati durante il cursus honorum, i percorsi aziendali in grado di familiarizzarli con il "core business", mentre, "in partibus infidelium" allignano solo attività routinarie, faticose e non formative, che espongono all'obsolescenza.
Diceva un buontempone: "c'è qualcuno che, già in pensione, spera ancora di diventare funzionario (quadro, attualizzando). Era, è l'epitome di una inconsapevole filosofia esistenzialista per ragionieri e tecnici in genere; un solo scopo per la propria vita, l'immagine sociale e...guai a chi se ne frega.
L'impresa come Madrasa (scuola coranica) per l'apprendimento e la messa in opera del fondamentalismo carrierista, a maggior gloria del padrone e degli altri eventuali azionisti. L'impresa ha infatti l'esclusivo scopo di creare valore economico per chi ne detiene le quote di proprietà. Sono da scacciare come le tarme tutti coloro che, una volta conseguito un posto di lavoro, amerebbero adagiarsi nella mediocrità dello stipendio sicuro, in un abbandono prepensionistico.
Per questo sono stati cancellati, di fatto, i contratti nazionali di categoria, sostituiti da una moltiplicazione di contratti atipici. Queste osservazioni valgono soprattutto per le aziende grandi e complesse, nelle quali le funzioni di gestione societaria sono demandate effettivamente ai manager che si rimeritano con premi e liquidazioni che li mettono in grado di mettersi in proprio.
In Italia queste aziende sono pochissime.
Nel mondo creditizio, per opera di un Governo tecnocratico - quello di Romano Prodi - è stata sollecitata e favorita la costituzione di due grandi gruppi, Unicredit e Banca Intesa, precipitati delle ex banche di interesse nazionale, in indigesta miscela con potentati della finanza laica e della Compagnia delle Opere. Non è stato un caso se la punta di diamante delle B.I.N. e del sistema, la mitica Comit, già di Raffaele Mattioli, sia stata sacrificata per il suo orgoglio demodé.
Lo svelto e poco interessante - sul piano analitico - manuale di Celli non mi pare una riedizione del Principe, che tale era per privilegio dinastico. L'autore sembra indirizzarsi soprattutto ai suoi pigri ed istituzionali studenti della Luiss, quasi tutti di estrazione bancaria e della Banca d'Italia o del mondo delle professioni..clientelari . Se signori si nasce, infatti e se la signorilità contempla l'ozio ed il parassitismo, i suoi studenti, a differenza dei bocconiani, prevalentemente orientati verso il mondo della produzione di beni, ne sono adepti tradizionali, non confrontandosi, né dovendo confrontarsi con il mondo dell'impresa.
Per parte mia, da semplice osservatore, al canovaccio del fattore ( nel senso di amministratore di azienda agricola ) dei padroni - come il fattore di "Novecento" di Bernardo Bertolucci - non ho mai vista applicata alcuna deroga. E' reale nella sua infelicità. Anzi, quanto più la situazione incancreniva proprio in rapporto ad incipienti fusioni che avrebbero dovuto rendere imperscrutabili le prospettive societarie e, in quell'ambito, di carriera, ho dovuto constatare quanto mistificatoria ed ingannevole fosse la propaganda che veniva rivolta alle maestranze. Vecchie, inamovibili cariatidi prepensionavano persone con dieci anni meno di loro e ne ricevevano compensi in denaro. Un vero e proprio premio-budget. Si scopriva il mestiere del "tagliatore di teste", professionalità richiesta per sfoltire l'organico ed acquartierarsi in "zone amiche", a fusione avvenuta.

La carica delle Amazzoni.

Non farei differenze fra maschi e femmine nell'approccio al sadismo opportunistico, se non per evidenziare che, per queste ultime, l'esito è stato recente ( per questo sono inflessibili nel volerlo mantenere anche a costo di automutilarsi ) e se tende ad incrementarsi, coincide con un depauperamento retributivo ed una limitazione di poteri, rispetto al recente passato. Esistono e si avvertono le differenze di carattere e di sensibilità frutto delle diverse nature biologiche e psicologiche. Ma, nell'adeguamento al peggio, si realizza un ibrido scadente. Per gli uni e per le altre, valga il vecchio adagio delle arance calabresi (portugalli), che, scardinatosi il carretto su cui viaggiavano sull'acciottolato del paese, precipitarono in una fogna. Il loro peso specifico le portò a galleggiare in compagnia degli stronzi che vi soggiornavano da soli e che, ringalluzziti, si compiacquero: "siamo tutti portugalli". Invece, chi è stronzo, rimane stronzo; può solo eccellere lungo la via della stronzaggine.
Con l'appiattimento, a fini economici, delle carriere, di pari passo con i demansionamenti professionali, si constata, sempre più di frequente, come beceraggine, cattiverie e, per apparente paradosso, l'invidia, si manifestino e si rinfocolino anche verso i sottoposti, se questi non mostrano venerazione e soggezione verso i capetti/e.
Nelle strutture grandi e complesse, questi veleni si assumono e si smaltiscono attraverso una lenta e costante digestione quotidiana, nelle aziende familiar-padronali, la malata impronta domestica diventa cappa morale, tavola dei valori e degli impegni, controllo da secondini, ignoranza delle norme.
Questa è la dimensione predominante del reticolo aziendale italiano. Le piccole e medie aziende sono molto legate al territorio, almeno per quanto riguarda cultura e maestranze e se acquistano dimensioni crescenti costituiscono volano di occupazione per le proprie zone di origine e godono ( almeno nella nostra esperienza emiliano-romagnola ) di buoni servizi, in cambio. Piccole sì, in gran parte, ma dinamiche ed internazionali per quanto riguarda la committenza ed oggi anche per il decentramento produttivo a minor costo. Anche questa è una novità apparente: l'implosione del comunismo ha "liberato" tanto carne per i trivi ed i quadrivi, quanto lavoro, anche qualificato, a prezzi di sussistenza anche per quelle società, dove i capi-impresa del socialismo reale si sono impossessati delle imprese stesse e delle altre risorse e dove i prezzi sono come i nostri, ma non i salari. Prima, gli "imprenditori-speculatori nazionali ( e di quanta corruzione eletta a sistema sia fatto il loro successo vediamo e..non da ora ) decentravano l'attività produttiva in paesi a regime dittatoriale fascista, quali la Spagna ed il Sud America, dove i rapporti di lavoro erano co-gestiti da sindacati corporativi.
Torniamo a noi.
Volevo dire, dunque, che, in periodi di vacche grasse, imperversano i turni straordinari e notturni; in periodi di vacche magre la cassa integrazione, la chiusura di stabilimenti e la disoccupazione.
Capita di constatare che si sperimenta una via mediana ed integrata, guarda caso piuttosto corporativistica, che punta all'ottimizzazione del profitto e della gestione degli uomini e delle donne, omogeneizzati nell'indistinto ossimoro delle "risorse umane". Si selezionano, attraverso i consueti colloqui e poi con contratti atipici, che consistono in lunghissimi periodi di prova all'adattamento, dei giovani, per poi confermarli a tempo indeterminato ( ed è cosa ottima ) ma solo dopo aver constatato in loro l'interiorizzazione di un abito mentale, anzi, di una uniforme comportamentale ( ed è cosa pessima ). Nulla importa al padrone se queste persone, celatamente, si macerano, anche se raramente ne tradiscono i sintomi, in paura e disagio.
Il Direttore generale della Luiss ( ma alle Università non sono deputati i Rettori? ) ci illustra anche il contrasto che si viene a creare fra carriera al femminile, perseguita in azienda e la carriera riproduttiva ( sarebbe meglio chiamarlo impegno, da perseguire con passione e responsabilità ), perseguita nel talamo nuziale. Quasi sempre, managerialità e maternità si elidono: faremmo meglio a fare come in Giappone, dove il matrimonio cassa l'attività lavorativa delle donne. Adusa, attraverso le riviste del parrucchiere, ai riti dell'alta borghesia e di tanti borghesucci che aspirano a farne parte, ecco, in alternativa, che "la Signora" diventa la gestrice del successo mondano del marito e suo. Verissimo e un po' comico. Per esperienza parentale, confermo. Vedersi, frequentarsi, anche nei fine settimana, tenersi d'occhio e agire di concerto, serve a chiudere il cerchio delle opportunità ed a scambiarsele. Opportunità e favori di tutti i tipi. Una pur velata critica, di qualunque natura rivolta al proprio mondo lavorativo e sociale, è causa di chiusura ed esclusione verso l'incauto, o meglio il non affiliato. Commenti e tossine sono demandate ai conciliaboli del talamo, prima di dormire, pre e/o post coitum.

Roba da Prima Repubblica? Non credo proprio.

Realizzato un sistema elettorale, il Mattarellum, concepito per "lasciare tutto come prima", i mezzi di propaganda hanno cercato di convincere la platea nazional-popolare che tutto era cambiato per il meglio. Quanto fosse vero è sotto gli occhi di tutti per l'azione "sovversiva" di quei rivoluzionari che notoriamente sono i giudici.
Invece, una volta acquisita la "giusta" mentalità ( anche per semplice imitazione ) ecco che prende il via la fiera delle vanità e la competizione assume caratteri patologici.
La constatazione di una diffusa uniformità di aspirazioni, di competenze e di incompetenze, sposta l'attenzione verso l'agone opportunistico ed il condizionamento ambientale. In questa arena si fotte e si gode della propria meschina abilità e del fallimento-fottitura altrui. Esperienza da sedimentare, per valersene nei successivi, incessanti conflitti, fino a che il tempo non conduca alla detronizzazione del vecchio leone, divenuto vecchio, che sarà sostituito da un altro ambizioso replicante, chiamato a fare, in un contesto di apparenze mutato, la stessa esperienza. L'azienda, infatti, replica e riproduce i suoi fasti, trasferendoli in nuovi clonati.
Eccoci agli ultimi conati difensivi del carrierista alla meta: il tentativo di influire sul futuro, la speranza inane di farsi rimpiangere e di rientrare come padre nobile in veste di consulente, dopo l'inevitabile lancio della spugna.
Ecco la nostalgia retrospettiva per i sentimenti, spesso irrecuperabili, che si sono tralasciati, per la famiglia che si è trascurata, per i figli cresciuti senza l'apporto del padre: la constatazione, in molti casi, di essere stato solo l'ufficiale pagatore dei vizi della famiglia. Si sapeva anche prima, ma non è passato per la testa di fare scelte diverse e, infine, senza il successo, esteriore ma anche domestico che la ricchezza ha consentito ed il potere, la possibilità di compensare le eventuali manchevolezze dei figli, attraverso la rete di relazioni intessute, si sarebbero ottenute quelle gratificazioni morali, troppo tardi vagheggiate e rimpiante? E' lecito dubitarne.
Il paradosso di una vita votata all'esteriorità - se votata all'esteriorità - nella quale il fottere ha sostituito l'amore, si compendia nella mestizia e privazione di senso, a cose fatte, che colpisce chi ha perso il potere così a lungo detenuto ed a che prezzo "di lacrime e di che sangue" di altri fottuti in "battaglia" e che chiude lo scrigno dei sogni - se questi erano i suoi sogni - di chi non ha potuto competere efficacemente per mancanza di risorse o per scarsa cattiveria e, sempre paradossalmente, vincitori e vinti chiudono amaramente la loro parabola. I primi nostalgicamente, i secondi per privazione.

Epilogo.

Il titolo, si sa, è sempre frutto della tecnica commerciale della Casa editrice e vorrebbe suggerire, nel nostro caso, una giocosa paradossalità e mascherare la malattia nevrotica e compulsiva nel e dell'agone carrieristico, che purtroppo è reale. Si pretende e si ottiene senza sforzo - tanto che la pretesa si appalesa come coreografia del potere - una aggressività strumentale agli interessi di un padrone, di una associazione di padroni, di una consorteria d'interessi o di una entità amministrativa e burocratica.
Il desiderio di fruire della fatica altrui, di isolarsi nel proprio egoismo e, quanto spesso, di sopperire alle proprie sfighe - o presunte tali - deforma, adattandole, le personalità ed aggrava eventuali tare psicologiche che la famiglia, l'ambiente sociale e relazionale ( più che le esperienze negative personali, spesso banali, con le quali, non richiesti, ci si giustifica ) provocano. Ecco a noi la democratica, incolta e terrigna genesi di improvvisati pérvenus, così simili ai loro improvvidi clienti - ma al di quà della scrivania - e così servili con quelli di censo superiore. Gli uni cercano lo specchio della propria mediocrità, gli altri l'adusato servo encomio e il disbrigo delle loro faccende.
Il genio della stirpe - quanto è stato succhiato con il latte e nel proprio ambiente - il costume privato, frutto dell'educazione, si manifesta con chiarezza e vanifica gli schermi e le maschere indossate dei direttori/trici delle unità produttive e di vendita.
Gli uomini impersonano, nei loro atteggiamenti, una managerialità tradizionale, ma incappano in breve nell'incertezza che deriva dai calmierati stipendi in rapporto agli impiegati anziani e, soprattutto, nella considerazione inferiore alle aspettative che riservan loro i clienti, quando si sentono rispondere che i poteri attribuitigli non gli consentono di derogare a certe direttive superiori.
Non che le donne siano esenti da questo smacco, anzi ne soffrono di più in termini di vanità compensativa, ma spesso trovano nella "relazione" il surrogato allo scarso potere. Relazione d'interesse da entrambe le parti, di scopo e di modello.
Talvolta, se il cliente è, per questo aspetto, un fesso, si consegue l'obiettivo di status anulare, che rassicura sul piano sociale, professionale e di mantenimento di status. L'adeguamento al modello ambito, per chi non c'è nato, induce alla prosopopea, all'accaparramento dell'ambito territoriale ed al feudalesimo nei rapporti con i colleghi, trattati come vassalli, ai diversi livelli di utilità, spesso per farsene schermo e filtro della propria pigrizia, neghittosità, interesse e malafede.
Ma di maschi impropri e di femmine mancate abbiamo parlato anche troppo. E' opportuno accennare a quella invenzione della propaganda che sono i giovani. Di generazione in generazione vengono offerti modelli a chi si affaccia con intatte energie alla propria vita e che, invece di farne un capolavoro di autonomia, responsabilità e libertà, cerca di arrampicarsi sugli sdrucciolevoli modelli verticistici che la società, sempre ispirata da chi si succede al potere e nella ricchezza, attraverso i media e la politica, impone come inderogabili, anziché, come sarebbe accettabile, limitarsi a proporli. Da tutto ciò, la frustrazione di non essere in condizione di fottere e la diffusissima disponibilità ad essere fottuti. La protervia, sempre al potere, sembra ora accontentarsi di godere dell'umiliazione altrui; pensate alla mitologia degli eroi, che tanta carne da cannone ha procurato alle celebrazioni postume.
CFC, dopo un mio post a Milone, sollecitato da una autocelebrazione piuttosto infantile di due colleghi che, quando non indulgono alla retorica di regime/regolamento sono senz'altro valenti, con estrema cortesia, si lamentò dei toni e dei contenuti, a suo dire, tropo crudi e "fuori dalle righe". Mi ostino a considerarli, allegoricamente realistici.
L'espressione era tratta da una parodia del carrierista di Claudio Bisio, alla quale avevo assistito, quando l'attore era ancora poco noto, al Capolinea di Milano, in via Ludovico il Moro, appunto al capolinea del tram nr. 2. Il locale era reputato il migliore del genere cabarettistico, a Milano ed uno dei più accreditati in assoluto, anche se non godeva e non gode ( ammesso che esista ancora ) del volano televisivo. Ero ospite di amici, forse poco meritocratici. A tutt'oggi, alla luce della volgarità malamente dissimulata del manzonismo degli stenterelli di Pier Luigi Celli, la ritengo perfettamente calzante alla situazione specifica ed all'ideologia che si vuole instillare nella maestranze, di cui queste novelle "aziendalmente corrette" sono la periodica e costante conferma. Al fondato rilievo: "ma lei non ha letto il libro", ho sopperito.
Quale interesse, quale passione e quale responsabilità - mi chiedo - può esprimere chi è chiamato ad eseguire disposizioni ed a conseguire risultati, elaborati ed ordinati dopo analisi e concertazioni alle quali non ha potuto partecipare? Quale personalità sono sollecitati ad assumere i destinatari di queste incessanti iniziative? Di chi, in sostanza, ci si vuole valere e fino a quando? Come li considerano, in cuor loro, gli aspiranti sodomiti con ruolo - ma spesso senza inquadramento - manageriale? ( per non "ingessarsi" in caso di demansionamenti per obsolescenza delle competenze e declinar della passione? ).
Il libro di Celli illustra letterariamente una vita professionale all'insegna della nevrosi e nella quale i valori morali sono rovesciati e subordinati all'ambizione; un'ambizione che sottostima le conoscenze, le capacità e l'abnegazione e privilegia la lotta sporca, l'aggressività e lo spirito prevaricatorio.
Il testo è paradigmatico solo del management insediato e costituisce un'ipotesi di "etica" negativa per chi aspiri a farne parte, mano a mano che chi occupa le posizioni di maggior potere, inesorabilmente capitoli.
Pochi e selezionati fottitori e una massa dispersa che nome non ha, di fottuti.
L'unico pregio di Celli è la chiarezza, per altro non ignota alle masse subordinate, che, negli stessi termini, ma in una prospettiva diversa, hanno descritto e descrivono le evenienze possibili e quelle probabili della loro esperienza lavorativa.
Proporlo ad una platea indistinta di colleghi è stato, secondo me, un errore diseducativo, salvo non leggervi una o più intenzioni ammiccanti o minatorie ( o ammicantemente minatorie ).
Qualche anno fa, la saggistica riguardante il mondo del lavoro trattava prevalentemente dei movimenti sociali e delle problematiche macroeconomiche. Di questi tempi, idolatri del privato - meglio, del particulare - nonostante gli sconquassi che sta provocando ( soprattutto l'immiserimento e l'emarginazione di un numero crescente di lavoratori e di categorie sociali ), ecco la pubblicistica di nicchia, in tono falsamente scherzoso, compiaciuta di sé, nel gesto agli operai di Alberto Sordi ne I vitelloni, di Federico Fellini....prima che l'automobile si guastasse.
Che altro aggiungere, se non il tratto impressionistico ricavato dal flatus vocis di qualche giovane acronimo im missione, con ruolo di supervisore, nel quale l'assertività claudicante tradiva necessariamente non solo un deficit normale di esperienza, ma anche significative approssimazioni tecniche, bypassate in funzione del compito loro assegnato cioè del ruolo.
Sarebbe poi meglio stendere un pietoso velo sul taccheggiare autoritario di chi, per mostrare di essere nata in Credem, esce dalla sua tana e fa qualche passeggiata per vedere se tutti sono al loro posto e, se non li trova, invita gli astanti alla delazione. Che prende atto di tutto quello che viene dall'alto, ma che emargina - come è usa da sempre a fare - anche fisicamente, se non servono alla scenografia di accoglienza al pubblico, chi ha dovuto accettare, obtorto collo.
Sarebbe meglio consegnare all'oblio anche un sindacato che si arroga ancora la rappresentanza dei lavoratori, mentre invece surroga la debolezza della politica nel governo dell'economia e, nel campo suo proprio, si limita alla partecipativa ( corporativa ) cogestione delle ricadute sull'irregimentato personale.
Ormai, nelle aziende si lavora fuori da un quadro normativo coerente e sono un ricordo le dinamiche sindacali, contrattuali e retributive del sistema del credito. Sono stati imposti i criteri gestionali, organizzativi e di selezione del personale delle aziende industriali. Il Credem, da parte sua, essendo una partecipata di una multinazionale dell'abbigliamento, questi criteri li ha sempre praticati.
Il Tribunato della plebe, progenitore del moderno Sindacato, era, nell'antica Roma, una magistratura minore, ma pur sempre una magistratura e, quindi, "interna" al sistema.. Gli Edili erano magistrati, e il nome dice tutto. Con i "collegia funeraticia" gestivano le "pompe" funebri degli indigenti. Forti di una rappresentanza vasta, politicamente rilevante, agivano "di bulina" con i diversi regimi politici ai quali erano più o meno affini.
Se gli uni sono per gli altri dei meri strumenti e se l'azienda è l'ingenieristica della strumentalità, allora, sono costretto a convenirne: non si può eccellere, uscire "ex grege" e curarsi delle posizioni di svantaggio.
Gli eroi del nostro tempo sono i manager. Forse esagero, sono solo gli eroi di un periodo.
Dicono - ma non è vero - di essere pronti ad assumersi dei rischi; di sicuro, sono del tutto refrattari a sacrificarsi, in toto o in parte. L'eroe-manager, invece, è del tutto privo di scrupoli quando si tratta di sacrificare gli altri.
La dimensione sacrificale, tanto reale nell'esperienza delle maestranze, non appare mai nelle profezie aziendali. Invece che di lacrime e sangue, di demansionamenti, di cassa integrazione e di licenziamenti ( talvolta appellati esodi ) si ciancia di stimolare le passioni e di condividere dei valori.
Grazie ad una serie di giochi di prestigio, i discorsi manageriali, non sempre impeccabili riguardo alla grammatica e alla sintassi, cercano di far credere che il peso del sacrificio ricada sull'Olimpo dirigenziale e non sulle schiene dei lavoratori.
Diversamente dagli altri eroi classici, quando il manager ( e via, a scendere lungo la filiera degli imitatori ) compie un sacrificio, non è mai il suo, ma sempre quello degli altri. L'eroe che fotte è quello che riesce ad impadronirsi delle prestazioni altrui, a costo di ricorrere al bluff, alla menzogna e, sistematicamente, alla manipolazione.
Nonostante le indecenze economiche e soprattutto finanziarie, successive alla fine della guerra fredda ed alla caduta del muro di Berlino, che a tutti ed a ciascuno dovevano regalare libertà, prosperità ed opportunità, il verbo incantatore continua ad essere sparso "come la rena, quando turbo spira". Casomai, è possibile che, dovendo competere con realtà nuove per il mercato, ma meno strutturate e, certamente, a minor onere, la linea di resistenza si sia attestata sul contenimento di tutti i costi e quindi sulla multifunzionalità del ridotto personale e sulla sua selezione in rapporto ad una fedeltà - come per innanzi - ma priva di protezione contro l'obsolescenza ed i cicli economici negativi, oggi indotti spesso da una concorrenza accaparratrice, che lusinga con successo, solo sul prezzo. Chiunque potrà offrire un prodotto ad un prezzo sempre inferiore, in cambio di sempre meno o di niente, riguardo i servizi.
Se gli imperativi di questa caricatura ( per ora ) di regime continuano ad essere propalati, è perché, in questa età di mezzo, la democrazia politica e, di conseguenza, economica, si è molto indebolita e gli speculatori...speculano.
Verranno tempi migliori.
Lo spirito critico ci soccorra insieme ai comportamenti responsabili che ne discendano, per sfuggire al culto dell'immagine e delle sue figurazioni e per cogliere le riserve mentali che si celano dietro le parole.
Pier Paolo Castellari

sabato 6 marzo 2010

Milone. Tempi di risparmi.

Stamattina, caro Milone, ci ha telefonato la titolare della Coopservice, che, per due euro l'ora, manda extracomunitarie di tutte le provenienze a ritoccare gli uffici, le corsie degli ospedali e quant'altro necessita.
Con tono professioanle ci ha avvertiti che, questa sera, la loro incaricata non rimuoverà la cartacce dai cestini, che noi, viziati dalla frequentazione trisettimanale, abbiamo riempito fino all'inverosimile. L'assenza non dovrà dar luogo a segnalazioni indispettite: la decisione è stata della Direzione generale del Credem.
Il pauperismo avanza come una slavina e chiunque dotato di un minimo - ma proprio un minimo - di nozioni economiche lo sapeva da mo'. Ma, Credem' a me, il rumore della propaganda privatizzatrice, esclusivamente dei beni comuni, era assordante e troppi sprovveduti, desiderosi di dare una svolta alla propria vita in virtù di circostanze esteriori, vi hanno prestato fede, come auspicavano i banditori.
La crisi morde tutto, tranne che le coscienze. Anche il Fisco, come le amministrazioni comunali, commissariate o non, per mafia o per vacanze, ci si mette, con accertamenti meno blandi del solito, quando, con qualche consegna di beni, al chilometro X dell'autostrada, ci se la cavava. L'autorità politica, usa a manipolare ogni norma di diritto a favore dei bulimici compagni di merende, cerca di offrire "nuovi" strumenti conciliativi, anche per situazioni drammatiche, quali i licenziamenti. Non è altro che il vecchio sistema corporativo, nell'ambito del quale, in cambio di un riconoscimento pubblico e giuridico ( ricordate le Camere dei fasci e delle Corporazioni? ) , i sindacati nazionali assicuravano tutele subordinate ( anche assunzioni )a chi si sottometteva alla sua biblica condizione, secondo il modello caprino ( espiatorio ). Le prime associazioni fra i lavoratori nacquero spontaneamente in Inghilterra, alla fine del XVIII secolo, per tre impellenze: il salario, l'orario di lavoro e le condizioni igieniche nei primi opifici. Tre cardini del plusvalore padronale, evidentemente ( evasione fiscale a parte ). Con Passione e Responsabilità si potrebbe provvedere da sé.
Tanto, della melassa indistinta, ideologica e deietoria, si fatica, ormai, anche a discernere l'odore.

martedì 16 febbraio 2010

Frenesie servili.

Ogni volta che, per l'ossessione di vendere, si verificano errori nell'erogazione di un servizio, la proattività, oserei dire, la passione coniugata con la responsabilità, si esalta e dà luogo ad un continuo e frenetico giro di telefonate e ad un andirivieni podistico, che contribuisce a mantenere in forma le eccellenti maestranze. Soprattutto, come al solito quando figure chiave dell'esegesi gerarchica del Credem sono assenti, per ragioni gravi o ludiche. O prima gravi e poi ludiche.
La discrezione degli atletici colleghi, emuli del nostro Milone, mi impedisce di segnalarveli nominativamente, come vorrei, per aggiungere la loro biografia professionale a quella di Enzo Ferrari, che, comunque, rampollo di buona famiglia, nel senso di ricca, i suoi successi li conseguiva in automobile e, insieme al figlio, ha seppellito tutti i suoi primi driver, tranne il più razionale: Mario Andretti. Michel Schumacher è in quota FIAT.
Proattivi, passionali e responsabili, ma quanta perdita di tempo, che una più compiuta conoscenza dei termini amministrativi e burocratici degli adempimenti richiesti, potrebbe ridurre.
Una volta si chiamava formazione.
P.S.
Passione e Responsabilità, spogliate dell'epica apparirebbero nel loro reale significato: chi non ha testa, ha gambe.

Auguri!

Auguri!
Buon decennale alla Business unit corporate, ma che c'entrano le memorie all'insegna della Passione e della Responsabilità?
Sono Valori nuovi e devono valere per il prossimo triennio.
La metamorfosi attualizzatrice non convince e tradisce solo un lifting etico per se stessi e la ristrutturazione del déja vu.

Milone

Caro Milone,
è la prima volta che, con insistenti comunicazioni aziendali, vedo appaltata al personale la sicurezza antirapina.
Sostituirsi, nei fatti, sia pure in parte, all'attività di vigilanza e di dissuasione e farlo privatamente al posto delle guardie giurate che, secondo i canoni più efficaci e sperimentati dovrebbero aprire e chiudere manualmente le bussole, dall'interno di un box a prova di proiettile e, a loro volta, armati, oltre a rappresentare una surroga "irresponsabile" e non professionale, configura rischi ed insicurezza proprio per gli sceriffi improvvisati.
Se si vuole risparmiare sui premi assicurativi, ma si lavora sulla via Emilia, tanto vale investire in vigilanza armata senza cercare di far nozze coi fichi secchi.

Privacy, regole e organizzazione.

La dispersione sul territorio nazionale e la concentrazione a Reggio Emilia dell'amministrazione del personale ( gli SM svolgono solo funzione di presidio ) compendia gli adempimenti e li demanda a forme di comunicazione informatica, la cui prontezza è "essenziale" per il funzionamento dei meccanismi aziendali. Fra questi, la sostituzione delle gestanti, il cui "imbarazzo" non deve diventare il nostro. Così, un atto intimo e sentimentale, per la gestante e per la sua famiglia, diventa una frettolosa e fredda comunicazione, a cui seguirà l'aggiornamento periodico, anche dell'eventuale gestosi. Speriamo che i rigurgiti gastrici, così frequenti, soprattutto all'inizio, non tradiscano la discreta mammina, sottoposta all'occhiuto controllo gerarchico ed alla collaborazione nella vigilanza e nella segnalazione di qualche acronimo connesso.
Non basterebbe, ai fini burocratici e legali che l'informazione si concretizzasse attraverso certificati medici e non fosse accompagnata da una sollecitudine non richiesta?

venerdì 5 febbraio 2010

Il contesto.

Replica ad una nota censoria e pedagogica del Credem, sui contegni tenuti durante una manifestazione di regime.
Quando dovevamo spezzare le reni al mercato.
IL CONTESTO.
Ho pensato al contesto e l'ho trovato improprio. Infatti, il teatro intitolato a Romolo Valli, che spero che qualcuno dei partecipanti al meeting frequenti anche fuori ordinanza, non andrebbe utilizzato per convention aziendali. Comunque, dal palcoscenico, il focus si è spostato in sala e nel foyeur, sui quali il Grande fratello vigilava. Ecco, dunque, che, nel mezzo della platea, un collega si isola nel suo privato, convinto di essere protetto dal gregge, il quale, invece, informato delle telecamere in attività, è immobilizzato in una sculturea staticità, che, di per sé, non garantisce né l'interesse, né la partecipazione, ma, anzi, suggerisce un acritico spirito regimentale.
I contenuti di queste riunioni, che hanno una natura celebrativa, sono, di norma, già conosciuti dal management e molti sono convocati per far numero. Ciò che si rimprovera loro è di non rispettare il copione.
Viene poi colto sul fatto un altro irresponsabile che va a fare la spesa, ritenendo di impiegare proficuamente il suo tempo e che prende in contropiede l'ouvertoure, fidando nell'acme dell'energia ipnotica e che ritorna poco dopo con il suo fardello alimentare o con un presente per la signora..non è specificato. Se si trattava di articoli da verduraio, poteva fare la spesa la sera prima, dai pakistani, ne convengo.
Però, due pecore nere, nel gregge, non stonano; più di quanto sia "necessario" per la "credibilità" di quanto manifestato.
La logistica non ha avuto quel carattere di "ferreità" che mi sarei aspettato.
I Mille transumanti - low cost suppongo - hanno alterato lo schema deportatorio-concentratorio e addotto, addirittura, preferenze amicali, incompatibili con l'indispensabile alienazione comportamentale che l'evento richiedeva.
Il "Pierino" dei cancelli d'imbarco, che ha scambiato la mission per una vacanza, avrebbe dovuto pagarsi il viaggio di ritorno da sé, come tutti noi, trimestralmente, paghiamo i bolli sul cedolino dello stipendio.
E' quindi necesari che gli irrsponsabili siano responsabilizzati pecuniariamente - l'ufficio legale ci suggerisce di non espellerli dal nostro seno, onde evitare contraddizioni legali: oh tempora, oh mores! -.
La prossima volta, quindi, i Comizi tributi si riuniscano a ranghi selezionati e in una sala adatta dell'Ente fieristico ( così eviteremo anche di mettere sul portale l'uso improprio delle telecamere di sorveglianza del Teatro "municipale" ).
Sia detto fra noi Tribuni: il 5% di disguidi e 7.500,00 euro complessivi di oneri non previsti nel budget, non sono uno sproposito, anzi: sono ben povera cosa, nell'ambito dell'organizzazione di un evento che ha coinvolto tutto il territorio nazionale e che, concentrato nei suoi tempi di svolgimento, non ci ha permesso di ricondurre in tempo all'ovile le pecorelle smarrite.
Il controllo dei costi di gestione è un elemento fondamentale dell'amministrazione di un'azienda, ma la pretesa di bypassare la vita per trapassare dal teorico perfetto al suo esito confermato, attiene "pericolosamente" all'irrealtà, come è irreale lo stentoreo, "interessato" atteggiamento degli astanti, che ci è stato descritto.
Quanto agli irresponsabili, ai bamboccioni e, perché non, ai lavativi di casermesco idioma, ricordo di aver visto sulla Rivista giuridica, edizione 1942, conservata presso la biblioteca Cicu di Bologna, una copertina tipograficamente dimidiata: la prima metà recava la fotografia di un giovane prestante, calzante un impermeabile alla moda, che veniva definito Ariano puro; nella spalla frontale, un povero vecchietto, con un cencio addosso, curvo come l'età comporta e pochi ortaggi che spuntavano dalla "sporta" della spesa. lo sovrastava una laconica sentenza. Irresponsabile? No, degenerato!